UDIENZA
ALLA CURIA ROMANA PER GLI AUGURI NATALIZI |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte,
Radio Vaticana, 21 dicembre 2007
Benedetto
XVI ricorda con la Curia Romana gli avvenimenti ecclesiali
del 2007: l'annuncio del Vangelo guarisce l'umanità dalle
ferite della secolarizzazione
Uno
sguardo della memoria e del cuore agli avvenimenti che,
nei dodici mesi del 2007, hanno costruito un nuovo anno di
storia per la Chiesa e per la sua missione nel mondo
contro la “pressione” delle ideologie e della
secolarizzazione. E’ questa la sostanza dell’ampio
discorso che questa mattina Benedetto XVI ha rivolto alla
Curia Romana, nella tradizionale udienza per lo scambio
degli auguri natalizi. La sintesi dell’intervento del
Pontefice nel servizio di Alessandro De Carolis:
C’è una parte dell’umanità che ha dimenticato la
promessa di Cristo: “Ecco io sono con voi tutti i giorni
fino alla fine del mondo”. L’ha relegata lontano dalla
propria coscienza, lasciandosi sedurre da forze
secolarizzate e da “presunzioni ideologiche”
interessate a sostituire la presenza di Dio nell’uomo e
nel mondo con la sola “razionalità”. Contro queste
derive è la “fatica” della Chiesa di ogni giorno e di
ogni anno, del suo essere messaggera del Vangelo, forte di
un messaggio di pace portato duemila anni fa da un Dio
Bambino. Di questa fatica aspotolica, e della gioia che
l’accompagna, si è fatto interprete Benedetto XVI,
passando in rassegna i fatti e le esperienze del 2007: dal
viaggio in Brasile a quello in Austria, dalla lettera alla
Chiesa cinese a quella in risposta ai leader musulmani.
Fatti accompagnati da domande e dalle risposte suggerite
da ciò che la fede produce quando l’uomo riesce a
incontrare Dio nella sua anima. Esperienze concrete, dove
è l’agire umano a illuminare una verità più profonda.
Il primo esempio, la serata trascorsa dal Papa con i
giovani brasiliani allo Stadio San Paolo, durante la
visita apostolica in Brasile. Ecco la lettura che il
Pontefice ha dato di quelle ore:
“Esistono manifestazioni di massa che hanno solo
l’effetto di un’autoaffermazione; in esse ci si lascia
travolgere dall’ebbrezza del ritmo e dei suoni, finendo
per trarre gioia soltanto da se stessi. Lì invece ci si
aprì proprio l’animo; la profonda comunione che in
quella sera si instaurò spontaneamente tra di noi,
nell’essere gli uni con gli altri, portò con sé
un essere gli uni per gli altri. Non fu una fuga
davanti alla vita quotidiana, ma si trasformò nella forza
di accettare la vita in modo nuovo”.
E’ questa la “diversità” cristiana. Una folla
attraversata dall’entusiamo che diventa, ha detto il
Papa, “un’esperienza viva di comunione”. Ma il
viaggio in Brasile ha offerto alla sensibilità spirituale
di Benedetto XVI molti spunti di riflessione. Così, la
canonizzazione di Frei Galvão diventa il segno della
santità che entra nella storia, per cui è come se ogni
Santo - ha intuito il Pontefice - anticipasse nello
scorrere dei nostri giorni “una piccola porzione del
ritorno di Cristo” alla fine dei tempi. O la visita alla
“Fazenda da Esperança”, dove il sorriso tornato sul
viso di ex schiavi della droga, che hanno ritrovato la
dignità, è il riflesso della bellezza divina che splende
nella natura circostante:
“Dobbiamo difendere la creazione non soltanto in
vista delle nostre utilità, ma per se stessa – come
messaggio del Creatore, come dono di bellezza, che è
promessa e speranza. Sì, l’uomo ha bisogno della
trascendenza. Solo Dio basta, ha detto Teresa d’Avila.
Se Lui viene a mancare, allora l’uomo deve cercare di
superare da sé i confini del mondo, di aprire davanti a sé
lo spazio sconfinato per il quale è stato creato. Allora,
la droga diventa per lui quasi una necessità. Ma ben
presto scopre che questa è una sconfinatezza illusoria
– una beffa, si potrebbe dire, che il diavolo fa
all’uomo”.
E ancora, l’incontro con i vescovi del Brasile nella
cattedrale di San Paolo o l’apertura della Conferenza di
Aparecida - qui sottolineata dalla piccola statua della
Madonna, là dalla musica e dai cori soilenni - entrambi
rimasti nei ricordi del Pontefice insieme con una domanda
valida per la Chiesa latinoamericana come per quella
universale: ma “è giusto” che la Chiesa pensi alle
questioni interiori mentre la storia bussa chiedendo pace
e giustizia? In altre parole, “è ancora lecito
evangelizzare”? E qui, Benedetto XVI ha ribadito ancora
una volta i principi-cardine del suo magistero: il mondo
ha bisogno di verità e carità, ma non come enunciazioni
astratte, bensì come frutto di un’incontro, vivo e
vitale, con Cristo:
“Non si può mai conoscere Cristo solo
teoricamente. Con grande dottrina si può sapere tutto
sulle Sacre Scritture, senza averLo incontrato mai (…)
La catechesi non può mai essere solo un insegnamento
intellettuale, deve sempre diventare anche un
impratichirsi della comunione di vita con Cristo, un
esercitarsi nell’umiltà, nella giustizia e
nell’amore”.
Per un cristiano, dunque, le cose si giocano su questo
piano: se la parola-chiave è la “vita” - cioè,
l’incontro con Gesù che trasforma l’esistenza e apre
alla verità, alla carità e alla “chiamata di speranza
che ne deriva” - questa vita non può essere mantenuta
per sé ma va annunciata. E a ciò, ha confermato il Papa,
la Chiesa si dedica “con grande energia”, perché -
come San Paolo - avverte un’insopprimibile
“costrizione” a proclamare il Vangelo:
“E di fatto: quanto è importante che confluiscano
nell’umanità forze di riconciliazione, forze di pace,
forze di amore e di giustizia – quanto è importante che
nel 'bilancio' dell’umanità, di fronte ai sentimenti ed
alle realtà della violenza e dell’ingiustizia che la
minacciano, vengano suscitate e rinvigorite forze
antagoniste! È proprio ciò che avviene nella missione
cristiana. Mediante l’incontro con Gesù Cristo e i suoi
santi, mediante l’incontro con Dio, il bilancio
dell’umanità viene rifornito di quelle forze del bene,
senza le quali tutti i nostri programmi di ordine sociale
non diventano realtà, ma – di fronte alla pressione
strapotente di altri interessi contrari alla pace ed alla
giustizia – rimangono solo teorie astratte”.
Inoltre, ha osservato Benedetto XVI, la Chiesa crede
anche nella cooperazione con tutte le religioni che hanno
a cuore la “promozione della pace nel mondo”. Una
dimostrazione di questo impegno è contenuta nella
risposta inviata dal Pontefice ai 138 leader musulmani:
“Con gioia ho risposto esprimendo la mia convinta
adesione a tali nobili intendimenti e sottolineando al
tempo stesso l’urgenza di un concorde impegno per la
tutela dei valori del rispetto reciproco, del dialogo e
della collaborazione. Il riconoscimento condiviso
dell’esistenza di un unico Dio, provvido Creatore e
Giudice universale del comportamento di ciascuno,
costituisce la premessa di un’azione comune in difesa
dell’effettivo rispetto della dignità di ogni persona
umana per l’edificazione di una società più giusta e
solidale”.
Un dialogo che, su un altro versante, ha visto l’anno
che va a chiudersi scrivere una pagina storica attraverso
le pagine della Lettera inviata dal Papa ai cattolici
della Cina:
“Ho indicato alcuni orientamenti per affrontare e
per risolvere, in spirito di comunione e di verità, le
delicate e complesse problematiche della vita della Chiesa
in Cina. Ho anche indicato la disponibilità della Santa
Sede ad un sereno e costruttivo dialogo con le Autorità
civili al fine di trovare una soluzione ai vari problemi,
riguardanti la comunità cattolica. La Lettera è stata
accolta con gioia e con gratitudine dai cattolici in Cina.
Formulo l'auspicio che, con l'aiuto di Dio, essa possa
produrre i frutti sperati”.
La “meravigliosa” visita in Austria, segnata da un
maltempo divenuto - secondo un felice titolo
dell’Osservatore Romano - “pioggia della fede" e
l’Agorà dei giovani di Loreto sono stati per Benedetto
XVI altri segni della gioia e della speranza cristiana nel
2007, insieme con la visita a Napoli, città di
“calorosa umanità”. Con questi pensieri e con il
cuore aperto al messaggio del Natale, il Papa ha concluso
il discorso alla Curia Romana, definita sua “comunità
di lavoro”, con un’ultima considerazione, intrisa di
realismo per il mondo d’oggi e di grande fede per come
possa essere in futuro:
“Certo, non bisogna illudersi: i problemi che pone
il secolarismo del nostro tempo e la pressione delle
presunzioni ideologiche alle quali tende la coscienza
secolaristica con la sua pretesa esclusiva alla razionalità
definitiva, non sono piccoli. Noi lo sappiamo, e
conosciamo la fatica della lotta che in questo tempo ci è
imposta. Ma sappiamo anche che il Signore mantiene la sua
promessa: ‘Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino
alla fine del mondo’”.
DISCORSO
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
Signori
Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,
cari fratelli e sorelle!
Già
respiriamo, in questo incontro, la gioia del Natale ormai
vicino. Vi sono profondamente grato per la vostra
partecipazione a questo tradizionale appuntamento, il cui
particolare clima spirituale ha bene evocato il Cardinale
Decano Angelo Sodano, ricordando il tema centrale della
recente Lettera enciclica sulla speranza cristiana. Lo
ringrazio di cuore per le calde espressioni con cui s’è
fatto interprete dei sentimenti augurali del Collegio
cardinalizio, dei Membri della Curia Romana e del
Governatorato, come anche dei Rappresentanti Pontifici
sparsi nel mondo. È veramente, la nostra – come Ella ha
sottolineato, Signor Cardinale - una "comunità di
lavoro" tenuta insieme da vincoli di amore fraterno,
che le festività natalizie vengono a rinsaldare. In
questo spirito, opportunamente Ella non ha mancato di
ricordare quanti, già appartenenti alla nostra famiglia
curiale, negli scorsi mesi hanno varcato le soglie del
tempo e sono entrati nella pace di Dio: in una circostanza
come questa fa bene al cuore sentire vicini coloro che
hanno condiviso con noi il servizio alla Chiesa ed ora,
presso il trono di Dio, intercedono per noi. Grazie
dunque, Signor Cardinale Decano, per le Sue parole e
grazie a tutti i presenti per il contributo che ciascuno
reca all’adempimento del ministero che il Signore mi ha
affidato.
Un altro
anno sta per finire. Come primo evento saliente di questo
periodo, trascorso tanto velocemente, vorrei menzionare il
viaggio in Brasile. Il suo scopo era l’incontro con la V
Conferenza generale dell’Episcopato dell’America
Latina e dei Caraibi e conseguentemente, più in generale,
un incontro con la Chiesa nel vasto Continente
latino-americano. Prima di soffermarmi sulla Conferenza di
Aparecida, vorrei parlare di alcuni momenti culminanti di
quel viaggio. Innanzitutto mi rimane nella memoria la
solenne serata con i giovani nello stadio di São Paolo:
in essa, nonostante le temperature rigide, ci trovammo
tutti uniti da una grande gioia interiore, da
un’esperienza viva di comunione e dalla chiara volontà
di essere, nello Spirito di Gesù Cristo, servi della
riconciliazione, amici dei poveri e dei sofferenti e
messaggeri di quel bene il cui splendore abbiamo
incontrato nel Vangelo. Esistono manifestazioni di massa
che hanno solo l’effetto di un’autoaffermazione; in
esse ci si lascia travolgere dall’ebbrezza del ritmo e
dei suoni, finendo per trarre gioia soltanto da se stessi.
Lì invece ci si aprì proprio l’animo; la profonda
comunione che in quella sera si instaurò spontaneamente
tra di noi, nell’essere gli uni con gli altri,
portò con sé un essere gli uni per gli altri. Non
fu una fuga davanti alla vita quotidiana, ma si trasformò
nella forza di accettare la vita in modo nuovo. Vorrei,
quindi, ringraziare di cuore i giovani che hanno animato
quella serata per il loro essere-con, per il loro
cantare, parlare, pregare, che ci ha interiormente
purificati, migliorati – migliorati anche per gli altri.
Rimane
indimenticabile anche il giorno in cui, insieme ad un gran
numero di Vescovi, sacerdoti, religiose, religiosi e
fedeli laici ho potuto canonizzare Frei Galvão, un
figlio del Brasile, proclamandolo santo per la Chiesa
universale. Dappertutto ci salutavano le sue immagini,
dalle quali si sprigionava il fulgore della bontà di
cuore che egli aveva trovato nell’incontro con Cristo e
nel rapporto con la sua comunità religiosa. Circa il
ritorno definitivo di Cristo, nella parusía, ci è
stato detto che Egli non verrà da solo, ma insieme con
tutti i suoi santi. Così, ogni santo che entra nella
storia costituisce già una piccola porzione del ritorno
di Cristo, un suo nuovo ingresso nel tempo, che ce ne
mostra l’immagine in modo nuovo e ci rende sicuri della
sua presenza. Gesù Cristo non appartiene al passato e non
è confinato in un futuro lontano, il cui avvento non
abbiamo neppure il coraggio di chiedere. Egli arriva con
una grande processione di santi. Insieme ai suoi santi è
già sempre in cammino verso di noi, verso il nostro oggi.
Con
particolare vivacità ricordo il giorno nella Fazenda
da Esperança, in cui persone, cadute nella schiavitù
della droga, ritrovano libertà e speranza. Arrivando lì,
come prima cosa, ho percepito in modo nuovo la forza
risanatrice della creazione di Dio. Montagne verdi
circondano l’ampia vallata; indirizzano lo sguardo verso
l’alto e, allo stesso tempo, danno un senso di
protezione. Dal tabernacolo della chiesetta delle
Carmelitane scaturisce una sorgente di acqua limpida che
richiama la profezia di Ezechiele circa l’acqua che,
scaturendo dal Tempio, disintossica la terra salata e fa
crescere alberi che procurano la vita. Dobbiamo difendere
la creazione non soltanto in vista delle nostre utilità,
ma per se stessa – come messaggio del Creatore, come
dono di bellezza, che è promessa e speranza. Sì,
l’uomo ha bisogno della trascendenza. Solo Dio basta, ha
detto Teresa d’Avila. Se Lui viene a mancare, allora
l’uomo deve cercare di superare da sé i confini del
mondo, di aprire davanti a sé lo spazio sconfinato per il
quale è stato creato. Allora, la droga diventa per lui
quasi una necessità. Ma ben presto scopre che questa è
una sconfinatezza illusoria – una beffa, si potrebbe
dire, che il diavolo fa all’uomo. Lì, nella Fazenda
da Esperança, i confini del mondo vengono veramente
superati, si apre lo sguardo verso Dio, verso l’ampiezza
della nostra vita, e così avviene un risanamento. A tutti
coloro che lì operano rivolgo il mio sincero
ringraziamento, e a tutti coloro che lì cercano la
guarigione, il mio cordiale auspicio di benedizione.
Poi
vorrei ricordare l’incontro con i Vescovi brasiliani
nella cattedrale di São Paulo. La musica solenne che ci
accompagnò rimane indimenticabile. A renderla
particolarmente bella fu il fatto che venne eseguita da un
coro e un’orchestra formati da giovani poveri di quella
città. Quelle persone ci hanno così offerto
l’esperienza della bellezza che fa parte di quei doni
per mezzo dei quali vengono superati i limiti della
quotidianità del mondo e noi possiamo percepire realtà
più grandi che ci rendono sicuri della bellezza di Dio.
L’esperienza, poi, della "collegialità effettiva
ed affettiva", della comunione fraterna nel comune
ministero ci ha fatto provare la gioia della cattolicità:
oltre tutti i confini geografici e culturali noi siamo
fratelli, insieme col Cristo risorto che ci ha chiamati al
suo servizio.
E alla
fine Aparecida. In modo del tutto particolare mi ha
toccato la piccola statuina della Madonna. Alcuni poveri
pescatori che ripetutamente avevano gettato le reti
invano, trassero fuori la statuina dalle acque del fiume,
e dopo ciò finalmente si avverò una pesca abbondante. È
la Madonna dei poveri, diventata essa stessa povera e
piccola. Così, proprio mediante la fede e l’amore dei
poveri, si è formato intorno a questa figura il grande
Santuario che, rimandando tuttavia sempre alla povertà di
Dio, all’umiltà della Madre, costituisce giorno per
giorno una casa e un rifugio per le persone che pregano e
sperano. Era cosa buona che lì ci riunissimo e lì
elaborassimo il documento sul tema "Discipulos e
misioneros de Jesucristo, para que en Él tengan la vida".
Certamente, qualcuno potrebbe subito fare la domanda: Ma
era questo il tema giusto in quest’ora della storia che
noi stiamo vivendo? Non era forse una svolta eccessiva
verso l’interiorità, in un momento in cui le grandi
sfide della storia, le questioni urgenti circa la
giustizia, la pace e la libertà richiedono il pieno
impegno di tutti gli uomini di buona volontà, e in modo
particolare della cristianità e della Chiesa? Non si
sarebbero dovuti affrontare piuttosto questi problemi,
invece di ritrarsi nel mondo interiore della fede?
Rimandiamo,
per il momento, a dopo questa obiezione. Prima di
rispondere ad essa, infatti, è necessario comprendere
bene il tema stesso nel suo vero significato; una volta
fatto questo, la risposta all’obiezione si delinea da sé.
La parola-chiave del tema è: trovare la vita – la vita
vera. Con ciò il tema suppone che questo obiettivo, su
cui forse tutti sono d’accordo, viene raggiunto nel
discepolato di Gesù Cristo come anche nell’impegno per
la sua parola e la sua presenza. I cristiani in America
Latina, e con loro quelli di tutto il mondo, vengono
quindi innanzitutto invitati a ridiventare maggiormente
"discepoli di Gesù Cristo" – cosa che, in
fondo, già siamo in virtù del Battesimo, senza che ciò
tolga che dobbiamo diventarlo sempre nuovamente nella viva
appropriazione del dono di quel Sacramento. Essere
discepoli di Cristo – che cosa significa? Ebbene,
significa in primo luogo: arrivare a conoscerlo. Come
avviene questo? È un invito ad ascoltarlo così come Egli
ci parla nel testo della Sacra Scrittura, come si rivolge
a noi e ci viene incontro nella comune preghiera della
Chiesa, nei Sacramenti e nella testimonianza dei santi.
Non si può mai conoscere Cristo solo teoricamente. Con
grande dottrina si può sapere tutto sulle Sacre
Scritture, senza averLo incontrato mai. Fa parte
integrante del conoscerLo il camminare insieme con Lui,
l’entrare nei suoi sentimenti, come dice la Lettera
ai Filippesi (2,5). Paolo descrive questi sentimenti
brevemente così: avere lo stesso amore, formare insieme
un’anima sola (sýmpsychoi), andare d’accordo,
non fare niente per rivalità e vanagloria, non mirando
ciascuno ai propri interessi soltanto, ma anche a quelli
degli altri (2,2-4). La catechesi non può mai essere solo
un insegnamento intellettuale, deve sempre diventare anche
un impratichirsi della comunione di vita con Cristo, un
esercitarsi nell’umiltà, nella giustizia e
nell’amore. Solo così camminiamo con Gesù Cristo sulla
sua via, solo così si apre l’occhio del nostro cuore;
solo così impariamo a comprendere la Scrittura ed
incontriamo Lui. L’incontro con Gesù Cristo richiede
l’ascolto, richiede la risposta nella preghiera e nel
praticare ciò che Egli ci dice. Venendo a conoscere
Cristo veniamo a conoscere Dio, e solo a partire da Dio
comprendiamo l’uomo e il mondo, un mondo che altrimenti
rimane una domanda senza senso.
Diventare
discepoli di Cristo è dunque un cammino di educazione
verso il nostro vero essere, verso il giusto essere
uomini. Nell’Antico Testamento, l’atteggiamento di
fondo dell’uomo che vive la parola di Dio veniva
riassunto nel termine zadic – il giusto: chi vive
secondo la parola di Dio diventa un giusto; egli pratica e
vive la giustizia. Nel cristianesimo, l’atteggiamento
dei discepoli di Gesù Cristo veniva poi espresso con
un’altra parola: il fedele. La fede comprende tutto;
questa parola ora indica insieme l’essere con Cristo e
l’essere con la sua giustizia. Riceviamo nella fede la
giustizia di Cristo, la viviamo in prima persona e la
trasmettiamo. Il documento di Aparecida concretizza tutto
ciò parlando della buona notizia sulla dignità
dell’uomo, sulla vita, sulla famiglia, sulla scienza e
la tecnologia, sul lavoro umano, sulla destinazione
universale dei beni della terra e sull’ecologia:
dimensioni nelle quali si articola la nostra giustizia,
viene vissuta la fede e vengono date risposte alle sfide
del tempo.
Il
discepolo di Gesù Cristo deve essere anche
"missionario", messaggero del Vangelo, ci dice
quel documento. Anche qui si leva un’obiezione: è
lecito ancora oggi "evangelizzare"? Non
dovrebbero piuttosto tutte le religioni e concezioni del
mondo convivere pacificamente e cercare di fare insieme il
meglio per l’umanità, ciascuna nel proprio modo?
Ebbene, è indiscutibile che dobbiamo tutti convivere e
cooperare nella tolleranza e nel rispetto reciproci. La
Chiesa cattolica si impegna per questo con grande energia
e, con i due incontri di Assisi, ha lasciato anche
indicazioni evidenti in questo senso, indicazioni che,
nell’incontro a Napoli di quest’anno, abbiamo ripreso
nuovamente. Al riguardo mi piace qui ricordare la lettera
gentilmente inviatami il 13 ottobre scorso da 138 leader
religiosi musulmani per testimoniare il loro comune
impegno nella promozione della pace nel mondo. Con gioia
ho risposto esprimendo la mia convinta adesione a tali
nobili intendimenti e sottolineando al tempo stesso
l’urgenza di un concorde impegno per la tutela dei
valori del rispetto reciproco, del dialogo e della
collaborazione. Il riconoscimento condiviso
dell’esistenza di un unico Dio, provvido Creatore e
Giudice universale del comportamento di ciascuno,
costituisce la premessa di un’azione comune in difesa
dell’effettivo rispetto della dignità di ogni persona
umana per l’edificazione di una società più giusta e
solidale.
Ma questa
volontà di dialogo e di collaborazione significa forse
allo stesso tempo che non possiamo più trasmettere il
messaggio di Gesù Cristo, non più proporre agli uomini e
al mondo questa chiamata e la speranza che ne deriva? Chi
ha riconosciuto una grande verità, chi ha trovato una
grande gioia, deve trasmetterla, non può affatto tenerla
per sé. Doni così grandi non sono mai destinati ad una
persona sola. In Gesù Cristo è sorta per noi una grande
luce, la grande Luce: non possiamo metterla sotto
il moggio, ma dobbiamo elevarla sul lucerniere, perché
faccia luce a tutti quelli che sono nella casa (cfr Mt
5,15). San Paolo è stato instancabilmente in cammino
recando con sé il Vangelo. Si sentiva addirittura sotto
una sorta di "costrizione" ad annunciare il
Vangelo (cfr 1 Cor 9, 16) – non tanto a motivo di
una preoccupazione per la salvezza del singolo
non-battezzato, non ancora raggiunto dal Vangelo, ma perché
era consapevole che la storia nel suo insieme non poteva
arrivare al suo compimento finché la totalità (pléroma)
dei popoli non fosse stata raggiunta dal Vangelo (cfr Rm
11,25). Per giungere al suo compimento, la storia ha
bisogno dell’annuncio della Buona Novella a tutti i
popoli, a tutti gli uomini (cfr Mc 13,10). E di
fatto: quanto è importante che confluiscano nell’umanità
forze di riconciliazione, forze di pace, forze di amore e
di giustizia – quanto è importante che nel
"bilancio" dell’umanità, di fronte ai
sentimenti ed alle realtà della violenza e
dell’ingiustizia che la minacciano, vengano suscitate e
rinvigorite forze antagoniste! È proprio ciò che avviene
nella missione cristiana. Mediante l’incontro con Gesù
Cristo e i suoi santi, mediante l’incontro con Dio, il
bilancio dell’umanità viene rifornito di quelle forze
del bene, senza le quali tutti i nostri programmi di
ordine sociale non diventano realtà, ma – di fronte
alla pressione strapotente di altri interessi contrari
alla pace ed alla giustizia – rimangono solo teorie
astratte.
Così
siamo tornati alle domande poste all’inizio: Ha fatto
bene Aparecida, nella ricerca di vita per il mondo a dare
la priorità al discepolato di Gesù Cristo e
all’evangelizzazione? Era forse un ripiegamento
sbagliato nell’interiorità? No! Aparecida ha deciso
giustamente, perché proprio mediante il nuovo incontro
con Gesù Cristo e il suo Vangelo – e solo così –
vengono suscitate le forze che ci rendono capaci di dare
la giusta risposta alle sfide del tempo.
Alla fine
del mese di giugno ho inviato una Lettera ai Vescovi, ai
presbiteri, alle persone consacrate e ai fedeli laici
della Chiesa cattolica nella Repubblica Popolare Cinese.
Con questa Lettera ho voluto manifestare sia il mio
profondo affetto spirituale per tutti i cattolici in Cina
sia una cordiale stima per il Popolo cinese. In essa ho
richiamato i perenni principi della tradizione cattolica e
del Concilio Vaticano II in campo ecclesiologico. Alla
luce del "disegno originario", che Cristo ha
avuto della sua Chiesa, ho indicato alcuni orientamenti
per affrontare e per risolvere, in spirito di comunione e
di verità, le delicate e complesse problematiche della
vita della Chiesa in Cina. Ho anche indicato la
disponibilità della Santa Sede ad un sereno e costruttivo
dialogo con le Autorità civili al fine di trovare una
soluzione ai vari problemi, riguardanti la comunità
cattolica. La Lettera è stata accolta con gioia e con
gratitudine dai cattolici in Cina. Formulo l'auspicio che,
con l'aiuto di Dio, essa possa produrre i frutti sperati.
Agli
altri momenti salienti dell’anno posso, purtroppo, solo
accennare brevemente. Erano in realtà eventi che avevano
di mira gli stessi scopi, intendevano evidenziare gli
stessi orientamenti. Così la meravigliosa visita in
Austria. L’Osservatore Romano, con una bella
espressione, ha caratterizzata la pioggia, che ci
accompagnò, come "pioggia della fede": gli
acquazzoni non solo non hanno diminuito la nostra gioia
della fede in Cristo sperimentata guardando verso sua
Madre, ma anzi l’hanno rafforzata. Questa gioia ha
penetrato la cortina delle nuvole che incombevano su di
noi. Guardando con Maria verso Cristo abbiamo trovato la
Luce che in tutte le tenebre del mondo ci indica la via.
Vorrei ringraziare di cuore i Vescovi austriaci, i
sacerdoti, le religiose, i religiosi e i tanti fedeli, che
in quei giorni si sono posti insieme con me in cammino
verso Cristo, per questo incoraggiante segno di fede che
ci hanno donato.
Anche
l’incontro con la gioventù nell’agorà di Loreto è
stato un grande segno di gioia e di speranza: se tanti
giovani vogliono incontrare Maria e con Maria Cristo e si
lasciano contagiare dalla gioia della fede, allora
possiamo tranquillamente andare incontro al futuro. In
questo senso mi sono rivolto in varie occasioni ai
giovani: nella visita all’Istituto per minori di Casal
del Marmo, come nei discorsi pronunciati in occasione
delle Udienze o degli Angelus domenicali. Ho preso atto
delle loro attese e dei loro generosi propositi,
rilanciando la questione educativa e sollecitando
l’impegno delle Chiese locali nella pastorale
vocazionale. Non ho mancato ovviamente di denunciare le
manipolazioni a cui i giovani sono oggi esposti e i
pericoli che ne derivano per la società del futuro.
Molto
brevemente ho già accennato all’incontro di Napoli.
Anche lì ci siamo ritrovati – fatto del tutto insolito
per la città del sole e della luce – circondati dalla
pioggia, ma pure lì la calorosa umanità e la fede viva
hanno penetrato le nuvole, facendoci sperimentare la gioia
che viene dal Vangelo.
Certo,
non bisogna illudersi: i problemi che pone il secolarismo
del nostro tempo e la pressione delle presunzioni
ideologiche alle quali tende la coscienza secolaristica
con la sua pretesa esclusiva alla razionalità definitiva,
non sono piccoli. Noi lo sappiamo, e conosciamo la fatica
della lotta che in questo tempo ci è imposta. Ma sappiamo
anche che il Signore mantiene la sua promessa: "Ecco,
io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del
mondo" (Mt 28,20). In questa lieta certezza,
accogliendo la spinta delle riflessioni di Aparecida a
rinnovare anche noi il nostro essere con Cristo, andiamo
fiduciosamente incontro al nuovo anno. Andiamo sotto lo
sguardo materno dell’Aparecida, di Colei che si
è qualificata come "la serva del Signore". La
sua protezione ci rende sicuri e pieni di speranza. Con
questi sentimenti imparto di cuore a voi qui presenti e a
quanti fanno parte della grande famiglia della Curia
Romana la Benedizione Apostolica.
©
Copyright 2007 - Libreria Editrice Vaticana
|
|