SANTA
MESSA DEL CRISMA (5/04/2007)
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Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte,
Radio Vaticana, 5 aprile 2007
Apriamo
il nostro cuore all’amore di Gesù, che trasforma le
tenebre in luce: l’esortazione del Papa nella Messa
Crismale in Basilica Vaticana preludio
del Triduo Pasquale
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Vestiamoci
dell’Amore di Cristo per essere testimoni della
luce. Nella Messa Crismale, primo rito del Giovedì
Santo, Benedetto XVI esorta i fedeli ad aprire il
proprio cuore a Gesù, al Figlio di Dio che si è
donato interamente a noi. Durante il Sacro Rito,
celebrato in una Basilica di San Pietro gremita di
fedeli, sono stati benedetti gli olii dei catecumeni
e degli infermi e il Sacro Crisma. |
A
sottolineare la purezza d'animo con la quale dobbiamo
accogliere l’amore di Cristo, in questo tempo di Pasqua,
il Papa e i concelebranti hanno indossato i paramenti
bianchi. Il servizio di Alessandro Gisotti:
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“Chiediamo
al Signore di allontanare ogni ostilità dal nostro
intimo, di toglierci ogni senso di autosufficienza e di
rivestirci veramente con la veste dell’amore”. Nella
Messa crismale, Benedetto XVI parla al cuore dei fedeli,
sottolineando che dobbiamo accogliere la luce di Gesù,
giacché “una persona senza l’amore”, il Suo amore,
“è buia dentro”. E spiega il significato profondo del
Battesimo:
"Ecco
ciò che si compie nel Battesimo: noi ci rivestiamo di
Cristo, Egli ci dona i suoi vestiti e questi non sono una
cosa esterna. Significa che entriamo in una comunione
esistenziale con Lui, che il suo e il nostro essere
confluiscono, si compenetrano a vicenda. 'Non sono più io
che vivo, ma Cristo vive in me'”.
Cristo,
ha proseguito, “ha indossato i nostri vestiti: il dolore
e la gioia dell’uomo, la fame, la sete, la stanchezza”
ed anche “la paura della morte, tutte le nostre angustie
fino alla morte. E ha dato a noi i suoi vestiti”.
Questa teologia del Battesimo torna in modo nuovo
nell’Ordinazione sacerdotale. Anche nel sacerdozio,
infatti, si ha uno scambio, giacché
nell’amministrazione dei Sacramenti, “il sacerdote
agisce e parla ora in persona Christi”.
“Metterci a disposizione di Cristo – ha spiegato –
significa che ci lasciamo attirare dentro il suo per
tutti: essendo con Lui possiamo esserci davvero per
tutti”. La Chiesa, ha aggiunto, “ci ha reso
visibile ed afferrabile” la realtà dei vestiti nuovi
anche esternamente “mediante l’essere stati
rivestiti con i paramenti liturgici”. Un gesto che
significa “rivestire Cristo; donarsi a Lui come Egli si
è donato a noi”.
Il Papa si è soffermato sui paramenti liturgici,
su cosa significhi rivestirsi di Cristo:
"Il
mio cuore deve docilmente aprirsi alla parola di Dio ed
essere raccolto nella preghiera della Chiesa, affinché il
mio pensiero riceva il suo orientamento dalle parole
dell’annuncio e della preghiera. E lo sguardo del mio
cuore deve essere rivolto verso il Signore che è in mezzo
a noi: ecco cosa significa ars celebrandi – il giusto
modo del celebrare. Se io sono col Signore, allora con il
mio ascoltare, parlare ed agire attiro anche la gente
dentro la comunione con Lui".
“Quando
ci accostiamo alla liturgia per agire nella persona di
Cristo – ha riconosciuto – ci accorgiamo tutti quanto
siamo lontani da Lui; quanta sporcizia esiste nella nostra
vita”. Il pensiero va poi all’Apocalisse
laddove si legge che i 144 mila eletti avevano lavato le
loro vesti nel sangue dell’Agnello e che in questo modo
esse erano diventate candide come la luce:
"Già
da piccolo mi sono chiesto: Ma quando si lava una cosa nel
sangue, non diventa certo bianca! La risposta è: il
'sangue dell’Agnello' è l’amore del Cristo
crocifisso. È questo amore che rende candide le nostre
vesti sporche; che rende verace ed illuminato il nostro
spirito oscurato; che, nonostante tutte le nostre tenebre,
trasforma noi stessi in 'luce nel Signore'”.
Dovremmo
ricordarci, ha detto ancora, che Cristo “ha sofferto
anche per me”. E “soltanto perché il suo amore è più
grande di tutti i miei peccati, posso rappresentarlo ed
essere testimone della sua luce”. E ha corredato queste
parole con una riflessione sul giogo del Signore imposto
ai sacerdoti:
"A
volte vorremmo dire a Gesù: Signore, il tuo giogo non è
per niente leggero. È anzi tremendamente pesante in
questo mondo. Ma guardando poi a Lui che ha portato tutto
– che su di sé ha provato l’obbedienza, la debolezza,
il dolore, tutto il buio, allora questi nostri lamenti si
spengono. Il suo giogo è quello di amare con Lui. E più
amiamo Lui, e con Lui diventiamo persone che amano, più
leggero diventa per noi il suo giogo apparentemente
pesante".
Questo
giogo, ha aggiunto, ci spinge “ad andare a scuola da
Lui”. E da Lui “dobbiamo imparare la mitezza e
l’umiltà”, l’umiltà di Dio che “si mostra nel
suo essere uomo”. Durante la celebrazione, il Papa ha
benedetto l’Olio dei catecumeni e degli infermi ed ha
consacrato il Crisma, l’olio profumato per amministrare
il Battesimo e la Cresima come anche le ordinazioni
sacerdotali ed episcopali. Al termine della Messa si è
svolta la processione degli Olii animata dalle parrocchie
romane di Santa Maria Regina Mundi, Santa Maria della
Salute, la cappellania giapponese e la parrocchia di
Nostra Signora di Czestochowa.
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OMELIA
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
Cari
fratelli e sorelle,
lo
scrittore russo Leone Tolstoi narra in un piccolo racconto
di un sovrano severo che chiese ai suoi sacerdoti e
sapienti di mostrargli Dio affinché egli potesse vederlo.
I sapienti non furono in grado di appagare questo suo
desiderio. Allora un pastore, che stava giusto tornando
dai campi, si offrì di assumere il compito dei sacerdoti
e dei sapienti. Il re apprese da lui che i suoi occhi non
erano sufficienti per vedere Dio. Allora, però, egli
volle almeno sapere che cosa Dio faceva. "Per poter
rispondere a questa tua domanda – disse il pastore al
sovrano – dobbiamo scambiare i vestiti". Con
esitazione, spinto tuttavia dalla curiosità per
l’informazione attesa, il sovrano acconsentì; consegnò
i suoi vestiti regali al pastore e si fece rivestire del
semplice abito dell’uomo povero. Ed ecco allora arrivare
la risposta: "Questo è ciò che Dio fa". Di
fatto, il Figlio di Dio – Dio vero da Dio vero – ha
lasciato il suo splendore divino: "…spogliò se
stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo
simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se
stesso … fino alla morte di croce" (cfr Fil
2,6ss). Dio ha – come dicono i Padri – compiuto il sacrum
commercium, il sacro scambio: ha assunto ciò che era
nostro, affinché noi potessimo ricevere ciò che era suo,
divenire simili a Dio.
San
Paolo, per quanto accade nel Battesimo, usa esplicitamente
l’immagine del vestito: "Quanti siete stati
battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo" (Gal
3,27). Ecco ciò che si compie nel Battesimo: noi ci
rivestiamo di Cristo, Egli ci dona i suoi vestiti e questi
non sono una cosa esterna. Significa che entriamo in una
comunione esistenziale con Lui, che il suo e il nostro
essere confluiscono, si compenetrano a vicenda. "Non
sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" – così
Paolo stesso nella Lettera ai Galati (2,2) descrive
l’avvenimento del suo battesimo. Cristo ha indossato i
nostri vestiti: il dolore e la gioia dell’essere uomo,
la fame, la sete, la stanchezza, le speranze e le
delusioni, la paura della morte, tutte le nostre angustie
fino alla morte. E ha dato a noi i suoi
"vestiti". Ciò che nella Lettera ai Galati
espone come semplice "fatto" del battesimo –
il dono del nuovo essere – Paolo ce lo presenta nella Lettera
agli Efesini come un compito permanente: "Dovete
deporre l’uomo vecchio con la condotta di prima! …
[Dovete] rivestire l’uomo nuovo, creato secondo Dio
nella giustizia e nella santità vera. Perciò, bando alla
menzogna: dite ciascuno la verità al proprio prossimo;
perché siamo membri gli uni degli altri. Nell’ira, non
peccate…" (Ef 4,22-26).
Questa
teologia del Battesimo ritorna in modo nuovo e con una
nuova insistenza nell’Ordinazione sacerdotale. Come nel
Battesimo viene donato uno "scambio dei
vestiti", uno scambio del destino, una nuova
comunione esistenziale con Cristo, così anche nel
sacerdozio si ha uno scambio: nell’amministrazione dei
Sacramenti, il sacerdote agisce e parla ora "in
persona Christi". Nei sacri misteri egli non
rappresenta se stesso e non parla esprimendo se stesso, ma
parla per l’Altro – per Cristo. Così nei Sacramenti
si rende visibile in modo drammatico ciò che l’essere
sacerdote significa in generale; ciò che abbiamo espresso
con il nostro "Adsum – sono pronto"
durante la consacrazione sacerdotale: io sono qui perché
tu possa disporre di me. Ci mettiamo a disposizione di
Colui "che è morto per tutti, perché quelli che
vivono non vivano più per se stessi…" (2Cor
5,15). Metterci a disposizione di Cristo significa che ci
lasciamo attirare dentro il suo "per tutti":
essendo con Lui possiamo esserci davvero "per
tutti".
In
persona Christi
– nel momento dell’Ordinazione sacerdotale, la Chiesa
ci ha reso visibile ed afferrabile questa realtà dei
"vestiti nuovi" anche esternamente mediante
l’essere stati rivestiti con i paramenti liturgici. In
questo gesto esterno essa vuole renderci evidente
l’evento interiore e il compito che da esso ci viene:
rivestire Cristo; donarsi a Lui come Egli si è donato a
noi. Questo evento, il "rivestirsi di Cristo",
viene rappresentato sempre di nuovo in ogni Santa Messa
mediante il rivestirci dei paramenti liturgici. Indossarli
deve essere per noi più di un fatto esterno: è
l’entrare sempre di nuovo nel "sì" del nostro
incarico – in quel "non più io" del battesimo
che l’Ordinazione sacerdotale ci dona in modo nuovo e al
contempo ci chiede. Il fatto che stiamo all’altare,
vestiti con i paramenti liturgici, deve rendere
chiaramente visibile ai presenti e a noi stessi che stiamo
lì "in persona di un Altro". Gli indumenti
sacerdotali, così come nel corso del tempo si sono
sviluppati, sono una profonda espressione simbolica di ciò
che il sacerdozio significa. Vorrei pertanto, cari
confratelli, spiegare in questo Giovedì Santo l'essenza
del ministero sacerdotale interpretando i paramenti
liturgici che, appunto, da parte loro vogliono illustrare
che cosa significhi "rivestirsi di Cristo",
parlare ed agire in persona Christi.
L’indossare
le vesti sacerdotali era una volta accompagnato da
preghiere che ci aiutano a capire meglio i singoli
elementi del ministero sacerdotale. Cominciamo con l’amitto.
In passato – e negli ordini monastici ancora oggi –
esso veniva posto prima sulla testa, come una specie di
cappuccio, diventando così un simbolo della disciplina
dei sensi e del pensiero necessaria per una giusta
celebrazione della Santa Messa. I pensieri non devono
vagare qua e là dietro le preoccupazioni e le attese del
mio quotidiano; i sensi non devono essere attirati da ciò
che lì, all’interno della chiesa, casualmente vorrebbe
sequestrare gli occhi e gli orecchi. Il mio cuore deve
docilmente aprirsi alla parola di Dio ed essere raccolto
nella preghiera della Chiesa, affinché il mio pensiero
riceva il suo orientamento dalle parole dell’annuncio e
della preghiera. E lo sguardo del mio cuore deve essere
rivolto verso il Signore che è in mezzo a noi: ecco cosa
significa ars celebrandi – il giusto modo del
celebrare. Se io sono col Signore, allora con il mio
ascoltare, parlare ed agire attiro anche la gente dentro
la comunione con Lui.
I testi
della preghiera che interpretano il camice e la stola
vanno ambedue nella stessa direzione. Evocano il vestito
festivo che il padre donò al figlio prodigo tornato a
casa cencioso e sporco. Quando ci accostiamo alla liturgia
per agire nella persona di Cristo ci accorgiamo tutti
quanto siamo lontani da Lui; quanta sporcizia esiste nella
nostra vita. Egli solo può donarci il vestito festivo,
renderci degni di presiedere alla sua mensa, di stare al
suo servizio. Così le preghiere ricordano anche la parola
dell’Apocalisse secondo cui i vestiti dei 144.000
eletti non per merito loro erano degni di Dio. L’Apocalisse
commenta che essi avevano lavato le loro vesti nel sangue
dell’Agnello e che in questo modo esse erano diventate
candide come la luce (cfr Ap 7,14). Già da piccolo
mi sono chiesto: Ma quando si lava una cosa nel sangue,
non diventa certo bianca! La risposta è: il "sangue
dell’Agnello" è l’amore del Cristo crocifisso.
È questo amore che rende candide le nostre vesti sporche;
che rende verace ed illuminato il nostro spirito oscurato;
che, nonostante tutte le nostre tenebre, trasforma noi
stessi in "luce nel Signore". Indossando il
camice dovremmo ricordarci: Egli ha sofferto anche per me.
E soltanto perché il suo amore è più grande di tutti i
miei peccati, posso rappresentarlo ed essere testimone
della sua luce.
Ma con il
vestito di luce che il Signore ci ha donato nel Battesimo
e, in modo nuovo, nell’Ordinazione sacerdotale, possiamo
pensare anche al vestito nuziale, di cui Egli ci parla
nella parabola del banchetto di Dio. Nelle omelie di san
Gregorio Magno ho trovato a questo riguardo una
riflessione degna di nota. Gregorio distingue tra la
versione di Luca della parabola e quella di Matteo. Egli
è convinto che la parabola lucana parli del banchetto
nuziale escatologico, mentre – secondo lui – la
versione tramandata da Matteo tratterebbe
dall’anticipazione di questo banchetto nuziale nella
liturgia e nella vita della Chiesa. In Matteo – e solo
in Matteo – infatti il re viene nella sala affollata per
vedere i suoi ospiti. Ed ecco che in questa moltitudine
trova anche un ospite senza abito nuziale, che viene poi
buttato fuori nelle tenebre. Allora Gregorio si domanda:
"Ma che specie di abito è quello che gli mancava?
Tutti coloro che sono riuniti nella Chiesa hanno ricevuto
l’abito nuovo del battesimo e della fede; altrimenti non
sarebbero nella Chiesa. Che cosa, dunque, manca ancora?
Quale abito nuziale deve ancora essere aggiunto?" Il
Papa risponde: "Il vestito dell’amore". E
purtroppo, tra i suoi ospiti ai quali aveva donato
l’abito nuovo, la veste candida della rinascita, il re
trova alcuni che non portano il vestito color porpora del
duplice amore verso Dio e verso il prossimo. "In
quale condizione vogliamo accostarci alla festa del cielo,
se non indossiamo l’abito nuziale – cioè l’amore,
che solo può renderci belli?", domanda il Papa. Una
persona senza l’amore è buia dentro. Le tenebre
esterne, di cui parla il Vangelo, sono solo il riflesso
della cecità interna del cuore (cfr Hom. 38,
8-13).
Ora che
ci apprestiamo alla celebrazione della Santa Messa,
dovremmo domandarci se portiamo questo abito dell’amore.
Chiediamo al Signore di allontanare ogni ostilità dal
nostro intimo, di toglierci ogni senso di autosufficienza
e di rivestirci veramente con la veste dell’amore,
affinché siamo persone luminose e non appartenenti alle
tenebre.
Infine
ancora una breve parola riguardo alla casula. La
preghiera tradizionale quando si riveste la casula
vede rappresentato in essa il giogo del Signore che a noi
come sacerdoti è stato imposto. E ricorda la parola di
Gesù che ci invita a portare il suo giogo e a imparare da
Lui, che è "mite e umile di cuore" (Mt
11,29). Portare il giogo del Signore significa
innanzitutto: imparare da Lui. Essere sempre disposti ad
andare a scuola da Lui. Da Lui dobbiamo imparare la
mitezza e l’umiltà – l’umiltà di Dio che si mostra
nel suo essere uomo. San Gregorio Nazianzeno una volta si
è chiesto perché Dio abbia voluto farsi uomo. La parte
più importante e per me più toccante della sua risposta
è: "Dio voleva rendersi conto di che cosa significa
per noi l’obbedienza e voleva misurare il tutto in base
alla propria sofferenza, questa invenzione del suo amore
per noi. In questo modo, Egli può conoscere direttamente
su se stesso ciò che noi sperimentiamo – quanto è
richiesto da noi, quanta indulgenza meritiamo –
calcolando in base alla sua sofferenza la nostra
debolezza" (Discorso 30; Disc. teol. IV,6).
A volte vorremmo dire a Gesù: Signore, il tuo giogo non
è per niente leggero. È anzi tremendamente pesante in
questo mondo. Ma guardando poi a Lui che ha portato tutto
– che su di sé ha provato l’obbedienza, la debolezza,
il dolore, tutto il buio, allora questi nostri lamenti si
spengono. Il suo giogo è quello di amare con Lui. E più
amiamo Lui, e con Lui diventiamo persone che amano, più
leggero diventa per noi il suo giogo apparentemente
pesante.
Preghiamolo
di aiutarci a diventare insieme con Lui persone che amano,
per sperimentare così sempre di più quanto è bello
portare il suo giogo. Amen.
©
Copyright 2007 - Libreria Editrice Vaticana
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