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UDIENZA
AI MEMBRI DEL CORPO DIPLOMATICO (9 GENNAIO
2006) |
Radio Vaticana,
9 gennaio 2006
APPELLO
DEL PAPA PER LA PACE MONDIALE CHE PASSA ATTRAVERSO
L’APPLICAZIONE DELLA GIUSTIZIA, DELLA RICONCILIAZIONE,
DELLA LIBERTA’ RELIGIOSA, DELLA SOLIDARIETA’ DEGLI
STATI VERSO LE EMERGENZE UMANITARIE
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Quello
attuale è un mondo segnato da conflitti “aperti o
latenti”, ma anche un mondo in cui si rileva uno
sforzo coraggioso in direzione della pace. I temi
affrontati da Benedetto XVI nel Messaggio per la
Giornata del primo gennaio sono ritornati con forza
nell’udienza concessa questa mattina dal Papa ai
membri del Corpo Diplomatico accreditato presso la
Santa Sede. |
Benedetto
XVI ha auspicato, tra l’altro, la coesistenza pacifica
tra israeliani e palestinesi in Terra Santa, ha condannato
il terrorismo, e ha invocato la riconciliazione per le
aree calde del globo, come il Golfo Persico, il Libano, il
Darfur, sollecitando gli Stati a ridurre le spese per gli
armamenti destinando le risorse alla soluzione delle
emergenze umanitarie della terra. Il servizio di
Alessandro De Carolis.
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“Il
sangue versato non grida vendetta, ma invoca rispetto
della vita e della pace”. E’ uno dei tanti appelli che
gli ambasciatori presso la Santa Sede hanno ascoltato
dalle labbra di Benedetto XVI, per un discorso
tradizionale nella sua collocazione d’inizio d’anno,
ma estremamente attuale per il tenore degli argomenti
toccati. Dopo l’indirizzo di saluto del decano del Corpo
Diplomatico, l’ambasciatore della Repubblica di San
Marino, Giovanni Galassi, quattro sono state le
enunciazioni del Papa all’insegna della parola da lui
ritenuta imprescindibile dalla pace: la “verità”. La
verità declinata nei suoi aspetti etici e pratici, quasi
un distillato del Messaggio scritto per l’inizio
dell’anno. Quattro enunciati riguardanti, nella
sostanza, il rispetto per la giustizia, che se violato
provoca violenza – e qui il Pontefice si è soffermato
sul conflitto mediorientale e il terrorismo – il
rispetto del diritto inalienabile a professare il proprio
credo, il dovere della riconciliazione - dall’Iraq,
all’Africa, alla Terra Santa – il dovere della
solidarietà verso le emergenze del pianeta.
“L’impegno
per la verità è l’anima della giustizia”, ha
affermato al primo punto il Papa, stigmatizzando quei
“sistemi politici” che nel passato basarono la propria
politica sulla “menzogna” della “legge del più
forte”. Al contrario, Benedetto XVI ha individuato nella
“verità” e nella “veracità” la base per quella
equanimità che in diplomazia spesso fa la differenza tra
un accordo di pace o il suo fallimento. Quando, ha
osservato il Pontefice, diversità e uguaglianza sono
conosciute e riconosciute, “allora i problemi possono
risolversi ed i dissidi ricomporsi secondo giustizia, e
sono possibili intese profonde e durevoli”:
“AVEC
UNE EVIDENCE PRESQUE EXEMPLAIRE…
Quasi
con evidenza esemplare, tali considerazioni mi sembrano
applicabili in quel punto nevralgico della scena mondiale,
che resta la Terra Santa. In essa lo Stato d’Israele
deve poter sussistere pacificamente in conformità alle
norme del diritto internazionale; in essa, parimenti, il
Popolo palestinese deve poter sviluppare serenamente le
proprie istituzioni democratiche per un avvenire libero e
prospero”.
E
le medesime considerazioni sul dovere della giustizia e
dell’imparzialità hanno portato Benedetto XVI alla
riflessione su un altro dei drammatici fenomeni di questo
inizio di secolo: il terrorismo. “Numerose e complesse
ne sono le cause – ha riconosciuto - non ultime quelle
ideologico-politiche, commiste ad aberranti concezioni
religiose”, che vedono come vittime intere popolazioni
innocenti:
“AUCUNE
CIRCONSTANCE NE PEUT JUSTIFIER…
Nessuna
circostanza vale a giustificare tale attività criminosa,
che copre di infamia chi la compie, e che è tanto più
deprecabile quando si fa scudo di una religione,
abbassando così la pura verità di Dio alla misura della
propria cecità e perversione morale”.
Le
diversità tra i popoli non deve essere un problema per la
coesistenza e perché lo scambio culturale rafforzi la
tolleranza il Papa ha chiesto tra l’altro con chiarezza
che siano tolti gli ostacoli per l’accesso
“all’informazione a mezzo della stampa e dei moderni
mezzi informatici”, ma anche l’intensificazione dello
scambio di docenti e studenti universitari nel campo delle
discipline umanistiche di varie culture.
“L’impegno
per la verità – ha poi enunciato Benedetto XVI – dà
fondamento e vigore al diritto di libertà”. Solo con la
prima è possibile la seconda, in tutti gli ambiti
personali e sociali dell’esistenza. In particolare, il
Pontefice ha spostato l’attenzione dei diplomatici sul
lavoro della Santa Sede in favore della “libertà di
religione”:
MALHEUREUSEMENT,
DANS CERTAINS ÉTATS…
“Purtroppo
in alcuni Stati, anche tra quelli che pure possono vantare
tradizioni culturali plurisecolari, essa, lungi
dall’essere garantita, è anzi gravemente violata, in
particolare nei confronti delle minoranze. In
merito vorrei solo ricordare quanto stabilito con
grande chiarezza nella Dichiarazione Universale dei
Diritti dell’Uomo. I diritti fondamentali dell’uomo
sono i medesimi sotto tutte le latitudini; e tra di essi
un posto di primo piano deve essere riconosciuto al
diritto di libertà di religione, perché riguarda il
rapporto umano più importante, il rapporto con Dio. A
tutti i responsabili della vita delle Nazioni vorrei dire:
se non temete la verità, non potete temere la libertà!”.
La
terza riflessione di Benedetto XVI ha toccato un altro
tasto delicato rispetto alla situazione contemporanea
dello scacchiere geopolitico. La verità, ha detto,
“apre la via al perdono e alla riconciliazione”. Già
da tempo, ha ricordato il
Pontefice,
la Chiesa Cattolica ha fatto proprio questo “impegno per
la verità”, chiedendo perdono per i “gravi errori”
compiuti in passato da alcuni suoi membri o istituzioni.
Ma, allo stesso tempo, il Papa ha messo sullo stesso piano
sia la richiesta sia la concessione del perdono,
anch’essa dovuta e “indispensabile” alla pace.
Perdono che equivale alla riconciliazione, che il
Pontefice ha invocato per la Terra Santa, allargando poi
lo sguardo ai maggiori scenari di conflitto del momento:
“MA
PENSEE SE TOURNE SPONTANEMENT (…) VERS LE LIBAN..
Il
pensiero va (…) al Libano, la cui popolazione deve
ritrovare, anche con il sostegno della solidarietà
internazionale, la sua vocazione storica alla
collaborazione sincera e fruttuosa tra le comunità di
diversa fede; e va a tutto il Medio Oriente, in
particolare all’Iraq, culla di grandi civiltà, in
questi anni quotidianamente funestato da sanguinosi atti
terroristici. Esso va all’Africa, e soprattutto a Paesi
della Regione dei Grandi Laghi, dove ancora si sentono le
tragiche conseguenze delle guerre fratricide degli anni
passati; va alle inermi popolazioni del Darfur, colpite da
esecrabile ferocia, con pericolose ripercussioni
internazionali; va a tante altre terre, in diverse parti
del mondo, che sono teatro di cruenti contese”.
Infine,
Benedetto XVI ha parlato della “speranza” cui porta
l’impegno per la pace, nel quale la diplomazia può
portare e già arreca un grande contributo. Speranza che
per il Pontefice deve essere tradotta in solidarietà
laddove vi siano persone che patiscono la fame, la
miseria, la costrizione a trasformarsi in emigranti o
peggio ancora in merce umana, come accade – ha asserito
il Papa – con “la piaga del traffico di persone, che
resta una vergogna del nostro tempo. “Alla mente – ha
aggiunto - si affacciano spontaneamente anche le immagini
sconvolgenti dei grandi campi di profughi o di rifugiati -
in diverse parti del mondo - raccolti in condizioni di
fortuna, per scampare a sorte peggiore, ma di tutto
bisognosi. Non sono questi esseri umani nostri fratelli e
sorelle? Non sono i loro bambini venuti al mondo con le
stesse legittime attese di felicità degli altri?”.
Domande che Benedetto XVI ha idealmente rivolto ai
governanti di ogni Stato, riprendendo una constatazione
che orientò una delle battaglie di Raoul Follereau:
“SUR
LA BASE DES DONNEES STATISTIQUES DISPONIBLES…Sulla
base di dati statistici disponibili si può affermare che
meno della metà delle immense somme globalmente destinate
agli armamenti sarebbe più che sufficiente per togliere
stabilmente dall’indigenza lo sterminato esercito dei
poveri. La coscienza umana ne è interpellata”.
**********
A
tutt’oggi, gli Stati che intrattengono relazioni
diplomatiche con la Santa Sede sono 174, ai quali vanno
aggiunti le Comunità Europee ed il Sovrano Militare
Ordine di Malta e due Missioni a carattere speciale: la
Missione della Federazione Russa, retta da un
ambasciatore, e l’Ufficio dell’Organizzazione per la
Liberazione della Palestina (OLP), guidata da un
direttore. Nel corso del 2005, la Santa Sede ha firmato un
Accordo con la Città Libera e Anseatica di Amburgo (29
novembre), che regola i rapporti fra la Chiesa cattolica e
detta Città-Land, mentre il 12 luglio era stata siglata
con la Francia un Avenant
(cioè una modifica) alle Convenzioni diplomatiche del 14
maggio e dell’8 settembre 1828 e agli Avenants
del 4 maggio 1974 e del 21 gennaio 1999, relativi alla
Chiesa e al convento di Trinità dei Monti a Roma.
DISCORSO
DEL PAPA
-
FONTE: VATICAN INFORMATION SERVICE -
Eccellenze,
Signore e Signori,
Vi
accolgo tutti con gioia in questo tradizionale incontro
con il Papa del Corpo Diplomatico accreditato presso la
Santa Sede. Dopo la celebrazione delle grandi feste
cristiane del Natale e dell’Epifania, la Chiesa vive
ancora della loro gioia: è una gioia grande, perché
sorge dalla presenza dell’Emmanuele – Dio con noi –,
ma è anche una gioia raccolta, quale vissuta tra le mura
domestiche della Sacra Famiglia, di cui la Chiesa in
questo tempo ripercorre con intima partecipazione la
storia semplice ed esemplare; è una gioia al contempo
bisognosa di comunicazione, perché la vera gioia non
potrebbe isolarsi senza affievolirsi e spegnersi. A tutti
voi dunque, Signore e Signori Ambasciatori, ai Popoli ed
ai Governi che voi degnamente rappresentate, alle vostre
care famiglie, ai vostri distinti Collaboratori, va il mio
augurio di gioia cristiana. Sia essa la gioia
dell’universale fratellanza portata da Cristo, una gioia
ricca dei veri valori ed aperta alla generosa
condivisione. Essa vi accompagni e cresca in ogni giorno
dell’anno che da poco si è aperto.
Il vostro
Decano, Signore e Signori Ambasciatori, ha espresso i voti
augurali del Corpo Diplomatico, interpretando con finezza
i vostri sentimenti. A lui e a voi il mio ringraziamento.
Egli ha accennato anche ai non pochi e non lievi problemi
che agitano il mondo di oggi. Essi sono oggetto della
vostra sollecitudine come di quella della Santa Sede e
della Chiesa Cattolica in tutto il mondo, solidale con
ogni dolore, con ogni speranza e con ogni sforzo che
accompagna il cammino umano. Ci sentiamo così uniti come
in una comune missione, che ci pone sempre di fronte a
nuove formidabili sfide. Noi le affrontiamo tuttavia con
fiducia, nella volontà di sostenerci a vicenda –
ciascuno secondo il compito suo proprio – verso grandi
finalità comuni.
Ho detto
"nostra comune missione". E qual è essa, se non
quella della pace? La Chiesa null’altro fa che
diffondere il messaggio di Cristo, venuto – come scrive
l’Apostolo Paolo nella Lettera agli Efesini – ad
annunziare la pace a coloro che erano lontani ed a coloro
che erano vicini (cfr 2,17). E voi, esimi Rappresentanti
diplomatici dei vostri Popoli, secondo lo statuto che vi
è proprio avete tra i vostri nobili scopi quello di
promuovere relazioni internazionali amichevoli, di cui
appunto la pace si sostanzia (Convenzione di Vienna sulle
Relazioni Diplomatiche, del 18 aprile 1961, art. 3, 1, e).
La pace
– lo constatiamo con dolore – resta in molte parti del
mondo impedita o ferita o minacciata. Qual è la via verso
la pace? Nel Messaggio che ho rivolto per la celebrazione
della Giornata Mondiale della Pace di quest’anno ho
ritenuto di poter affermare: "Dove e quando l’uomo
si lascia illuminare dallo splendore della verità,
intraprende quasi naturalmente la via della pace" (n.
3). Nella verità, la pace.
Guardando
alla situazione del mondo di oggi, in cui accanto a
funesti scenari di conflitti bellici, aperti o latenti, o
solo apparentemente sopiti, si può – grazie a Dio –
rilevare uno sforzo coraggioso e tenace da parte di tanti
uomini e di tante istituzioni in favore della pace,
vorrei, quasi a fraterno incoraggiamento, proporre qualche
riflessione, che enucleo in alcuni semplici enunciati.
Il primo:
l’impegno per la verità è l’anima della
giustizia. Chi è impegnato per la verità non può
non rifiutare la legge del più forte, che vive di
menzogna e che – a livello nazionale ed internazionale
– ha tante volte segnato di tragedie la storia
dell’uomo. La menzogna si ammanta spesso di
un’apparenza di verità, ma in realtà è sempre
selettiva e tendenziosa, egoisticamente rivolta a
strumentalizzare l’uomo e, in definitiva a sopraffarlo.
Sistemi politici del passato, ma non solo del passato, ne
sono un’amara esemplificazione. Sul versante opposto si
collocano la verità e la veracità, che portano
all’incontro dell’altro, al suo riconoscimento ed
all’intesa: per quello splendore che le è proprio –
lo splendor veritatis –, la verità non può non
diffondersi; e l’amore del vero è, per suo intrinseco
dinamismo, tutto rivolto alla comprensione imparziale ed
equanime ed alla condivisione, nonostante qualsiasi
difficoltà.
La vostra
esperienza di diplomatici non può non confermare che,
anche nei rapporti internazionali, la ricerca della verità
riesce ad individuare le diversità fin nelle più sottili
sfumature, e le relative esigenze, e per ciò stesso anche
i limiti da rispettare e da non oltrepassare, nella tutela
di ogni legittimo interesse delle parti. Questa medesima
ricerca della verità vi porta al contempo ad affermare
con forza ciò che vi è di comune, di appartenente alla
medesima natura delle persone, di ogni popolo e di ogni
cultura, e che dev’essere parimenti rispettato. E quando
questi aspetti, distinti e complementari – la diversità
e l’uguaglianza – sono conosciuti e riconosciuti,
allora i problemi possono risolversi ed i dissidi
ricomporsi secondo giustizia, e sono possibili intese
profonde e durevoli, mentre quando uno di essi viene
misconosciuto o non tenuto nel debito conto, è allora che
subentra l’incomprensione, lo scontro, la tentazione
della violenza e della sopraffazione.
Quasi con
evidenza esemplare tali considerazioni mi sembrano
applicabili in quel punto nevralgico della scena mondiale,
che resta la Terra Santa. In essa lo Stato d’Israele
deve poter sussistere pacificamente in conformità alle
norme del diritto internazionale; in essa, parimenti, il
Popolo palestinese deve poter sviluppare serenamente le
proprie istituzioni democratiche per un avvenire libero e
prospero.
Tali
considerazioni assumono più vasta applicazione
nell’odierno contesto mondiale, in cui non a torto si è
ravvisato il pericolo di uno scontro delle civiltà. Il
pericolo è reso più acuto dal terrorismo organizzato,
che si estende ormai a livello planetario. Numerose e
complesse ne sono le cause, non ultime quelle
ideologico-politiche, commiste ad aberranti concezioni
religiose. Il terrorismo non esita a colpire persone
inermi, senza alcuna distinzione, o a porre in essere
ricatti disumani, inducendo nel panico intere popolazioni,
al fine di costringere i responsabili politici ad
assecondare i disegni dei terroristi stessi. Nessuna
circostanza vale a giustificare tale attività criminosa,
che copre di infamia chi la compie, e che è tanto più
deprecabile quando si fa scudo di una religione,
abbassando così la pura verità di Dio alla misura della
propria cecità e perversione morale.
L’impegno
per la verità da parte delle Diplomazie, sia a livello
bilaterale che plurilaterale, può dare un contributo
essenziale, perché le innegabili diversità che
caratterizzano popoli di differenti parti del mondo e le
loro culture possano ricomporsi non solo in una
coesistenza tollerante, ma in un più alto e più ricco
disegno di umanità. In secoli passati gli scambi
culturali tra giudaismo ed ellenismo, tra mondo romano e
mondo germanico e mondo slavo, come anche tra mondo arabo
e mondo europeo, hanno fecondato la cultura e favorito le
scienze e le civiltà. Così oggi dovrebbe essere di
nuovo, ed in maggior misura, essendo di fatto le
possibilità di scambio e di reciproca comprensione assai
più favorevoli. Per questo ciò che oggi si richiede è,
anzitutto, che si tolga ogni ostacolo all’accesso
all’informazione a mezzo della stampa e dei moderni
mezzi informatici, ed, inoltre, che si intensifichino gli
scambi di docenti e di studenti tra le discipline
umanistiche delle università delle diverse regioni
culturali.
Il
secondo enunciato che vorrei proporre suona: l’impegno
per la verità dà fondamento e vigore al diritto di
libertà. La grandezza unica dell’essere umano ha la
sua ultima radice in questo: l’uomo può conoscere la
verità. E l’uomo la vuole conoscere. Ma la verità può
essere raggiunta solo nella libertà. Ciò vale per tutte
le verità, come appare dalla storia delle scienze; ma è
vero in maniera eminente per le verità in cui è in
giuoco l’uomo stesso in quanto tale, le verità dello
spirito: quelle che riguardano il bene ed il male, le
grandi mete e prospettive di vita, il rapporto con Dio.
Perché esse non si possono attingere senza che ne
derivino profondi riflessi sulla conduzione della propria
vita. Ed una volta liberamente fatte proprie, hanno poi
bisogno di spazi di libertà per poter essere vissute
secondo tutte le dimensioni della vita umana.
È qui
che si inserisce naturalmente l’attività di ogni Stato,
così come l’attività diplomatica inter-statale. Negli
odierni sviluppi del diritto internazionale si avverte con
crescente sensibilità che nessun Governo può dispensarsi
dal compito di garantire ai propri cittadini adeguate
condizioni di libertà, senza pregiudicare per ciò stesso
la propria credibilità come interlocutore nelle questioni
internazionali. E ciò è giusto: perché nella tutela dei
diritti inerenti alla persona in quanto tale,
internazionalmente garantiti, non si può non riservare
una valutazione prioritaria allo spazio dato ai diritti di
libertà all’interno dei singoli Stati, sia nella vita
pubblica come in quella privata, sia nei rapporti
economici come in quelli politici, in quelli culturali
come in quelli religiosi.
A questo
proposito vi è ben noto, Signore e Signori Ambasciatori,
come l’attività della diplomazia della Santa Sede sia
per natura sua rivolta a promuovere, tra i vari ambiti in
cui la libertà deve realizzarsi, l’aspetto della libertà
di religione. Purtroppo in alcuni Stati, anche tra quelli
che pure possono vantare tradizioni culturali
plurisecolari, essa, lungi dall’essere garantita, è
anzi gravemente violata, in particolare nei confronti
delle minoranze. In merito vorrei solo ricordare quanto
stabilito con grande chiarezza nella Dichiarazione
Universale dei Diritti dell’Uomo. I diritti fondamentali
dell’uomo sono i medesimi sotto tutte le latitudini; e
tra di essi un posto di primo piano deve essere
riconosciuto al diritto di libertà di religione, perché
riguarda il rapporto umano più importante, il rapporto
con Dio. A tutti i responsabili della vita delle Nazioni
vorrei dire: se non temete la verità, non potete temere
la libertà! La Santa Sede, nel chiedere per la Chiesa
Cattolica, ovunque, condizioni di vera libertà, le chiede
parimenti per tutti.
Vorrei
venire ad un terzo enunciato: l’impegno per la verità
apre la via al perdono ed alla riconciliazione. Alla
necessaria connessione tra l’impegno per la verità e la
pace si solleva un’obiezione: le convinzioni diverse
sulla verità danno luogo a tensioni, ad incomprensioni, a
dispute, tanto più forti quanto più profonde sono le
convinzioni stesse. Nel corso della storia esse hanno dato
luogo anche a violente contrapposizioni, a conflitti
sociali e politici e addirittura a guerre di religione. È
vero, e non lo si può negare; ma ciò è sempre avvenuto
per una serie di cause concomitanti, poco o nulla aventi a
che fare con la verità e la religione, e sempre comunque
perché ci si volle avvalere di mezzi in realtà non
conciliabili con il puro impegno per la verità né con il
rispetto della libertà richiesta dalla verità. Per
quanto poi riguarda specificamente la Chiesa Cattolica, in
quanto anche da parte di suoi membri e di sue istituzioni
sono stati compiuti gravi errori in passato, essa li
condanna, e non ha esitato a chiedere perdono. Lo esige
l’impegno per la verità.
La
richiesta di perdono, e la concessione del perdono,
parimenti dovuta – perché per tutti vale il monito di
Nostro Signore: chi è senza peccato scagli la prima
pietra! (cfr. Gv. 8, 7) – sono elementi
indispensabili per la pace. La memoria ne resta
purificata, il cuore rasserenato, e si fa limpido lo
sguardo su ciò che la verità esige per sviluppare
pensieri di pace. Non posso non ricordare le parole
luminose di Giovanni Paolo II: "Non c’è pace senza
giustizia, non c’è giustizia senza perdono". Io le
ripeto, umilmente e con profondo amore, ai responsabili
delle Nazioni, in particolare di quelle dove più
brucianti sono le ferite fisiche e morali dei conflitti e
più impellente il bisogno di pace. Il pensiero va
spontaneamente alla terra dove è nato Gesù Cristo, il
Principe della Pace, che per tutti ha avuto parole di pace
e di perdono; va al Libano, la cui popolazione deve
ritrovare, anche con il sostegno della solidarietà
internazionale, la sua vocazione storica alla
collaborazione sincera e fruttuosa tra le comunità di
diversa fede; e va a tutto il Medio Oriente, in
particolare all’Iraq, culla di grandi civiltà, in
questi anni quotidianamente funestato da sanguinosi atti
terroristici. Esso va all’Africa, e soprattutto a Paesi
della Regione dei Grandi Laghi, dove ancora si sentono le
tragiche conseguenze delle guerre fratricide degli anni
passati; va alle inermi popolazioni del Darfur, colpite da
esecrabile ferocia, con pericolose ripercussioni
internazionali; va a tante altre terre, in diverse parti
del mondo, che sono teatro di cruenti contese.
Tra i
grandi compiti della diplomazia deve essere sicuramente
annoverato quello di far comprendere a tutte le parti in
conflitto che, se sono amanti della verità, non possono
non riconoscere gli errori – e non solo quelli degli
altri – né possono rifiutare di aprirsi al perdono,
richiesto e concesso. L’impegno per la verità – che
certo sta loro a cuore – li convoca, attraverso il
perdono, alla pace. Il sangue versato non grida vendetta,
ma invoca rispetto della vita, e pace! A questa
fondamentale esigenza dell’umanità possa la Peacebuilding
Commission, recentemente istituita dall’ONU,
rispondere efficacemente con volenterosa cooperazione da
parte di tutti.
Un ultimo
enunciato vorrei proporvi, Signore e Signori Ambasciatori:
l’impegno per la pace apre a nuove speranze. È
quasi una logica conclusione di quanto ho cercato di
illustrare finora. Perché l’uomo è capace di verità!
Lo è sui grandi problemi dell’essere, come sui grandi
problemi dell’agire: nella sfera individuale e nei
rapporti sociali, a livello di un popolo come
dell’umanità intera. La pace, alla quale tale suo
impegno può e deve portarlo, non è solo il silenzio
delle armi; è, ben più, una pace, che favorisce il
formarsi di nuovi dinamismi nei rapporti internazionali,
dinamismi che a loro volta si trasformano in fattori di
mantenimento della pace stessa. Ed essi sono tali solo se
rispondenti alla verità dell’uomo e della sua dignità.
E per questo non si può dire pace, là dove l’uomo non
ha nemmeno l’indispensabile per vivere in dignità.
Penso qui alle turbe sterminate di popolazioni che
soffrono la fame. Non è pace, la loro, anche se non sono
in guerra: della guerra, anzi, esse sono vittime inermi.
Alla mente si affacciano spontaneamente anche le immagini
sconvolgenti dei grandi campi di profughi o di rifugiati -
in diverse parti del mondo - raccolti in condizioni di
fortuna, per scampare a sorte peggiore, ma di tutto
bisognosi. Non sono questi esseri umani nostri fratelli e
sorelle? Non sono i loro bambini venuti al mondo con le
stesse legittime attese di felicità degli altri? Il
pensiero va anche a tutti coloro che condizioni di vita
non degne spingono ad emigrare, lontano dal loro Paese e
dai loro cari, nella speranza di una vita più umana. Né
possiamo dimenticare la piaga del traffico di persone, che
resta una vergogna del nostro tempo.
Di fronte
a queste "emergenze umanitarie", così come ad
altri drammatici problemi dell’uomo, molte persone di
buona volontà, diverse istituzioni internazionali ed
organizzazioni non governative non sono rimaste inerti. Ma
si richiede un accresciuto sforzo congiunto delle
Diplomazie per individuare nella verità, e superare con
coraggio e generosità, gli ostacoli che tuttora si
frappongono a soluzioni efficaci e degne dell’uomo. E
verità vuole che nessuno degli Stati prosperi si
sottragga alle proprie responsabilità ed al dovere di
aiuto, attingendo con maggiore generosità alle proprie
risorse. Sulla base di dati statistici disponibili si può
affermare che meno della metà delle immense somme
globalmente destinate agli armamenti sarebbe più che
sufficiente per togliere stabilmente dall’indigenza lo
sterminato esercito dei poveri. La coscienza umana ne è
interpellata. Alle popolazioni che vivono sotto la soglia
della povertà, più a causa di situazioni dipendenti dai
rapporti internazionali politici, commerciali e culturali,
che non a motivo di circostanze incontrollabili, il nostro
comune impegno nella verità può e deve dare nuova
speranza.
Signore e
Signori Ambasciatori!
Nel
Natale di Cristo la Chiesa vede realizzata la profezia del
Salmista: "misericordia e verità si
incontreranno, giustizia e pace si baceranno; la verità
germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal
cielo" (Sal 84, 11-12). Nel commentare
queste parole ispirate, il grande Padre della Chiesa
Agostino, facendosi interprete della fede di tutta la
Chiesa esclama: «La verità è germogliata dalla terra:
Cristo, che ha detto: Io sono la Verità, è nato dalla
Vergine» (Sermo 185).
È di
questa verità che la Chiesa sempre vive; ma di essa in
particolare si illumina e gioisce in questa fase del suo
anno liturgico. E alla luce di questa verità queste mie
parole vogliono essere di fronte a voi e per voi, che qui
rappresentate la maggior parte delle Nazioni del mondo, al
contempo testimonianza ed augurio: nella
verità, la pace!
In questo
spirito, a tutti il mio augurio più cordiale di buon
anno!
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