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Benedetto
XVI spiega lui stesso lo scopo della sua prima Enciclica.
Mostrare all’umanità la novità sconvolgente
dell’amore di Dio, la sua passione per l’uomo,
“centro della fede cristiana”. Dio “ama
personalmente” la sua creatura – scrive il Papa: “si
commuove … freme di compassione”, è amore che non
abbandona mai anche quando è tradito, “è amore che
perdona” ed “è talmente grande da rivolgere Dio
contro se stesso, il suo amore contro la giustizia”. È
“il mistero della Croce: Dio ama tanto l’uomo che
facendosi uomo Egli stesso lo segue fin nella morte e in
questo modo riconcilia giustizia e amore”.
Noi abbiamo creduto “all’amore appassionato di
Dio” – scrive il Papa. E
questo vuol dire che “all’inizio dell’essere
cristiano non c’è una decisione etica o una grande
idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una
Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò
la direzione decisiva”. Ma ascoltiamo quanto ha detto lo
stesso Benedetto XVI lunedì scorso illustrando
l’Enciclica ai
partecipanti al convegno di Cor Unum sulla Carità:
“La
fede non è una teoria che si può far propria o anche
accantonare. È una cosa molto concreta: è il criterio
che decide del nostro stile di vita. In un'epoca nella
quale l'ostilità e l'avidità sono diventate
superpotenze, un'epoca nella quale assistiamo all'abuso
della religione fino all'apoteosi dell'odio, la sola
razionalità neutra non è in grado di proteggerci.
Abbiamo bisogno del Dio vivente, che ci ha amati fino alla
morte”.
Dunque
al centro c’è l’amore, parola spesso abusata – nota
il Pontefice – che fa la distinzione tra eros,
amore “mondano”, fondamentalmente amore fra l’uomo e
la donna, e agape,
amore fondato sulla fede. Ma l’agape
non è contro l’eros
– sottolinea il Papa – non è contro la corporeità:
anzi queste due dimensioni vanno armonizzate. Ascoltiamo
ancora le parole del Papa:
“Volevo
mostrare l'umanità della fede, di cui fa parte l'eros –
il ‘sì’ dell'uomo alla sua corporeità creata da Dio,
un ‘sì’ che nel matrimonio indissolubile tra uomo e
donna trova la sua forma radicata nella creazione. E lì
avviene anche che l'eros si trasforma in agape – che
l'amore per l'altro non cerca più se stesso, ma diventa
preoccupazione per l'altro, disposizione al sacrificio per
lui e apertura anche al dono di una nuova vita umana”.
D’altra
parte l’uomo “non può sempre soltanto donare, deve
anche ricevere”: deve attingere “sempre di nuovo” a
quella sorgente
da cui sgorgano fiumi di acqua viva, cioè “Gesù
Cristo, dal cui cuore trafitto scaturisce l’amore di
Dio”. “La vera novità del Nuovo Testamento – scrive
Benedetto XVI – non sta in nuove idee ma nella figura
stessa di Cristo che dà carne e sangue ai concetti – un
realismo inaudito”. “In Gesù Cristo, Dio stesso
insegue la pecorella smarrita, l’umanità sofferente e
perduta”. E nell’Eucaristia siamo attirati
nell’amore di Gesù che diventa amore per il prossimo.
“L’unione con Cristo infatti è allo stesso tempo
unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona. Io non
posso avere Cristo solo per me – afferma il Pontefice
– posso appartenergli solo in unione con tutti quelli
che sono diventati o diventeranno suoi”. “Così
chiunque ha bisogno di me e io posso aiutarlo quello è il
mio prossimo”. E il giudizio finale – ricorda il Papa
– verterà proprio sull’amore: Gesù si identifica con
gli affamati, gli assetati, i forestieri, i nudi, i
malati, i carcerati. In questi piccoli “incontriamo Gesù
stesso e in Gesù incontriamo Dio”.
Ma
il comandamento dell’amore – prosegue il Papa –
riguarda non solo i singoli cristiani ma anche i cristiani
come comunità: cioè la carità
è parte integrante della missione della Chiesa,
così come la celebrazione dei Sacramenti e l’annuncio
della Parola. La Chiesa volge così il suo amore in modo
concreto verso tutti gli uomini che sono sofferenti e nel
bisogno. Un’azione umanitaria che non va confusa con una
pura forma di assistenza sociale e che deve essere
“indipendente da partiti e ideologie”. Ascoltiamo
Benedetto XVI:
“Lo
spettacolo dell'uomo sofferente tocca il nostro cuore. Ma
l'impegno caritativo ha un senso che va ben oltre la
semplice filantropia. È Dio stesso che ci spinge nel
nostro intimo ad alleviare la miseria. Così, in
definitiva, è Lui stesso che noi portiamo nel mondo
sofferente. Quanto più consapevolmente e chiaramente lo
portiamo come dono, tanto più efficacemente il nostro
amore cambierà il mondo e risveglierà la speranza –
una speranza che va al di là della morte”.
L’attività
caritativa deve essere spinta dall’amore di Cristo e va
nutrita con la preghiera costante in un contatto vivo con
Dio: “E’ venuto il momento – scrive il Papa – di
riaffermare l’importanza della preghiera di fronte
all’attivi-smo e all’incombente secolarismo di molti
cristiani impegnati nel lavoro caritativo”.
L’Enciclica
si conclude con una invocazione alla Vergine Maria,
modello di “quell’amore puro che non cerca se stesso
ma semplicemente vuole il bene” secondo i pensieri di
Dio. “A Lei – ha detto il Papa – affidiamo la
Chiesa, la sua missione a servizio dell’amore”. A lei
chiediamo di insegnarci a conoscere e ad amare Gesù perché
possiamo “diventare capaci di vero amore ed essere
sorgenti di acqua viva in mezzo a un mondo assetato”.
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Stamane,
dunque, nella Sala Stampa della Santa Sede, ha avuto luogo
la conferenza stampa di presentazione della prima
Enciclica di Benedetto XVI. Alla presentazione della Deus
Caritas est sono intervenuti il cardinale Renato
Raffaele Martino, presidente del Pontificio Consiglio
della Giustizia e della Pace, l’arcivescovo William
Joseph Levada, prefetto della Congregazione per la
Dottrina della Fede, e l’arcivescovo Paul Josef Cordes,
presidente del Pontificio Consiglio “Cor Unum”.
L’evento è stato seguito per noi da Alessandro Gisotti:
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“Una
profonda e illuminante riflessione sull’amore
cristiano”: il cardinale Martino ha definito così la
prima Enciclica di Benedetto XVI. Enciclica che si può
“indubbiamente” definire programmatica, nel senso più
alto del termine, perché, ha avvertito il porporato, con
la Deus Caritas est, il Papa invita tutti ad
“andare al centro della fede cristiana”. D’altro
canto, il presidente di “Giustizia e Pace”, ha
sottolineato che si tratta di un’Enciclica “pervasa,
soprattutto nella prima parte, da un grande afflato
spirituale, che, di fronte al rischio di un attivismo
sociale e caritativo senza anima, richiama tutti alla coltivazione
delle ragioni e motivazioni spirituali dell’essere
Chiesa e dell’essere cristiani, che danno senso e valore
al fare e all’agire”.
Benedetto
XVI, ha detto ancora, richiama spesso la dottrina sociale
della Chiesa, specie oggi che il sogno marxista è
“svanito”, ma la globalizzazione pone nuove sfide
all’umanità. Il Papa radica “la dottrina sociale
nella fede e nella sua azione purificatrice della
ragione”. Un passaggio fondamentale dell’Enciclica, ha
aggiunto, è laddove afferma che “compito della Chiesa
con la sua dottrina sociale, nella costruzione di un
giusto ordine sociale” sta nel “risvegliare le forze
spirituali e morali”. E qui, il cardinale Martino ha
ripreso l’esortazione ai cristiani contenuta nella Deus
Caritas est:
“Come
cittadini dello Stato, essi sono chiamati a partecipare in
prima persona alla vita pubblica. Non possono pertanto
abdicare alla molteplice e svariata azione economica,
sociale, legislativa, amministrativa e culturale,
destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente
il bene comune”.
La
carità, è stata dunque la riflessione del cardinale
Martino, “deve animare l’intera esistenza dei fedeli
laici e quindi anche la loro attività politica, vissuta
come carità sociale”. Il Papa, ha proseguito il
presidente di “Giustizia e Pace”, sollecita perciò
una “spiritualità che rifiuta sia lo spiritualismo
intimista sia l’attivismo sociale e sappia esprimersi in
una sintesi vitale che conferisca unità, significato e
speranza dell’esistenza”. Il cardinale ha concluso il
suo intervento citando la parte dell’Enciclica dove si
parla del rapporto tra caritas e società:
“L’amore
- caritas - sarà sempre necessario, anche nella società
più giusta. Non c'è nessun ordinamento statale giusto
che possa rendere superfluo il servizio dell’amore ¼
Lo Stato che vuole provvedere a tutto, che assorbe tutto
in sé, diventa in definitiva un’istanza burocratica che
non può assicurare l’essenziale di cui l’uomo
sofferente - ogni uomo - ha bisogno: l’amorevole
dedizione personale”.
Dal
canto suo, l’arcivescovo Levada ha ribadito che la Deus
Caritas est è un testo forte che “vuole opporsi
all’uso sbagliato del nome di Dio e all’ambiguità
della nozione di “amore” che è così evidente nel
mondo odierno”. Il Santo Padre, ha aggiunto il prefetto
della Congregazione per la Dottrina della Fede, “vuole
dimostrare come i due concetti non si oppongano, ma si
armonizzino tra di loro per offrire una concezione
realista dell’amore umano, un amore che corrisponde alla
totalità – corpo e anima – dell’essere umano”.
Amore di Dio e amore del prossimo, ha sottolineato il
presule, sono “inseparabili e si condizionano
reciprocamente. Sono un unico comandamento”. Ma
l’amore del prossimo, ha evidenziato, “è un compito
non solo per ogni fedele”, ma anche per la “comunità
dei credenti, cioè per la Chiesa”. Mons. Levada ha così
provato a riassumere quale sia il dono che il Papa offre
al mondo con questa Enciclica:
“L’Enciclica
ci offre una visione dell’amore per il prossimo e del
compito ecclesiale di operare la carità come compimento
del comandamento dell’amore, che trova le sue radici
nell’essenza stessa di Dio, che è Amore. L’Enciclica
invita la Chiesa ad un rinnovato impegno nel servizio
della carità (diakonia), come parte essenziale della sua
esistenza e missione”.
L’ultimo
intervento è stato riservato all’arcivescovo Cordes,
presidente di “Cor Unum”, che ha sottolineato
l’importanza di questa Enciclica per il dicastero da lui
presieduto. Il presule ha rivelato inoltre che Giovanni
Paolo II aveva intenzione di scrivere un’Enciclica sulla
carità, “ma non poté portarla a termine”. Mons.
Cordes ha sottolineato che Deus Caritas est è in assoluto
la prima Enciclica sulla carità. Benedetto XVI, ha
spiegato, “ci avverte di badare allo spirito che ci
guida nel dare le nostre risposte ai sofferenti. E’
convinto che la fede ha delle conseguenze sulla persona
stessa che agisce e quindi anche sul modo e l’intensità
della sua azione di aiuto”:
“Oggi
molti sono pronti ad aiutare chi soffre – e lo
registriamo con gratitudine e soddisfazione; ma ciò può
insinuare presso i fedeli l’idea che la carità non
rientra in maniera essenziale nella missione
ecclesiale”.
L’esercizio
della carità, ha ribadito, fa invece “parte integrante
dell’eredità del Salvatore”. Le agenzie ecclesiali
non possono identificarsi con le ONG, deve perciò
evitarsi il rischio di secolarismo in questo campo. Il
presidente di “Cor Unum” si è così soffermato su
quella parte della Deus Caritas est, nella quale Benedetto
XVI critica il marxismo. Il Papa respinge espressamente la
teoria marxista della miseria e la definisce una
“filosofia disumanizzante”.
“Il
documento esprime – e non solo una volta - che la fede dà
una dinamica singolare all’impegno per l’altro. Quando
ad esempio mi muovo a dare una mano al mio vicino, solo
per un buon sentimento: cosa succede quando il mio
prossimo mi ripugna, come posso resistere senza la grazia
di Dio?”
Infine,
rammentando come Benedetto XVI citi Madre Teresa
nell’Enciclica, quale esempio di dinamismo nella carità,
ha affermato che questo conferma la volontà del Papa di
esprimere “un messaggio di grande attualità” con la
Deus Caritas est. E proprio nell’Enciclica si legge che
“i santi sono i veri portatori di luce all’interno
della storia perché sono uomini e donne di fede, di
speranza e di amore”. Da ultimo, una nota tecnica
sull’Enciclica: il direttore della Sala Stampa vaticana,
Navarro-Valls ha dichiarato che la Deus Caritas est è
stata “cominciata a Castel Gandolfo l'estate scorsa,
dopo le vacanze del Papa in Valle d'Aosta”. Dal canto
suo, mons. Levada ha detto che l’Enciclica è stata
firmata il 25 dicembre scorso, a cui è seguito un mese
necessario per le traduzioni.
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