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UDIENZA
ALLA CURIA ROMANA (22 DICEMBRE 2006)
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Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte,
Radio Vaticana, 22 dicembre 2006
LA PACE
SULLA
TERRA
NON PUO’ TROVARSI SENZA
LA RICONCILIAZIONE CON
DIO: E’ QUANTO HA AFFERMATO OGGI BENEDETTO XVI
INCONTRANDO
LA CURIA ROMANA
PER I TRADIZIONALI AUGURI NATALIZI. IL
PAPA HA RICORDATO I SUOI 4 VIAGGI APOSTOLICI DI QUEST’ANNO
RILANCIANDO IL DIALOGO TRA FEDE E RAGIONE, E RIAFFERMANDO
LA CENTRALITA
’ DELLA FAMIGLIA FONDATA SUL MATRIMONIO E IL VALORE DEL
CELIBATO SACERDOTALE.
LA PREOCCUPAZIONE DEL
PONTEFICE PER UNA EUROPA CHE NON VUOLE AVERE PIU’ FIGLI
E PER UN OCCIDENTE CHE DIMENTICA DIO
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Un
discorso di straordinaria intensità quello
pronunciato stamani da Benedetto XVI nell’udienza
alla Curia Romana per gli auguri natalizi. Il Papa
ha ripercorso con la memoria i suoi 4 viaggi
apostolici di quest’anno, soffermandosi su temi
chiave come la pace, la famiglia, il dialogo
interreligioso, il celibato dei sacerdoti e ancora
l’ecumenismo e la sfida dei credenti di fronte
all’avanzare del secolarismo. Il servizio di
Alessandro Gisotti:
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Il
primo pensiero di Benedetto XVI va a quanti soffrono a
causa della guerra, che anche quest’anno ha scosso la
Terra Santa, mentre incombe “minaccioso su questo nostro
momento storico” il pericolo di uno “scontro tra
culture e religioni”. “Il problema delle vie verso la
pace”, è la sua riflessione, “è diventato una sfida
di primaria importanza per tutti coloro che si preoccupano
dell’uomo” e ciò, sottolinea, “vale in modo
particolare per la Chiesa”:
“La
pace sulla terra non può trovarsi senza la
riconciliazione con Dio, senza l'armonia tra cielo e
terra. Questa correlazione del tema ‘Dio’ col tema
‘pace’ è stato l'aspetto determinante dei quattro
Viaggi Apostolici di quest'anno: ad essi vorrei riandare
con la memoria in questo momento”.
“Noi
uomini – constata il Pontefice – avremmo desiderato
che Cristo bandisse una volta per sempre tutte le guerre,
distruggesse le armi e stabilisse la pace universale”.
Ma, prosegue, “dobbiamo imparare che la pace non può
essere raggiunta unicamente dall'esterno” e che “il
tentativo di stabilirla con la violenza porta solo a
violenza sempre nuova”. Esorta così ad imparare che la
pace, “come diceva l'angelo di Betlemme” nasce dall’
“aprirsi dei nostri cuori a Dio”. E il Papa invoca il
Signore affinché “la ragione della pace vinca
l’irragionevolezza della violenza”. Un tema, questo
del rapporto tra fede e ragione, che domina le riflessioni
di Benedetto XVI sul suo viaggio in Baviera e in
particolare sulla sua lezione all’Università di
Ratisbona:
“La
ragione ha bisogno del Logos che sta all'inizio ed è la
nostra luce; la fede, per parte sua, ha bisogno del
colloquio con la ragione moderna, per rendersi conto della
propria grandezza e corrispondere alle proprie
responsabilità. È questo che ho cercato di evidenziare
nella mia lezione a Regensburg. È una questione che non
è affatto di natura soltanto accademica; in essa si
tratta del futuro di noi tutti”.
Diventa
sempre più evidente, sottolinea il Papa, l’urgenza del
dialogo tra fede e ragione. Tuttavia, rileva, “la
ragione orientata totalmente ad impadronirsi del mondo non
accetta più limiti. Essa è sul punto di trattare ormai
l'uomo stesso come semplice materia del suo produrre e del
suo potere”. Se “la nostra conoscenza aumenta”, al
contempo “si registra un progressivo accecamento della
ragione circa i propri fondamenti”. “La fede in quel
Dio che è in persona la Ragione creatrice dell'universo
– è la viva esortazione di Benedetto XVI - deve essere
accolta dalla scienza in modo nuovo come sfida e
chance”. Una sfida particolarmente forte
nell’Occidente secolarizzato:
“Il
grande problema dell’Occidente è la dimenticanza di
Dio: è un oblio che si diffonde. In definitiva, tutti i
singoli problemi possono essere riportati a questa
domanda, ne sono convinto”.
Il
Papa si sofferma su questo tema. “La ragione
secolarizzata – afferma - non è in grado di entrare in
un vero dialogo con le religioni. Se resta chiusa di
fronte alla questione su Dio, questo finirà per condurre
allo scontro delle culture”. Sono parole che introducono
la riflessione del Papa sulla visita pastorale in Turchia.
Un viaggio, spiega, volto a ribadire che “le religioni
devono incontrarsi nel compito comune di porsi al servizio
della verità e quindi dell'uomo”.
In
un dialogo da intensificare con l'Islam, osserva il Santo
Padre, va tenuto presente che il mondo musulmano “si
trova oggi con grande urgenza davanti a un compito molto
simile a quello che ai cristiani fu imposto a partire dai
tempi dell'illuminismo” e che fu risolto concretamente
con il Concilio Vaticano II, dopo una “lunga” e
“faticosa ricerca”:
“Si
tratta dell'atteggiamento che la comunità dei fedeli deve
assumere di fronte alle convinzioni e alle esigenze
affermatesi nell'illuminismo. Da una parte, ci si deve
contrapporre a una dittatura della ragione positivista che
esclude Dio dalla vita della comunità e dagli ordinamenti
pubblici, privando così l'uomo di suoi specifici criteri
di misura. D'altra parte, è necessario accogliere le vere
conquiste dell'illuminismo, i diritti dell'uomo e
specialmente la libertà della fede e del suo esercizio,
riconoscendo in essi elementi essenziali anche per
l'autenticità della religione”.
Il
contenuto del dialogo tra cristiani e musulmani, afferma
ancora, “sarà in questo momento soprattutto quello di
incontrarsi in questo impegno per trovare le soluzioni
giuste”. E ancora, assicura che i cristiani
“s’impegnano contro la violenza e per la sinergia tra
fede e ragione, tra ragione e libertà”. Sempre con la
memoria al viaggio in Turchia, il Pontefice non manca di
ricordare la gioia provata nella “vicinanza ecumenica”
dell’incontro con il Patriarca Bartolomeo I, ribadendo
dunque l’impegno a lavorare poi per una piena comunione.
Quindi, auspica ancora una volta che la libertà religiosa
“riconosciuta nei principi della Costituzione turca”,
trovi “nella vita quotidiana del Patriarcato e delle
altre comunità cristiane una sempre più crescente
realizzazione pratica”. In questo articolato discorso,
incentrato sul tema Dio e la pace, Benedetto XVI ricorda
anche con emozione la sua storica visita ad
Auschwitz-Birkenau, “nel luogo delle barbarie più
crudele”:
“Fu
per me motivo di grande conforto veder comparire nel cielo
l’arcobaleno, mentre io, davanti all’orrore di quel
luogo, nell'atteggiamento di Giobbe gridavo verso Dio,
scosso dallo spavento della sua apparente assenza e, al
contempo, sorretto dalla certezza che Egli anche nel suo
silenzio non cessa di essere e di rimanere con noi”.
“L’arcobaleno
– ricorda il Papa - era come una risposta” divina:
“Sì, Io ci sono”, le parole della promessa,
dell’Alleanza, pronunciate da Dio dopo il diluvio,
“sono valide anche oggi”.
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Il
lungo discorso del Papa alla Curia Romana ha affrontato,
come abbiamo detto, anche i temi della famiglia e del
celibato sacerdotale. Ce ne parla Sergio Centofanti.
**********
Il
tema della famiglia è stato al centro del viaggio in
Spagna, a Valencia: qui il Papa ha detto di essere stato
colpito dalle testimonianze di tanti coniugi, “benedetti
da una schiera numerosa di figli”:
“Non
hanno nascosto il fatto di aver avuto anche giorni
difficili, di aver dovuto attraversare tempi di crisi. Ma
proprio nella fatica del sopportarsi a vicenda giorno per
giorno, proprio nell'accettarsi sempre di nuovo nel
crogiolo degli affanni quotidiani, vivendo e soffrendo
fino in fondo il sì iniziale – proprio in questo
cammino del ‘perdersi’ evangelico erano maturati,
avevano trovato se stessi ed erano diventati felici. Il sì
che si erano dato reciprocamente, nella pazienza del
cammino e nella forza del sacramento con cui Cristo li
aveva legati insieme, era diventato un grande sì di
fronte a se stessi, ai figli, al Dio Creatore e al
Redentore Gesù Cristo”.
E’
una testimonianza – ha proseguito il Papa – “di una
gioia maturata anche nella sofferenza, di una gioia che va
nel profondo e redime veramente l’uomo” e che suscita
una riflessione:
“Davanti
a queste famiglie con i loro figli, davanti a queste
famiglie in cui le generazioni si stringono la mano e il
futuro è presente, il problema dell’Europa, che
apparentemente quasi non vuol più avere figli, mi è
penetrato nell’anima. Per l’estraneo, quest’Europa
sembra essere stanca, anzi sembra volersi congedare dalla
storia”.
Benedetto
XVI esamina i motivi di questa situazione: “i problemi
sociali e finanziari”, le preoccupazioni e le fatiche
quotidiane dovute ai figli, il tempo che scarseggia e che
“basta appena per la propria vita”: “avere tempo e
donare tempo” – ha affermato il Papa - è “un modo
molto concreto per imparare a donare se stessi, a perdersi
per trovare se stessi”. C’è poi il problema
dell’educazione in una società che ha perso
l’orientamento e rende insicuri sulle
norme da trasmettere “perché non sappiamo più
quale sia l’uso giusto della libertà, quale il modo
giusto di vivere, che cosa sia moralmente doveroso e che
cosa invece inammissibile”.
Ma
il problema più profondo secondo il Pontefice è che
“l’uomo di oggi è insicuro circa il futuro” e si
chiede se sia giusto “inviare qualcuno in questo futuro
incerto”.
“Se
non impariamo nuovamente i fondamenti della vita –
sottolinea il Papa - se non scopriamo in modo nuovo
la certezza della fede – ci sarà anche sempre meno
possibile affidare agli altri il dono della vita e il
compito di un futuro sconosciuto”.
Benedetto
XVI afferma poi di non poter tacere la sua
“preoccupazione per le leggi sulle coppie di fatto”.
“Quando vengono
create nuove forme giuridiche che relativizzano il
matrimonio – rileva - la
rinuncia al legame definitivo ottiene, per così dire,
anche un sigillo giuridico. In tal caso il decidersi per
chi già fa fatica diventa ancora più difficile”. A
questo – continua il Papa - si aggiunge “la
relativizzazione della differenza dei sessi. Diventa così
uguale il mettersi insieme di un uomo e una donna o di due
persone dello stesso sesso. Con ciò vengono tacitamente
confermate quelle teorie funeste che tolgono ogni
rilevanza alla mascolinità e alla femminilità della
persona umana, come se si trattasse di un fatto puramente
biologico; teorie secondo cui l’uomo – cioè il suo
intelletto e la sua volontà – deciderebbe autonomamente
che cosa egli sia o non sia”:
“C'è
in questo un deprezzamento della corporeità, da cui
consegue che l’uomo, volendo emanciparsi dal suo corpo
– dalla ‘sfera biologica’ – finisce per
distruggere se stesso. Se ci si dice che
la Chiesa
non dovrebbe ingerirsi in questi affari, allora noi
possiamo solo rispondere: forse che l’uomo non ci
interessa? I credenti, in virtù della grande cultura
della loro fede, non hanno forse il diritto di
pronunciarsi in tutto questo?
Non è
piuttosto il loro - il nostro - dovere alzare la voce per
difendere l’uomo, quella creatura che, proprio
nell’unità inseparabile di corpo e anima, è immagine
di Dio?”
Il
Papa ha poi preso in esame il tema del sacerdozio e del
celibato, trattati in particolare nel suo viaggio in
Baviera: “il compito centrale del sacerdote” –
afferma - è “portare Dio agli uomini”, cosa che può
fare “soltanto se egli stesso viene da Dio, se vive
‘con’ e ‘da’ Dio”. Dunque “il vero fondamento
della vita del sacerdote … è Dio stesso”. Il
celibato, la rinuncia al matrimonio – spiega il
Pontefice - “può essere compreso e vissuto, in
definitiva, solo in base a questa impostazione di
fondo”:
“Non
può significare il rimanere privi di amore, ma deve
significare il lasciarsi prendere dalla passione per Dio,
ed imparare poi grazie ad un più intimo stare con Lui a
servire pure gli uomini. Il celibato deve essere una
testimonianza di fede: la fede in Dio diventa concreta in
quella forma di vita che solo a partire da Dio ha un
senso. Poggiare la vita su di Lui, rinunciando al
matrimonio ed alla famiglia, significa che io accolgo e
sperimento Dio come realtà e perciò posso portarlo agli
uomini”.
E
oggi più che mai – ha sottolineato Benedetto XVI -
la società ha bisogno della testimonianza
di uomini che poggiano “su Dio nel modo più
concreto e radicale possibile”. Una testimonianza che ha
dato a tutto il mondo Giovanni Paolo II. “Il suo dono più
grande per tutti noi – ha concluso il Papa - è
stata la sua fede incrollabile e il radicalismo della sua
dedizione. ‘Totus
tuus’ era il suo motto: in esso si rispecchiava
tutto il suo essere”:
“Sì,
egli si è donato senza riserve a Dio, a Cristo, alla
Madre di Cristo, alla Chiesa: al servizio del Redentore ed
alla redenzione dell’uomo. Non ha serbato nulla, si è
lasciato consumare fino in fondo dalla fiamma della fede.
Ci ha mostrato così come, da uomini di questo nostro
oggi, si possa credere in Dio, nel Dio vivente resosi
vicino a noi in Cristo. Ci ha mostrato che è possibile
una dedizione definitiva e radicale dell’intera vita e
che, proprio nel donarsi, la vita diventa grande e vasta e
feconda”.
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UDIENZA
ALLA CURIA ROMANA
Signori
Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,
cari fratelli!
Con
grande gioia vi incontro oggi e rivolgo a ciascuno di voi
il mio cordiale saluto. Vi ringrazio per la vostra
presenza a questo tradizionale appuntamento, che si tiene
nell’imminenza del Santo Natale. Ringrazio in
particolare il Cardinale Angelo Sodano per le parole con
cui si è fatto interprete dei sentimenti di tutti i
presenti, prendendo spunto dal tema centrale
dell’Enciclica Deus caritas est. In questa
significativa circostanza desidero rinnovargli
l’espressione della mia gratitudine per il servizio che
in tanti anni ha reso al Papa e alla Santa Sede,
segnatamente in qualità di Segretario di Stato, e chiedo
al Signore di ricompensarlo per il bene che ha compiuto
con la sua saggezza e il suo zelo per la missione della
Chiesa. Al tempo stesso, mi piace rinnovare uno speciale
augurio al Cardinale Tarcisio Bertone per il nuovo compito
che gli ho affidato. Estendo volentieri questi miei
sentimenti a quanti, nel corso di quest’anno, sono
entrati al servizio della Curia Romana o del
Governatorato, mentre con affetto e gratitudine ricordiamo
coloro che il Signore ha chiamato a sé da questa vita.
L'anno
che volge al termine - lo ha detto Lei, Eminenza - rimane
nella nostra memoria con la profonda impronta degli orrori
della guerra svoltasi nei pressi della Terra Santa come
anche in generale del pericolo di uno scontro tra culture
e religioni – un pericolo che incombe tuttora minaccioso
su questo nostro momento storico. Il problema delle vie
verso la pace è così diventato una sfida di primaria
importanza per tutti coloro che si preoccupano dell'uomo.
Ciò vale in modo particolare per la Chiesa, per la quale
la promessa che ne ha accompagnato gli inizi significa
insieme una responsabilità e un compito: "Gloria a
Dio nel più alto dei cieli e pace in terra per gli uomini
che egli ama" (Lc 2,14).
Questo
saluto dell'angelo ai pastori nella notte della nascita di
Gesù a Betlemme rivela una connessione inscindibile tra
il rapporto degli uomini con Dio e il loro rapporto
vicendevole. La pace sulla terra non può trovarsi senza
la riconciliazione con Dio, senza l'armonia tra cielo e
terra. Questa correlazione del tema "Dio" col
tema "pace" è stato l'aspetto determinante dei
quattro Viaggi Apostolici di quest'anno: ad essi vorrei
riandare con la memoria in questo momento. C'è stata
innanzitutto la Visita Pastorale in Polonia,
il Paese natale del nostro amato Papa Giovanni Paolo II.
Il viaggio nella sua Patria è stato per me un intimo
dovere di gratitudine per tutto ciò che egli, durante il
quarto di secolo del suo servizio, ha donato a me
personalmente e soprattutto alla Chiesa e al mondo. Il suo
dono più grande per tutti noi è stata la sua fede
incrollabile e il radicalismo della sua dedizione. "Totus
tuus" era il suo motto: in esso si rispecchiava
tutto il suo essere. Sì, egli si è donato senza riserve
a Dio, a Cristo, alla Madre di Cristo, alla Chiesa: al
servizio del Redentore ed alla redenzione dell’uomo. Non
ha serbato nulla, si è lasciato consumare fino in fondo
dalla fiamma della fede. Ci ha mostrato così come, da
uomini di questo nostro oggi, si possa credere in Dio, nel
Dio vivente resosi vicino a noi in Cristo. Ci ha mostrato
che è possibile una dedizione definitiva e radicale
dell’intera vita e che, proprio nel donarsi, la vita
diventa grande e vasta e feconda. In Polonia, ovunque sono
andato, ho trovato la gioia della fede. "La gioia del
Signore è la vostra forza" – questa parola che, in
mezzo alla miseria del nuovo inizio, lo scriba Esdra gridò
al popolo di Israele appena tornato dall'esilio (Ne
8,10), qui si poteva sperimentarla come realtà. Sono
rimasto profondamente colpito dalla grande cordialità con
cui sono stato accolto dappertutto. La gente ha visto in
me il successore di Pietro a cui è affidato il ministero
pastorale per tutta la Chiesa. Vedevano colui al quale,
nonostante tutta la debolezza umana, allora come oggi è
rivolta la parola del Signore risorto: "Pasci le mie
pecorelle" (cfr Gv 21,15-19); vedevano il
successore di colui al quale Gesù presso Cesarèa di
Filippo disse: "Tu sei Pietro e su questa pietra
edificherò la mia chiesa" (Mt 16,18). Pietro,
da sé, non era una roccia, ma un uomo debole ed
incostante. Il Signore, però, volle fare proprio di lui
la pietra e dimostrare che, attraverso un uomo debole,
Egli stesso sostiene saldamente la sua Chiesa e la
mantiene nell’unità. Così la visita in Polonia è
stata per me, nel senso più profondo, una festa della
cattolicità. Cristo è la nostra pace che riunisce i
separati: Egli, al di là di tutte le diversità delle
epoche storiche e delle culture, è la riconciliazione.
Mediante il ministero petrino sperimentiamo questa forza
unificatrice della fede che, sempre di nuovo, partendo dai
molti popoli edifica l’unico popolo di Dio. Con gioia
abbiamo fatto realmente questa esperienza che, provenendo
da molti popoli, noi formiamo l’unico popolo di Dio, la
sua santa Chiesa. Per questo il ministero petrino può
essere il segno visibile che garantisce questa unità e
forma un’unità concreta. Per questa toccante esperienza
di cattolicità vorrei ringraziare la Chiesa in Polonia
ancora una volta in modo esplicito e di tutto cuore.
Nei miei
spostamenti in Polonia non poteva mancare la visita ad
Auschwitz-Birkenau nel luogo della barbarie più crudele
– del tentativo di cancellare il popolo di Israele, di
vanificare così anche l’elezione da parte di Dio, di
bandire Dio stesso dalla storia. Fu per me motivo di
grande conforto veder comparire nel cielo in quel momento
l’arcobaleno, mentre io, davanti all’orrore di quel
luogo, nell'atteggiamento di Giobbe gridavo verso Dio,
scosso dallo spavento della sua apparente assenza e, al
contempo, sorretto dalla certezza che Egli anche nel suo
silenzio non cessa di essere e di rimanere con noi.
L’arcobaleno era come una risposta: Sì, Io ci sono, e
le parole della promessa, dell’Alleanza, che ho
pronunciato dopo il diluvio, sono valide anche oggi (cfr Gn
9,12-17).
Il
viaggio in Spagna – a Valencia – è stato
tutto all'insegna del tema del matrimonio e della
famiglia. È stato bello ascoltare, davanti
all’assemblea di persone di tutti i continenti, la
testimonianza di coniugi che – benedetti da una schiera
numerosa di figli – si sono presentati davanti a noi e
hanno parlato dei rispettivi cammini nel sacramento del
matrimonio e all'interno delle loro famiglie numerose. Non
hanno nascosto il fatto di aver avuto anche giorni
difficili, di aver dovuto attraversare tempi di crisi. Ma
proprio nella fatica del sopportarsi a vicenda giorno per
giorno, proprio nell'accettarsi sempre di nuovo nel
crogiolo degli affanni quotidiani, vivendo e soffrendo
fino in fondo il sì iniziale – proprio in questo
cammino del "perdersi" evangelico erano
maturati, avevano trovato se stessi ed erano diventati
felici. Il sì che si erano dato reciprocamente, nella
pazienza del cammino e nella forza del sacramento con cui
Cristo li aveva legati insieme, era diventato un grande sì
di fronte a se stessi, ai figli, al Dio Creatore e al
Redentore Gesù Cristo. Così dalla testimonianza di
queste famiglie ci giungeva un’onda di gioia, non di
un’allegrezza superficiale e meschina che si dilegua
presto, ma di una gioia maturata anche nella sofferenza,
di una gioia che va nel profondo e redime veramente
l’uomo. Davanti a queste famiglie con i loro figli,
davanti a queste famiglie in cui le generazioni si
stringono la mano e il futuro è presente, il problema
dell’Europa, che apparentemente quasi non vuol più
avere figli, mi è penetrato nell’anima. Per
l’estraneo, quest’Europa sembra essere stanca, anzi
sembra volersi congedare dalla storia. Perché le cose
stanno così? Questa è la grande domanda. Le risposte
sono sicuramente molto complesse. Prima di cercare tali
risposte è doveroso un ringraziamento ai tanti coniugi
che anche oggi, nella nostra Europa, dicono sì al figlio
e accettano le fatiche che questo comporta: i problemi
sociali e finanziari, come anche le preoccupazioni e
fatiche giorno dopo giorno; la dedizione necessaria per
aprire ai figli la strada verso il futuro. Accennando a
queste difficoltà si rendono forse anche chiare le
ragioni perché a tanti il rischio di aver figli appare
troppo grande. Il bambino ha bisogno di attenzione
amorosa. Ciò significa: dobbiamo dargli qualcosa del
nostro tempo, del tempo della nostra vita. Ma proprio
questa essenziale "materia prima" della vita –
il tempo – sembra scarseggiare sempre di più. Il tempo
che abbiamo a disposizione basta appena per la propria
vita; come potremmo cederlo, darlo a qualcun altro? Avere
tempo e donare tempo – è questo per noi un modo molto
concreto per imparare a donare se stessi, a perdersi per
trovare se stessi. A questo problema si aggiunge il
calcolo difficile: di quali norme siamo debitori al
bambino perché segua la via giusta e in che modo
dobbiamo, nel fare ciò, rispettare la sua libertà? Il
problema è diventato così difficile anche perché non
siamo più sicuri delle norme da trasmettere; perché non
sappiamo più quale sia l’uso giusto della libertà,
quale il modo giusto di vivere, che cosa sia moralmente
doveroso e che cosa invece inammissibile. Lo spirito
moderno ha perso l’orientamento, e questa mancanza di
orientamento ci impedisce di essere per altri indicatori
della retta via. Anzi, la problematica va ancora più nel
profondo. L’uomo di oggi è insicuro circa il futuro. È
ammissibile inviare qualcuno in questo futuro incerto? In
definitiva, è una cosa buona essere uomo? Questa profonda
insicurezza sull’uomo stesso – accanto alla volontà
di avere la vita tutta per se stessi – è forse la
ragione più profonda, per cui il rischio di avere figli
appare a molti una cosa quasi non più sostenibile. Di
fatto, possiamo trasmettere la vita in modo responsabile
solo se siamo in grado di trasmettere qualcosa di più
della semplice vita biologica e cioè un senso che regga
anche nelle crisi della storia ventura e una certezza
nella speranza che sia più forte delle nuvole che
oscurano il futuro. Se non impariamo nuovamente i
fondamenti della vita – se non scopriamo in modo nuovo
la certezza della fede – ci sarà anche sempre meno
possibile affidare agli altri il dono della vita e il
compito di un futuro sconosciuto. Connesso con ciò è,
infine, anche il problema delle decisioni definitive: può
l’uomo legarsi per sempre? Può dire un sì per tutta la
vita? Sì, lo può. Egli è stato creato per questo.
Proprio così si realizza la libertà dell’uomo e così
si crea anche l’ambito sacro del matrimonio che si
allarga diventando famiglia e costruisce futuro.
A questo
punto non posso tacere la mia preoccupazione per le leggi
sulle coppie di fatto. Molte di queste coppie hanno scelto
questa via, perché – almeno per il momento – non si
sentono in grado di accettare la convivenza giuridicamente
ordinata e vincolante del matrimonio. Così preferiscono
rimanere nel semplice stato di fatto. Quando vengono
create nuove forme giuridiche che relativizzano il
matrimonio, la rinuncia al legame definitivo ottiene, per
così dire, anche un sigillo giuridico. In tal caso il
decidersi per chi già fa fatica diventa ancora più
difficile. Si aggiunge poi, per l'altra forma di coppie,
la relativizzazione della differenza dei sessi. Diventa
così uguale il mettersi insieme di un uomo e una donna o
di due persone dello stesso sesso. Con ciò vengono
tacitamente confermate quelle teorie funeste che tolgono
ogni rilevanza alla mascolinità e alla femminilità della
persona umana, come se si trattasse di un fatto puramente
biologico; teorie secondo cui l’uomo – cioè il suo
intelletto e la sua volontà – deciderebbe autonomamente
che cosa egli sia o non sia. C'è in questo un
deprezzamento della corporeità, da cui consegue che
l’uomo, volendo emanciparsi dal suo corpo – dalla
"sfera biologica" – finisce per distruggere se
stesso. Se ci si dice che la Chiesa non dovrebbe ingerirsi
in questi affari, allora noi possiamo solo rispondere:
forse che l’uomo non ci interessa? I credenti, in virtù
della grande cultura della loro fede, non hanno forse il
diritto di pronunciarsi in tutto questo? Non è piuttosto
il loro - il nostro - dovere alzare la voce per difendere
l’uomo, quella creatura che, proprio nell’unità
inseparabile di corpo e anima, è immagine di Dio? Il
viaggio a Valencia è diventato per me un viaggio alla
ricerca di che cosa significhi l’essere uomo.
Proseguiamo
mentalmente verso la Baviera – München, Altötting,
Regensburg, Freising. Lì ho potuto vivere
giornate indimenticabilmente belle dell’incontro con la
fede e con i fedeli della mia patria. Il grande tema del
mio viaggio in Germania era Dio. La Chiesa deve parlare di
tante cose: di tutte le questioni connesse con l’essere
uomo, della propria struttura e del proprio ordinamento e
così via. Ma il suo tema vero e – sotto certi
aspetti – unico è "Dio". E il grande problema
dell’Occidente è la dimenticanza di Dio: è un oblio
che si diffonde. In definitiva, tutti i singoli problemi
possono essere riportati a questa domanda, ne sono
convinto. Perciò, in quel viaggio la mia intenzione
principale era di mettere ben in luce il tema
"Dio", memore anche del fatto che in alcune
parti della Germania vive una maggioranza di
non-battezzati, per i quali il cristianesimo e il Dio
della fede sembrano cose che appartengono al passato.
Parlando di Dio, tocchiamo anche precisamente l'argomento
che, nella predicazione terrena di Gesù, costituiva il
suo interesse centrale. Il tema fondamentale di tale
predicazione è il dominio di Dio, il "Regno di
Dio". Con ciò non è espresso qualcosa che verrà
una volta o l’altra in un futuro indeterminato. Neppure
si intende con ciò quel mondo migliore che cerchiamo di
creare passo passo con le nostre forze. Nel termine
"Regno di Dio" la parola "Dio" è un
genitivo soggettivo. Questo significa: Dio non è
un’aggiunta al "Regno" che forse si potrebbe
anche lasciar cadere. Dio è il soggetto. Regno di Dio
vuol dire in realtà: Dio regna. Egli stesso è presente
ed è determinante per gli uomini nel mondo. Egli è il
soggetto, e dove manca questo soggetto non resta nulla del
messaggio di Gesù. Perciò Gesù ci dice: il Regno di Dio
non viene in modo che si possa, per così dire, mettersi
sul lato della strada ed osservare il suo arrivo. "È
in mezzo a voi!" (cfr Lc 17,20s). Esso si
sviluppa dove viene realizzata la volontà di Dio. È
presente dove vi sono persone che si aprono al suo arrivo
e così lasciano che Dio entri nel mondo. Perciò Gesù è
il Regno di Dio in persona: l’uomo nel quale Dio è in
mezzo a noi e attraverso il quale noi possiamo toccare
Dio, avvicinarci a Dio. Dove questo accade, il mondo si
salva.
Con il
tema di Dio erano e sono collegati due temi che hanno dato
un’impronta alle giornate della visita in Baviera: il
tema del sacerdozio e quello del dialogo. Paolo chiama
Timoteo – e in lui il Vescovo e, in genere, il sacerdote
– "uomo di Dio" (1 Tim 6,11). È questo
il compito centrale del sacerdote: portare Dio agli
uomini. Certamente può farlo soltanto se egli stesso
viene da Dio, se vive con e da Dio. Ciò è
espresso meravigliosamente in un versetto di un Salmo
sacerdotale che noi – la vecchia generazione – abbiamo
pronunciato durante l’ammissione allo stato chiericale:
"Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita" (Sal 16
[15],5). L’orante-sacerdote di questo Salmo
interpreta la sua esistenza a partire dalla forma della
distribuzione del territorio fissata nel Deuteronomio
(cfr 10,9). Dopo la presa di possesso della Terra ogni
tribù ottiene per mezzo del sorteggio la sua porzione
della Terra santa e con ciò prende parte al dono promesso
al capostipite Abramo. Solo la tribù di Levi non riceve
alcun terreno: la sua terra è Dio stesso. Questa
affermazione aveva certamente un significato del tutto
pratico. I sacerdoti non vivevano, come le altre tribù,
della coltivazione della terra, ma delle offerte.
Tuttavia, l’affermazione va più in profondità. Il vero
fondamento della vita del sacerdote, il suolo della sua
esistenza, la terra della sua vita è Dio stesso. La
Chiesa, in questa interpretazione anticotestamentaria
dell’esistenza sacerdotale – un’interpretazione che
emerge ripetutamente anche nel Salmo 118 [119] –
ha visto con ragione la spiegazione di ciò che significa
la missione sacerdotale nella sequela degli Apostoli,
nella comunione con Gesù stesso. Il sacerdote può e deve
dire anche oggi con il levita: "Dominus pars
hereditatis meae et calicis mei". Dio stesso è
la mia parte di terra, il fondamento esterno ed interno
della mia esistenza. Questa teocentricità
dell’esistenza sacerdotale è necessaria proprio nel
nostro mondo totalmente funzionalistico, nel quale tutto
è fondato su prestazioni calcolabili e verificabili. Il
sacerdote deve veramente conoscere Dio dal di dentro e
portarlo così agli uomini: è questo il servizio
prioritario di cui l'umanità di oggi ha bisogno. Se in
una vita sacerdotale si perde questa centralità di Dio,
si svuota passo passo anche lo zelo dell’agire.
Nell’eccesso delle cose esterne manca il centro che dà
senso a tutto e lo riconduce all’unità. Lì manca il
fondamento della vita, la "terra", sulla quale
tutto questo può stare e prosperare.
Il
celibato, che vige per i Vescovi in tutta la Chiesa
orientale ed occidentale e, secondo una tradizione che
risale a un’epoca vicina a quella degli Apostoli, per i
sacerdoti in genere nella Chiesa latina, può essere
compreso e vissuto, in definitiva, solo in base a questa
impostazione di fondo. Le ragioni solamente pragmatiche,
il riferimento alla maggiore disponibilità, non bastano:
una tale maggiore disponibilità di tempo potrebbe
facilmente diventare anche una forma di egoismo, che si
risparmia i sacrifici e le fatiche richieste
dall’accettarsi e dal sopportarsi a vicenda nel
matrimonio; potrebbe così portare ad un impoverimento
spirituale o ad una durezza di cuore. Il vero fondamento
del celibato può essere racchiuso solo nella frase: Dominus
pars – Tu sei la mia terra. Può essere solo
teocentrico. Non può significare il rimanere privi di
amore, ma deve significare il lasciarsi prendere dalla
passione per Dio, ed imparare poi grazie ad un più intimo
stare con Lui a servire pure gli uomini. Il celibato deve
essere una testimonianza di fede: la fede in Dio diventa
concreta in quella forma di vita che solo a partire da Dio
ha un senso. Poggiare la vita su di Lui, rinunciando al
matrimonio ed alla famiglia, significa che io accolgo e
sperimento Dio come realtà e perciò posso portarlo agli
uomini. Il nostro mondo diventato totalmente positivistico,
in cui Dio entra in gioco tutt’al più come ipotesi, ma
non come realtà concreta, ha bisogno di questo poggiare
su Dio nel modo più concreto e radicale possibile. Ha
bisogno della testimonianza per Dio che sta nella
decisione di accogliere Dio come terra su cui si fonda la
propria esistenza. Per questo il celibato è così
importante proprio oggi, nel nostro mondo attuale, anche
se il suo adempimento in questa nostra epoca è
continuamente minacciato e messo in questione. Occorre una
preparazione accurata durante il cammino verso questo
obiettivo; un accompagnamento persistente da parte del
Vescovo, di amici sacerdoti e di laici, che sostengano
insieme questa testimonianza sacerdotale. Occorre la
preghiera che invoca senza tregua Dio come il Dio vivente
e si appoggia a Lui nelle ore di confusione come nelle ore
della gioia. In questo modo, contrariamente al
"trend" culturale che cerca di convincerci che
non siamo capaci di prendere tali decisioni, questa
testimonianza può essere vissuta e così, nel nostro
mondo, può rimettere in gioco Dio come realtà.
L’altro
grande tema collegato col tema di Dio è quello del
dialogo. Il cerchio interno del complesso dialogo che oggi
occorre, l’impegno comune di tutti i cristiani per
l’unità, si è reso evidente nei Vespri ecumenici nel
duomo di Regensburg, dove oltre ai fratelli e alle sorelle
della Chiesa cattolica, ho potuto incontrare molti amici
dell’Ortodossia e del Cristianesimo Evangelico. Nella
recita dei Salmi e nell’ascolto della Parola di Dio
eravamo lì tutti riuniti, e non è una cosa da poco che
questa unità ci sia stata donata. L'incontro con
l'Università era dedicato – come si addice a quel luogo
– al dialogo tra fede e ragione. In occasione del mio
incontro col filosofo Jürgen Habermas, qualche anno fa a
Monaco, questi aveva detto che ci occorrerebbero pensatori
capaci di tradurre le convinzioni cifrate della fede
cristiana nel linguaggio del mondo secolarizzato per
renderle così efficaci in modo nuovo. Di fatto diventa
sempre più evidente, quanto urgentemente il mondo abbia
bisogno del dialogo tra fede e ragione. Immanuel Kant, a
suo tempo, aveva visto espressa l'essenza dell'illuminismo
nel detto "sapere aude": nel coraggio del
pensiero che non si lascia mettere in imbarazzo da alcun
pregiudizio. Ebbene, la capacità cognitiva dell'uomo, il
suo dominio sulla materia mediante la forza del pensiero,
ha fatto nel frattempo progressi allora inimmaginabili. Ma
il potere dell'uomo, che gli è cresciuto nelle mani
grazie alla scienza, diventa sempre più un pericolo che
minaccia l'uomo stesso e il mondo. La ragione orientata
totalmente ad impadronirsi del mondo non accetta più
limiti. Essa è sul punto di trattare ormai l'uomo stesso
come semplice materia del suo produrre e del suo potere.
La nostra conoscenza aumenta, ma al contempo si registra
un progressivo accecamento della ragione circa i propri
fondamenti; circa i criteri che le danno orientamento e
senso. La fede in quel Dio che è in persona la Ragione
creatrice dell'universo deve essere accolta dalla scienza
in modo nuovo come sfida e chance. Reciprocamente, questa
fede deve riconoscere nuovamente la sua intrinseca vastità
e la sua propria ragionevolezza. La ragione ha bisogno del
Logos che sta all'inizio ed è la nostra luce; la
fede, per parte sua, ha bisogno del colloquio con la
ragione moderna, per rendersi conto della propria
grandezza e corrispondere alle proprie responsabilità. È
questo che ho cercato di evidenziare nella mia lezione a
Regensburg. È una questione che non è affatto di natura
soltanto accademica; in essa si tratta del futuro di noi
tutti.
A
Regensburg il dialogo tra le religioni venne toccato solo
marginalmente e sotto un duplice punto di vista. La
ragione secolarizzata non è in grado di entrare in un
vero dialogo con le religioni. Se resta chiusa di fronte
alla questione di Dio, questo finirà per condurre allo
scontro delle culture. L'altro punto di vista riguardava
l'affermazione che le religioni devono incontrarsi nel
compito comune di porsi al servizio della verità e quindi
dell'uomo. La visita in Turchia mi ha
offerto l'occasione di illustrare anche pubblicamente il
mio rispetto per la Religione islamica, un rispetto, del
resto, che il Concilio Vaticano II (cfr Dich. Nostra
Aetate, 3) ci ha indicato come atteggiamento doveroso.
Vorrei in questo momento esprimere ancora una volta la mia
gratitudine verso le Autorità della Turchia e verso il
popolo turco, che mi ha accolto con un'ospitalità così
grande e mi ha offerto giorni indimenticabili di incontro.
In un dialogo da intensificare con l'Islam dovremo tener
presente il fatto che il mondo musulmano si trova oggi con
grande urgenza davanti a un compito molto simile a quello
che ai cristiani fu imposto a partire dai tempi
dell'illuminismo e che il Concilio Vaticano II, come
frutto di una lunga ricerca faticosa, ha portato a
soluzioni concrete per la Chiesa cattolica. Si tratta
dell'atteggiamento che la comunità dei fedeli deve
assumere di fronte alle convinzioni e alle esigenze
affermatesi nell'illuminismo. Da una parte, ci si deve
contrapporre a una dittatura della ragione positivista che
esclude Dio dalla vita della comunità e dagli ordinamenti
pubblici, privando così l'uomo di suoi specifici criteri
di misura. D'altra parte, è necessario accogliere le vere
conquiste dell'illuminismo, i diritti dell'uomo e
specialmente la libertà della fede e del suo esercizio,
riconoscendo in essi elementi essenziali anche per
l'autenticità della religione. Come nella comunità
cristiana c'è stata una lunga ricerca circa la giusta
posizione della fede di fronte a quelle convinzioni –
una ricerca che certamente non sarà mai conclusa
definitivamente – così anche il mondo islamico con la
propria tradizione sta davanti al grande compito di
trovare a questo riguardo le soluzioni adatte. Il
contenuto del dialogo tra cristiani e musulmani sarà in
questo momento soprattutto quello di incontrarsi in questo
impegno per trovare le soluzioni giuste. Noi cristiani ci
sentiamo solidali con tutti coloro che, proprio in base
alla loro convinzione religiosa di musulmani, s'impegnano
contro la violenza e per la sinergia tra fede e ragione,
tra religione e libertà. In questo senso, i due dialoghi
di cui ho parlato si compenetrano a vicenda.
Ad
Istanbul, infine, ho potuto vivere ancora una volta ore
felici di vicinanza ecumenica nell'incontro con il
Patriarca ecumenico Bartholomaios I. Giorni fa egli mi ha
scritto una lettera le cui parole di gratitudine
provenienti dal profondo del cuore mi hanno reso di nuovo
molto presente l'esperienza di comunione di quei giorni.
Abbiamo sperimentato di essere fratelli non soltanto sulla
base di parole e di eventi storici, ma dal profondo
dell'animo; di essere uniti dalla fede comune degli
Apostoli fin dentro il nostro pensiero e sentimento
personale. Abbiamo fatto l'esperienza di un'unità
profonda nella fede e pregheremo il Signore ancora più
insistentemente affinché ci doni presto anche la piena
unità nella comune frazione del Pane. La mia profonda
gratitudine e la mia preghiera fraterna si rivolgono in
quest'ora al Patriarcha Bartholomaios e ai suoi fedeli
come anche alle diverse comunità cristiane che ho potuto
incontrare ad Istanbul. Speriamo e preghiamo che la libertà
religiosa, che corrisponde alla natura intima della fede
ed è riconosciuta nei principi della costituzione turca,
trovi nelle forme giuridiche adatte come nella vita
quotidiana del Patriarcato e delle altre comunità
cristiane una sempre più crescente realizzazione pratica.
"Et
erit iste pax" – tale sarà la pace, dice il
profeta Michea (5,4) circa il futuro dominatore di
Israele, di cui annuncia la nascita a Betlemme. Ai pastori
che pascolavano le loro pecore sui campi intorno a
Betlemme gli angeli dissero: l'Atteso è arrivato.
"Pace in terra agli uomini" (Lc 2,14).
Egli stesso Cristo, il Signore, ha detto ai suoi
discepoli: "Vi lascio la pace, vi do la mia
pace" (Gv 14,27). Da queste parole si è
sviluppato il saluto liturgico: "La pace sia con
voi". Questa pace che viene comunicata nella liturgia
è Cristo stesso. Egli si dona a noi come la pace, come la
riconciliazione oltre ogni frontiera. Dove Egli viene
accolto crescono isole di pace. Noi uomini avremmo
desiderato che Cristo bandisse una volta per sempre tutte
le guerre, distruggesse le armi e stabilisse la pace
universale. Ma dobbiamo imparare che la pace non può
essere raggiunta unicamente dall'esterno con delle
strutture e che il tentativo di stabilirla con la violenza
porta solo a violenza sempre nuova. Dobbiamo imparare che
la pace – come diceva l'angelo di Betlemme – è
connessa con l'eudokia, con l'aprirsi dei nostri
cuori a Dio. Dobbiamo imparare che la pace può esistere
solo se l'odio e l'egoismo vengono superati dall'interno.
L'uomo deve essere rinnovato a partire dal suo interno,
deve diventare nuovo, diverso. Così la pace in questo
mondo rimane sempre debole e fragile. Noi ne soffriamo.
Proprio per questo siamo tanto più chiamati a lasciarci
penetrare interiormente dalla pace di Dio, e a portare la
sua forza nel mondo. Nella nostra vita deve realizzarsi ciò
che nel Battesimo è avvenuto in noi sacramentalmente: il
morire dell'uomo vecchio e così il risorgere di quello
nuovo. E sempre di nuovo pregheremo il Signore con ogni
insistenza: Scuoti tu i cuori! Rendici uomini nuovi! Aiuta
affinché la ragione della pace vinca l'irragionevolezza
della violenza! Rendici portatori della tua pace!
Ci
ottenga questa grazia la Vergine Maria, alla quale affido
voi e il vostro lavoro. A ciascuno di voi qui presenti e
alle persone care rinnovo i miei più fervidi voti
augurali. E come segno della nostra gioia, il giorno di
domani sarà un giorno libero per la Curia, per prepararsi
bene, materialmente e spiritualmente, al Natale. Ai
collaboratori dei vari Dicasteri e Uffici della Curia
Romana e del Governatorato dello Stato della Città del
Vaticano imparto con affetto la Benedizione Apostolica.
Buon Natale e tanti auguri anche per il Nuovo Anno.
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