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Il
Papa alla Curia: la Gmg e il Sinodo, segni dello
Spirito Santo nel 2008. Dio ha creato l'uomo e la
donna, la Chiesa difenda questa verità
Lo
Spirito Santo che Cristo ha donato alla Chiesa ha
mostrato nell’ultimo anno una visibile
“Pentecoste”, in particolare attraverso la Gmg
di Sydney e il Sinodo dei Vescovi sulla Parola di
Dio. Nel tradizionale discorso alla Curia romana
per gli auguri di Natale, Benedetto XVI ha
analizzato in profondità questi e altri eventi
che hanno caratterizzato la sua missione e quella
della Chiesa nel 2008. Il Papa si è soffermato
anche sul bisogno di una “ecologia
dell’uomo”, che rispetti cioè la natura
dell’essere umano così come creato da Dio -
uomo e donna - rispetto al disprezzo indotto da
chi vorrebbe imporre l’idea di un “genere”
staccato dalla verità della Creazione. Il
servizio di Alessandro De Carolis:
Quando
Cristo fondò la Chiesa, le affidò la
responsabilità di annunciare al mondo il Vangelo
e, con esso, lo Spirito che illumina le parole di
Dio e la gioia che ne scaturisce dal viverle.
Questa responsabilità non è cambiata in duemila
anni e Benedetto XVI l’ha rilanciata al termine
del suo lungo e intenso discorso col quale ha
voluto riflettere sulle implicazioni spirituali
indotte dagli avvenimenti ecclesiali del 2008. Una
riflessione essenzialmente imperniata sullo
Spirito Santo, ma impostata a partire da quegli
eventi che dello Spirito Santo, e dei suoi doni di
armonia e gioia, sono stati testimonianza di
eccellenza negli ultimi 12 mesi. “L’anno che
sta per concludersi è stato ricco di sguardi
retrospettivi su date incisive della storia
recente della Chiesa”, ha introdotto il Papa
ricordando per sommi capi i 40 anni della
pubblicazione dell’enciclica Humanae vitae
e i 30 anni dalla morte del suo autore, Paolo VI,
oltre all’avvio dell’Anno Paolino e i viaggi
apostolici negli Stati Uniti e in Francia. Ma
l’attenzione del Pontefice si è puntata
soprattutto sulla Giornata mondiale della gioventù
di Sydney, celebrata in luglio, e il Sinodo dei
vescovi, dello scorso ottobre.
Il
“fenomeno” Gmg, ha osservato Benedetto XVI,
“è oggetto di analisi” ripetute, che si
sforzano di capire la cosiddetta “cultura
giovanile”:
“Analisi in voga tendono a considerare
queste giornate come una variante della moderna
cultura giovanile, come una specie di festival
rock modificato in senso ecclesiale con il Papa
quale star. Con o senza la fede, questi festival
sarebbero in fondo sempre la stessa cosa, e così
si pensa di poter rimuovere la questione su Dio.
Ci sono anche voci cattoliche che vanno in questa
direzione valutando tutto ciò come un grande
spettacolo, anche bello, ma di poco significato
per la questione sulla fede e sulla presenza del
Vangelo nel nostro tempo. Sarebbero momenti di una
festosa estasi, che però in fin dei conti
lascerebbero poi tutto come prima, senza influire
in modo più profondo sulla vita”.
Tuttavia, ha proseguito il Papa, c’è un
elemento che non torna in questa analisi: quello
della gioia, del “tipo” di gioia che si è
respirato a Sydney così diverso da quello di un
qualsiasi concerto rock. I 200 mila giovani di
Sydney non hanno disturbato la città, non hanno
causato violenza, il loro non è stato un
droga-party. Questo perché la loro è stata una
festa cominciata da lontano, un cammino di fede,
che ha avuto come fulcro una Croce:
“In Australia non per caso la lunga Via
Crucis attraverso la città è diventata
l’evento culminante di quelle giornate. Essa
riassumeva ancora una volta tutto ciò che era
accaduto negli anni precedenti ed indicava Colui
che riunisce insieme tutti noi: quel Dio che ci
ama sino alla Croce. Così anche il Papa non è la
star intorno alla quale gira il tutto. Egli è
totalmente e solamente Vicario. Rimanda
all’Altro che sta in mezzo a noi”.
La “star” della Gmg, dunque, è Cristo
stesso e il suo Spirito che il Pontefice ha
definito una “forza creatrice di comunione”.
“Lui è presente. Lui entra in mezzo a noi –
ha detto in crescendo Benedetto XVI - È
squarciato il cielo e questo rende luminosa la
terra. È questo che rende lieta e aperta la vita
e unisce gli uni con gli altri in una gioia che
non è paragonabile con l’estasi di un festival
rock”:
“Si formano delle amicizie che
incoraggiano ad uno stile di vita diverso e lo
sostengono dal di dentro. Le grandi Giornate
hanno, non da ultimo, lo scopo di suscitare tali
amicizie e di far sorgere in questo modo nel mondo
luoghi di vita nella fede, che sono insieme luoghi
di speranza e di carità vissuta”.
Anche il Sinodo dei Vescovi sulla Parola di Dio
ha manifestato questo profondo legame tra la
Bibbia e lo Spirito Santo. L’assise sinodale ha
dimostrato che, sebbene “incompiuta”, “nella
Chiesa c’è una Pentecoste anche oggi”, ha
riconosciuto il Pontefice, ringraziando ancora una
volta i contributi portati al Sinodo dal Rabbino
Cohen e dal Patriarca ortodosso ecumenico,
Bartolomeo I:
“Abbiamo capito che, certamente, gli
scritti biblici sono stati redatti in determinate
epoche e quindi costituiscono in questo senso
anzitutto un libro proveniente da un tempo
passato. Ma abbiamo visto che il loro messaggio
non rimane nel passato né può essere rinchiuso
in esso: Dio, in fondo, parla sempre al presente,
e avremo ascoltato la Bibbia in maniera piena solo
quando avremo scoperto questo 'presente' di Dio,
che ci chiama ora”.
Lo Spirito Santo nella testimonianza di vita,
come in una Gmg; lo Spirito Santo nella Sacra
Scrittura, che ne porta il “soffio”. Attorno a
questo tema, Benedetto XVI ha sviluppato la
riflessione nella seconda parte del suo discorso
alla Curia. Quattro, ha detto, sono le dimensioni
del tema ‘Spirito Santo’. La prima è quella
che parla della Creazione e della sua “struttura
intelligente”, che proviene dallo “Spirito
creatore di Dio”. Un’intelligenza di tipo
matematico, che l’uomo, dotato di Spirito, è in
grado di comprendere. E dunque:
“Nella fede circa la creazione sta il
fondamento ultimo della nostra responsabilità
verso la terra. Essa non è semplicemente nostra
proprietà che possiamo sfruttare secondo i nostri
interessi e desideri. È piuttosto dono del
Creatore che ne ha disegnato gli ordinamenti
intrinseci e con ciò ci ha dato i segnali
orientativi a cui attenerci come amministratori
della sua creazione”.
Di qui, l’“orientamento etico” che ne
deriva e che investe direttamente l’uomo. La
Chiesa, ha rimarcato Benedetto XVI, ha la
responsabilità di far valere “in pubblico”
tanto la difesa dell’acqua e dell’aria, tanto
la difesa dell’uomo “dalla distruzione di se
stesso”: da quelle forze cioè che vorrebbero
violare l’ordine di Dio sull’essenza della
natura umana, stabilita come uomo e donna:
“Ciò che spesso viene espresso ed inteso
con il termine 'gender', si risolve in definitiva
nella autoemancipazione dell’uomo dal creato e
dal Creatore. L’uomo vuole farsi da solo e
disporre sempre ed esclusivamente da solo ciò che
lo riguarda. Ma in questo modo vive contro la
verità, vive contro lo Spirito creatore. Le
foreste tropicali meritano, sì, la nostra
protezione, ma non la merita meno l’uomo come
creatura, nella quale è iscritto un messaggio che
non significa contraddizione della nostra libertà,
ma la sua condizione”.
In fondo, ha commentato il Papa, l’Humanae
vitae di Paolo VI voleva proprio questo:
difendere “l’amore contro la sessualità come
consumo, il futuro contro la pretesa esclusiva del
presente e la natura dell’uomo contro la sua
manipolazione”.
Delle altre tre dimensioni dello Spirito, il
Pontefice ha messo in rilievo di come Egli parli
anche oggi “con parole umane” attraverso le
parole di Gesù, il quale è quindi inseparabile
dallo Spirito, il quale a sua volta è
strettamente connesso alla Chiesa, che di Gesù è
il Corpo sulla terra. La Chiesa ha la missione di
annunciare e testimoniare tutto ciò, ha concluso
Benedetto XVI. Ponendo l’accento sulla gioia
tipicamente cristiana che deve accompagnare questa
missione nel mondo:
“Parte integrante della festa è la gioia.
La festa si può organizzare, la gioia no. Essa può
soltanto essere offerta in dono (…) La gioia è
il dono nel quale tutti gli altri doni sono
riassunti. Essa è l’espressione della felicità,
dell’essere in armonia con se stessi, ciò che
può derivare solo dall’essere in armonia con
Dio e con la sua creazione. Fa parte della natura
della gioia l’irradiarsi, il doversi comunicare.
Lo spirito missionario della Chiesa non è altro
che l’impulso di comunicare la gioia che ci è
stata donata. Che essa sia sempre viva in noi e
quindi s’irradi sul mondo nelle sue
tribolazioni: tale è il mio auspicio alla fine di
quest’anno”.
DISCORSO DEL SANTO PADRE
Signori
Cardinali,
venerati
Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,
cari
fratelli e sorelle!
Il
Natale del Signore è alle porte. Ogni famiglia
sente il desiderio di radunarsi, per gustare
l’atmosfera unica e irripetibile che questa
festa è capace di creare. Anche la famiglia della
Curia Romana si ritrova, stamane, secondo una
bella consuetudine grazie alla quale abbiamo la
gioia di incontrarci e di scambiarci gli auguri in
questo particolare clima spirituale. A ciascuno
rivolgo il mio saluto cordiale, colmo di
riconoscenza per l’apprezzata collaborazione
prestata al ministero del Successore di Pietro.
Ringrazio vivamente il Cardinale Decano Angelo
Sodano, che, con la voce di un angelo, si è fatto
interprete dei sentimenti di tutti i presenti e
anche di quanti sono al lavoro nei diversi uffici,
comprese le Rappresentanze Pontificie. Accennavo
all’inizio alla speciale atmosfera del Natale.
Mi piace pensare che essa sia quasi un
prolungamento di quella misteriosa letizia, di
quell’intima esultanza che coinvolse la santa
Famiglia, gli Angeli e i pastori di Betlemme,
nella notte in cui Gesù venne alla luce. La
definirei "l’atmosfera della grazia",
pensando all’espressione di san Paolo nella Lettera
a Tito: "Apparuit gratia Dei
Salvatoris nostri omnibus hominibus" (cfr
Tt 2,11). L’Apostolo afferma che la
grazia di Dio si è manifestata "a tutti gli
uomini": direi che in ciò traspare anche la
missione della Chiesa e, in particolare, quella
del Successore di Pietro e dei suoi collaboratori,
di contribuire cioè a che la grazia di
Dio, del Redentore, diventi sempre più visibile a
tutti, e a tutti rechi la salvezza.
L’anno
che sta per concludersi è stato ricco di sguardi
retrospettivi su date incisive della storia
recente della Chiesa, ma ricco anche di
avvenimenti, che recano con sé segnali di
orientamento per il nostro cammino verso il
futuro. Cinquant’anni fa moriva Papa Pio XII,
cinquant’anni fa Giovanni XXIII veniva eletto
Pontefice. Sono passati quarant’anni dalla
pubblicazione dell’Enciclica Humanae vitae
e trent’anni dalla morte del suo Autore, Papa
Paolo VI. Il messaggio di tali avvenimenti è
stato ricordato e meditato in molteplici modi nel
corso dell’anno, così che non vorrei
soffermarmici nuovamente in questa ora. Lo sguardo
della memoria, però, si è spinto anche più
indietro, al di là degli avvenimenti del secolo
scorso, e proprio in questo modo ci ha rimandato
al futuro: la sera del 28 giugno, alla presenza
del Patriarca ecumenico Bartolomeo I di
Costantinopoli e di rappresentanti di molte altre
Chiese e Comunità ecclesiali abbiamo potuto
inaugurare nella Basilica di S. Paolo fuori le
Mura l’Anno Paolino, nel ricordo della nascita
dell’Apostolo delle genti 2000 anni fa. Paolo
per noi non è una figura del passato. Mediante le
sue lettere, egli ci parla tuttora. E chi entra in
colloquio con lui, viene da lui sospinto verso il
Cristo crocifisso e risorto. L’Anno Paolino è
un anno di pellegrinaggio non soltanto nel senso
di un cammino esteriore verso i luoghi paolini, ma
anche, e soprattutto, in quello di un
pellegrinaggio del cuore, insieme con Paolo, verso
Gesù Cristo. In definitiva, Paolo ci insegna
anche che la Chiesa è Corpo di Cristo, che il
Capo e il Corpo sono inseparabili e che non può
esserci amore per Cristo senza amore per la sua
Chiesa e la sua comunità vivente.
Tre
specifici avvenimenti dell’anno che s’avvia
alla conclusione saltano particolarmente agli
occhi. C’è stata innanzitutto la Giornata
Mondiale della Gioventù in Australia, una grande
festa della fede, che ha riunito più di 200.000
giovani da tutte le parti del mondo e li ha
avvicinati non solo esternamente – nel senso
geografico – ma, grazie alla condivisione della
gioia di essere cristiani, li ha anche avvicinati
interiormente. Accanto a ciò c’erano i due
viaggi, l’uno negli Stati Uniti e l’altro in
Francia, nei quali la Chiesa si è resa visibile
davanti al mondo e per il mondo come una forza
spirituale che indica cammini di vita e, mediante
la testimonianza della fede, porta luce al mondo.
Quelle sono state infatti giornate che irradiavano
luminosità; irradiavano fiducia nel valore della
vita e nell’impegno per il bene. E infine c’è
da ricordare il Sinodo dei Vescovi: Pastori
provenienti da tutto il mondo si sono riuniti
intorno alla Parola di Dio, che era stata
innalzata in mezzo a loro; intorno alla Parola di
Dio, la cui grande manifestazione si trova nella
Sacra Scrittura. Ciò che nel quotidiano ormai
diamo troppo per scontato, l’abbiamo colto
nuovamente nella sua sublimità: il fatto che Dio
parli, che Dio risponda alle nostre domande. Il
fatto che Egli, sebbene in parole umane, parli di
persona e noi possiamo ascoltarLo e,
nell’ascolto, imparare a conoscerLo e a
comprenderLo. Il fatto che Egli entri nella nostra
vita plasmandola e noi possiamo uscire dalla
nostra vita ed entrare nella vastità della sua
misericordia. Così ci siamo nuovamente resi conto
che Dio in questa sua Parola si rivolge a ciascuno
di noi, parla al cuore di ciascuno: se il nostro
cuore si desta e l’udito interiore si apre,
allora ognuno può imparare a sentire la parola
rivolta appositamente a lui. Ma proprio se
sentiamo Dio parlare in modo così personale a
ciascuno di noi, comprendiamo anche che la sua
Parola è presente affinché noi ci avviciniamo
gli uni agli altri; affinché troviamo il modo di
uscire da ciò che è solamente personale. Questa
Parola ha plasmato una storia comune e vuole
continuare a farlo. Allora ci siamo nuovamente
resi conto che – proprio perché la Parola è
così personale – possiamo comprenderla in modo
giusto e totale solo nel "noi" della
comunità istituita da Dio: essendo sempre
consapevoli che non possiamo mai esaurirla
completamente, che essa ha da dire qualcosa di
nuovo ad ogni generazione. Abbiamo capito che,
certamente, gli scritti biblici sono stati redatti
in determinate epoche e quindi costituiscono in
questo senso anzitutto un libro proveniente da un
tempo passato. Ma abbiamo visto che il loro
messaggio non rimane nel passato né può essere
rinchiuso in esso: Dio, in fondo, parla sempre al
presente, e avremo ascoltato la Bibbia in maniera
piena solo quando avremo scoperto questo
"presente" di Dio, che ci chiama ora.
Infine
era importante sperimentare che nella Chiesa c’è
una Pentecoste anche oggi – cioè che essa parla
in molte lingue e questo non soltanto nel senso
esteriore dell’essere rappresentate in essa
tutte le grandi lingue del mondo, ma ancora di più
in senso più profondo: in essa sono presenti i
molteplici modi dell’esperienza di Dio e del
mondo, la ricchezza delle culture, e solo così
appare la vastità dell’esistenza umana e, a
partire da essa, la vastità della Parola di Dio.
Tuttavia abbiamo anche appreso che la Pentecoste
è tuttora "in cammino", è tuttora
incompiuta: esiste una moltitudine di lingue che
ancora attendono la Parola di Dio contenuta nella
Bibbia. Erano commoventi anche le molteplici
testimonianze di fedeli laici da ogni parte del
mondo, che non solo vivono la Parola di Dio, ma
anche soffrono per essa. Un contributo prezioso è
stato il discorso di un Rabbì sulle Sacre
Scritture di Israele, che appunto sono anche le
nostre Sacre Scritture. Un momento importante per
il Sinodo, anzi, per il cammino della Chiesa nel
suo insieme, è stato quello in cui il Patriarca
Bartolomeo, alla luce della tradizione ortodossa,
con penetrante analisi ci ha aperto un accesso
alla Parola di Dio. Speriamo ora che le esperienze
e le acquisizioni del Sinodo influiscano
efficacemente sulla vita della Chiesa: sul
personale rapporto con le Sacre Scritture, sulla
loro interpretazione nella Liturgia e nella
catechesi come anche nella ricerca scientifica,
affinché la Bibbia non rimanga una Parola del
passato, ma la sua vitalità e attualità siano
lette e dischiuse nella vastità delle dimensioni
dei suoi significati.
Della
presenza della Parola di Dio, di Dio stesso
nell’attuale ora della storia si è trattato
anche nei viaggi pastorali di quest’anno: il
loro vero senso può essere solo quello di servire
questa presenza. In tali occasioni la Chiesa si
rende pubblicamente percepibile, con essa la fede
e perciò almeno la questione su Dio. Questo
manifestarsi in pubblico della fede chiama in
causa ormai tutti coloro che cercano di capire il
tempo presente e le forze che operano in esso.
Specialmente il fenomeno delle Giornate Mondiali
della Gioventù diventa sempre più oggetto di
analisi, in cui si cerca di capire questa specie,
per così dire, di cultura giovanile.
L’Australia mai prima aveva visto tanta gente da
tutti i continenti come durante la Giornata
Mondiale della Gioventù, neppure in occasione
dell’Olimpiade. E se precedentemente c’era
stato il timore che la comparsa in massa di
giovani potesse comportare qualche disturbo
dell’ordine pubblico, paralizzare il traffico,
ostacolare la vita quotidiana, provocare violenza
e dar spazio alla droga, tutto ciò si è
dimostrato infondato. È stata una festa della
gioia – una gioia che infine ha coinvolto anche
i riluttanti: alla fine nessuno si è sentito
molestato. Le giornate sono diventate una festa
per tutti, anzi solo allora ci si è veramente
resi conto di che cosa sia una festa – un
avvenimento in cui tutti sono, per così dire,
fuori di sé, al di là di se stessi e proprio così
con sé e con gli altri. Qual è quindi la natura
di ciò che succede in una Giornata Mondiale della
Gioventù? Quali sono le forze che vi agiscono?
Analisi in voga tendono a considerare queste
giornate come una variante della moderna cultura
giovanile, come una specie di festival rock
modificato in senso ecclesiale con il Papa quale
star. Con o senza la fede, questi festival
sarebbero in fondo sempre la stessa cosa, e così
si pensa di poter rimuovere la questione su Dio.
Ci sono anche voci cattoliche che vanno in questa
direzione valutando tutto ciò come un grande
spettacolo, anche bello, ma di poco significato
per la questione sulla fede e sulla presenza del
Vangelo nel nostro tempo. Sarebbero momenti di una
festosa estasi, che però in fin dei conti
lascerebbero poi tutto come prima, senza influire
in modo più profondo sulla vita.
Con
ciò, tuttavia, la peculiarità di quelle giornate
e il carattere particolare della loro gioia, della
loro forza creatrice di comunione, non trovano
alcuna spiegazione. Anzitutto è importante tener
conto del fatto che le Giornate Mondiali della
Gioventù non consistono soltanto in quell’unica
settimana in cui si rendono pubblicamente visibili
al mondo. C’è un lungo cammino esteriore ed
interiore che conduce ad esse. La Croce,
accompagnata dall’immagine della Madre del
Signore, fa un pellegrinaggio attraverso i Paesi.
La fede, a modo suo, ha bisogno del vedere e del
toccare. L’incontro con la croce, che viene
toccata e portata, diventa un incontro interiore
con Colui che sulla croce è morto per noi.
L’incontro con la Croce suscita nell’intimo
dei giovani la memoria di quel Dio che ha voluto
farsi uomo e soffrire con noi. E vediamo la donna
che Egli ci ha dato come Madre. Le Giornate
solenni sono soltanto il culmine di un lungo
cammino, col quale si va incontro gli uni agli
altri e insieme si va incontro a Cristo. In
Australia non per caso la lunga Via Crucis
attraverso la città è diventata l’evento
culminante di quelle giornate. Essa riassumeva
ancora una volta tutto ciò che era accaduto negli
anni precedenti ed indicava Colui che riunisce
insieme tutti noi: quel Dio che ci ama sino alla
Croce. Così anche il Papa non è la star intorno
alla quale gira il tutto. Egli è totalmente e
solamente Vicario. Rimanda all’Altro che sta in
mezzo a noi. Infine la Liturgia solenne è il
centro dell’insieme, perché in essa avviene ciò
che noi non possiamo realizzare e di cui,
tuttavia, siamo sempre in attesa. Lui è presente.
Lui entra in mezzo a noi. È squarciato il cielo e
questo rende luminosa la terra. È questo che
rende lieta e aperta la vita e unisce gli uni con
gli altri in una gioia che non è paragonabile con
l’estasi di un festival rock. Friedrich
Nietzsche ha detto una volta: "L’abilità
non sta nell’organizzare una festa, ma nel
trovare le persone capaci di trarne gioia".
Secondo la Scrittura, la gioia è frutto della
Spirito Santo (cfr Gal 5, 22): questo
frutto era abbondantemente percepibile nei giorni
di Sydney. Come un lungo cammino precede le
Giornate Mondiali della Gioventù, così ne deriva
anche il camminare successivo. Si formano delle
amicizie che incoraggiano ad uno stile di vita
diverso e lo sostengono dal di dentro. Le grandi
Giornate hanno, non da ultimo, lo scopo di
suscitare tali amicizie e di far sorgere in questo
modo nel mondo luoghi di vita nella fede, che sono
insieme luoghi di speranza e di carità vissuta.
La
gioia come frutto dello Spirito Santo – e così
siamo giunti al tema centrale di Sydney che,
appunto, era lo Spirito Santo. In questa
retrospettiva vorrei ancora accennare in maniera
riassuntiva all’orientamento implicito in tale
tema. Tenendo presente la testimonianza della
Scrittura e della Tradizione, si riconoscono
facilmente quattro dimensioni del tema
"Spirito Santo".
1.
C’è innanzitutto l’affermazione che ci viene
incontro dall’inizio del racconto della
creazione: vi si parla dello Spirito creatore che
aleggia sulle acque, crea il mondo e continuamente
lo rinnova. La fede nello Spirito creatore è un
contenuto essenziale del Credo cristiano.
Il dato che la materia porta in sé una struttura
matematica, è piena di spirito, è il fondamento
sul quale poggiano le moderne scienze della
natura. Solo perché la materia è strutturata in
modo intelligente, il nostro spirito è in grado
di interpretarla e di attivamente rimodellarla. Il
fatto che questa struttura intelligente proviene
dallo stesso Spirito creatore che ha donato lo
spirito anche a noi, comporta insieme un compito e
una responsabilità. Nella fede circa la creazione
sta il fondamento ultimo della nostra
responsabilità verso la terra. Essa non è
semplicemente nostra proprietà che possiamo
sfruttare secondo i nostri interessi e desideri.
È piuttosto dono del Creatore che ne ha disegnato
gli ordinamenti intrinseci e con ciò ci ha dato i
segnali orientativi a cui attenerci come
amministratori della sua creazione. Il fatto che
la terra, il cosmo, rispecchino lo Spirito
creatore, significa pure che le loro strutture
razionali che, al di là dell’ordine matematico,
nell’esperimento diventano quasi palpabili,
portano in sé anche un orientamento etico. Lo
Spirito che li ha plasmati, è più che matematica
– è il Bene in persona che, mediante il
linguaggio della creazione, ci indica la strada
della vita retta.
Poiché
la fede nel Creatore è una parte essenziale del Credo
cristiano, la Chiesa non può e non deve limitarsi
a trasmettere ai suoi fedeli soltanto il messaggio
della salvezza. Essa ha una responsabilità per il
creato e deve far valere questa responsabilità
anche in pubblico. E facendolo deve difendere non
solo la terra, l’acqua e l’aria come doni
della creazione appartenenti a tutti. Deve
proteggere anche l’uomo contro la distruzione di
se stesso. È necessario che ci sia qualcosa come
una ecologia dell’uomo, intesa nel senso giusto.
Non è una metafisica superata, se la Chiesa parla
della natura dell’essere umano come uomo e donna
e chiede che quest’ordine della creazione venga
rispettato. Qui si tratta di fatto della fede nel
Creatore e dell’ascolto del linguaggio della
creazione, il cui disprezzo sarebbe
un’autodistruzione dell’uomo e quindi una
distruzione dell’opera stessa di Dio. Ciò che
spesso viene espresso ed inteso con il termine
"gender", si risolve in
definitiva nella autoemancipazione dell’uomo dal
creato e dal Creatore. L’uomo vuole farsi da
solo e disporre sempre ed esclusivamente da solo
ciò che lo riguarda. Ma in questo modo vive
contro la verità, vive contro lo Spirito
creatore. Le foreste tropicali meritano, sì, la
nostra protezione, ma non la merita meno l’uomo
come creatura, nella quale è iscritto un
messaggio che non significa contraddizione della
nostra libertà, ma la sua condizione. Grandi
teologi della Scolastica hanno qualificato il
matrimonio, cioè il legame per tutta la vita tra
uomo e donna, come sacramento della creazione, che
lo stesso Creatore ha istituito e che Cristo –
senza modificare il messaggio della creazione –
ha poi accolto nella storia della salvezza come
sacramento della nuova alleanza. Fa parte
dell’annuncio che la Chiesa deve recare la
testimonianza in favore dello Spirito creatore
presente nella natura nel suo insieme e in special
modo nella natura dell’uomo, creato ad immagine
di Dio. Partendo da questa prospettiva
occorrerebbe rileggere l’Enciclica Humanae
vitae: l’intenzione di Papa Paolo VI era di
difendere l’amore contro la sessualità come
consumo, il futuro contro la pretesa esclusiva del
presente e la natura dell’uomo contro la sua
manipolazione.
2.
Solo qualche ulteriore breve accenno circa le
altre dimensioni della pneumatologia. Se lo
Spirito creatore si manifesta innanzitutto nella
grandezza silenziosa dell’universo, nella sua
struttura intelligente, la fede, oltre a ciò, ci
dice la cosa inaspettata, che cioè questo Spirito
parla, per così dire, anche con parole umane, è
entrato nella storia e, come forza che plasma la
storia, è anche uno Spirito parlante, anzi, è
Parola che negli Scritti dell’Antico e del Nuovo
Testamento ci viene incontro. Che cosa questo
significhi per noi, l’ha espresso
meravigliosamente sant’Ambrogio in una sua
lettera: "Anche ora, mentre leggo le divine
Scritture, Dio passeggia nel Paradiso" (Ep.
49, 3). Leggendo la Scrittura, noi possiamo anche
oggi quasi vagare nel giardino del Paradiso ed
incontrare Dio che lì passeggia: tra il tema
della Giornata Mondiale della Gioventù in
Australia e il tema del Sinodo dei Vescovi esiste
una profonda connessione interiore. I due temi
"Spirito Santo" e " Parola di
Dio" vanno insieme. Leggendo la Scrittura
apprendiamo però anche che Cristo e lo Spirito
Santo sono inseparabili tra loro. Se Paolo con
sconcertante sintesi afferma: "Il Signore è
lo Spirito" (2 Cor 3, 17), appare non
solo, nello sfondo, l’unità trinitaria tra il
Figlio e lo Spirito Santo, ma soprattutto la loro
unità riguardo alla storia della salvezza: nella
passione e risurrezione di Cristo vengono
strappati i veli del senso meramente letterale e
si rende visibile la presenza del Dio che sta
parlando. Leggendo la Scrittura insieme con
Cristo, impariamo a sentire nelle parole umane la
voce dello Spirito Santo e scopriamo l’unità
della Bibbia.
3.
Con ciò siamo ormai giunti alla terza dimensione
della pneumatologia che consiste, appunto, nella
inseparabilità di Cristo e dello Spirito Santo.
Nella maniera forse più bella essa si manifesta
nel racconto di san Giovanni circa la prima
apparizione del Risorto davanti ai discepoli: il
Signore alita sui discepoli e dona loro in questo
modo lo Spirito Santo. Lo Spirito Santo è il
soffio di Cristo. E come il soffio di Dio nel
mattino della creazione aveva trasformato la
polvere del suolo nell’uomo vivente, così il
soffio di Cristo ci accoglie nella comunione
ontologica con il Figlio, ci rende nuova
creazione. Per questo è lo Spirito Santo che ci
fa dire insieme col Figlio: "Abba,
Padre!" (cfr Gv 20, 22; Rm 8,
15).
4.
Così, come quarta dimensione, emerge
spontaneamente la connessione tra Spirito e
Chiesa. Paolo, in Prima Corinzi 12 e in Romani
12, ha illustrato la Chiesa come Corpo di Cristo e
proprio così come organismo dello Spirito Santo,
in cui i doni dello Spirito Santo fondono i
singoli in un tutt’uno vivente. Lo Spirito Santo
è lo Spirito del Corpo di Cristo. Nell’insieme
di questo Corpo troviamo il nostro compito,
viviamo gli uni per gli altri e gli uni in
dipendenza dagli altri, vivendo in profondità di
Colui che ha vissuto e sofferto per tutti noi e
che mediante il suo Spirito ci attrae a sé
nell’unità di tutti i figli di Dio. "Vuoi
anche tu vivere dello Spirito di Cristo? Allora
sii nel Corpo di Cristo", dice Agostino a
questo proposito (Tr. in Jo. 26, 13).
Così
con il tema "Spirito Santo", che
orientava le giornate in Australia e, in modo più
nascosto, anche le settimane del Sinodo, si rende
visibile tutta l’ampiezza della fede cristiana,
un’ampiezza che dalla responsabilità per il
creato e per l’esistenza dell’uomo in sintonia
con la creazione conduce, attraverso i temi della
Scrittura e della storia della salvezza, fino a
Cristo e da lì alla comunità vivente della
Chiesa, nei suoi ordini e responsabilità come
anche nella sua vastità e libertà, che si
esprime tanto nella molteplicità dei carismi
quanto nell’immagine pentecostale della
moltitudine delle lingue e delle culture.
Parte
integrante della festa è la gioia. La festa si può
organizzare, la gioia no. Essa può soltanto
essere offerta in dono; e, di fatto, ci è stata
donata in abbondanza: per questo siamo
riconoscenti. Come Paolo qualifica la gioia frutto
dello Spirito Santo, così anche Giovanni nel suo
Vangelo ha connesso strettamente lo Spirito e la
gioia. Lo Spirito Santo ci dona la gioia. Ed Egli
è la gioia. La gioia è il dono nel quale tutti
gli altri doni sono riassunti. Essa è
l’espressione della felicità, dell’essere in
armonia con se stessi, ciò che può derivare solo
dall’essere in armonia con Dio e con la sua
creazione. Fa parte della natura della gioia
l’irradiarsi, il doversi comunicare. Lo spirito
missionario della Chiesa non è altro che
l’impulso di comunicare la gioia che ci è stata
donata. Che essa sia sempre viva in noi e quindi
s’irradi sul mondo nelle sue tribolazioni: tale
è il mio auspicio alla fine di quest’anno.
Insieme con un vivo ringraziamento per tutto il
vostro faticare ed operare, auguro a tutti voi che
questa gioia derivante da Dio ci venga donata
abbondantemente anche nell’Anno Nuovo.
Affido
questi voti all’intercessione della Vergine
Maria, Mater divinae gratiae, chiedendoLe
di poter vivere le Festività natalizie nella
letizia e nella pace del Signore. Con questi
sentimenti a voi tutti e alla grande famiglia
della Curia Romana imparto di cuore la Benedizione
Apostolica.
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