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CORPUS
DOMINI (3 GIUGNO 2010) |
Radio
Vaticana, 4 giugno 2010
Festa
del Corpus Domini. Il Papa: Gesù trasforma l'estrema
ingiustizia in atto supremo di amore
◊
“Gesù prese le
distanze da una concezione rituale della religione: Egli
ha veramente sofferto e lo ha fatto per noi”. Così il
Papa ieri sera celebrando la solennità del Corpo e Sangue
di Cristo nella Basilica Lateranense. Al termine della
Santa Messa, Benedetto XVI si è soffermato in preghiera
davanti al Santissimo Sacramento. Il servizio è di Paolo
Ondarza.
Sacerdozio ed Eucarestia, un legame stretto nel Nuovo
Testamento. Lo ha ricordato Benedetto XVI spiegando che
“la forza divina del sacerdozio di Cristo trasforma
l’estrema violenza e l’estrema ingiustizia in atto
supremo di amore e di giustizia”:
“Questa è l’opera del sacerdozio di Cristo, che
la Chiesa ha ereditato e prolunga nella storia, nella
duplice forma del sacerdozio comune dei battezzati e di
quello ordinato dei ministri, per trasformare il mondo con
l’amore di Dio”.
Gesù non era un sacerdote secondo la tradizione
giudaica: la sua persona e la sua attività – ha detto
il Papa - non si collocano sulla scia dei sacerdoti
antichi, ma piuttosto in quella dei profeti. Gesù prese
le distanze da una concezione rituale della religione,
criticando l’impostazione che dava valore ai precetti
umani legati alla purità rituale piuttosto che
all’osservanza dei comandamenti di Dio, cioè
all’amore per Dio e per il prossimo, che – come dice
il Signore - “vale più di tutti gli olocausti e i
sacrifici”:
“Non ha nulla dei sacrifici antichi la morte di
Cristo: una condanna a morte, per crocifissione, la più
infamante, avvenuta fuori dalle mura di Gerusalemme”. Il
sacrificio di Cristo è offerta, preghiera, unione della
sua volontà con quella del Padre. Vissuta in questa
preghiera, la tragica prova che Gesù affronta viene
trasformata in offerta, sacrificio vivente. Un sacrificio
che comporta la sofferenza: Cristo – ha detto Benedetto
XVI – ha assunto la nostra umanità e per noi si è
lasciato “educare nel crogiuolo della sofferenza, si è
lasciato trasformare da essa come il chicco di grano che
per portare frutto deve morire nella terra”.
E’ grazie a questa trasformazione che Gesù Cristo è
diventato “sommo sacerdote” e può salvare tutti
coloro che si affidano a Lui. La passione è stata per Gesù
come una consacrazione sacerdotale: Egli è divenuto
sacerdote non secondo la Legge, ma in maniera esistenziale
nella sua Pasqua di passione, morte e resurrezione. Nell’Eucaristia,
su cui la Chiesa medita, - ha concluso il Papa – Gesù
ha anticipato il suo Sacrificio, non rituale, ma
personale.
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Basilica di San
Giovanni in Laterano
Giovedì, 3 giugno 2010
Cari
fratelli e sorelle!
Il
sacerdozio del Nuovo Testamento è strettamente legato
all’Eucaristia. Per questo oggi, nella solennità del Corpus
Domini e quasi al termine dell’Anno
Sacerdotale, siamo invitati a meditare sul rapporto
tra l’Eucaristia e il Sacerdozio di Cristo. In questa
direzione ci orientano anche la prima lettura e il salmo
responsoriale, che presentano la figura di Melchisedek. Il
breve passo del Libro della Genesi (cfr 14,18-20)
afferma che Melchisedek, re di Salem, era “sacerdote del
Dio altissimo”, e per questo “offrì pane e vino” e
“benedisse Abram”, reduce da una vittoria in
battaglia; Abramo stesso diede a lui la decima di ogni
cosa. Il salmo, a sua volta, contiene nell’ultima strofa
un’espressione solenne, un giuramento di Dio stesso, che
dichiara al Re Messia: “Tu sei sacerdote per sempre / al
modo di Melchisedek” (Sal 110,4); così il Messia
viene proclamato non solo Re, ma anche Sacerdote. Da
questo passo prende spunto l’autore della Lettera
agli Ebrei per la sua ampia e articolata esposizione.
E noi lo abbiamo riecheggiato nel ritornello: “Tu sei
sacerdote per sempre, Cristo Signore”: quasi una
professione di fede, che acquista un particolare
significato nella festa odierna. E’ la gioia della
comunità, la gioia della Chiesa intera, che, contemplando
e adorando il Santissimo Sacramento, riconosce in esso la
presenza reale e permanente di Gesù sommo ed eterno
Sacerdote.
La
seconda lettura e il Vangelo portano invece l’attenzione
sul mistero eucaristico. Dalla Prima Lettera ai Corinzi
(cfr 11,23-26) è tratto il brano fondamentale in cui san
Paolo richiama a quella comunità il significato e il
valore della “Cena del Signore”, che l’Apostolo
aveva trasmesso e insegnato, ma che rischiavano di
perdersi. Il Vangelo invece è il racconto del miracolo
dei pani e dei pesci, nella redazione di san Luca: un
segno attestato da tutti gli Evangelisti e che preannuncia
il dono che Cristo farà di se stesso, per donare
all’umanità la vita eterna. Entrambi questi testi
mettono in risalto la preghiera di Cristo, nell’atto
dello spezzare il pane. Naturalmente c’è una netta
differenza tra i due momenti: quando divide i pani e i
pesci per le folle, Gesù ringrazia il Padre celeste per
la sua provvidenza, confidando che Egli non farà mancare
il cibo per tutta quella gente. Nell’Ultima Cena,
invece, Gesù trasforma il pane e il vino nel proprio
Corpo e Sangue, affinché i discepoli possano nutrirsi di
Lui e vivere in comunione intima e reale con Lui.
La prima
cosa che occorre sempre ricordare è che Gesù non era un
sacerdote secondo la tradizione giudaica. La sua non era
una famiglia sacerdotale. Non apparteneva alla discendenza
di Aronne, bensì a quella di Giuda, e quindi legalmente
gli era preclusa la via del sacerdozio. La persona e
l’attività di Gesù di Nazaret non si collocano nella
scia dei sacerdoti antichi, ma piuttosto in quella dei
profeti. E in questa linea, Gesù prese le distanze da una
concezione rituale della religione, criticando
l’impostazione che dava valore ai precetti umani legati
alla purità rituale piuttosto che all’osservanza dei
comandamenti di Dio, cioè all’amore per Dio e per il
prossimo, che, come dice il Signore, “vale più di tutti
gli olocausti e i sacrifici” (Mc 12,33). Persino
all’interno del Tempio di Gerusalemme, luogo sacro per
eccellenza, Gesù compie un gesto squisitamente profetico,
quando scaccia i cambiavalute e i venditori di animali,
tutte cose che servivano per l’offerta dei sacrifici
tradizionali. Dunque, Gesù non viene riconosciuto come un
Messia sacerdotale, ma profetico e regale. Anche la sua
morte, che noi cristiani giustamente chiamiamo
“sacrificio”, non aveva nulla dei sacrifici antichi,
anzi, era tutto l’opposto: l’esecuzione di una
condanna a morte, per crocifissione, la più infamante,
avvenuta fuori dalle mura di Gerusalemme.
Allora,
in che senso Gesù è sacerdote? Ce lo dice proprio
l’Eucaristia. Possiamo ripartire da quelle semplici
parole che descrivono Melchisedek: “offrì pane e
vino” (Gen 14,18). E’ ciò che ha fatto Gesù
nell’ultima Cena: ha offerto pane e vino, e in quel
gesto ha riassunto tutto se stesso e tutta la propria
missione. In quell’atto, nella preghiera che lo precede
e nelle parole che l’accompagnano c’è tutto il senso
del mistero di Cristo, così come lo esprime la Lettera
agli Ebrei in un passo decisivo, che è necessario
riportare: “Nei giorni della sua vita terrena – scrive
l’autore riferendosi a Gesù – egli offrì preghiere e
suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva
salvarlo dalla morte e, per il suo pieno abbandono a lui,
venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza
da ciò che patì e, reso perfetto, divenne causa di
salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono,
essendo stato proclamato da Dio sommo sacerdote secondo
l’ordine di Melchisedek” (5,8-10). In questo testo,
che chiaramente allude all’agonia spirituale del
Getsemani, la passione di Cristo è presentata come una
preghiera e come un’offerta. Gesù affronta la sua
“ora”, che lo conduce alla morte di croce, immerso in
una profonda preghiera, che consiste nell’unione della
sua propria volontà con quella del Padre. Questa duplice
ed unica volontà è una volontà d’amore. Vissuta in
questa preghiera, la tragica prova che Gesù affronta
viene trasformata in offerta, in sacrificio vivente.
Dice la Lettera
agli Ebrei che Gesù “venne esaudito”. In che
senso? Nel senso che Dio Padre lo ha liberato dalla morte
e lo ha risuscitato. E’ stato esaudito proprio per il
suo pieno abbandono alla volontà del Padre: il disegno
d’amore di Dio ha potuto compiersi perfettamente in Gesù,
che, avendo obbedito fino all’estremo della morte in
croce, è diventato “causa di salvezza” per tutti
coloro che obbediscono a Lui. E’ diventato cioè sommo
Sacerdote per avere Egli stesso preso su di sé tutto il
peccato del mondo, come “Agnello di Dio”. E’ il
Padre che gli conferisce questo sacerdozio nel momento
stesso in cui Gesù attraversa il passaggio della sua
morte e risurrezione. Non è un sacerdozio secondo
l’ordinamento della legge mosaica (cfr Lv 8-9),
ma “secondo l’ordine di Melchisedek”, secondo un
ordine profetico, dipendente soltanto dalla sua singolare
relazione con Dio.
Ritorniamo
all’espressione della Lettera agli Ebrei che
dice: “Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò
che patì”. Il sacerdozio di Cristo comporta la
sofferenza. Gesù ha veramente sofferto, e lo ha fatto per
noi. Egli era il Figlio e non aveva bisogno di imparare
l’obbedienza, ma noi sì, ne avevamo e ne abbiamo sempre
bisogno. Perciò il Figlio ha assunto la nostra umanità e
per noi si è lasciato “educare” nel crogiuolo della
sofferenza, si è lasciato trasformare da essa, come il
chicco di grano che per portare frutto deve morire nella
terra. Attraverso questo processo Gesù è stato “reso
perfetto”, in greco teleiotheis. Dobbiamo
fermarci su questo termine, perché è molto
significativo. Esso indica il compimento di un cammino,
cioè proprio il cammino di educazione e trasformazione
del Figlio di Dio mediante la sofferenza, mediante la
passione dolorosa. E’ grazie a questa trasformazione che
Gesù Cristo è diventato “sommo sacerdote” e può
salvare tutti coloro che si affidano a Lui. Il termine teleiotheis,
tradotto giustamente con “reso perfetto”, appartiene
ad una radice verbale che, nella versione greca del
Pentateuco, cioè i primi cinque libri della Bibbia, viene
sempre usata per indicare la consacrazione degli antichi
sacerdoti. Questa scoperta è assai preziosa, perché ci
dice che la passione è stata per Gesù come una
consacrazione sacerdotale. Egli non era sacerdote secondo
la Legge, ma lo è diventato in maniera esistenziale nella
sua Pasqua di passione, morte e risurrezione: ha offerto
se stesso in espiazione e il Padre, esaltandolo al di
sopra di ogni creatura, lo ha costituito Mediatore
universale di salvezza.
Ritorniamo,
nella nostra meditazione, all’Eucaristia, che tra poco
sarà al centro della nostra assemblea liturgica. In essa
Gesù ha anticipato il suo Sacrificio, un Sacrificio non
rituale, ma personale. Nell’Ultima Cena Egli agisce
mosso da quello “spirito eterno” con il quale si
offrirà poi sulla Croce (cfr Eb 9,14).
Ringraziando e benedicendo, Gesù trasforma il pane e il
vino. E’ l’amore divino che trasforma: l’amore con
cui Gesù accetta in anticipo di dare tutto se stesso per
noi. Questo amore non è altro che lo Spirito Santo, lo
Spirito del Padre e del Figlio, che consacra il pane e il
vino e muta la loro sostanza nel Corpo e nel Sangue del
Signore, rendendo presente nel Sacramento lo stesso
Sacrificio che si compie poi in modo cruento sulla Croce.
Possiamo dunque concludere che Cristo è sacerdote vero ed
efficace perché era pieno della forza dello Spirito
Santo, era colmo di tutta la pienezza dell’amore di Dio,
e questo proprio “nella notte in cui fu tradito”,
proprio nell’“ora delle tenebre” (cfr Lc
22,53). E’ questa forza divina, la stessa che realizzò
l’Incarnazione del Verbo, a trasformare l’estrema
violenza e l’estrema ingiustizia in atto supremo
d’amore e di giustizia. Questa è l’opera del
sacerdozio di Cristo, che la Chiesa ha ereditato e
prolunga nella storia, nella duplice forma del sacerdozio
comune dei battezzati e di quello ordinato dei ministri,
per trasformare il mondo con l’amore di Dio. Tutti,
sacerdoti e fedeli, ci nutriamo della stessa Eucaristia,
tutti ci prostriamo ad adorarLa, perché in essa è
presente il nostro Maestro e Signore, è presente il vero
Corpo di Gesù, Vittima e Sacerdote, salvezza del mondo.
Venite, esultiamo con canti di gioia! Venite, adoriamo!
Amen.
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