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DISCORSO
AL CORPO DIPLOMATICO |
Radio
Vaticana, 11 gennaio 2010
Benedetto
XVI al Corpo diplomatico: la Chiesa è aperta a tutti
perché esiste per gli altri. Difendiamo il creato
dall'egoismo dell'uomo
◊ La
difesa dell’ambiente non è un fatto “estetico” ma
“morale”, ma è prima di tutto l’uomo, in quanto
figlio di Dio, a dover essere tutelato nella sua dignità,
perché è dal rispetto dell’“ecologia umana” che
deriva il rispetto di quella ambientale. Benedetto XVI ha
articolato attorno a questo principio l’importante
discorso rivolto, questa mattina, al Corpo diplomatico
accreditato presso la Santa Sede, ricevuto in Vaticano per
la consueta udienza di inizio anno. Attuali e delicati i
temi affrontati dal Papa: dalla crisi economica al
proliferare delle armi nucleari, dal fenomeno del
terrorismo a quello dell’immigrazione, dalla difesa dei
cristiani perseguitati a quella delle radici cristiane
dell’Europa. Ha rivolto l’indirizzo di omaggio al
Santo Padre, come decano del Corpo diplomatico,
l’ambasciatore dell’Honduras Alejandro Emilio
Valladares Lanza. Il servizio di Alessandro De Carolis:
Valutare cosa gli uomini fanno per la pace nel mondo
osservando in che modo rispettano il loro pianeta. Una
delle punte più recenti del magistero di Benedetto XVI -
custodire la pace, custodendo il creato - è la chiave di
lettura anche del lungo discorso agli ambasciatori dei 178
Stati che attualmente intrattengono relazioni diplomatiche
piene con la Santa Sede: di poche settimane è la ratifica
siglata con la Federazione Russa. La premessa che il Papa
fa al suo discorso è un atto di libertà: il
“Successore di Pietro - ha affermato - mantiene le sue
porte aperte a tutti e con tutti desidera avere relazioni
che contribuiscano al progresso della famiglia umana”,
così come la Chiesa - dice - “è aperta a tutti perché
- in Dio - esiste per gli altri”. Da qui parte il primo
sguardo del Papa al mondo. In cima, come nel 2009, c’è
ancora la crisi economica, ma con una forte correlazione
in primo piano: se la crisi è stata provocata, ripete,
dal materialismo che pensa solo al profitto, questa
“stessa mentalità” oggi “minaccia anche il
creato”. Come prova, Benedetto XVI indica quelle
“profonde ferite” che il sistema ateo del socialismo
est europeo aveva inferto agli uomini e alla natura e che
furono evidenti dopo il crollo del Muro di Berlino:
“Le négation de Dieu...
La negazione di Dio sfigura la libertà della
persona umana, ma devasta anche la creazione! Ne consegue
che la salvaguardia del creato non risponde in primo luogo
ad un’esigenza estetica, ma anzitutto a un’esigenza
morale, perché la natura esprime un disegno di amore e di
verità che ci precede e che viene da Dio”.
Il mondo fatica a trovare un linea comune nel campo
della tutela dell’ambiente. Il Papa rileva le
“resistenze di ordine economico e politico” registrate
al recente Vertice di Copenaghen sul clima e dice di
sperare che un “accordo” possa emergere dai prossimi
appuntamenti di Bonn e Città del Messico. “Ne va -
osserva - del destino stesso di alcune nazioni”, specie
se insulari. E se al clima si aggiungono i fenomeni della
desertificazione o l’esigenza di una "corretta
gestione delle risorse naturali”, ecco che l’Africa
diventa per Benedetto XVI una porzione di pianeta
fortemente emblematica:
“En Afrique, comme ailleurs...
In Africa, come altrove, è necessario adottare
scelte politiche ed economiche che assicurino ‘forme di
produzione agricola e industriale rispettose dell’ordine
della creazione e soddisfacenti per i bisogni primari di
tutti. Come dimenticare, poi, che la lotta per l’accesso
alle risorse naturali è una delle cause di vari
conflitti, tra gli altri in Africa, così come la sorgente
di un rischio permanente in altre situazioni?”.
E
subito, quando il discorso si sposta di poco sui modi di
sfruttamento della terra, Benedetto XVI si riferisce a
quanto avviene in Afghanistan come in America Latina, dove
“purtroppo”, nota:
“...l'agriculture est ancore liée...
L’agricoltura è ancora legata alla produzione di
droga e costituisce una fonte non trascurabile di
occupazione e di sostentamento. Se si vuole la pace,
occorre custodire il creato con la riconversione di tali
attività. Chiedo perciò alla comunità internazionale,
ancora una volta, che non si rassegni al traffico della
droga ed ai gravi problemi morali e sociali che essa
genera”.
E a tale richiesta, il Papa fa seguire un altro dei
molti appelli che costelleranno tutto il suo discorso. In
questo caso, a preoccuparlo “sono le ingenti risorse”
di denaro spese per le armi piuttosto che per i più
poveri:
“J'espère fermament que...
Confido, fermamente, che nella Conferenza di esame
del Trattato di Non-Proliferazione nucleare, in programma
per il maggio prossimo a New York, vengano prese decisioni
efficaci in vista di un progressivo disarmo, che porti a
liberare il pianeta dalle armi nucleari”.
A più riprese, il Pontefice prende spunto da
situazioni specifiche per sollecitare la comunità
internazionale a muoversi con più decisione per risolvere
crisi o conflitti . E’ il caso del Darfur o della
Repubblica democratica del Congo, quando il Papa è
diretto nello stigmatizzare “l’incapacità” di chi
combatte a “sottrarsi alla spirale della violenza” ma
anche, dice, l’“impotenza” di chi dovrebbe mediare
o, peggio, l’“indifferenza quasi rassegnata
dell’opinione pubblica mondiale”. Le armi, poi,
alimentano un’altra piaga che sfigura il pianeta e
provoca tra i suoi abitanti “un diffuso senso di
angoscia”, il terrorismo:
“En
cette circonstance solennelle...
In questa solenne circostanza, desidero rinnovare
l’appello che ho lanciato il 1° gennaio durante la
preghiera dell’Angelus a quanti fanno parte di gruppi
armati di qualsiasi tipo affinché abbandonino la strada
della violenza e aprano il loro cuore alla gioia della
pace”.
A questo punto il Papa, che poco più tardi evocherà
le sofferenze causate a milioni di persone dalle
catastrofi naturali accadute nel 2009 - dai terremoti in
Indonesia e in Abruzzo, alle devastazioni nelle Filippine
e nel sudest asiatico - constata che violenze, disastri e
degrado ambientale “contribuiscono a ingrossare le fila
di quanti abbandonano la propria terra”. Chiedendo per
loro ai governi “solidarietà e lungimiranza”,
Benedetto XVI apre l’appassionato e minuzioso capitolo
in difesa dei cristiani perseguitati:
“En particulier, je voudrais...
In particolare, vorrei menzionare i Cristiani in
Medio Oriente: colpiti in varie maniere, fin
nell’esercizio della loro libertà religiosa, essi
lasciano la terra dei loro padri in cui si è sviluppata
la Chiesa dei primi secoli. E’ per offrire loro un
sostegno e per far loro sentire la vicinanza dei fratelli
nella fede, che ho convocato, per l’autunno prossimo,
l’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi sul Medio
Oriente”.
In modo analogo, chiede “rispetto, sicurezza e libertà”
per i cristiani in Iraq e integrazione per quelli in
Pakistan. E allargando il discorso all’Europa, dove
l’avversario del cristianesimo non è la violenza ma il
relativismo che, asserisce, suscita un “sentimento di
scarsa considerazione e, talvolta, di ostilità”,
Benedetto XVI afferma:
“Il est clair que...
E’ chiaro che, se il relativismo è concepito come
un elemento costitutivo essenziale della democrazia, si
rischia di concepire la laicità unicamente in termini di
esclusione o, meglio, di rifiuto dell’importanza sociale
del fatto religioso. Un tale approccio crea tuttavia
scontro e divisione, ferisce la pace, inquina
l’’ecologia umana’ e, rifiutando, per principio, le
attitudini diverse dalla propria, si trasforma in una
strada senza uscita. Urge, pertanto, definire una laicità
positiva, aperta, che, fondata su una giusta autonomia tra
l’ordine temporale e quello spirituale, favorisca una
sana collaborazione e un senso di responsabilità
condivisa”.
E il Pontefice coglie un attacco al Creato di Dio e
alle sue creature anche in quelle leggi o progetti che,
scandisce, “in nome della lotta contro la
discriminazione, colpiscono il fondamento biologico della
differenza fra i sessi”, come accade in alcuni Stati
europei o del continente americano:
“La liberté ne peut...
La libertà non può essere assoluta, perché
l’Uomo non è Dio, ma immagine di Dio, sua creatura. Per
l’uomo, il cammino da seguire non può quindi essere
l’arbitrio, o il desiderio, ma deve consistere,
piuttosto, nel corrispondere alla struttura voluta dal
Creatore”.
Oltre che rispetto per i cristiani di Terra Santa,
Benedetto XVI torna a implorare l’avvento della pace tra
israeliani e palestinesi, con la possibilità per entrambi
di godere della sicurezza garantita da due Stati, oltre
che rispetto per “il carattere sacro” di Gerusalemme.
E tra tanti scampoli di umanità in cerca di distensione,
il Pontefice indica anche, quasi come segnali di speranza,
i risultati ottenuti da quei Paesi che hanno posto fine a
conflitti o dispute territoriali: Colombia-Ecuador,
Croazia e Slovenia, Armenia e Turchia. Ad essi, Benedetto
XVI fa seguire auspici per Iran, Libano, Honduras.
Sì, riconosce il Papa, “c’è tanta sofferenza
nell’umanità e l’egoismo umano ferisce la creazione
in molteplici modi”. La Chiesa, soggiunge, indica che la
risposta all’anelito di pace universale è Cristo:
“Fixant sur Lui mon regard...
Fissando lo sguardo su di Lui, esorto ogni persona
di buona volontà ad operare con fiducia e generosità per
la dignità e la libertà dell’uomo. Che la luce e la
forza di Gesù ci aiutino a rispettare l’“ecologia
umana”, consapevoli che anche l’ecologia ambientale ne
trarrà beneficio, poiché il libro della natura è uno ed
indivisibile. E’ così che potremo consolidare la pace,
oggi e per le generazioni che verranno”. (applausi)
DISCORSO
DEL PAPA
Eccellenze,
Signore e
Signori,
E’ per
me motivo di grande gioia questo incontro tradizionale
d’inizio d’anno, due settimane dopo la celebrazione
della nascita del Verbo incarnato. Come abbiamo proclamato
nella liturgia: "Nel mistero adorabile del Natale,
Egli, Verbo invisibile, apparve visibilmente nella nostra
carne, e generato prima dei secoli, cominciò ad esistere
nel tempo, per assumere in sé tutto il creato e
sollevarlo dalla sua caduta" (Prefazio II del
Natale). A Natale, quindi, abbiamo contemplato il
mistero di Dio e quello della creazione; mediante
l’annuncio degli angeli ai pastori ci è giunta la buona
novella della salvezza dell’uomo e del rinnovamento
dell’intero universo. Per questa ragione, nel Messaggio
per la Giornata Mondiale della Pace di quest’anno, ho
invitato tutti gli uomini di buona volontà, ai quali gli
angeli hanno promesso giustamente la pace, a custodire il
creato. Ed è in questo stesso spirito che sono lieto di
salutare ciascuno di Voi, in particolare coloro che
sono presenti per la prima volta a questa cerimonia. Vi
ringrazio sentitamente per i voti augurali, di cui si è
fatto interprete il vostro Decano, il Signor Ambasciatore
Alejandro Valladares Lanza, e Vi rinnovo il mio vivo
apprezzamento per la missione che svolgete presso la Santa
Sede. Attraverso di Voi, desidero far giungere il mio
cordiale saluto e augurio di pace e prosperità alle
Autorità e a tutti gli abitanti dei Paesi che Voi
degnamente rappresentate. Il mio pensiero si estende,
anche, a tutte le altre Nazioni della terra: il Successore
di Pietro mantiene le sue porte aperte a tutti e con tutti
desidera avere relazioni che contribuiscano al progresso
della famiglia umana. Da qualche settimana, sono state
stabilite piene relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e
la Federazione Russa: è questo un motivo di profonda
soddisfazione. Allo stesso modo, è stata molto
significativa la visita che mi ha reso recentemente il
Presidente della Repubblica Socialista del Vietnam, Paese
che è caro al mio cuore e nel quale la Chiesa sta
celebrando la sua plurisecolare presenza con un Anno
giubilare. Con tale spirito di apertura, nel corso
del 2009, ho ricevuto numerose personalità politiche,
provenienti da diversi Paesi; ho anche visitato alcuni di
essi e mi propongo in futuro, nella misura del possibile,
di continuare a farlo.
La Chiesa
è aperta a tutti, perché – in Dio - esiste per gli
altri! Pertanto essa partecipa intensamente alle sorti
dell’umanità, che in questo anno appena iniziato,
appare ancora segnata dalla drammatica crisi che ha
colpito l’economia mondiale e ha provocato una grave e
diffusa instabilità sociale. Con l’Enciclica Caritas
in veritate ho invitato ad individuare le radici
profonde di tale situazione: in ultima analisi, esse
risiedono nella mentalità corrente egoistica e
materialistica, dimentica dei limiti propri a ciascuna
creatura. Oggi mi preme sottolineare che questa stessa
mentalità minaccia anche il creato. Ciascuno di noi,
probabilmente, potrebbe citare qualche esempio dei danni
che essa arreca all’ambiente, in ogni parte del mondo.
Ne cito uno, tra i tanti, dalla storia recente
dell’Europa: vent’anni fa, quando cadde il Muro di
Berlino e quando crollarono i regimi materialisti ed atei
che avevano dominato lungo diversi decenni una parte di
questo Continente, non si è potuto avere la misura delle
profonde ferite che un sistema economico privo di
riferimenti fondati sulla verità dell’uomo aveva
inferto, non solo alla dignità e alla libertà delle
persone e dei popoli, ma anche alla natura, con
l’inquinamento del suolo, delle acque e dell’aria? La
negazione di Dio sfigura la libertà della persona umana,
ma devasta anche la creazione! Ne consegue che la
salvaguardia del creato non risponde in primo luogo ad
un’esigenza estetica, ma anzitutto a un’esigenza
morale, perché la natura esprime un disegno di amore e di
verità che ci precede e che viene da Dio.
Pertanto,
condivido la maggiore preoccupazione che causano le
resistenze di ordine economico e politico alla lotta
contro il degrado dell’ambiente. Si tratta di difficoltà
che si sono potute constatare ancora di recente durante la
XV Sessione della Conferenza degli Stati parte alla
Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici,
svoltasi dal 7 al 18 dicembre scorso a Copenaghen. Auspico
che, nell’anno corrente, prima a Bonn e poi a Città del
Messico, sia possibile giungere ad un accordo per
affrontare tale questione in modo efficace. La posta in
gioco è tanto più importante perché ne va del destino
stesso di alcune Nazioni, in particolare, alcuni Stati
insulari.
Occorre,
tuttavia, che tale attenzione e tale impegno per
l’ambiente siano bene inquadrati nell’insieme delle
grandi sfide che si pongono all’umanità. Se, infatti,
si vuole edificare una vera pace, come sarebbe possibile
separare, o addirittura contrapporre la salvaguardia
dell’ambiente a quella della vita umana, compresa
la vita prima della nascita? E’ nel rispetto che la
persona umana nutre per se stessa che si manifesta il suo
senso di responsabilità verso il creato. Perché, come
insegna S. Tommaso d’Aquino, l’uomo rappresenta quanto
c’è di più nobile nell’universo (cfr. Summa
Theologiae, I, q.29, a.3). Inoltre, come ho ricordato
al recente Vertice Mondiale della FAO sulla Sicurezza
alimentare, "la terra può sufficientemente nutrire
tutti i suoi abitanti" (Discorso del 16
novembre 2009, 2), purché l’egoismo non porti alcuni ad
accaparrarsi i beni destinati a tutti!
Vorrei
sottolineare ancora che la salvaguardia della creazione
implica una corretta gestione delle risorse
naturali dei paesi, in primo luogo, di quelli
economicamente svantaggiati. Il mio pensiero va al
Continente africano, che ho avuto la gioia di visitare nel
marzo scorso, recandomi in Camerun ed Angola, ed al quale
sono stati dedicati i lavori della recente Assemblea
Speciale del Sinodo dei Vescovi. I Padri sinodali hanno
segnalato con preoccupazione l’erosione e la
desertificazione di larghe zone di terra coltivabile, a
causa dello sfruttamento sconsiderato e
dell’inquinamento dell’ambiente (cfr. Propositio n.
22). In Africa, come altrove, è necessario adottare
scelte politiche ed economiche che assicurino "forme
di produzione agricola e industriale rispettose
dell’ordine della creazione e soddisfacenti per i
bisogni primari di tutti" (Messaggio per la
Giornata Mondiale della Pace 2010, 10).
Come
dimenticare, poi, che la lotta per l’accesso alle
risorse naturali è una delle cause di vari conflitti, tra
gli altri in Africa, così come la sorgente di un rischio
permanente in altre situazioni? Anche per questa ragione
ripeto con forza che, per coltivare la pace, bisogna
custodire il creato! D’altra parte ci sono ancora vaste
estensioni di terra, per esempio in Afghanistan ed in
alcuni paesi dell’America Latina, dove purtroppo
l’agricoltura è ancora legata alla produzione di droga
e costituisce una fonte non trascurabile di occupazione e
di sostentamento. Se si vuole la pace, occorre custodire
il creato con la riconversione di tali attività. Chiedo
perciò alla comunità internazionale, ancora una volta,
che non si rassegni al traffico della droga ed ai gravi
problemi morali e sociali che essa genera.
Sì,
Signore e Signori, la custodia del creato è un importante
fattore di pace e di giustizia! Fra le tante sfide che
essa lancia, una delle più gravi è quella dell’aumento
delle spese militari, nonché quella del mantenimento o
dello sviluppo degli arsenali nucleari. Ciò assorbe
ingenti risorse, che potrebbero, invece, essere destinate
allo sviluppo dei Popoli, soprattutto di quelli più
poveri. Confido, fermamente, che nella Conferenza di esame
del Trattato di Non-Proliferazione nucleare, in programma
per il maggio prossimo a New York, vengano prese decisioni
efficaci in vista di un progressivo disarmo, che porti a
liberare il pianeta dalle armi nucleari. Più in generale,
deploro che la produzione e l’esportazione di armi
contribuiscano a perpetuare conflitti e violenze, come
quelli nel Darfur, in Somalia e nella Repubblica
Democratica del Congo. All’incapacità delle parti
direttamente coinvolte di sottrarsi alla spirale di
violenza e di dolore generata da questi conflitti, si
aggiunge l’apparente impotenza degli altri Paesi e delle
Organizzazioni internazionali a riportare la pace, senza
contare l’indifferenza quasi rassegnata dell’opinione
pubblica mondiale. Non occorre poi sottolineare come tali
conflitti danneggino e degradino l’ambiente. Come,
infine, non menzionare il terrorismo che mette in pericolo
un così gran numero di vite innocenti e provoca un
diffuso senso di angoscia? In questa solenne circostanza,
desidero rinnovare l’appello che ho lanciato il 1°
gennaio durante la preghiera dell’Angelus a
quanti fanno parte di gruppi armati di qualsiasi tipo
affinché abbandonino la strada della violenza e aprano il
loro cuore alla gioia della pace.
Le gravi
violenze che ho appena evocato, unite ai flagelli della
povertà e della fame, come pure alle catastrofi naturali
ed al degrado ambientale, contribuiscono ad ingrossare le
fila di quanti abbandonano la propria terra. Di fronte a
tale esodo, invito le Autorità civili, che vi sono
coinvolte a diverso titolo, ad agire con giustizia,
solidarietà e lungimiranza. In particolare, vorrei
menzionare i Cristiani in Medio Oriente: colpiti in varie
maniere, fin nell’esercizio della loro libertà
religiosa, essi lasciano la terra dei loro padri in cui si
è sviluppata la Chiesa dei primi secoli. E’ per offrire
loro un sostegno e per far loro sentire la vicinanza dei
fratelli nella fede, che ho convocato, per l’autunno
prossimo, l’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi
sul Medio Oriente.
Signore e
Signori Ambasciatori, quelle che ho tracciato finora sono
soltanto alcune delle dimensioni connesse con la
problematica ambientale. Tuttavia, le radici della
situazione che è sotto gli occhi di tutti, sono di ordine
morale e la questione deve essere affrontata nel quadro di
un grande sforzo educativo, per promuovere un effettivo
cambiamento di mentalità ed instaurare nuovi stili di
vita. Di ciò può e vuole essere partecipe la comunità
dei credenti, ma perché ciò sia possibile, bisogna che
se ne riconosca il ruolo pubblico. Purtroppo, in alcuni
Paesi, soprattutto occidentali, si diffondono,
negli ambienti politici e culturali, come pure nei mezzi
di comunicazione, un sentimento di scarsa considerazione,
e, talvolta, di ostilità, per non dire di disprezzo verso
la religione, in particolare quella cristiana. E’ chiaro
che, se il relativismo è concepito come un elemento
costitutivo essenziale della democrazia, si rischia di
concepire la laicità unicamente in termini di
esclusione o, meglio, di rifiuto dell’importanza sociale
del fatto religioso. Un tale approccio crea tuttavia
scontro e divisione, ferisce la pace, inquina
l’"ecologia umana" e, rifiutando, per
principio, le attitudini diverse dalla propria, si
trasforma in una strada senza uscita. Urge, pertanto,
definire una laicità positiva, aperta, che, fondata su
una giusta autonomia tra l’ordine temporale e quello
spirituale, favorisca una sana collaborazione e un senso
di responsabilità condivisa. In questa prospettiva, io
penso all’Europa, che con l’entrata in vigore del
Trattato di Lisbona ha iniziato una nuova fase del suo
processo di integrazione, che la Santa Sede continuerà a
seguire con rispetto e con benevola attenzione. Nel
rilevare con soddisfazione che il Trattato prevede che
l’Unione Europea mantenga con le Chiese un dialogo
"aperto, trasparente e regolare" (art. 17),
auspico che, nella costruzione del proprio avvenire,
l’Europa sappia sempre attingere alle fonti della
propria identità cristiana. Come ho rimarcato durante il
mio viaggio apostolico del settembre scorso nella
Repubblica Ceca, essa ha un ruolo insostituibile "per
la formazione della coscienza di ogni generazione e per la
promozione di un consenso etico di fondo, al servizio di
ogni persona che chiama questo continente «casa»!"
(Discorso alle autorità civili e al corpo diplomatico,
26 settembre 2009).
Proseguendo
nella nostra riflessione, è necessario rilevare che la
problematica dell’ambiente è complessa. Si potrebbe
dire che è un prisma dalle molte sfaccettature. Le
creature sono differenti le une dalle altre e possono
essere protette, o, al contrario, messe in pericolo, in
modi diversi, come ci mostra l’esperienza quotidiana.
Uno di tali attacchi proviene da leggi o progetti, che, in
nome della lotta contro la discriminazione, colpiscono il
fondamento biologico della differenza fra i sessi. Mi
riferisco, per esempio, ad alcuni Paesi europei o del
Continente americano. "Se togli la libertà, togli la
dignità", come disse S. Colombano (Epist. n.4
ad Attela, in S. Columbani opera, Dublin
1957, p. 34.) Tuttavia, la libertà non può essere
assoluta, perché l’Uomo non è Dio, ma immagine di Dio,
sua creatura. Per l’uomo, il cammino da seguire non può
quindi essere l’arbitrio, o il desiderio, ma deve
consistere, piuttosto, nel corrispondere alla struttura
voluta dal Creatore.
La
salvaguardia della creazione comporta anche altre sfide,
alle quali non si può rispondere che attraverso la
solidarietà internazionale. Penso alle catastrofi
naturali, che durante l’anno scorso hanno seminato
morti, sofferenze e distruzioni nelle Filippine, in
Vietnam, nel Laos, in Cambogia e nell’isola di Taiwan.
Come non ricordare poi l’Indonesia, e, più vicino a
noi, la regione dell’Abruzzo, scosse da devastanti
terremoti? Di fronte a simili eventi non deve venire meno
l’aiuto generoso, perché la vita stessa delle creature
di Dio è in gioco. Ma la salvaguardia della creazione,
oltre che della solidarietà, ha bisogno anche della
concordia e della stabilità degli Stati. Quando insorgono
divergenze ed ostilità fra questi ultimi, per difendere
la pace debbono perseguire con tenacia la via di un
dialogo costruttivo. E’ quanto avvenne venticinque anni
or sono con il Trattato di Pace ed Amicizia fra Argentina
e Cile, che fu raggiunto grazie alla mediazione della Sede
Apostolica. Esso ha portato abbondanti frutti di
collaborazione e prosperità, di cui ha beneficiato, in
qualche modo, l’intera America Latina. In questa stessa
parte del mondo, sono lieto del riavvicinamento intrapreso
da Colombia ed Ecuador, dopo parecchi mesi di tensione. Più
vicino a noi, mi compiaccio dell’intesa conclusa tra
Croazia e Slovenia a proposito dell’arbitrato relativo
alle loro frontiere marittime e terrestri. Mi rallegro,
altresì, dell’accordo tra Armenia e Turchia, in vista
della ripresa delle loro relazioni diplomatiche, ed
auspico che attraverso il dialogo, i rapporti fra tutti i
Paesi del Caucaso meridionale migliorino. Durante il mio
pellegrinaggio in Terra Santa, ho richiamato in modo
pressante Israeliani e Palestinesi a dialogare e a
rispettare i diritti dell’altro. Ancora una volta levo
la mia voce, affinché sia universalmente riconosciuto il
diritto dello Stato di Israele ad esistere e a godere di
pace e sicurezza entro confini internazionalmente
riconosciuti. E che, ugualmente, sia riconosciuto il
diritto del Popolo palestinese ad una patria sovrana e
indipendente, a vivere con dignità e a potersi spostare
liberamente. Mi preme, inoltre, sollecitare il sostegno di
tutti perché siano protetti l’identità e il carattere
sacro di Gerusalemme, la sua eredità culturale e
religiosa, il cui valore è universale. Solo così questa
città unica, santa e tormentata, potrà essere segno e
anticipazione della pace che Dio desidera per l’intera
famiglia umana! Per amore del dialogo e della pace, che
salvaguardano la creazione, esorto i governanti e i
cittadini dell’Iraq ad oltrepassare le divisione, la
tentazione della violenza e l’intolleranza, per
costruire insieme l’avvenire del loro Paese. Anche le
comunità cristiane vogliono dare il loro contributo, ma
perché ciò sia possibile, bisogna che sia loro
assicurato rispetto, sicurezza e libertà. Anche il
Pakistan è stato duramente colpito dalla violenza in
questi ultimi mesi e alcuni episodi hanno preso di mira
direttamente la minoranza cristiana. Domando che si compia
ogni sforzo affinché tali aggressioni non si ripetano e i
cristiani possano sentirsi pienamente integrati nella vita
del loro Paese. Trattando delle violenze contro i
cristiani, non posso non menzionare, peraltro, i
deplorevoli attentati di cui sono state vittime le Comunità
copte egiziane in questi ultimi giorni, proprio quando
stavano celebrando il Natale. Per quanto riguarda
l’Iran, auspico che attraverso il dialogo e la
collaborazione, si raggiungano soluzioni condivise, sia a
livello nazionale che sul piano internazionale. Al Libano,
che ha superato una lunga crisi politica, auguro di
proseguire sempre sulla via della concordia. Confido che
l’Honduras, dopo un periodo di incertezza e
trepidazione, si incammini verso una ritrovata normalità
politica e sociale. E lo stesso mi auguro che si realizzi
in Guinea ed in Madagascar, con l’aiuto effettivo e
disinteressato della comunità internazionale.
Signore e
Signori Ambasciatori, al termine di questo rapido giro
d’orizzonte, che, a motivo della brevità non può
soffermarsi su tutte le situazioni pur meritevoli di
menzione, mi tornano alla mente le parole dell’Apostolo
Paolo, secondo cui "la creazione geme e
soffre" e "anche noi… gemiamo
interiormente" ( Rm 8,22-23). Sì, c’è
tanta sofferenza nell’umanità e l’egoismo umano
ferisce la creazione in molteplici modi. Per questo
l’attesa di salvezza, che tocca tutta quanta la
creazione, è ancor più intensa ed è presente nel cuore
di tutti, credenti e non credenti. La Chiesa indica che la
risposta a tale anelito è il Cristo, il "primogenito
di tutta la creazione, perché in lui furono create tutte
le cose nei cieli e sulla terra" (Col
1,15-16). Fissando lo sguardo su di Lui, esorto ogni
persona di buona volontà ad operare con fiducia e
generosità per la dignità e la libertà dell’uomo. Che
la luce e la forza di Gesù ci aiutino a rispettare
l’"ecologia umana", consapevoli che anche
l’ecologia ambientale ne trarrà beneficio, poiché il
libro della natura è uno ed indivisibile. E’ così che
potremo consolidare la pace, oggi e per le generazioni che
verranno. Buon Anno a tutti!
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