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DISCORSO
AGLI AMBASCIATORI |
Radio
Vaticana, 21 dicembre 2009
L'uomo
impari di nuovo a riconoscere la colpa se vuole la pace in
terra: così il Papa per gli auguri alla Curia. La Chiesa
apra uno spazio di accesso a Dio per i lontani
◊ Imparare
nuovamente la capacità di riconoscere la colpa e fare il
primo passo verso l’altro per costruire la pace: è
questo l’auspicio del Papa nel tradizionale incontro di
fine anno con la Curia Romana e i responsabili del
Governatorato per gli auguri natalizi, svoltosi questa
mattina nella Sala Clementina in Vaticano. Benedetto XVI
ha ripercorso alcuni importanti eventi ecclesiali
dell’Anno: i suoi viaggi in Africa, in Terra Santa e
nella Repubblica Ceca, il Sinodo per l’Africa,
l’indizione dell’Anno Sacerdotale. Il saluto al Papa
lo ha rivolto il cardinale Angelo Sodano, decano del
Collegio Cardinalizio. Ce ne parla Sergio Centofanti:
Un anno in gran parte nel segno dell’Africa per la
Chiesa. Il Papa ricorda così il 2009: dai suoi viaggi in
Camerun e Angola al Sinodo per l’Africa, dove si è
sperimentata l’ecclesiologia del Concilio Vaticano II:
“In occasione della mia visita in Africa si è
resa evidente innanzitutto la forza teologica e pastorale
del Primato Pontificio come punto di convergenza per
l’unità della Famiglia di Dio. Lì, nel Sinodo, è
emersa ancora più fortemente l’importanza della
collegialità – dell’unità dei Vescovi, che ricevono
il loro ministero proprio per il fatto che entrano nella
comunità dei Successori degli Apostoli: ognuno è
Vescovo, Successore degli Apostoli, solo in quanto
partecipe della comunità di coloro nei quali continua il
Collegium Apostolorum nell’unità con Pietro e col suo
Successore”.
Il Sinodo ha affrontato il tema della riconciliazione,
della giustizia e della pace che – ha detto il Papa –
“poteva essere frainteso come un tema politico”:
“Ma in questo non si doveva cedere alla tentazione
di prendere personalmente in mano la politica e da pastori
trasformarsi in guide politiche. In effetti, la questione
molto concreta davanti alla quale i pastori si trovano
continuamente è, appunto, questa: come possiamo essere
realisti e pratici, senza arrogarci una competenza
politica che non ci spetta? Potremmo anche dire: si
trattava del problema di una laicità positiva, praticata
ed interpretata in modo giusto”.
I Padri Sinodali – ha notato il Papa – sono
riusciti a mantenersi su una dimensione pastorale
ribadendo, di fronte alle tragedie del continente
africano, che la pace può realizzarsi solo attraverso una
realtà pre-politica che è quella della riconciliazione
con Dio. Senza la riconciliazione con Dio – ha affermato
Benedetto XVI – l’uomo non è riconciliato non solo
col prossimo ma neppure con se stesso. Occorre fare come
Cristo, che ha fatto il primo passo: “Per primi andare
incontro all’altro, offrirgli la riconciliazione,
assumersi la sofferenza che comporta la rinuncia al
proprio aver ragione”:
“Dobbiamo
oggi apprendere nuovamente la capacità di riconoscere la
colpa, dobbiamo scuoterci di dosso l’illusione di essere
innocenti. Dobbiamo apprendere la capacità di far
penitenza, di lasciarci trasformare; di andare incontro
all’altro e di farci donare da Dio il coraggio e la
forza per un tale rinnovamento. In questo nostro mondo di
oggi dobbiamo riscoprire il Sacramento della penitenza e
della riconciliazione. Il fatto che esso in gran parte sia
scomparso dalle abitudini esistenziali dei cristiani è un
sintomo di una perdita di veracità nei confronti di noi
stessi e di Dio; una perdita, che mette in pericolo la
nostra umanità e diminuisce la nostra capacità di
pace”.
Ricordando il viaggio in Giordania e Terra Santa, ha
parlato delle sofferenze e delle speranze del popolo
palestinese. Quindi ha rievocato la visita al Memoriale
dell’Olocausto:
“La visita a Yad Vashem ha significato un incontro
sconvolgente con la crudeltà della colpa umana, con
l’odio di un’ideologia accecata che, senza alcuna
giustificazione, ha consegnato milioni di persone umane
alla morte e che con ciò, in ultima analisi, ha voluto
cacciare dal mondo anche Dio, il Dio di Abramo, di Isacco
e di Giacobbe e il Dio di Gesù Cristo. Così questo è in
primo luogo un monumento commemorativo contro l’odio, un
richiamo accorato alla purificazione e al perdono,
all’amore”.
Poi ha ricordato i suoi incontri nei luoghi dove Gesù
è vissuto, morto e risorto. “E’ stato come un toccare
la storia di Dio con noi” – ha affermato - ribadendo
con forza che “la fede non è un mito”:
“È storia reale, le cui tracce possiamo toccare
con mano. Questo realismo della fede ci fa particolarmente
bene nei travagli del presente. Dio si è veramente
mostrato. In Gesù Cristo Egli si è veramente fatto
carne. Come Risorto Egli rimane vero Uomo, apre
continuamente la nostra umanità a Dio ed è sempre il
garante del fatto che Dio è un Dio vicino. Sì, Dio vive
e sta in relazione con noi. In tutta la sua grandezza è
tuttavia il Dio vicino, il Dio-con-noi, che continuamente
ci chiama: Lasciatevi riconciliare con me e tra voi! Egli
sempre pone nella nostra vita personale e comunitaria il
compito della riconciliazione”.
Quindi ha parlato del suo viaggio nella Repubblica
Ceca, terra dove sono diffusi ateismo e agnosticismo,
lanciando un duplice appello: ai non credenti, perché non
accantonino la questione di Dio; e ai credenti a
rilanciare il dialogo con i lontani. Il Papa ricorda le
parole di Gesù sul cosiddetto “cortile dei gentili”,
l’atrio del Tempio in cui potevano entrare per pregare
anche i pagani: uno spazio di preghiera in cui tutti
possano rivolgersi al Dio ignoto, eppure vero, di cui
hanno nostalgia:
“Io penso che la Chiesa dovrebbe anche oggi aprire
una sorta di ‘cortile dei gentili’ dove gli uomini
possano in una qualche maniera agganciarsi a Dio, senza
conoscerlo e prima che abbiano trovato l’accesso al suo
mistero, al cui servizio sta la vita interna della Chiesa.
Al dialogo con le religioni deve oggi aggiungersi
soprattutto il dialogo con coloro per i quali la religione
è una cosa estranea, ai quali Dio è sconosciuto e che,
tuttavia, non vorrebbero rimanere semplicemente senza Dio,
ma avvicinarlo almeno come Sconosciuto”.
Infine, il Papa ricorda l’Anno Sacerdotale affermando
che i sacerdoti devono essere “a disposizione di tutti:
per coloro che conoscono Dio da vicino e per coloro per i
quali Egli è lo Sconosciuto”. Quindi, ha rivolto a
tutti i sacerdoti questo augurio per il Natale:
“che noi diventiamo sempre più amici di Cristo e
quindi amici di Dio e che in questo modo possiamo essere
sale della terra e luce del mondo. Un santo Natale e un
buon Anno Nuovo!”
(applausi)
DISCORSO
DEL PAPA
Cari
Fratelli e Sorelle,
la
Solennità del Santo Natale, come è stato appena
sottolineato dal Cardinale Decano Angelo Sodano, è, per i
cristiani, un’occasione del tutto particolare di
incontro e di comunione. Quel Bambino che adoriamo a
Betlemme ci invita a sentire l’amore immenso di Dio,
quel Dio che è disceso dal cielo e si è fatto vicino a
ciascuno di noi per renderci suoi figli, parte della sua
stessa Famiglia. Anche questo tradizionale appuntamento
natalizio del Successore di Pietro con i suoi più stretti
collaboratori, è un incontro di famiglia, che rinsalda i
vincoli di affetto e di comunione, per formare sempre più
quel "Cenacolo permanente" consacrato alla
diffusione del Regno di Dio, appena ricordato. Ringrazio
il Cardinale Decano per le cordiali parole con cui si è
fatto interprete dei sentimenti augurali del Collegio
cardinalizio, dei Membri della Curia Romana e del
Governatorato, come pure di tutti i Rappresentanti
Pontifici che sono profondamente uniti a noi nel portare
agli uomini del nostro tempo quella luce che è nata nella
mangiatoia di Betlemme. Nell’accogliervi con grande
gioia, desidero anche esprimere la mia gratitudine a tutti
per il generoso e competente servizio che prestate al
Vicario di Cristo e alla Chiesa.
Un altro
anno ricco di avvenimenti importanti per la Chiesa e per
il mondo volge al termine. Con uno sguardo retrospettivo
pieno di gratitudine vorrei in quest’ora richiamare
l’attenzione solo su alcuni punti-chiave per la vita
ecclesiale. Dall’Anno Paolino si è passati all’Anno
Sacerdotale. Dalla figura imponente dell’Apostolo delle
Genti che, colpito dalla luce del Cristo risorto e dalla
sua chiamata, ha portato il Vangelo ai popoli del mondo,
siamo passati alla figura umile del Curato d’Ars, che
per tutta la sua vita è rimasto nel piccolo paese che gli
era stato affidato e che, tuttavia, proprio nell’umiltà
del suo servizio ha reso ampiamente visibile nel mondo la
bontà riconciliatrice di Dio. A partire da ambedue le
figure si manifesta l’ampia portata del ministero
sacerdotale e diventa evidente come è grande proprio ciò
che è piccolo e come, attraverso il servizio
apparentemente piccolo di un uomo, Dio possa operare cose
grandi, purificare e rinnovare il mondo dal di dentro.
Per la
Chiesa e per me personalmente, l’anno che si sta
chiudendo è stato in gran parte nel segno dell’Africa.
C’era innanzitutto il viaggio in Camerun ed Angola. Era
commovente per me sperimentare la grande cordialità con
cui il Successore di Pietro, il Vicarius Christi,
veniva accolto. La gioia festosa e l’affetto cordiale,
che mi venivano incontro su tutte le strade, non
riguardavano, appunto, semplicemente un qualsiasi ospite
casuale. Nell’incontro col Papa si rendeva
sperimentabile la Chiesa universale, la comunità che
abbraccia il mondo e che viene radunata da Dio mediante
Cristo – la comunità che non è fondata su interessi
umani, ma che ci è offerta dall’attenzione amorevole di
Dio per noi. Tutti insieme siamo famiglia di Dio, fratelli
e sorelle in virtù di un unico Padre: questa è stata
l’esperienza vissuta. E si sperimentava che
l’attenzione amorevole di Dio in Cristo per noi non è
una cosa del passato e neppure cosa di teorie erudite, ma
una realtà del tutto concreta qui ed ora. Proprio Lui è
in mezzo a noi: questo abbiamo percepito attraverso il
ministero del Successore di Pietro. Così eravamo elevati
al di sopra della semplice quotidianità. Il cielo era
aperto, e questo è ciò che fa di un giorno una festa. Ed
è al contempo qualcosa di duraturo. Continua ad essere
vero, anche nella vita quotidiana, che il cielo non è più
chiuso; che Dio è vicino; che in Cristo tutti ci
apparteniamo a vicenda.
In modo
particolarmente profondo si è impresso nella mia memoria
il ricordo delle Celebrazioni liturgiche. Le Celebrazioni
della Santa Eucaristia erano vere feste della fede. Vorrei
menzionare due elementi che mi sembrano particolarmente
importanti. C’era innanzitutto una grande gioia
condivisa, che si esprimeva anche mediante il corpo, ma in
maniera disciplinata ed orientata dalla presenza del Dio
vivente. Con ciò è già indicato il secondo elemento: il
senso della sacralità, del mistero presente del Dio
vivente plasmava, per così dire, ogni singolo gesto. Il
Signore è presente – il Creatore, Colui al quale tutto
appartiene, dal quale noi proveniamo e verso il quale
siamo in cammino. In modo spontaneo mi venivano in mente
le parole di san Cipriano, che nel suo commento al Padre
Nostro scrive: "Ricordiamoci di essere sotto lo
sguardo di Dio rivolto su di noi. Dobbiamo piacere agli
occhi di Dio, sia con l’atteggiamento del nostro corpo
che con l’uso della nostra voce" (De dom. or.
4 CSEL III 1 p 269). Sì, questa consapevolezza c’era:
noi stiamo al cospetto di Dio. Da questo non deriva paura
o inibizione, neppure un’obbedienza esteriore alle
rubriche e ancor meno un mettersi in mostra gli uni
davanti agli altri o un gridare in modo indisciplinato.
C’era piuttosto ciò che i Padri chiamavano "sobria
ebrietas": l’essere ricolmi di una gioia che
comunque rimane sobria ed ordinata, che unisce le persone
a partire dall’interno, conducendole nella lode
comunitaria di Dio, una lode che al tempo stesso suscita
l’amore del prossimo, la responsabilità vicendevole.
Naturalmente
faceva parte del viaggio in Africa soprattutto
l’incontro con i Fratelli nel ministero episcopale e
l’inaugurazione del Sinodo dell’Africa mediante la
consegna dell’Instrumentum laboris. Ciò avvenne
nel contesto di un colloquio serale nella festa di san
Giuseppe, un colloquio in cui i rappresentanti dei singoli
episcopati esposero in maniera toccante le loro speranze e
preoccupazioni. Io penso che il buon padrone di casa, san
Giuseppe, che personalmente conosce bene che cosa
significhi il ponderare, in atteggiamento di sollecitudine
e di speranza, le vie future della famiglia, ci abbia
ascoltato con amore e ci abbia accompagnato fin dentro il
Sinodo stesso. Gettiamo solo un breve sguardo sul Sinodo.
In occasione della mia visita in Africa si è resa
evidente innanzitutto la forza teologica e pastorale del
Primato Pontificio come punto di convergenza per l’unità
della Famiglia di Dio. Lì, nel Sinodo, è emersa ancora
più fortemente l’importanza della collegialità –
dell’unità dei Vescovi, che ricevono il loro ministero
proprio per il fatto che entrano nella comunità dei
Successori degli Apostoli: ognuno è Vescovo, Successore
degli Apostoli, solo in quanto partecipe della comunità
di coloro nei quali continua il Collegium Apostolorum
nell’unità con Pietro e col suo Successore. Come nelle
liturgie in Africa e poi, di nuovo, in San Pietro a Roma,
il rinnovamento liturgico del Vaticano II ha preso forma
in modo esemplare, così nella comunione del Sinodo si è
vissuto in modo molto pratico l’ecclesiologia del
Concilio. Commoventi erano anche le testimonianze che
potevamo sentire dai fedeli provenienti dall’Africa –
testimonianze di sofferenza e di riconciliazione concrete
nelle tragedie della storia recente del Continente.
Il Sinodo
si era proposto il tema: La Chiesa in Africa a servizio
della riconciliazione, della giustizia e della pace. È
questo un tema teologico e soprattutto pastorale di
un’attualità scottante, ma poteva essere anche
frainteso come un tema politico. Compito dei Vescovi era
di trasformare la teologia in pastorale, cioè in un
ministero pastorale molto concreto, in cui le grandi
visioni della Sacra Scrittura e della Tradizione vengono
applicate all’operare dei Vescovi e dei sacerdoti in un
tempo e in un luogo determinati. Ma in questo non si
doveva cedere alla tentazione di prendere personalmente in
mano la politica e da pastori trasformarsi in guide
politiche. In effetti, la questione molto concreta davanti
alla quale i pastori si trovano continuamente è, appunto,
questa: come possiamo essere realisti e pratici, senza
arrogarci una competenza politica che non ci spetta?
Potremmo anche dire: si trattava del problema di una
laicità positiva, praticata ed interpretata in modo
giusto. È questo anche un tema fondamentale
dell’Enciclica, pubblicata nel giorno dei Santi Pietro e
Paolo, "Caritas in veritate", che ha in
tal modo ripreso ed ulteriormente sviluppato la questione
circa la collocazione teologica e concreta della dottrina
sociale della Chiesa.
Sono
riusciti i Padri Sinodali a trovare la strada piuttosto
stretta tra una semplice teoria teologica ed
un’immediata azione politica, la strada del
"pastore"? Nel mio breve discorso a conclusione
del Sinodo ho risposto affermativamente, in modo
consapevole ed esplicito, a questa domanda. Naturalmente,
nell’elaborazione del documento postsinodale, dovremo
fare attenzione a mantenere tale equilibrio ed offrire così
quel contributo per la Chiesa e la società in Africa che
è stato affidato alla Chiesa in virtù della sua
missione. Vorrei cercare di spiegare questo brevemente a
proposito di un singolo punto. Come già detto, il tema
del Sinodo designa tre grandi parole fondamentali della
responsabilità teologica e sociale: riconciliazione –
giustizia – pace. Si potrebbe dire che riconciliazione e
giustizia siano i due presupposti essenziali della pace e
che quindi definiscano in una certa misura anche la sua
natura. Limitiamoci alla parola
"riconciliazione". Uno sguardo sulle sofferenze
e pene della storia recente dell’Africa, ma anche in
molte altre parti della terra, mostra che contrasti non
risolti e profondamente radicati possono portare, in certe
situazioni, ad esplosioni di violenza in cui ogni senso di
umanità sembra smarrito. La pace può realizzarsi
soltanto se si giunge ad una riconciliazione interiore.
Possiamo considerare come esempio positivo di un processo
di riconciliazione in via di riuscita la storia
dell’Europa dopo la seconda guerra mondiale. Il fatto
che dal 1945 nell’Europa occidentale e centrale non ci
siano più state guerre si fonda sicuramente in misura
determinante su strutture politiche ed economiche
intelligenti ed eticamente orientate, ma queste potevano
svilupparsi solo perché esistevano processi interiori di
riconciliazione, che hanno reso possibile una nuova
convivenza. Ogni società ha bisogno di riconciliazioni,
perché possa esserci la pace. Riconciliazioni sono
necessarie per una buona politica, ma non possono essere
realizzate unicamente da essa. Sono processi pre-politici
e devono scaturire da altre fonti.
Il Sinodo
ha cercato di esaminare profondamente il concetto di
riconciliazione come compito per la Chiesa di oggi,
richiamando l’attenzione sulle sue diverse dimensioni.
La chiamata che san Paolo ha rivolto ai Corinzi possiede
proprio oggi una nuova attualità. "In nome di Cristo
siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che
esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi
riconciliare con Dio!" (2 Cor 5, 20). Se
l’uomo non è riconciliato con Dio, è in discordia
anche con la creazione. Non è riconciliato con se stesso,
vorrebbe essere un altro da quel che è ed è pertanto non
riconciliato neppure con il prossimo. Fa inoltre parte
della riconciliazione la capacità di riconoscere la colpa
e di chiedere perdono – a Dio e all’altro. E infine
appartiene al processo della riconciliazione la
disponibilità alla penitenza, la disponibilità a
soffrire fino in fondo per una colpa e a lasciarsi
trasformare. E ne fa parte la gratuità, di cui
l’Enciclica "Caritas in veritate" parla
ripetutamente: la disponibilità ad andare oltre il
necessario, a non fare conti, ma ad andare al di là di ciò
che richiedono le semplici condizioni giuridiche. Ne fa
parte quella generosità di cui Dio stesso ci ha dato
l’esempio. Pensiamo alla parola di Gesù: "Se tu
presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che
tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il
tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti
con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo
dono" (Mt 5, 23s.). Dio che sapeva che non
siamo riconciliati, che vedeva che abbiamo qualcosa contro
di Lui, si è alzato e ci è venuto incontro, benché Egli
solo fosse dalla parte della ragione. Ci è venuto
incontro fino alla Croce, per riconciliarci. Questa è
gratuità: la disponibilità a fare il primo passo. Per
primi andare incontro all’altro, offrirgli la
riconciliazione, assumersi la sofferenza che comporta la
rinuncia al proprio aver ragione. Non cedere nella volontà
di riconciliazione: di questo Dio ci ha dato l’esempio,
ed è questo il modo per diventare simili a Lui, un
atteggiamento di cui sempre di nuovo abbiamo bisogno nel
mondo. Dobbiamo oggi apprendere nuovamente la capacità di
riconoscere la colpa, dobbiamo scuoterci di dosso
l’illusione di essere innocenti. Dobbiamo apprendere la
capacità di far penitenza, di lasciarci trasformare; di
andare incontro all’altro e di farci donare da Dio il
coraggio e la forza per un tale rinnovamento. In questo
nostro mondo di oggi dobbiamo riscoprire il Sacramento
della penitenza e della riconciliazione. Il fatto che esso
in gran parte sia scomparso dalle abitudini esistenziali
dei cristiani è un sintomo di una perdita di veracità
nei confronti di noi stessi e di Dio; una perdita, che
mette in pericolo la nostra umanità e diminuisce la
nostra capacità di pace. San Bonaventura era
dell’opinione che il Sacramento della penitenza fosse un
Sacramento dell’umanità in quanto tale, un Sacramento
che Dio aveva istituito nella sua essenza già
immediatamente dopo il peccato originale con la penitenza
imposta ad Adamo, anche se ha potuto ottenere la sua forma
completa solo in Cristo, che è personalmente la forza
riconciliatrice di Dio e ha preso su di sé la nostra
penitenza. In effetti, l’unità di colpa, penitenza e
perdono è una delle condizioni fondamentali della vera
umanità, condizioni che nel Sacramento ottengono la loro
forma completa, ma che, a partire dalle loro radici, fanno
parte dell’essere persone umane come tale. Il Sinodo dei
Vescovi per l’Africa ha pertanto a ragione incluso nelle
sue riflessioni anche rituali di riconciliazione della
tradizione africana come luoghi di apprendimento e di
preparazione per la grande riconciliazione che Dio dona
nel Sacramento della penitenza. Questa riconciliazione,
però, richiede l’ampio "atrio" del
riconoscimento della colpa e dell’umiltà della
penitenza. Riconciliazione è un concetto pre-politico e
una realtà pre-politica, che proprio per questo è della
massima importanza per il compito della stessa politica.
Se non si crea nei cuori la forza della riconciliazione,
manca all’impegno politico per la pace il presupposto
interiore. Nel Sinodo i Pastori della Chiesa si sono
impegnati per quella purificazione interiore dell’uomo
che costituisce l’essenziale condizione preliminare per
l’edificazione della giustizia e della pace. Ma tale
purificazione e maturazione interiore verso una vera
umanità non possono esistere senza Dio.
Riconciliazione
– con questa parola-chiave mi torna alla mente il
secondo grande viaggio dell’anno che si chiude: il
pellegrinaggio in Giordania ed in Terra Santa. Al riguardo
vorrei innanzitutto ringraziare cordialmente il Re di
Giordania per la grande ospitalità con cui mi ha accolto
ed accompagnato lungo tutto lo svolgimento del mio
pellegrinaggio. La mia gratitudine riguarda in modo
particolare anche la maniera esemplare con cui egli si
impegna per la convivenza pacifica tra cristiani e
musulmani, per il rispetto nei confronti della religione
dell’altro e per la collaborazione nella comune
responsabilità davanti a Dio. Ringrazio di cuore anche il
governo d’Israele per tutto ciò che ha fatto affinché
la visita potesse svolgersi pacificamente ed in sicurezza.
Sono particolarmente grato per la possibilità concessami
di celebrare due grandi liturgie pubbliche – a
Gerusalemme e a Nazaret – in cui i cristiani hanno
potuto presentarsi pubblicamente come comunità di fede in
Terra Santa. Infine, il mio ringraziamento si rivolge
all’Autorità palestinese che mi ha accolto,
anch’essa, con grande cordialità; essa pure mi ha reso
possibile una Celebrazione liturgica pubblica a Betlemme,
e mi ha fatto conoscere le sofferenze come anche le
speranze del suo Territorio. Tutto ciò che si può vedere
in quei Paesi, invoca riconciliazione, giustizia, pace. La
visita a Yad Vashem ha significato un incontro
sconvolgente con la crudeltà della colpa umana, con
l’odio di un’ideologia accecata che, senza alcuna
giustificazione, ha consegnato milioni di persone umane
alla morte e che con ciò, in ultima analisi, ha voluto
cacciare dal mondo anche Dio, il Dio di Abramo, di Isacco
e di Giacobbe e il Dio di Gesù Cristo. Così questo è in
primo luogo un monumento commemorativo contro l’odio, un
richiamo accorato alla purificazione e al perdono,
all’amore. Proprio questo monumento alla colpa umana ha
reso poi tanto più importante la visita ai luoghi della
memoria della fede e ha fatto percepire la loro inalterata
attualità. In Giordania abbiamo visto il punto più basso
della terra presso il fiume Giordano. Come si potrebbe non
sentirsi richiamati alla parola della Lettera agli
Efesini, secondo cui Cristo è "disceso nelle
regioni più basse della terra" (Eph 4, 9). In
Cristo Dio è disceso fin nell’ultima profondità
dell’essere umano, fin nella notte dell’odio e
dell’accecamento, fin nel buio della lontananza
dell’uomo da Dio, per accendere lì la luce del suo
amore. Egli è presente perfino nella notte più profonda:
anche negli inferi, eccoti – questa parola del Salmo
139 [138], 8 è diventata realtà nella discesa di Gesù.
Così l’incontro con i luoghi della salvezza nella
chiesa dell’annunciazione a Nazaret, nella grotta della
natività a Betlemme, nel luogo della crocifissione sul
Calvario, davanti al sepolcro vuoto, testimonianza della
risurrezione, è stato come un toccare la storia di Dio
con noi. La fede non è un mito. È storia reale, le cui
tracce possiamo toccare con mano. Questo realismo della
fede ci fa particolarmente bene nei travagli del presente.
Dio si è veramente mostrato. In Gesù Cristo Egli si è
veramente fatto carne. Come Risorto Egli rimane vero Uomo,
apre continuamente la nostra umanità a Dio ed è sempre
il garante del fatto che Dio è un Dio vicino. Sì, Dio
vive e sta in relazione con noi. In tutta la sua grandezza
è tuttavia il Dio vicino, il Dio-con-noi, che
continuamente ci chiama: Lasciatevi riconciliare con me e
tra voi! Egli sempre pone nella nostra vita personale e
comunitaria il compito della riconciliazione.
Infine
vorrei ancora dire una parola di gratitudine e di gioia
per il mio viaggio nella Repubblica Ceca. Prima di tale
viaggio sono sempre stato avvertito che quello è un Paese
con una maggioranza di agnostici e di atei, in cui i
cristiani costituiscono ormai soltanto una minoranza.
Tanto più gioiosa è stata la sorpresa nel costatare che
dappertutto ero circondato da grande cordialità ed
amicizia; che grandi liturgie venivano celebrate in
un’atmosfera gioiosa di fede; che nell’ambito delle
università e della cultura la mia parola trovava una viva
attenzione; che le Autorità dello Stato mi hanno
riservato una grande cortesia e hanno fatto tutto il
possibile per contribuire al successo della visita. Sarei
ora tentato di dire qualcosa sulla bellezza del Paese e
sulle magnifiche testimonianze della cultura cristiana, le
quali soltanto rendono tale bellezza perfetta. Ma
considero importante soprattutto il fatto che anche le
persone che si ritengono agnostiche o atee, devono stare a
cuore a noi come credenti. Quando parliamo di una nuova
evangelizzazione, queste persone forse si spaventano. Non
vogliono vedere se stesse come oggetto di missione, né
rinunciare alla loro libertà di pensiero e di volontà.
Ma la questione circa Dio rimane tuttavia presente pure
per loro, anche se non possono credere al carattere
concreto della sua attenzione per noi. A Parigi ho parlato
della ricerca di Dio come del motivo fondamentale dal
quale è nato il monachesimo occidentale e, con esso, la
cultura occidentale. Come primo passo
dell’evangelizzazione dobbiamo cercare di tenere desta
tale ricerca; dobbiamo preoccuparci che l’uomo non
accantoni la questione su Dio come questione essenziale
della sua esistenza. Preoccuparci perché egli accetti
tale questione e la nostalgia che in essa si nasconde. Mi
viene qui in mente la parola che Gesù cita dal profeta
Isaia, che cioè il tempio dovrebbe essere una casa di
preghiera per tutti i popoli (cfr Is 56, 7; Mc
11, 17). Egli pensava al cosiddetto cortile dei gentili,
che sgomberò da affari esteriori perché ci fosse lo
spazio libero per i gentili che lì volevano pregare
l’unico Dio, anche se non potevano prendere parte al
mistero, al cui servizio era riservato l’interno del
tempio. Spazio di preghiera per tutti i popoli – si
pensava con ciò a persone che conoscono Dio, per così
dire, soltanto da lontano; che sono scontente con i loro dèi,
riti, miti; che desiderano il Puro e il Grande, anche se
Dio rimane per loro il "Dio ignoto" (cfr At
17, 23). Essi dovevano poter pregare il Dio ignoto e così
tuttavia essere in relazione con il Dio vero, anche se in
mezzo ad oscurità di vario genere. Io penso che la Chiesa
dovrebbe anche oggi aprire una sorta di "cortile dei
gentili" dove gli uomini possano in una qualche
maniera agganciarsi a Dio, senza conoscerlo e prima che
abbiano trovato l’accesso al suo mistero, al cui
servizio sta la vita interna della Chiesa. Al dialogo con
le religioni deve oggi aggiungersi soprattutto il dialogo
con coloro per i quali la religione è una cosa estranea,
ai quali Dio è sconosciuto e che, tuttavia, non
vorrebbero rimanere semplicemente senza Dio, ma
avvicinarlo almeno come Sconosciuto.
Alla
fine, ancora una volta, una parola circa l’Anno
Sacerdotale. Come sacerdoti siamo a disposizione di tutti:
per coloro che conoscono Dio da vicino e per coloro per i
quali Egli è lo Sconosciuto. Noi tutti dobbiamo
conoscerlo sempre di nuovo e dobbiamo cercarlo
continuamente per diventare veri amici di Dio. Come
potremmo, in definitiva, arrivare a conoscere Dio, se non
attraverso uomini che sono amici di Dio? Il nucleo più
profondo del nostro ministero sacerdotale è quello di
essere amici di Cristo (cfr Gv 15, 15), amici di
Dio, per il cui tramite anche altre persone possano
trovare la vicinanza a Dio. Così, insieme con il mio
profondo ringraziamento per tutto l’aiuto resomi lungo
l’intero anno, ecco il mio augurio per il Natale: che
noi diventiamo sempre più amici di Cristo e quindi amici
di Dio e che in questo modo possiamo essere sale della
terra e luce del mondo. Un santo Natale e un buon Anno
Nuovo!
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