LETTERA DEL
SANTO PADRE IN OCCASIONE DEL XVI CENTENARIO DELLA MORTE DI
SAN GIOVANNI CRISOSTOMO
Venerati
Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,
carissimi fratelli e sorelle in Cristo!
1. Introduzione
Ricorre
quest’anno il sedicesimo centenario della morte di san
Giovanni Crisostomo, grande Padre della Chiesa a cui
guardano con venerazione i cristiani di tutti i tempi.
Nella Chiesa antica Giovanni Crisostomo si distingue per
aver promosso quel «fruttuoso incontro fra il messaggio
cristiano e la cultura ellenica» che «ha avuto un
impatto duraturo sulle Chiese dell’Oriente e
dell’Occidente»1. Sia la vita che il
magistero dottrinale del santo Vescovo e Dottore risuonano
in tutti i secoli e ancora oggi suscitano l’ammirazione
universale. I Pontefici Romani hanno sempre riconosciuto
in lui una viva fonte di sapienza per la Chiesa e la loro
attenzione per il suo magistero si è ulteriormente acuita
nel corso dell’ultimo secolo. Cent’anni fa san Pio X
ha commemorato il quindicesimo centenario della morte di
san Giovanni invitando la Chiesa ad imitare le sue virtù2.
Papa Pio XII ha messo in evidenza il grande valore del
contributo che san Giovanni ha apportato alla storia
dell’interpretazione delle Sacre Scritture con la teoria
della «condiscendenza», ovvero della «synkatábasis».
Attraverso di essa il Crisostomo ha riconosciuto che «le
parole di Dio, espresse con lingua umana, si sono fatte
somiglianti all’umano linguaggio»3. Il
Concilio Vaticano II ha incorporato quest’osservazione
nella Costituzione dogmatica Dei Verbum sulla
Divina Rivelazione4. Il Beato Giovanni XXIII ha
sottolineato la profonda comprensione che il Crisostomo ha
dell’intimo legame tra la liturgia eucaristica e la
sollecitudine per la Chiesa universale5. Il
Servo di Dio Paolo VI ha rilevato il modo in cui egli
«trattò, con tanta elevatezza di linguaggio e con tanto
acume di pietà, del Mistero Eucaristico»6.
Voglio ricordare il gesto solenne con cui il mio
amatissimo Predecessore, il Servo di Dio Giovanni Paolo II,
nel novembre 2004 consegnò importanti reliquie dei santi
Giovanni Crisostomo e Gregorio Nazianzeno al Patriarcato
ecumenico di Costantinopoli. Il Pontefice notò come quel
gesto fosse veramente per la Chiesa Cattolica e le Chiese
Ortodosse «un’occasione benedetta per purificare le
nostre memorie ferite, per rinsaldare il nostro cammino di
riconciliazione»7. Io stesso, durante il
viaggio apostolico in Turchia, proprio nella Cattedrale
del Patriarcato di Costantinopoli, ho avuto occasione di
ricordare «gli insigni santi e pastori che hanno vigilato
sulla Sede di Costantinopoli, fra i quali san Gregorio di
Nazianzo e san Giovanni Crisostomo, che anche
l’Occidente venera come Dottori della Chiesa ... In
verità, essi sono degni intercessori per noi davanti al
Signore»8. Sono lieto pertanto che la
circostanza del XVI centenario della morte di san Giovanni
mi offra l’opportunità di rievocare la sua luminosa
figura e di proporla alla Chiesa universale per la comune
edificazione.
2. La
vita e il ministero di san Giovanni
San
Giovanni Crisostomo nacque ad Antiochia di Siria a metà
del quarto secolo. Fu istruito nelle arti liberali secondo
la prassi tradizionale dei suoi tempi e si rivelò
particolarmente dotato nell’arte del discorso pubblico.
Durante i suoi studi, mentre era ancora giovane, chiese il
battesimo ed accolse l’invito del suo Vescovo, Melezio,
a prestare il servizio di lettore nella Chiesa locale9.
In quel periodo i fedeli erano turbati dalla difficoltà
di trovare un modo adeguato per esprimere la divinità di
Cristo. Giovanni si era allineato con quei fedeli
ortodossi che, in sintonia col Concilio ecumenico di
Nicea, confessavano la piena divinità di Cristo, benché
così facendo sia egli stesso che gli altri fedeli non
incontrassero ad Antiochia il favore del governo imperiale10.
Dopo il suo battesimo Giovanni abbracciò la vita
ascetica. Per influenza del suo maestro Diodoro di Tarso,
decise di restare celibe per tutta la vita e si dedicò
alla preghiera, al digiuno rigoroso ed allo studio della
Sacra Scrittura11. Allontanatosi da Antiochia,
per sei anni condusse vita ascetica nel deserto della
Siria ed iniziò a scrivere trattati sulla vita spirituale12.
In seguito, ritornò ad Antiochia dove, ancora una volta,
servì la Chiesa come lettore e, più tardi, per cinque
anni, come diacono. Nel 386, chiamato al presbiterato da
Flaviano, Vescovo di Antiochia, aggiunse anche il
ministero della predicazione della Parola di Dio a quello
della preghiera e dell’attività letteraria13.
Durante i
dodici anni di ministero presbiterale nella Chiesa
antiochena, Giovanni si distinse molto per la sua
capacità di interpretare le Sacre Scritture in un modo
comprensibile per i fedeli. Nella sua predicazione egli si
adoperava con fervore per rafforzare l’unità della
Chiesa rinvigorendo nei suoi ascoltatori l’identità
cristiana, in un momento storico in cui essa era
minacciata sia dall’interno che dall’esterno. A
ragione, egli intuiva che l’unità tra i cristiani
dipende soprattutto da una vera comprensione del mistero
centrale della fede della Chiesa, quello della Santissima
Trinità e dell’Incarnazione del Verbo Divino. Ben
conscio, tuttavia, della difficoltà di questi misteri,
Giovanni poneva grande impegno nel rendere
l’insegnamento della Chiesa accessibile alle persone
semplici della sua assemblea, sia ad Antiochia che, più
tardi, a Costantinopoli14. E non mancava di
rivolgersi anche ai dissenzienti, preferendo usare verso
di essi la pazienza piuttosto che l’aggressività,
poiché credeva che per vincere un errore teologico
«nulla è più efficace della moderazione e della
gentilezza»15.
La fede
robusta di Giovanni e la sua abilità nel predicare gli
diedero la possibilità di pacificare gli Antiocheni
quando, agli inizi del suo presbiterato, l’Imperatore
aumentò la pressione fiscale sulla città provocando un
tumulto durante il quale alcuni monumenti pubblici furono
distrutti. Dopo il tumulto la gente, temendo la collera
dell’Imperatore, si era radunata in chiesa, desiderosa
di ascoltare da Giovanni parole di speranza cristiana e di
consolazione: «Se non saremo noi a consolarvi, dove mai
potrete trovare consolazione?», egli disse loro16.
Nelle sue prediche lungo la quaresima di quell’anno,
Giovanni passò in rassegna gli eventi connessi con
l’insurrezione e ricordò ai suoi uditori gli
atteggiamenti che devono caratterizzare l’impegno civico
dei cristiani17, in particolare il rifiuto di
mezzi violenti nella promozione di cambiamenti politici e
sociali18. In questa prospettiva esortava i
fedeli ricchi a praticare la carità verso i poveri, per
costruire una città più giusta e, allo stesso tempo,
raccomandava che i più istruiti accettassero di fare da
maestri e che tutti i cristiani si riunissero nelle chiese
per imparare a portare gli uni i pesi degli altri19.
All’occasione sapeva anche consolare i suoi ascoltatori
rinvigorendone la speranza e incoraggiandoli ad aver
fiducia in Dio, sia per la salvezza temporale che per
quella eterna20, giacché «la tribolazione
produce la pazienza, la pazienza una virtù provata e la
virtù provata la speranza» (Rm 5,3-4)21.
Dopo aver
servito la chiesa antiochena come presbitero e predicatore
per dodici anni, Giovanni fu consacrato Vescovo di
Costantinopoli nel 398, e lì rimase per cinque anni e
mezzo. In quella funzione, egli si occupò della riforma
del clero, spronando i presbiteri, sia con le parole che
con l’esempio, a vivere in conformità con il Vangelo22.
Sostenne i monaci che vivevano in città e si prese cura
delle loro necessità materiali, ma cercò anche di
riformare la loro vita, sottolineando che essi si erano
proposti di dedicarsi esclusivamente alla preghiera e ad
una vita ritirata23. Attento a rifuggire ogni
ostentazione di lusso e ad adottare, benché Vescovo di
una capitale dell’impero, uno stile di vita modesto, fu
generosissimo nel distribuire l’elemosina ai poveri.
Giovanni si dedicava alla predicazione ogni domenica e
nelle feste principali. Era molto attento a far sì che
gli applausi, spesso ricevuti per la sua predicazione, non
lo inducessero a far perdere mordente al Vangelo che
predicava. Pertanto talvolta si lamentava perché troppo
spesso la stessa assemblea che applaudiva le sue omelie ne
ignorava le esortazioni a vivere autenticamente la vita
cristiana24. Fu instancabile nel denunciare il
contrasto che esisteva in città tra lo spreco stravagante
dei ricchi e l’indigenza dei poveri e, allo stesso
tempo, nel suggerire ai ricchi di accogliere i senzatetto
nella loro case25. Egli vedeva Cristo nel
povero; invitava perciò i suoi ascoltatori a fare
altrettanto e ad agire di conseguenza26. Tanto
fu persistente la sua difesa del povero e il rimprovero
per chi era troppo ricco, da suscitare il disappunto e
anche l’ostilità contro di lui da parte di alcuni
ricchi e di quanti detenevano in città il potere politico27.
Tra i
Vescovi del suo tempo Giovanni fu straordinario per lo
zelo missionario; egli mandò missionari a diffondere il
Vangelo tra quelli che non l’avevano ancora udito28.
Costruì ospedali per la cura degli ammalati29.
Predicando a Costantinopoli sulla Lettera agli Ebrei,
affermò che l’assistenza materiale della Chiesa si deve
estendere ad ogni bisognoso, senza tener conto del credo
religioso: «il bisognoso appartiene a Dio, anche se
pagano o Ebreo. Anche se non crede, è degno di aiuto»30.
Il ruolo
di Vescovo nella capitale dell’Impero d’Oriente
imponeva a Giovanni di mediare le delicate relazioni tra
la Chiesa e la corte imperiale. Egli si trovò spesso ad
essere oggetto di ostilità da parte di molti ufficiali
imperiali, a causa talvolta della sua fermezza nel
criticare il lusso eccessivo di cui essi si circondavano.
Nel contempo la sua posizione di Arcivescovo metropolita
di Costantinopoli lo poneva nella difficile e delicata
situazione di dover negoziare una serie di questioni
ecclesiali che implicavano altri Vescovi e altre sedi. In
conseguenza degli intrighi orditi contro di lui da potenti
oppositori, sia ecclesiastici che imperiali, per due volte
fu condannato dall’imperatore all’esilio. Morì il 14
settembre di 1600 anni or sono, a Comana del Ponto durante
il viaggio verso la meta finale del suo secondo esilio,
lontano dal suo amato gregge di Costantinopoli.
3. Il
magistero di san Giovanni
Dal
quinto secolo in poi, il Crisostomo è stato venerato
dall’intera Chiesa cristiana, orientale e occidentale,
per la sua coraggiosa testimonianza in difesa della fede
ecclesiale e per la sua generosa dedizione al ministero
pastorale. Il suo magistero dottrinale e la sua
predicazione, come anche la sua sollecitudine per la Sacra
Liturgia gli hanno meritato ben presto il riconoscimento
di Padre e di Dottore della Chiesa. Anche la sua fama di
predicatore veniva consacrata, a partire già dal sesto
secolo, con l’attribuzione del titolo di «Bocca
d’oro», in greco «Crisostomo». Di lui sant’Agostino
scrive: «Osserva, Giuliano, in quale assemblea ti ho
introdotto. Qui c’è Ambrogio di Milano, ... qui
Giovanni di Costantinopoli, ... qui Basilio, ... qui gli
altri, e il loro mirabile consenso dovrebbe farti
riflettere … Essi rifulsero nella Chiesa cattolica per
lo studio della dottrina. Rivestiti e protetti dalle armi
spirituali hanno condotto vigorose guerre contro gli
eretici e, dopo aver portato fedelmente a termine le opere
loro affidate da Dio, dormono nel grembo della pace ...
Ecco il luogo in cui ti ho introdotto, l’assemblea di
questi santi non è la moltitudine del popolo: essi non
sono solo figli, ma anche Padri della Chiesa»31.
Degno di
speciale menzione è poi lo straordinario sforzo messo in
opera da san Giovanni Crisostomo per promuovere la
riconciliazione e la piena comunione tra i cristiani
d’Oriente e d’Occidente. In particolare, decisivo fu
il suo contributo nel porre fine allo scisma che separava
la sede di Antiochia da quella di Roma e dalle altre
Chiese occidentali. All’epoca della sua consacrazione a
Vescovo di Costantinopoli Giovanni inviò una delegazione
da Papa Siricio, a Roma. A sostegno di questa missione, in
vista del suo progetto di metter fine allo scisma, egli
ottenne la collaborazione del Vescovo di Alessandria
d’Egitto. Papa Siricio rispose con favore
all’iniziativa diplomatica di Giovanni; lo scisma fu
così risolto pacificamente e si ristabilì la piena
comunione tra le Chiese.
In
seguito, verso la fine della sua vita, ritornato a
Costantinopoli dal primo esilio, Giovanni scrisse al Papa
Innocenzo ed anche ai Vescovi Venerio di Milano e Cromazio
di Aquileia, per chiedere il loro aiuto nello sforzo di
riportare ordine nella Chiesa di Costantinopoli, divisa a
causa delle ingiustizie commesse contro di lui. Giovanni
sollecitava dal Papa Innocenzo e dagli altri Vescovi
occidentali un intervento che «accordi – come egli
scriveva - benevolenza non solo a noi ma alla Chiesa
intera»32. Nel pensiero del Crisostomo,
infatti, quando una parte della Chiesa soffre per una
ferita, tutta la Chiesa soffre per la stessa ferita. Papa
Innocenzo difese Giovanni in alcune lettere indirizzate ai
Vescovi d’Oriente33. Il Papa affermava la sua
piena comunione con lui, ignorandone la deposizione che
considerava illegittima34. Scrisse poi a
Giovanni per consolarlo35, e scrisse anche al
clero e ai fedeli di Costantinopoli per manifestare il suo
pieno sostegno al loro Vescovo legittimo: «Giovanni, il
vostro Vescovo, ha sofferto ingiustamente», egli
riconosceva36. Inoltre il Papa radunò un
sinodo di Vescovi italiani ed orientali allo scopo di
ottenere giustizia per il Vescovo perseguitato37.
Con il sostegno dell’imperatore d’Occidente, il Papa
mandò una delegazione di Vescovi occidentali e orientali
a Costantinopoli, presso l’imperatore d’Oriente, per
difendere Giovanni e chiedere che un sinodo ecumenico di
Vescovi gli facesse giustizia38. Quando, poco
prima che morisse in esilio, questi progetti fallirono,
Giovanni scrisse a Papa Innocenzo per ringraziarlo della
«grande consolazione» che aveva tratto dal generoso
sostegno accordatogli39. Nella sua lettera
Giovanni affermava che, benché separato dalla grande
distanza dell’esilio, egli era «giorno per giorno in
comunione» con lui, e diceva: «Tu hai superato anche il
padre più affettuoso nella tua benevolenza e nel tuo zelo
verso di noi». Lo supplicava tuttavia di perseverare
nell’impegno di cercare giustizia per lui e per la
Chiesa di Costantinopoli, poiché «ora la battaglia che
ti sta davanti deve essere combattuta in favore di quasi
tutto il mondo, della Chiesa umiliata fino a terra, del
popolo disperso, del clero aggredito, dei Vescovi mandati
in esilio, delle antiche leggi violate». Giovanni scrisse
anche agli altri Vescovi occidentali per ringraziarli del
loro sostegno40: tra di essi, in Italia, a
Cromazio di Aquileia41, a Venerio di Milano42
ed a Gaudenzio di Brescia43.
Sia ad
Antiochia che a Costantinopoli Giovanni parlò
appassionatamente dell’unità della Chiesa sparsa nel
mondo. Annotava al riguardo: «I fedeli, a Roma,
considerano quelli che sono in India come membra del loro
stesso corpo»44 e sottolineava che nella
Chiesa non c’è spazio per le divisioni. «La Chiesa –
esclamava - esiste non perché quanti si sono riuniti si
dividano, ma perché quanti sono divisi possano unirsi»45.
E trovava nelle Sacre Scritture la ratifica divina a
questa unità. Predicando sulla Prima Lettera di San Paolo
ai Corinzi, ricordava ai suoi ascoltatori che «Paolo si
riferisce alla Chiesa come "Chiesa di Dio"46,
mostrando che deve essere unita, perché se è "di
Dio", è unita, e non lo è solo a Corinto, ma anche
nel mondo; il nome della Chiesa infatti non è un nome di
separazione, ma di unità e di concordia»47.
Per
Giovanni l’unità della Chiesa è fondata in Cristo, il
Verbo Divino che con la sua Incarnazione si è unito alla
Chiesa come il capo con il suo corpo48: «Dove
c’è il capo, là c’è anche il corpo», e pertanto
«non c’è separazione tra il capo ed il corpo»49.
Egli aveva compreso che nell’Incarnazione il Verbo
Divino non solo si è fatto uomo, ma si è anche unito a
noi facendoci suo corpo: «Poiché non era sufficiente per
lui farsi uomo, essere percosso e ucciso, egli si unisce a
noi non solo per la fede, ma anche di fatto ci rende suo
corpo»50. Commentando il passo della Lettera
di san Paolo agli Efesini: «Tutto infatti ha sottomesso
ai suoi piedi e lo ha costituito su tutte le cose a capo
della Chiesa, la quale è il suo corpo, la pienezza di
colui che si realizza interamente in tutte le cose»51,
Giovanni spiega che «è come se il capo fosse completato
dal corpo, poiché il corpo è composto e formato dalle
sue varie parti. Il suo corpo è dunque composto da tutti.
Pertanto il capo è completo e il corpo è reso perfetto
quando noi tutti siamo stretti insieme ed uniti»52.
Giovanni pertanto conclude che Cristo unisce tutte le
membra della sua Chiesa a sé e tra di loro. La nostra
fede in Cristo richiede che ci impegniamo per
un’effettiva, sacramentale unione tra le membra della
Chiesa, ponendo fine a tutte le divisioni.
Per il
Crisostomo, l’unità ecclesiale che si realizza in
Cristo è testimoniata in modo del tutto peculiare
nell’Eucaristia. Denominato "dottore
eucaristico" per la vastità e la profondità della
sua dottrina sul santissimo Sacramento»53,
egli insegna che l’unità sacramentale dell’Eucaristia
costituisce la base dell’unità ecclesiale in e per
Cristo. «Certo ci sono molte cose per tenerci uniti
insieme. Una mensa è apparecchiata davanti a tutti … a
tutti è stata offerta la stessa bevanda o, piuttosto, non
solo la stessa bevanda ma anche lo stesso calice. Il
nostro Padre, volendo condurci ad un tenero affetto, ha
disposto anche questo, che noi beviamo da un solo calice,
cosa questa che si addice ad un amore intenso»54.
Riflettendo sulle parole della Prima Lettera di san Paolo
ai Corinzi, «Il pane che noi spezziamo non è forse
comunione con il corpo di Cristo?»55, Giovanni
commenta: per l’Apostolo dunque, «come quel corpo è
unito a Cristo, così anche noi siamo uniti a Lui per
mezzo di questo pane»56. E ancor più
chiaramente, alla luce delle successive parole
dell’Apostolo: «Poiché noi, pur essendo molti, siamo
un solo pane, un solo corpo»57, Giovanni
argomenta: «Che cos’è il pane? Il Corpo di Cristo. E
che cosa diventano essi quando lo mangiano? Il corpo di
Cristo; non molti corpi, ma un solo corpo. Come il pane,
pur composto da molti chicchi, diventa uno … così anche
noi siamo uniti sia l’uno all’altro che a Cristo …
Ora, se siamo nutriti da uno stesso pane e diventiamo
tutti la medesima cosa, perché non mostriamo anche lo
stesso amore, così da diventare anche sotto questo
aspetto una cosa sola?»58.
La fede
del Crisostomo nel mistero d’amore che lega i credenti a
Cristo e tra di loro lo condusse ad esprimere una profonda
venerazione per l’Eucaristia, una venerazione che
alimentò particolarmente nella celebrazione della Divina
Liturgia. Una delle più ricche espressioni della Liturgia
orientale porta appunto il suo nome: "La Divina
Liturgia di San Giovanni Crisostomo". Giovanni capiva
che la Divina Liturgia pone spiritualmente il credente tra
la vita terrena e le realtà celesti che gli sono state
promesse dal Signore. Egli esprimeva a Basilio Magno il
suo timore reverenziale nel celebrare i sacri misteri con
queste parole: «Quando tu vedi il Signore immolato
giacere sull’altare e il sacerdote che, stando in piedi,
prega sulla vittima… puoi ancora pensare di essere tra
gli uomini, di stare sulla terra? Non sei, al contrario,
subito trasportato in cielo?». I sacri riti, dice
Giovanni, «non sono solo meravigliosi da vedere, ma
straordinari per il timore riverenziale che suscitano. Lì
sta in piedi il sacerdote… che fa scendere lo Spirito
Santo, egli prega a lungo che la grazia che scende sul
sacrificio possa in quel luogo illuminare le menti di
tutti e renderle più splendide dell’argento purificato
nel fuoco. Chi può disprezzare questo venerando
mistero?»59.
Con
grande profondità il Crisostomo sviluppa la riflessione
sugli effetti della comunione sacramentale nei credenti:
«Il sangue di Cristo rinnova in noi l’immagine del
nostro Re, produce una bellezza indicibile e non permette
che sia distrutta la nobiltà delle nostre anime, ma di
continuo la irriga e la nutre»60. Per questo
Giovanni spesso e insistentemente esorta i fedeli ad
accostarsi degnamente all’altare del Signore, «non con
leggerezza … non per abitudine e formalità», ma con
«sincerità e purezza di spirito»61. Egli
ripete instancabilmente che la preparazione alla Santa
Comunione deve includere il pentimento dei peccati e la
gratitudine per il sacrifico compiuto da Cristo per la
nostra salvezza. Pertanto egli esorta i fedeli a
partecipare pienamente e devotamente ai riti della Divina
Liturgia e a ricevere con le stesse disposizioni la Santa
Comunione: «Non lasciate, ve ne supplichiamo, che siamo
uccisi dalla vostra irriverenza, ma avvicinatevi a Lui con
devozione e purezza, e quando lo vedete posto davanti a
voi, dite a voi stessi: "In virtù di questo corpo io
non sono più terra e cenere, non sono più prigioniero,
ma libero; in virtù di questo io spero nel paradiso, e di
riceverne i beni, l’eredità degli angeli, e di
conversare con Cristo"»62.
Naturalmente,
dalla contemplazione del Mistero egli trae poi anche le
conseguenze morali in cui coinvolge i suoi uditori: a loro
egli ricorda che la comunione con il Corpo e il Sangue di
Cristo li obbliga a offrire assistenza materiale ai poveri
e agli affamati che vivono tra di loro63. La
mensa del Signore è il luogo dove i credenti riconoscono
ed accolgono il povero e il bisognoso che forse prima
avevano ignorato64. Egli esorta i fedeli di
tutti i tempi a guardare oltre l’altare su cui è
offerto il sacrificio eucaristico e a vedere Cristo nella
persona dei poveri ricordando che grazie all’aiuto
prestato ai bisognosi essi possono offrire sull’altare
di Cristo un sacrificio gradito a Dio65.
4. Conclusione
Ogni
volta che incontriamo questi nostri Padri – ha scritto
il Papa Giovanni Paolo II a proposito di un altro grande
Padre e Dottore, san Basilio, «ne siamo confermati nella
fede e incoraggiati nella speranza»66. Il XVI
centenario della morte di san Giovanni Crisostomo offre
un’occasione assai propizia per incrementare gli studi
su di lui, recuperarne gli insegnamenti e diffonderne la
devozione. Alle varie iniziative e celebrazioni, che
vengono organizzate in occasione di questo XVI centenario,
sono spiritualmente presente con animo grato e
beneaugurante. Vorrei anche esprimere il mio desiderio
ardente che i Padri della Chiesa «nella cui voce risuona
la costante Tradizione cristiana»67 divengano
sempre di più un punto fermo di riferimento per tutti i
teologi della Chiesa. Tornare a loro significa risalire
alle fonti dell’esperienza cristiana, per assaporarne la
freschezza e la genuinità. Quale miglior augurio potrei,
dunque, rivolgere ai teologi che quello di un rinnovato
impegno nel ricuperare il patrimonio sapienziale dei santi
Padri? Non potrà che venirne un arricchimento prezioso
per la loro riflessione anche sui problemi di questi
nostri tempi.
Mi piace
terminare questo scritto con un’ultima parola del grande
Dottore, nella quale egli invita i suoi fedeli – ed
anche noi, naturalmente – a riflettere sui valori
eterni: «Per quanto tempo ancora saremo inchiodati alla
realtà presente? Quanto ancora ci vorrà prima che
possiamo riscuoterci? Per quanto ancora trascureremo la
nostra salvezza? Lasciateci ricordare ciò di cui Cristo
ci ha ritenuti degni, lasciate che lo ringraziamo, lo
glorifichiamo, non solo con la nostra fede, ma anche con
le nostre opere effettive, che possiamo ottenere i beni
futuri per la grazia e l’amorevole tenerezza del nostro
Signore Gesù Cristo, per il quale e con il quale sia
gloria al Padre e allo Spirito Santo, ora e nei secoli dei
secoli. Amen»68.
A tutti
la mia Benedizione!
Da Castel
Gandolfo, il 10 agosto dell’anno 2007, terzo di
Pontificato