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 INCONTRO CON IL CORPO DIPLOMATICO

Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana

Fonte, Radio Vaticana, 7 gennaio 2008

Il Papa incontra il Corpo diplomatico: appello per la fine dei conflitti nel mondo e la lotta contro fame e povertà. Dopo la moratoria sulla pena di morte Benedetto XVI chiede un dibattito sul carattere sacro della vita umana

Le crisi in Africa e la violenta instabilità del Medio Oriente, dalla Palestina al Pakistan, che ieri è tornata a minacciare anche i cristiani in Iraq. La solidarietà verso i Paesi devastati dalle catastrofi naturali e una nuova difesa della radici cristiane europee. L’aspirazione del mondo alla pace e la necessità che i Paesi lavorino di concerto per aumentare la sicurezza. La moratoria sulla pena di morte e l'invito ad un dibattito pubblico sul carattere sacro della vita. Con un discorso tradizionalmente allargato sull’attualità del pianeta - di denuncia dei drammi che lo attraversano e di speranza per i passi avanti compiuti a varie latitudini - Benedetto XVI ha accolto questa mattina in udienza gli ambasciatori dei 176 Stati accreditati presso la Santa Sede, affiancati dai rappresentanti di altri organismi sovranazionali facenti parte del Corpo diplomatico, nella consueta udienza di inizio d’anno, tenutasi nella Sala Regia del Palazzo Apostolico. La cronaca nel servizio di Alessandro De Carolis:

Otto cartelle - tra le più attese fra i pronunciamenti annuali di un Pontefice - per passare in rassegna ciò che il mondo vive, patisce, costruisce, spera. Otto cartelle per ammettere con sofferto realismo che, otto anni dopo l’inizio del Duemila, la “sicurezza e la stabilità del mondo permangono fragili”. Ma anche per definire - con echi che rimandano all’enciclica Spe Salvi - un’“arte della speranza” il lavorio svolto dalla diplomazia, perché essa, secondo il Papa, “vive della speranza e cerca di discernerne persino i segnali più tenui”. Entrato poco dopo le undici fra gli applausi degli ambasciatori schierati in due file nella Sala Regia in Vaticano, Benedetto XVI ha dapprima ascoltato in piedi l’indirizzo di saluto rivoltogli da Giovanni Galassi, ambasciatore della Repubblica di San Marino e decano del Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Quindi, per i primi sette paragrafi del suo intervento, ha “fotografato” la situazione dei vari continenti, intrecciandola con i suoi appelli, le sua preoccupazioni, i suoi auspici.
 
A farsi largo, quasi, con gli strascichi dolorosi della cronaca internazionale più recente sono stati i fatti in arrivo dall’Iraq. Dopo le autobomba scagliate ieri contro alcune chiese di Baghdad e di Mossul, così si è espresso Benedetto XVI:
 
"Actuellement, les attentats terroristes, les menaces et les violences continuent, ..."
 
“Attualmente gli attentati terroristici, le minacce e le violenze continuano, in particolare contro la comunità cristiana, e le notizie giunte ieri confermano la nostra preoccupazione; è evidente che resta da tagliare il nodo di alcune questioni politiche. In tale quadro, una riforma costituzionale appropriata dovrà salvaguardare i diritti delle minoranze”.
 
Se gli attentati di ieri richiamano una realtà che, più avanti, il Papa stigmatizzerà parlando della libertà religiosa “spesso compromessa” in molte parti del mondo, la parola “riconciliazione”, declinata nei suoi vari aspetti, è stata la chiave di lettura di quasi tutte le osservazioni del Pontefice, ritenuta di “emergenza” non solo per l’Iraq. Nel complesso scacchiere mediorientale, Benedetto XVI l’ha invocata, anzitutto e di nuovo, per il conflitto israelo-palestinese, da poco riconsiderato alla Conferenza di Annapolis:
 
"Je fais appel, une fois encore, aux Israeliens et aux Palestiniens..."
 
“Faccio appello, ancora una volta, ad Israeliani e Palestinesi, affinché concentrino le proprie energie per l'applicazione degli impegni presi in quella occasione e non fermino il processo felicemente rimesso in moto. Invito inoltre la comunità internazionale a sostenere questi due popoli con convinzione e comprensione per le sofferenze e i timori di entrambi”.

 
E sempre guardando al Medio e all’Estremo Oriente, riconciliazione e dialogo il Papa ha chiesto per il Libano, per il Pakistan “duramente colpito - ha detto - dalla violenza negli ultimi mesi”. Per l’Afghanistan, nel quale “alla violenza si aggiungono - ha rilevato - altri gravi problemi sociali, come la produzione di droga”. Per lo Sri Lanka e per il Myanmar, perché in questo caso i contrasti si sciolgano in una stagione di confronto fondata sul rispetto dei diritti umani. L’apertura del discorso, tuttavia, è stata dedicata dal Pontefice all’America Latina. Dieci anni fa, Giovanni Paolo II si recava a Cuba e quell’evento - che L’Avana si appresta a celebrare - è stato messo da Benedetto XVI come leit-motiv di “speranza” per il tutto il continente, peraltro ricordato dal Papa nelle tragedie naturali che l’hanno più volte colpito nel 2007: dal Messico, all’America centrale al Perù.

 
Il paragrafo sei ha riguardato l’Africa. Forti le parole con le quali Benedetto XVI ha rammentato la “profonda sofferenza” del Darfur, nel quale la speranza appare - ha detto - “quasi vinta dal sinistro corteo di fame e morte”. Soffermandosi sulle violenze della Somalia e il processo di pace nella Repubblica Democratica del Congo, ancora la cronaca più “calda”, in arrivo dal Kenya, ha spinto il Pontefice a questo appello:
 
"...j'invite tous les habitants, en particulier les responsables politiques, ..."
 
“Invito tutti gli abitanti, e in particolare i responsabili politici, a ricercare mediante il dialogo una soluzione pacifica, fondata sulla giustizia e sulla fraternità. La Chiesa cattolica non è indifferente ai gemiti di dolore che si innalzano da queste regioni. Ella fa proprie le richieste di aiuto dei rifugiati e degli sfollati, e si impegna per favorire la riconciliazione, la giustizia e la pace".
 
L’Africa del 2008 è anche quella dell’Etiopia, che ricorda il suo terzo millennio cristiano. Un evento al quale Benedetto XVI ha fatto seguire il suo sguardo all’Europa, che registra miglioramenti in Kosovo e chiede attenzione per la crisi di Cipro ma soprattutto prova a riscrivere i suoi principi comunitari col Trattato di Lisbona, fra i quali il Papa invoca maggiore rispetto per l’eredità del Vangelo:
 
"Cette étape relance le processus de construction de la "maison Europe"..."
 
“Tale tappa rilancia il processo di costruzione della ‘casa Europa’, che ‘sarà per tutti gradevolmente abitabile solo se verrà costruita su un solido fondamento culturale e morale di valori comuni che traiamo dalla nostra storia e dalle nostre tradizioni’ e se essa non rinnegherà le proprie radici cristiane”.
 
Alla fine del suo giro d’orizzonte, Benedetto XVI è passato a riflettere sui valori assoluti della pace, della libertà e della giustizia:
 
"...l'ordre et le droit en sont des éléments qui la garantissent...."
 
“L'ordine e il diritto ne sono elementi di garanzia. Ma il diritto può essere una forza di pace efficace solo se i suoi fondamenti sono solidamente ancorati nel diritto naturale, dato dal Creatore. È anche per tale ragione che non si può mai escludere Dio dall'orizzonte dell'uomo e della storia. Il nome di Dio è un nome di giustizia; esso rappresenta un appello pressante alla pace”.
 
In quest’ottica, il dialogo interculturale e religioso contribuiscono con forza alla costruzione del rispetto reciproco e della comprensione, come dimostra il recente e apprezzato scambio di missive con i 138 leader musulmani. Tuttavia, ha affermato il Papa:
 
"Pour etre vrai, ce dialogue doit etre clair, evitant relativisme et syncrétisme, ..."

 
“Per esser vero, questo dialogo deve essere chiaro, evitando relativismi e sincretismi, ma animato da un sincero rispetto per gli altri e da uno spirito di riconciliazione e di fraternità”.
 
La Chiesa, ha proseguito Benedetto XVI, non dimentica mai che qualsiasi valore o diritto ha per centro l’uomo e la sua inviolabile dignità. E dunque la sacralità della sua vita, troppo spesso ancora - ha deplorato il Pontefice - oggetto di “attacchi” prima e dopo la nascita:
 
"Je voudrais rappeler, avec tant de chercheurs et de scientifiques, ..."
 
“Vorrei richiamare, insieme con tanti ricercatori e scienziati, che le nuove frontiere della bioetica non impongono una scelta fra la scienza e la morale, ma che esigono piuttosto un uso morale della scienza. D'altra parte (…) mi rallegro che lo scorso 18 dicembre l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite abbia adottato una risoluzione chiamando gli Stati ad istituire una moratoria sull'applicazione della pena di morte ed io faccio voti che tale iniziativa stimoli il dibattito pubblico sul carattere sacro della vita umana”.
 
E invocando, come sempre in queste circostanze, tutele per “l'integrità della famiglia, fondata sul matrimonio”, il Papa ha esortato i Paesi ricchi ad aiutare quelli meno abbienti nell’accesso alle risorse naturali e soprattutto ha invitato a uno “sforzo congiunto” in materia di sicurezza. Sforzo, ha soggiunto, che impedirebbe “l'accesso dei terroristi alle armi di distruzione di massa” e che “rinforzerebbe, senza alcun dubbio, il regime di non proliferazione nucleare e lo renderebbe più efficace”. E se poco prima, Benedetto XVI aveva chiesto un impegno diplomatico “senza sosta” per dirimere la vertenza sul nucleare iraniano, qui il Papa ha salutato con piacere l'accordo per lo smantellamento del programma di armamento nucleare in Corea del Nord: “Incoraggio - ha asserito - l'adozione di misure appropriate per la riduzione degli armamenti di tipo classico, e per affrontare il problema umanitario posto dalle munizioni a grappolo”.
 
Il pensiero conclusivo è stato per la diplomazia, “arte della speranza”, che non si stanca di ricercare anche le più labili possibilità di dialogo:
 
"La diplomatie doit donner de l'espérance. La celebration de Noël vient chaque..."
 
“La diplomazia deve dare speranza. La celebrazione del Natale viene ogni anno a ricordarci che, quando Dio si è fatto piccolo bambino, la Speranza è venuta ad abitare nel mondo, al cuore della famiglia umana. Questa certezza diventa oggi preghiera: che Dio apra il cuore di quanti governano la famiglia dei popoli alla Speranza che mai delude”.



DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Venerdì, 7 gennaio 2008 

Eccellenze,

Signore e Signori!

1. Saluto cordialmente il vostro decano, l'Ambasciatore Giovanni Galassi, e lo ringrazio per le amabili parole che mi ha rivolto a nome del Corpo diplomatico accreditato. A ciascuno di voi va un saluto deferente, in particolare a coloro che partecipano per la prima volta a questo incontro. Attraverso di voi, esprimo i miei fervidi voti ai popoli e ai governi da voi rappresentati con dignità e competenza. Un lutto ha colpito la vostra comunità alcune settimane fa: l'Ambasciatore di Francia, il Signor Bernard Kessedjian, ha terminato il suo pellegrinaggio terreno; che il Signore lo accolga nella sua pace! Parimenti oggi un pensiero speciale va alle nazioni che ancora non intrattengono relazioni diplomatiche con la Santa Sede: anch'esse hanno un posto nel cuore del Papa. La Chiesa è profondamente convinta che l'umanità costituisca una famiglia, come ho voluto sottolineare nel Messaggio per la celebrazione della Giornata mondiale della Pace di quest'anno.

2. In uno spirito di famiglia, sono state allacciate le relazioni diplomatiche con gli Emirati Arabi Uniti e che si sono compiute visite a Paesi che mi sono molto cari. L'accoglienza calorosa dei Brasiliani vibra ancora nel mio cuore! In questo Paese, ho avuto la gioia di incontrare i rappresentanti della grande famiglia della Chiesa nell'America Latina e dei Caraibi, riuniti ad Aparecida per la Quinta Conferenza generale del CELAM. Nell'ambito economico e sociale, ho potuto raccogliere dei segni eloquenti di speranza per quel Continente, ma al tempo stesso motivi di preoccupazione. Come non augurarsi un'accresciuta cooperazione fra i popoli dell'America Latina e, in ciascuno dei Paesi che la compongono, l'abbandono delle tensioni interne, affinché possano convergere sui grandi valori ispirati dal Vangelo? Desidero ricordare Cuba, che si appresta a celebrare il decimo anniversario della visita del mio venerato Predecessore. Il Papa Giovanni Paolo II fu ricevuto con affetto dalle Autorità e dalla popolazione ed egli incoraggiò tutti i Cubani a collaborare per un avvenire migliore. Mi sia permesso di riprendere questo messaggio di speranza, che nulla ha perduto della sua attualità.

3. Il mio pensiero e la mia preghiera si sono rivolti soprattutto verso le popolazioni colpite da spaventose catastrofi naturali. Penso agli uragani e alle inondazioni che hanno devastato certe regioni del Messico e dell'America Centrale, come pure dei Paesi dell'Africa e dell'Asia, in particolare il Bangladesh, e una parte dell'Oceania; occorre ricordare inoltre i grandi incendi. Il Cardinale Segretario di Stato, che si è recato in Perù alla fine agosto, mi ha dato una testimonianza diretta delle distruzioni e delle desolazioni provocate dal terribili terremoto, ma anche del coraggio e della fede delle popolazioni colpite. Di fronte ad avvenimenti tragici di questo genere, occorre un impegno comune e forte. Come ho scritto nell'Enciclica sulla speranza, "la misura dell'umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società" (Spe salvi, n. 38).

4. La preoccupazione della comunità internazionale continua ad essere viva per il Medio Oriente. Sono lieto che la Conferenza di Annapolis abbia manifestato segni sulla via dell'abbandono del ricorso a soluzioni parziali o unilaterali a favore di un approccio globale, rispettoso dei diritti e degli interessi dei popoli della regione. Faccio appello, ancora una volta, ad Israeliani e Palestinesi, affinché concentrino le proprie energie per l'applicazione degli impegni presi in quella occasione e non fermino il processo felicemente rimesso in moto. Invito inoltre la comunità internazionale a sostenere questi due popoli con convinzione e comprensione per le sofferenze e i timori di entrambi. Come non essere vicini al Libano, nelle prove e violenze che continuano a scuotere questo caro Paese? Formulo voti che i Libanesi possano decidere liberamente del loro futuro e chiedo al Signore di illuminarli, a cominciare dai responsabili della vita pubblica affinché, mettendo da parte gli interessi particolari, siano pronti ad impegnarsi sul cammino del dialogo e della riconciliazione. Solo in questa maniera il Paese potrà progredire nella stabilità ed essere nuovamente un esempio di convivialità fra le comunità. Anche in Iraq la riconciliazione è una urgenza! Attualmente gli attentati terroristici, le minacce e le violenze continuano, in particolare contro la comunità cristiana, e le notizie giunte ieri confermano la nostra preoccupazione; è evidente che resta da tagliare il nodo di alcune questioni politiche. In tale quadro, una riforma costituzionale appropriata dovrà salvaguardare il diritti delle minoranze. Sono necessari importanti aiuti umanitari per le popolazioni toccate dalla guerra; penso particolarmente agli sfollati all'interno del Paese e ai rifugiati all'estero, fra i quali si trovano numerosi cristiani. Invito la comunità internazionale a mostrarsi generosa verso di loro e verso i Paesi dove trovano rifugio, le capacità di accoglienza dei quali sono messi a dura prova. Desidero anche esprimere il mio incoraggiamento affinché si continui a perseguire senza sosta la via della diplomazia per risolvere la questione del programma nucleare iraniano, negoziando in buona fede, adottando misure destinate ad aumentare la trasparenza e la confidenza reciproca, e tenendo sempre conto degli autentici bisogni dei popoli e del bene comune della famiglia umana.

5. Allargando il nostro sguardo all'intero continente asiatico, vorrei attirare la vostra attenzione sua qualche altra situazione di crisi. Sul Pakistan, in primo luogo, che è stato duramente colpito dalla violenza negli ultimi mesi. Mi auguro che tutte le forze politiche e sociali si impegnino nella costruzione di una società pacifica, che rispetti i diritti di tutti. In Afghanistan alla violenza si aggiungono altri gravi problemi sociali, come la produzione di droga; è necessario offrire ancor più sostegni agli sforzi di sviluppo e si dovrebbe operare ancor più intensamente per edificare un avvenire sereno. Nello Sri Lanka non è più possibile rinviare a un dopo degli sforzi decisivi per dar rimedio alle immense sofferenze causate dal conflitto in corso. E io chiedo al Signore che in Myanmar, con il sostegno della comunità internazionale, si apra una stagione di dialogo fra il governo e l'opposizione, che assicuri un vero rispetto di tutti i diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali.

6. Rivolgendomi ora all'Africa, vorrei in primo luogo manifestare nuovamente la mia profonda sofferenza nel constatare come la speranza appaia quasi vinta dal sinistro corteo di fame e di morte che continua nel Darfur. Auspico di vero cuore che l'operazione congiunta delle Nazioni Unite e dell'Unione Africana, la cui missione è appena iniziata, porti aiuto e conforto alle popolazioni provate. Il processo di pace nella Repubblica Democratica del Congo si scontra con forti resistenze presso i Grandi Laghi, soprattutto nelle regioni orientali, e la Somalia, in particolare a Mogadiscio, continua ad essere afflitta da violenze e dalla povertà. Faccio appello alle parti in conflitto perché cessino le operazioni militari, che sia facilitato il passaggio degli aiuti umanitari e che i civili siano rispettati. Il Kenya in questi ultimi giorni ha conosciuto una brusca esplosione di violenza. Associandomi all'appello lanciato dai Vescovi il 2 gennaio, invito tutti gli abitanti, e in particolare i responsabili politici, a ricercare mediante il dialogo una soluzione pacifica, fondata sulla giustizia e sulla fraternità. La Chiesa cattolica non è indifferente ai gemiti di dolore che si innalzano da queste regioni. Ella fa proprie le richieste di aiuto dei rifugiati e degli sfollati, e si impegna per favorire la riconciliazione, la giustizia e la pace. Quest'anno l'Etiopia festeggia l'entrata nel terzo millennio cristiano e sono sicuro che le celebrazioni organizzate per questo evento contribuiranno anche a ricordare l'opera immensa, sociale ed apostolica, adempiuta dai cristiani in Africa.

7. Terminando con l'Europa, mi compiaccio per i progressi compiuti nei diversi Paesi della regione dei Balcani ed esprimo ancora una volta l'augurio che lo statuto definitivo del Kosovo prenda in considerazione le legittime rivendicazioni delle parti in causa e garantisca sicurezza e rispetto dei loro diritti a quanti abitano questa terra, perché si allontani definitivamente lo spettro del confronto violento e sia rafforzata la stabilità europea. Vorrei citare ugualmente Cipro, nel ricordo gioioso della visita di Sua Beatitudine l'Arcivescovo Crisostomo II, nello scorso mese di giugno. Esprimo l'augurio che, nel contesto dell'Unione Europea, non si risparmi alcuno sforzo per trovare soluzione ad una crisi che dura da troppo tempo. Lo scorso mese di settembre ho compiuto una visita in Austria, che ha voluto sottolineare anche il contributo essenziale che la Chiesa cattolica può e vuole dare all'unificazione dell'Europa. E a proposito di Europa, vorrei assicurarvi che seguo con attenzione il periodo che si apre con la firma del "Trattato di Lisbona". Tale tappa rilancia il processo di costruzione della "casa Europa", che "sarà per tutti gradevolmente abitabile solo se verrà costruita su un solido fondamento culturale e morale di valori comuni che traiamo dalla nostra storia e dalle nostre tradizioni" (Incontro con le Autorità e il Corpo Diplomatico, Vienna, 7 settembre 2007) e se essa non rinnegherà le proprie radici cristiane.

8. Da questo rapido giro d'orizzonte appare chiaramente che la sicurezza e la stabilità del mondo permangono fragili. I fattori di preoccupazione sono diversi, testimoniano tutti che la libertà umana non è assoluta, bensì che si tratta di un bene condiviso e la cui responsabilità incombe su tutti. Di conseguenza, l'ordine e il diritto ne sono elementi di garanzia. Ma il diritto può essere una forza di pace efficace solo se i suoi fondamenti sono solidamente ancorati nel diritto naturale, dato dal Creatore. È anche per tale ragione che non si può mai escludere Dio dall'orizzonte dell'uomo e della storia. Il nome di Dio è un nome di giustizia; esso rappresenta un appello pressante alla pace.

9. Questa presa di coscienza potrebbe aiutare, fra l'altro, a orientare le iniziative di dialogo interculturale e interreligioso. Tali iniziative sono sempre più numerose e possono stimolare la collaborazione su temi di interesse reciproco, come la dignità della persona umana, la ricerca del bene comune, la costruzione della pace e lo sviluppo. A tale proposito, la Santa Sede ha voluto dare un rilievo particolare alla propria partecipazione al dialogo ad alto livello sulla comprensione fra le religioni e le culture e la cooperazione per la pace, nel quadro della 62ª Assemblea Generale delle Nazioni Unite (4-5 ottobre 2007). Per esser vero, questo dialogo deve essere chiaro, evitando relativismi e sincretismi, ma animato da un sincero rispetto per gli altri e da uno spirito di riconciliazione e di fraternità. La Chiesa cattolica vi è profondamente impegnata e mi piace evocare nuovamente la lettera indirizzatami, lo scorso 13 ottobre, da 138 personalità musulmane e rinnovare la mia gratitudine per i nobili sentimenti che vi sono espressi.

10. Giustamente la nostra società ha incastonato la grandezza e la dignità della persona umana in diverse dichiarazioni dei diritti, formulate a partire dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo, adottata giusto sessant'anni fa. Questo atto solenne è stato, secondo l'espressione di Papa Paolo VI, uno dei più grandi titoli di gloria delle Nazioni Unite. In tutti i continenti la Chiesa cattolica si impegna affinché i diritti dell'uomo siano non solamente proclamati, ma applicati. Bisogna augurarsi che gli organismi, creati per la difesa e la promozione dei diritti dell'uomo, consacrino tutte le proprie energie a tale scopo e, in particolare, che il Consiglio dei Diritti dell'Uomo sappia rispondere alle attese suscitate per la sua creazione.

11. La Santa Sede, per parte sua, non si stancherà di riaffermare tali principi e tali diritti fondati su ciò che è permanente ed essenziale alla persona umana. È un servizio che la Chiesa desidera rendere alla vera dignità dell'uomo, creato ad immagine di Dio. E partendo precisamente da queste considerazioni non posso non deplorare ancora una volta gli attacchi continui perpetrati in tutti i Continenti contro la vita umana. Vorrei richiamare, insieme con tanti ricercatori e scienziati, che le nuove frontiere della bioetica non impongono una scelta fra la scienza e la morale, ma che esigono piuttosto un uso morale della scienza. D'altra parte, ricordando l'appello del Papa Giovanni Paolo II in occasione del Grande Giubileo dell'Anno 2000, mi rallegro che lo scorso 18 dicembre l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite abbia adottato una risoluzione chiamando gli Stati ad istituire una moratoria sull'applicazione della pena di morte ed io faccio voti che tale iniziativa stimoli il dibattito pubblico sul carattere sacro della vita umana. Mi rammarico ancora una volta per i preoccupanti attacchi all'integrità della famiglia, fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna. I responsabili della politica di qualsiasi parte essi siano dovrebbero difendere questa istituzione, cellula base della società. Che dire di più! Anche la libertà religiosa, esigenza inalienabile della dignità di ogni uomo e pietra angolare nell'edificio dei diritti umani" (Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace 1988, preambolo), è spesso compromessa. Effettivamente, vi sono molti luoghi nei quali essa non può esercitarsi pienamente. La Santa Sede la difende e ne domanda il rispetto per tutti. Essa è preoccupata per le discriminazioni contro i cristiani e contro i seguaci di altre religioni.

12. La pace non può essere una semplice parola o un'aspirazione illusoria. La pace è un impegno e un modo di vita che esige che si soddisfino le legittime attese di tutti, come l'accesso al cibo, all'acqua e all'energia, alla medicina e alla tecnologia, come pure il controllo dei cambiamenti climatici. Solo così si può costruire l'avvenire dell'umanità; soltanto così si favorisce lo sviluppo integrale per oggi e per domani. Forgiando un'espressione particolarmente felice, il Papa Paolo VI sottolineava 40 anni fa, nell'enciclica Populorum progressio, che "lo sviluppo è il nuovo nome della pace". Per tale ragione, per consolidare la pace occorre che i risultati macroeconomici positivi, ottenuti da numerosi Paesi in via di sviluppo nel 2007, siano sostenuti da politiche sociali efficaci, e con la posa in opera di impegni di assistenza da parte dei Paesi ricchi.

13. Infine, vorrei esortare la Comunità internazionale ad un impegno globale a favore della sicurezza. Uno sforzo congiunto da parte degli Stati per applicare tutti gli obblighi sottoscritti e per impedire l'accesso dei terroristi alle armi di distruzione di massa rinforzerebbe, senza alcun dubbio, il regime di non proliferazione nucleare e lo renderebbe più efficace. Saluto l'accordo concluso per lo smantellamento del programma di armamento nucleare in Corea del Nord ed incoraggio l'adozione di misure appropriate per la riduzione degli armamenti di tipo classico, e per affrontare il problema umanitario posto dalle munizioni a grappolo.

Signore e Signori Ambasciatori!

14. La diplomazia e, in un certo modo, l'arte della speranza. Essa vive della speranza e cerca di discernerne persino i segni più tenui. La diplomazia deve dare speranza. La celebrazione del Natale viene ogni anno a ricordarci che, quando Dio si è fatto piccolo bambino, la Speranza è venuta ad abitare nel mondo, al cuore della famiglia umana. Questa certezza diventa oggi preghiera: che Dio apra il cuore di quanti governano la famiglia dei popoli alla Speranza che mai delude! Animato da tali sentimenti, rivolgo a ciascuno di voi i miei migliori auguri, affinché anche voi, i vostri collaboratori e i popoli da voi rappresentati siano illuminati dalla Grazia e dalla Pace che ci vengono dal Bambino di Betlemme.

 

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