|
INCONTRO
CON IL CORPO DIPLOMATICO |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte,
Radio Vaticana, 7 gennaio 2008
Il Papa
incontra il Corpo diplomatico: appello per la fine dei
conflitti nel mondo e la lotta contro fame e povertà.
Dopo la moratoria sulla pena di morte Benedetto XVI chiede
un dibattito sul carattere sacro della vita umana
Le
crisi in Africa e la violenta instabilità del Medio
Oriente, dalla Palestina al Pakistan, che ieri è tornata
a minacciare anche i cristiani in Iraq. La solidarietà
verso i Paesi devastati dalle catastrofi naturali e una
nuova difesa della radici cristiane europee.
L’aspirazione del mondo alla pace e la necessità che i
Paesi lavorino di concerto per aumentare la sicurezza. La
moratoria sulla pena di morte e l'invito ad un dibattito
pubblico sul carattere sacro della vita. Con un discorso
tradizionalmente allargato sull’attualità del pianeta -
di denuncia dei drammi che lo attraversano e di speranza
per i passi avanti compiuti a varie latitudini - Benedetto
XVI ha accolto questa mattina in udienza gli ambasciatori
dei 176 Stati accreditati presso la Santa Sede, affiancati
dai rappresentanti di altri organismi sovranazionali
facenti parte del Corpo diplomatico, nella consueta
udienza di inizio d’anno, tenutasi nella Sala Regia del
Palazzo Apostolico. La cronaca nel servizio di Alessandro
De Carolis:
Otto cartelle - tra le più attese fra i pronunciamenti
annuali di un Pontefice - per passare in rassegna ciò che
il mondo vive, patisce, costruisce, spera. Otto cartelle
per ammettere con sofferto realismo che, otto anni dopo
l’inizio del Duemila, la “sicurezza e la stabilità
del mondo permangono fragili”. Ma anche per definire -
con echi che rimandano all’enciclica Spe Salvi -
un’“arte della speranza” il lavorio svolto dalla
diplomazia, perché essa, secondo il Papa, “vive della
speranza e cerca di discernerne persino i segnali più
tenui”. Entrato poco dopo le undici fra gli applausi
degli ambasciatori schierati in due file nella Sala Regia
in Vaticano, Benedetto XVI ha dapprima ascoltato in piedi
l’indirizzo di saluto rivoltogli da Giovanni Galassi,
ambasciatore della Repubblica di San Marino e decano del
Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede.
Quindi, per i primi sette paragrafi del suo intervento, ha
“fotografato” la situazione dei vari continenti,
intrecciandola con i suoi appelli, le sua preoccupazioni,
i suoi auspici.
A farsi largo, quasi, con gli strascichi dolorosi della
cronaca internazionale più recente sono stati i fatti in
arrivo dall’Iraq. Dopo le autobomba scagliate ieri
contro alcune chiese di Baghdad e di Mossul, così si è
espresso Benedetto XVI:
"Actuellement, les attentats terroristes, les
menaces et les violences continuent, ..."
“Attualmente gli attentati terroristici, le
minacce e le violenze continuano, in particolare contro la
comunità cristiana, e le notizie giunte ieri confermano
la nostra preoccupazione; è evidente che resta da
tagliare il nodo di alcune questioni politiche. In tale
quadro, una riforma costituzionale appropriata dovrà
salvaguardare i diritti delle minoranze”.
Se gli attentati di ieri richiamano una realtà che, più
avanti, il Papa stigmatizzerà parlando della libertà
religiosa “spesso compromessa” in molte parti del
mondo, la parola “riconciliazione”, declinata nei suoi
vari aspetti, è stata la chiave di lettura di quasi tutte
le osservazioni del Pontefice, ritenuta di “emergenza”
non solo per l’Iraq. Nel complesso scacchiere
mediorientale, Benedetto XVI l’ha invocata, anzitutto e
di nuovo, per il conflitto israelo-palestinese, da poco
riconsiderato alla Conferenza di Annapolis:
"Je fais appel, une fois encore, aux Israeliens
et aux Palestiniens..."
“Faccio appello, ancora una volta, ad Israeliani e
Palestinesi, affinché concentrino le proprie energie per
l'applicazione degli impegni presi in quella occasione e
non fermino il processo felicemente rimesso in moto.
Invito inoltre la comunità internazionale a sostenere
questi due popoli con convinzione e comprensione per le
sofferenze e i timori di entrambi”.
E sempre guardando al Medio e all’Estremo Oriente,
riconciliazione e dialogo il Papa ha chiesto per il
Libano, per il Pakistan “duramente colpito - ha detto -
dalla violenza negli ultimi mesi”. Per l’Afghanistan,
nel quale “alla violenza si aggiungono - ha rilevato -
altri gravi problemi sociali, come la produzione di
droga”. Per lo Sri Lanka e per il Myanmar, perché in
questo caso i contrasti si sciolgano in una stagione di
confronto fondata sul rispetto dei diritti umani.
L’apertura del discorso, tuttavia, è stata dedicata dal
Pontefice all’America Latina. Dieci anni fa, Giovanni
Paolo II si recava a Cuba e quell’evento - che L’Avana
si appresta a celebrare - è stato messo da Benedetto XVI
come leit-motiv di “speranza” per il tutto il
continente, peraltro ricordato dal Papa nelle tragedie
naturali che l’hanno più volte colpito nel 2007: dal
Messico, all’America centrale al Perù.
Il paragrafo sei ha riguardato l’Africa. Forti le
parole con le quali Benedetto XVI ha rammentato la
“profonda sofferenza” del Darfur, nel quale la
speranza appare - ha detto - “quasi vinta dal sinistro
corteo di fame e morte”. Soffermandosi sulle violenze
della Somalia e il processo di pace nella Repubblica
Democratica del Congo, ancora la cronaca più “calda”,
in arrivo dal Kenya, ha spinto il Pontefice a questo
appello:
"...j'invite tous les habitants, en particulier
les responsables politiques, ..."
“Invito tutti gli abitanti, e in particolare i
responsabili politici, a ricercare mediante il dialogo una
soluzione pacifica, fondata sulla giustizia e sulla
fraternità. La Chiesa cattolica non è indifferente ai
gemiti di dolore che si innalzano da queste regioni. Ella
fa proprie le richieste di aiuto dei rifugiati e degli
sfollati, e si impegna per favorire la riconciliazione, la
giustizia e la pace".
L’Africa del 2008 è anche quella dell’Etiopia, che
ricorda il suo terzo millennio cristiano. Un evento al
quale Benedetto XVI ha fatto seguire il suo sguardo
all’Europa, che registra miglioramenti in Kosovo e
chiede attenzione per la crisi di Cipro ma soprattutto
prova a riscrivere i suoi principi comunitari col Trattato
di Lisbona, fra i quali il Papa invoca maggiore rispetto
per l’eredità del Vangelo:
"Cette étape relance le processus de
construction de la "maison Europe"..."
“Tale tappa rilancia il processo di costruzione
della ‘casa Europa’, che ‘sarà per tutti
gradevolmente abitabile solo se verrà costruita su un
solido fondamento culturale e morale di valori comuni che
traiamo dalla nostra storia e dalle nostre tradizioni’ e
se essa non rinnegherà le proprie radici cristiane”.
Alla fine del suo giro d’orizzonte, Benedetto XVI è
passato a riflettere sui valori assoluti della pace, della
libertà e della giustizia:
"...l'ordre et le droit en sont des éléments
qui la garantissent...."
“L'ordine e il diritto ne sono elementi di
garanzia. Ma il diritto può essere una forza di pace
efficace solo se i suoi fondamenti sono solidamente
ancorati nel diritto naturale, dato dal Creatore. È anche
per tale ragione che non si può mai escludere Dio
dall'orizzonte dell'uomo e della storia. Il nome di Dio è
un nome di giustizia; esso rappresenta un appello
pressante alla pace”.
In quest’ottica, il dialogo interculturale e
religioso contribuiscono con forza alla costruzione del
rispetto reciproco e della comprensione, come dimostra il
recente e apprezzato scambio di missive con i 138 leader
musulmani. Tuttavia, ha affermato il Papa:
"Pour etre vrai, ce dialogue doit etre clair,
evitant relativisme et syncrétisme, ..."
“Per esser vero, questo dialogo deve essere
chiaro, evitando relativismi e sincretismi, ma animato da
un sincero rispetto per gli altri e da uno spirito di
riconciliazione e di fraternità”.
La Chiesa, ha proseguito Benedetto XVI, non dimentica
mai che qualsiasi valore o diritto ha per centro l’uomo
e la sua inviolabile dignità. E dunque la sacralità
della sua vita, troppo spesso ancora - ha deplorato il
Pontefice - oggetto di “attacchi” prima e dopo la
nascita:
"Je voudrais rappeler, avec tant de chercheurs
et de scientifiques, ..."
“Vorrei richiamare, insieme con tanti ricercatori
e scienziati, che le nuove frontiere della bioetica non
impongono una scelta fra la scienza e la morale, ma che
esigono piuttosto un uso morale della scienza. D'altra
parte (…) mi rallegro che lo scorso 18 dicembre
l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite abbia adottato
una risoluzione chiamando gli Stati ad istituire una
moratoria sull'applicazione della pena di morte ed io
faccio voti che tale iniziativa stimoli il dibattito
pubblico sul carattere sacro della vita umana”.
E invocando, come sempre in queste circostanze, tutele
per “l'integrità della famiglia, fondata sul
matrimonio”, il Papa ha esortato i Paesi ricchi ad
aiutare quelli meno abbienti nell’accesso alle risorse
naturali e soprattutto ha invitato a uno “sforzo
congiunto” in materia di sicurezza. Sforzo, ha
soggiunto, che impedirebbe “l'accesso dei terroristi
alle armi di distruzione di massa” e che
“rinforzerebbe, senza alcun dubbio, il regime di non
proliferazione nucleare e lo renderebbe più efficace”.
E se poco prima, Benedetto XVI aveva chiesto un impegno
diplomatico “senza sosta” per dirimere la vertenza sul
nucleare iraniano, qui il Papa ha salutato con piacere
l'accordo per lo smantellamento del programma di armamento
nucleare in Corea del Nord: “Incoraggio - ha asserito -
l'adozione di misure appropriate per la riduzione degli
armamenti di tipo classico, e per affrontare il problema
umanitario posto dalle munizioni a grappolo”.
Il pensiero conclusivo è stato per la diplomazia,
“arte della speranza”, che non si stanca di ricercare
anche le più labili possibilità di dialogo:
"La diplomatie doit donner de l'espérance. La
celebration de Noël vient chaque..."
“La diplomazia deve dare speranza. La celebrazione
del Natale viene ogni anno a ricordarci che, quando Dio si
è fatto piccolo bambino, la Speranza è venuta ad abitare
nel mondo, al cuore della famiglia umana. Questa certezza
diventa oggi preghiera: che Dio apra il cuore di quanti
governano la famiglia dei popoli alla Speranza che mai
delude”.
DISCORSO
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
Venerdì, 7 gennaio 2008
Eccellenze,
Signore e
Signori!
1. Saluto
cordialmente il vostro decano, l'Ambasciatore Giovanni
Galassi, e lo ringrazio per le amabili parole che mi ha
rivolto a nome del Corpo diplomatico accreditato. A
ciascuno di voi va un saluto deferente, in particolare a
coloro che partecipano per la prima volta a questo
incontro. Attraverso di voi, esprimo i miei fervidi voti
ai popoli e ai governi da voi rappresentati con dignità e
competenza. Un lutto ha colpito la vostra comunità alcune
settimane fa: l'Ambasciatore di Francia, il Signor Bernard
Kessedjian, ha terminato il suo pellegrinaggio terreno;
che il Signore lo accolga nella sua pace! Parimenti oggi
un pensiero speciale va alle nazioni che ancora non
intrattengono relazioni diplomatiche con la Santa Sede:
anch'esse hanno un posto nel cuore del Papa. La Chiesa è
profondamente convinta che l'umanità costituisca una
famiglia, come ho voluto sottolineare nel Messaggio per la
celebrazione della Giornata mondiale della Pace di quest'anno.
2. In uno
spirito di famiglia, sono state allacciate le relazioni
diplomatiche con gli Emirati Arabi Uniti e che si sono
compiute visite a Paesi che mi sono molto cari.
L'accoglienza calorosa dei Brasiliani vibra ancora nel mio
cuore! In questo Paese, ho avuto la gioia di incontrare i
rappresentanti della grande famiglia della Chiesa
nell'America Latina e dei Caraibi, riuniti ad Aparecida
per la Quinta Conferenza generale del CELAM. Nell'ambito
economico e sociale, ho potuto raccogliere dei segni
eloquenti di speranza per quel Continente, ma al tempo
stesso motivi di preoccupazione. Come non augurarsi
un'accresciuta cooperazione fra i popoli dell'America
Latina e, in ciascuno dei Paesi che la compongono,
l'abbandono delle tensioni interne, affinché possano
convergere sui grandi valori ispirati dal Vangelo?
Desidero ricordare Cuba, che si appresta a celebrare il
decimo anniversario della visita del mio venerato
Predecessore. Il Papa Giovanni Paolo II fu ricevuto con
affetto dalle Autorità e dalla popolazione ed egli
incoraggiò tutti i Cubani a collaborare per un avvenire
migliore. Mi sia permesso di riprendere questo messaggio
di speranza, che nulla ha perduto della sua attualità.
3. Il mio
pensiero e la mia preghiera si sono rivolti soprattutto
verso le popolazioni colpite da spaventose catastrofi
naturali. Penso agli uragani e alle inondazioni che hanno
devastato certe regioni del Messico e dell'America
Centrale, come pure dei Paesi dell'Africa e dell'Asia, in
particolare il Bangladesh, e una parte dell'Oceania;
occorre ricordare inoltre i grandi incendi. Il Cardinale
Segretario di Stato, che si è recato in Perù alla fine
agosto, mi ha dato una testimonianza diretta delle
distruzioni e delle desolazioni provocate dal terribili
terremoto, ma anche del coraggio e della fede delle
popolazioni colpite. Di fronte ad avvenimenti tragici di
questo genere, occorre un impegno comune e forte. Come ho
scritto nell'Enciclica sulla speranza, "la misura
dell'umanità si determina essenzialmente nel rapporto con
la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo
come per la società" (Spe salvi, n. 38).
4. La
preoccupazione della comunità internazionale continua ad
essere viva per il Medio Oriente. Sono lieto che la
Conferenza di Annapolis abbia manifestato segni sulla via
dell'abbandono del ricorso a soluzioni parziali o
unilaterali a favore di un approccio globale, rispettoso
dei diritti e degli interessi dei popoli della regione.
Faccio appello, ancora una volta, ad Israeliani e
Palestinesi, affinché concentrino le proprie energie per
l'applicazione degli impegni presi in quella occasione e
non fermino il processo felicemente rimesso in moto.
Invito inoltre la comunità internazionale a sostenere
questi due popoli con convinzione e comprensione per le
sofferenze e i timori di entrambi. Come non essere vicini
al Libano, nelle prove e violenze che continuano a
scuotere questo caro Paese? Formulo voti che i Libanesi
possano decidere liberamente del loro futuro e chiedo al
Signore di illuminarli, a cominciare dai responsabili
della vita pubblica affinché, mettendo da parte gli
interessi particolari, siano pronti ad impegnarsi sul
cammino del dialogo e della riconciliazione. Solo in
questa maniera il Paese potrà progredire nella stabilità
ed essere nuovamente un esempio di convivialità fra le
comunità. Anche in Iraq la riconciliazione è una
urgenza! Attualmente gli attentati terroristici, le
minacce e le violenze continuano, in particolare contro la
comunità cristiana, e le notizie giunte ieri confermano
la nostra preoccupazione; è evidente che resta da
tagliare il nodo di alcune questioni politiche. In tale
quadro, una riforma costituzionale appropriata dovrà
salvaguardare il diritti delle minoranze. Sono necessari
importanti aiuti umanitari per le popolazioni toccate
dalla guerra; penso particolarmente agli sfollati
all'interno del Paese e ai rifugiati all'estero, fra i
quali si trovano numerosi cristiani. Invito la comunità
internazionale a mostrarsi generosa verso di loro e verso
i Paesi dove trovano rifugio, le capacità di accoglienza
dei quali sono messi a dura prova. Desidero anche
esprimere il mio incoraggiamento affinché si continui a
perseguire senza sosta la via della diplomazia per
risolvere la questione del programma nucleare iraniano,
negoziando in buona fede, adottando misure destinate ad
aumentare la trasparenza e la confidenza reciproca, e
tenendo sempre conto degli autentici bisogni dei popoli e
del bene comune della famiglia umana.
5.
Allargando il nostro sguardo all'intero continente
asiatico, vorrei attirare la vostra attenzione sua qualche
altra situazione di crisi. Sul Pakistan, in primo luogo,
che è stato duramente colpito dalla violenza negli ultimi
mesi. Mi auguro che tutte le forze politiche e sociali si
impegnino nella costruzione di una società pacifica, che
rispetti i diritti di tutti. In Afghanistan alla violenza
si aggiungono altri gravi problemi sociali, come la
produzione di droga; è necessario offrire ancor più
sostegni agli sforzi di sviluppo e si dovrebbe operare
ancor più intensamente per edificare un avvenire sereno.
Nello Sri Lanka non è più possibile rinviare a un dopo
degli sforzi decisivi per dar rimedio alle immense
sofferenze causate dal conflitto in corso. E io chiedo al
Signore che in Myanmar, con il sostegno della comunità
internazionale, si apra una stagione di dialogo fra il
governo e l'opposizione, che assicuri un vero rispetto di
tutti i diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali.
6.
Rivolgendomi ora all'Africa, vorrei in primo luogo
manifestare nuovamente la mia profonda sofferenza nel
constatare come la speranza appaia quasi vinta dal
sinistro corteo di fame e di morte che continua nel Darfur.
Auspico di vero cuore che l'operazione congiunta delle
Nazioni Unite e dell'Unione Africana, la cui missione è
appena iniziata, porti aiuto e conforto alle popolazioni
provate. Il processo di pace nella Repubblica Democratica
del Congo si scontra con forti resistenze presso i Grandi
Laghi, soprattutto nelle regioni orientali, e la Somalia,
in particolare a Mogadiscio, continua ad essere afflitta
da violenze e dalla povertà. Faccio appello alle parti in
conflitto perché cessino le operazioni militari, che sia
facilitato il passaggio degli aiuti umanitari e che i
civili siano rispettati. Il Kenya in questi ultimi giorni
ha conosciuto una brusca esplosione di violenza.
Associandomi all'appello lanciato dai Vescovi il 2
gennaio, invito tutti gli abitanti, e in particolare i
responsabili politici, a ricercare mediante il dialogo una
soluzione pacifica, fondata sulla giustizia e sulla
fraternità. La Chiesa cattolica non è indifferente ai
gemiti di dolore che si innalzano da queste regioni. Ella
fa proprie le richieste di aiuto dei rifugiati e degli
sfollati, e si impegna per favorire la riconciliazione, la
giustizia e la pace. Quest'anno l'Etiopia festeggia
l'entrata nel terzo millennio cristiano e sono sicuro che
le celebrazioni organizzate per questo evento
contribuiranno anche a ricordare l'opera immensa, sociale
ed apostolica, adempiuta dai cristiani in Africa.
7.
Terminando con l'Europa, mi compiaccio per i progressi
compiuti nei diversi Paesi della regione dei Balcani ed
esprimo ancora una volta l'augurio che lo statuto
definitivo del Kosovo prenda in considerazione le
legittime rivendicazioni delle parti in causa e garantisca
sicurezza e rispetto dei loro diritti a quanti abitano
questa terra, perché si allontani definitivamente lo
spettro del confronto violento e sia rafforzata la
stabilità europea. Vorrei citare ugualmente Cipro, nel
ricordo gioioso della visita di Sua Beatitudine
l'Arcivescovo Crisostomo II, nello scorso mese di giugno.
Esprimo l'augurio che, nel contesto dell'Unione Europea,
non si risparmi alcuno sforzo per trovare soluzione ad una
crisi che dura da troppo tempo. Lo scorso mese di
settembre ho compiuto una visita in Austria, che ha voluto
sottolineare anche il contributo essenziale che la Chiesa
cattolica può e vuole dare all'unificazione dell'Europa.
E a proposito di Europa, vorrei assicurarvi che seguo con
attenzione il periodo che si apre con la firma del
"Trattato di Lisbona". Tale tappa rilancia il
processo di costruzione della "casa Europa", che
"sarà per tutti gradevolmente abitabile solo se verrà
costruita su un solido fondamento culturale e morale di
valori comuni che traiamo dalla nostra storia e dalle
nostre tradizioni" (Incontro con le Autorità e il
Corpo Diplomatico, Vienna, 7 settembre 2007) e se essa
non rinnegherà le proprie radici cristiane.
8. Da
questo rapido giro d'orizzonte appare chiaramente che la
sicurezza e la stabilità del mondo permangono fragili. I
fattori di preoccupazione sono diversi, testimoniano tutti
che la libertà umana non è assoluta, bensì che si
tratta di un bene condiviso e la cui responsabilità
incombe su tutti. Di conseguenza, l'ordine e il diritto ne
sono elementi di garanzia. Ma il diritto può essere una
forza di pace efficace solo se i suoi fondamenti sono
solidamente ancorati nel diritto naturale, dato dal
Creatore. È anche per tale ragione che non si può mai
escludere Dio dall'orizzonte dell'uomo e della storia. Il
nome di Dio è un nome di giustizia; esso rappresenta un
appello pressante alla pace.
9. Questa
presa di coscienza potrebbe aiutare, fra l'altro, a
orientare le iniziative di dialogo interculturale e
interreligioso. Tali iniziative sono sempre più numerose
e possono stimolare la collaborazione su temi di interesse
reciproco, come la dignità della persona umana, la
ricerca del bene comune, la costruzione della pace e lo
sviluppo. A tale proposito, la Santa Sede ha voluto dare
un rilievo particolare alla propria partecipazione al
dialogo ad alto livello sulla comprensione fra le
religioni e le culture e la cooperazione per la pace, nel
quadro della 62ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite
(4-5 ottobre 2007). Per esser vero, questo dialogo deve
essere chiaro, evitando relativismi e sincretismi, ma
animato da un sincero rispetto per gli altri e da uno
spirito di riconciliazione e di fraternità. La Chiesa
cattolica vi è profondamente impegnata e mi piace evocare
nuovamente la lettera indirizzatami, lo scorso 13 ottobre,
da 138 personalità musulmane e rinnovare la mia
gratitudine per i nobili sentimenti che vi sono espressi.
10.
Giustamente la nostra società ha incastonato la grandezza
e la dignità della persona umana in diverse dichiarazioni
dei diritti, formulate a partire dalla Dichiarazione
Universale dei Diritti dell'Uomo, adottata giusto sessant'anni
fa. Questo atto solenne è stato, secondo l'espressione di
Papa Paolo VI, uno dei più grandi titoli di gloria delle
Nazioni Unite. In tutti i continenti la Chiesa cattolica
si impegna affinché i diritti dell'uomo siano non
solamente proclamati, ma applicati. Bisogna augurarsi che
gli organismi, creati per la difesa e la promozione dei
diritti dell'uomo, consacrino tutte le proprie energie a
tale scopo e, in particolare, che il Consiglio dei Diritti
dell'Uomo sappia rispondere alle attese suscitate per la
sua creazione.
11. La
Santa Sede, per parte sua, non si stancherà di
riaffermare tali principi e tali diritti fondati su ciò
che è permanente ed essenziale alla persona umana. È un
servizio che la Chiesa desidera rendere alla vera dignità
dell'uomo, creato ad immagine di Dio. E partendo
precisamente da queste considerazioni non posso non
deplorare ancora una volta gli attacchi continui
perpetrati in tutti i Continenti contro la vita umana.
Vorrei richiamare, insieme con tanti ricercatori e
scienziati, che le nuove frontiere della bioetica non
impongono una scelta fra la scienza e la morale, ma che
esigono piuttosto un uso morale della scienza. D'altra
parte, ricordando l'appello del Papa Giovanni Paolo II in
occasione del Grande Giubileo dell'Anno 2000, mi rallegro
che lo scorso 18 dicembre l'Assemblea Generale delle
Nazioni Unite abbia adottato una risoluzione chiamando gli
Stati ad istituire una moratoria sull'applicazione della
pena di morte ed io faccio voti che tale iniziativa
stimoli il dibattito pubblico sul carattere sacro della
vita umana. Mi rammarico ancora una volta per i
preoccupanti attacchi all'integrità della famiglia,
fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna. I
responsabili della politica di qualsiasi parte essi siano
dovrebbero difendere questa istituzione, cellula base
della società. Che dire di più! Anche la libertà
religiosa, esigenza inalienabile della dignità di ogni
uomo e pietra angolare nell'edificio dei diritti
umani" (Messaggio per la celebrazione della
Giornata Mondiale della Pace 1988, preambolo), è
spesso compromessa. Effettivamente, vi sono molti luoghi
nei quali essa non può esercitarsi pienamente. La Santa
Sede la difende e ne domanda il rispetto per tutti. Essa
è preoccupata per le discriminazioni contro i cristiani e
contro i seguaci di altre religioni.
12. La
pace non può essere una semplice parola o un'aspirazione
illusoria. La pace è un impegno e un modo di vita che
esige che si soddisfino le legittime attese di tutti, come
l'accesso al cibo, all'acqua e all'energia, alla medicina
e alla tecnologia, come pure il controllo dei cambiamenti
climatici. Solo così si può costruire l'avvenire
dell'umanità; soltanto così si favorisce lo sviluppo
integrale per oggi e per domani. Forgiando un'espressione
particolarmente felice, il Papa Paolo VI sottolineava 40
anni fa, nell'enciclica Populorum progressio, che
"lo sviluppo è il nuovo nome della pace". Per
tale ragione, per consolidare la pace occorre che i
risultati macroeconomici positivi, ottenuti da numerosi
Paesi in via di sviluppo nel 2007, siano sostenuti da
politiche sociali efficaci, e con la posa in opera di
impegni di assistenza da parte dei Paesi ricchi.
13.
Infine, vorrei esortare la Comunità internazionale ad un
impegno globale a favore della sicurezza. Uno sforzo
congiunto da parte degli Stati per applicare tutti gli
obblighi sottoscritti e per impedire l'accesso dei
terroristi alle armi di distruzione di massa
rinforzerebbe, senza alcun dubbio, il regime di non
proliferazione nucleare e lo renderebbe più efficace.
Saluto l'accordo concluso per lo smantellamento del
programma di armamento nucleare in Corea del Nord ed
incoraggio l'adozione di misure appropriate per la
riduzione degli armamenti di tipo classico, e per
affrontare il problema umanitario posto dalle munizioni a
grappolo.
Signore e
Signori Ambasciatori!
14. La
diplomazia e, in un certo modo, l'arte della speranza.
Essa vive della speranza e cerca di discernerne persino i
segni più tenui. La diplomazia deve dare speranza. La
celebrazione del Natale viene ogni anno a ricordarci che,
quando Dio si è fatto piccolo bambino, la Speranza è
venuta ad abitare nel mondo, al cuore della famiglia
umana. Questa certezza diventa oggi preghiera: che Dio
apra il cuore di quanti governano la famiglia dei popoli
alla Speranza che mai delude! Animato da tali sentimenti,
rivolgo a ciascuno di voi i miei migliori auguri, affinché
anche voi, i vostri collaboratori e i popoli da voi
rappresentati siano illuminati dalla Grazia e dalla Pace
che ci vengono dal Bambino di Betlemme.
©
Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana
|
|