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il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte,
Radio Vaticana, 29 febbraio 2008
Il
Papa a Cor Unum: l'attività caritativa della Chiesa
testimoni che la vita non si misura per la sua efficienza
perché ha valore sempre e per tutti
L’attività
caritativa occupa un posto centrale nella missione della
Chiesa ma non deve essere confusa con la filantropia ed è
chiamata a testimoniare che la vita ha valore sempre e per
tutti: è questo, in sintesi, quanto ha detto oggi il Papa
ricevendo i partecipanti alla Plenaria del Pontificio
Consiglio Cor Unum in corso a Roma sul tema “Le qualità
umane e spirituali di chi opera nell’attività
caritativa della Chiesa”. Il servizio di Sergio
Centofanti.
Il Papa esprime la sua “riconoscenza a coloro che, a
diverso titolo, operano nel settore caritativo,
manifestando con i loro interventi che la Chiesa si rende
presente, in maniera concreta” accanto a quanti sono
nella sofferenza:
“Rendiamo grazie a Dio poiché sono molti i
cristiani che spendono tempo ed energie per far giungere
non solo aiuti materiali, ma anche un sostegno di
consolazione e di speranza a chi versa in condizioni
difficili, coltivando una costante sollecitudine per il
vero bene dell’uomo. L’attività caritativa occupa così
un posto centrale nella missione evangelizzatrice della
Chiesa. Non dobbiamo dimenticare che le opere di carità
costituiscono un terreno privilegiato di incontro anche
con persone che ancora non conoscono Cristo o lo conoscono
solo parzialmente”.
Importante – ha proseguito il Pontefice – è la
formazione umana, professionale, spirituale e pastorale di
chi opera negli organismi caritativi ecclesiali. Ed è
“indispensabile – ha aggiunto - la “formazione del
cuore”, cioè, una “formazione intima e spirituale
che, dall’incontro con Cristo, fa scaturire quella
sensibilità d’animo che sola permette di conoscere fino
in fondo e soddisfare le attese e i bisogni dell’uomo.
E’ proprio questo che rende possibile l’acquisizione
degli stessi sentimenti di amore misericordioso che Dio
nutre per ogni essere umano":
“Nei momenti di sofferenza e di dolore è questo
l’approccio necessario. Chi opera nelle molteplici forme
dell’attività caritativa della Chiesa non può,
pertanto, contentarsi solo della prestazione tecnica o di
risolvere problemi e difficoltà materiali. L’aiuto che
offre non deve mai ridursi a gesto filantropico, ma deve
essere tangibile espressione dell’amore evangelico. Chi
poi presta la sua opera a favore dell’uomo in organismi
parrocchiali, diocesani e internazionali la compie a nome
della Chiesa ed è chiamato a lasciar trasparire nella sua
attività un’autentica esperienza di Chiesa”.
Si tratta di una formazione che deve “qualificare
sempre meglio gli operatori delle diverse attività
caritative, perché siano anche e soprattutto testimoni di
amore evangelico”:
“Tali essi sono se la loro missione non si
esaurisce nell’essere operatori di servizi sociali, ma
nell’annuncio del Vangelo della carità. Seguendo le
orme di Cristo, essi sono chiamati ad essere testimoni del
valore della vita, in tutte le sue espressioni, difendendo
specialmente la vita dei deboli e dei malati, seguendo
l’esempio della Beata Madre Teresa di Calcutta, che
amava e si prendeva cura dei moribondi, perché la vita
non si misura a partire dalla sua efficienza, ma ha valore
sempre e per tutti”.
“Questi operatori ecclesiali – ha affermato il Papa
- sono chiamati ad essere testimoni dell’amore, del
fatto cioè che siamo pienamente uomini e donne quando
viviamo protesi verso l’altro; che nessuno può morire e
vivere per se stesso; che la felicità non si trova nella
solitudine di una vita ripiegata su se stessa, ma nel dono
di sé. Infine – ha concluso Benedetto XVI - chi lavora
nell’ambito delle attività ecclesiali, deve essere
testimone di Dio, che è pienezza di amore ed invita ad
amare”:
“La
fonte di ogni intervento dell’operatore ecclesiale è in
Dio, amore creatore e redentore. Come ho scritto nella
Deus caritas est, noi possiamo praticare l’amore perché
siamo stati creati a immagine e somiglianza divina per
“’vivere l’amore e in questo modo far entrare la
luce di Dio nel mondo’”.
DISCORSO
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
Signor
Cardinale,
venerati fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!
Sono
lieto di incontrarvi in occasione dell’Assemblea
Plenaria del Pontificio Consiglio Cor Unum. A
ciascuno di voi che prendete parte a quest’Incontro
rivolgo il mio cordiale saluto. In particolare saluto il
Cardinale Paul Josef Cordes, che ringrazio per le cortesi
parole, Mons. Segretario e tutti i Membri e Officiali del
Pontificio Consiglio Cor Unum. La tematica sulla
quale state riflettendo in questi giorni - "Le
qualità umane e spirituali di chi opera nell’attività
caritativa della Chiesa" - tocca un elemento
importante della vita ecclesiale. Si tratta, infatti, di
coloro che svolgono nel Popolo di Dio un servizio
indispensabile, la diakonia della carità. E
proprio al tema della carità ho voluto dedicare la mia
prima Enciclica Deus caritas est.
Colgo,
pertanto, volentieri quest’occasione per esprimere
particolare riconoscenza a coloro che, a diverso titolo,
operano nel settore caritativo, manifestando con i loro
interventi che la Chiesa si rende presente, in maniera
concreta, accanto a quanti si trovano coinvolti in qualche
forma di disagio e di sofferenza. Di quest’azione
ecclesiale i Pastori hanno la responsabilità globale ed
ultima, per quanto concerne sia la sensibilizzazione che
la realizzazione di progetti di promozione umana,
specialmente a favore di Comunità meno abbienti. Rendiamo
grazie a Dio poiché sono molti i cristiani che spendono
tempo ed energie per far giungere non solo aiuti
materiali, ma anche un sostegno di consolazione e di
speranza a chi versa in condizioni difficili, coltivando
una costante sollecitudine per il vero bene dell’uomo.
L’attività caritativa occupa così un posto centrale
nella missione evangelizzatrice della Chiesa. Non dobbiamo
dimenticare che le opere di carità costituiscono un
terreno privilegiato di incontro anche con persone che
ancora non conoscono Cristo o lo conoscono solo
parzialmente. Giustamente, dunque, i Pastori e i
responsabili della pastorale della carità dedicano
un’attenzione costante a chi lavora nell’ambito della diakonia,
preoccupandosi di formarli dal punto di vista sia umano e
professionale, che teologico-spirituale e pastorale.
In questo
nostro tempo si dà una grande rilevanza alla formazione
continua tanto nella società quanto nella Chiesa, come
dimostra la fioritura di apposite istituzioni e centri
creati allo scopo di fornire utili strumenti per acquisire
competenze tecniche specifiche. Indispensabile per chi
opera negli organismi caritativi ecclesiali è però
quella "formazione del cuore", di cui ho parlato
nella citata Enciclica Deus caritas est (n. 31 a):
formazione intima e spirituale che, dall’incontro con
Cristo, fa scaturire quella sensibilità d’animo che
sola permette di conoscere fino in fondo e soddisfare le
attese e i bisogni dell’uomo. E’ proprio questo che
rende possibile l’acquisizione degli stessi sentimenti
di amore misericordioso che Dio nutre per ogni essere
umano. Nei momenti di sofferenza e di dolore è questo
l’approccio necessario. Chi opera nelle molteplici forme
dell’attività caritativa della Chiesa non può,
pertanto, contentarsi solo della prestazione tecnica o di
risolvere problemi e difficoltà materiali. L’aiuto che
offre non deve mai ridursi a gesto filantropico, ma deve
essere tangibile espressione dell’amore evangelico. Chi
poi presta la sua opera a favore dell’uomo in organismi
parrocchiali, diocesani e internazionali la compie a nome
della Chiesa ed è chiamato a lasciar trasparire nella sua
attività un’autentica esperienza di Chiesa.
Una
valida ed efficace formazione in questo settore vitale non
può allora non mirare a qualificare sempre meglio gli
operatori delle diverse attività caritative, perché
siano anche e soprattutto testimoni di amore evangelico.
Tali essi sono se la loro missione non si esaurisce
nell’essere operatori di servizi sociali, ma
nell’annuncio del Vangelo della carità. Seguendo le
orme di Cristo, essi sono chiamati ad essere testimoni
del valore della vita, in tutte le sue
espressioni, difendendo specialmente la vita dei deboli e
dei malati, seguendo l’esempio della Beata Madre Teresa
di Calcutta, che amava e si prendeva cura dei moribondi,
perché la vita non si misura a partire dalla sua
efficienza, ma ha valore sempre e per tutti. In secondo
luogo, questi operatori ecclesiali sono chiamati ad essere
testimoni dell’amore, del fatto cioè che
siamo pienamente uomini e donne quando viviamo protesi
verso l’altro; che nessuno può morire e vivere per se
stesso; che la felicità non si trova nella solitudine di
una vita ripiegata su se stessa, ma nel dono di sé.
Infine, chi lavora nell’ambito delle attività
ecclesiali, deve essere testimone di Dio, che è
pienezza di amore ed invita ad amare. La fonte di ogni
intervento dell’operatore ecclesiale è in Dio, amore
creatore e redentore. Come ho scritto nella Deus
caritas est, noi possiamo praticare l’amore perché
siamo stati creati a immagine e somiglianza divina per
"vivere l’amore e in questo modo far entrare la
luce di Dio nel mondo" (n. 39): ecco ciò a cui ho
voluto invitare con questa Enciclica.
Quanta
pienezza di significato potete quindi cogliere nella
vostra attività! E quanto essa è preziosa per la Chiesa!
Mi rallegro che, proprio per renderla sempre più
testimonianza del Vangelo, il Pontificio Consiglio Cor
Unum abbia promosso per il prossimo mese di giugno un
corso di Esercizi Spirituali a Guadalajara per Presidenti
e Direttori di organismi caritativi del Continente
americano. Esso servirà a recuperare appieno la
dimensione umana e cristiana a cui ho appena accennato, e
spero che in futuro l’iniziativa si possa ampliare anche
ad altre regioni del mondo. Cari amici, ringraziandovi per
quel che voi fate, vi assicuro il mio affettuoso ricordo
nella preghiera e su ciascuno di voi e sul vostro lavoro
imparto di cuore una speciale Benedizione Apostolica.
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