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Radio
Vaticana, 6 gennaio 2010
Messa
del Papa per l’Epifania: troppa sicurezza di sé
allontana da Dio, ammonisce, poi l’invito all’Angelus
ad imitare i Magi, modello di unità tra intelligenza e
fede
◊
La troppa sicurezza di sé, la pretesa di conoscere la
realtà, la presunzione di giudicare ci allontana dalla
strada di Dio: cosi Benedetto XVI nell’omelia della
Santa Messa, celebrata nella Basilica Vaticana,
nell’odierna solennità dell’Epifania del Signore.
All’Angelus il Papa parla dei Magi, uomini di scienza,
autentici cercatori della verità, modello di unità tra
intelligenza e fede. Il servizio di Roberta Gisotti:
Giornata di preghiera con il Papa in San Pietro, di
festa e di allegria in piazza e nelle vie adiacenti,
affollate da migliaia di romani e di pellegrini di ogni
parte d’Italia e del mondo.
(canto)
“La grande luce che irradia dalla Grotta di Betlemme,
attraverso i Magi provenienti da Oriente, inonda
l’intera umanità”. Si è soffermato Benedetto XVI
sulle parole del profeta Isaia. “In un solo momento –
ha spiegato – egli scorge una realtà destinata a
segnare tutta la storia”. Così come i Magi di cui ci
parla l’evangelista Matteo “sono i primi della grande
processione di coloro che, attraverso tutte le epoche
della storia, sanno riconoscere il messaggio della
stella” e “trovare, così Colui, che apparentemente è
debole e fragile”, ma “ha il potere di donare la gioia
più grande e più profonda al cuore dell’uomo".
“In Lui, infatti, si manifesta la realtà stupenda
che Dio ci conosce e ci è vicino, che la sua grandezza e
potenza non si esprimono nella logica del mondo, ma nella
logica di un bambino inerme, la cui forza è solo quella
dell’amore che si affida a noi.”
Così i doni che i Magi portano, l’incenso, la mirra
e l’oro “non rispondono a necessità primarie o
quotidiane” della Sacra Famiglia, ma sono piuttosto
“un atto di giustizia”, sono segno di
“sottomissione”; “da quel momento i donatori
appartengono al sovrano e riconoscono la sua autorità”,
“come Dio e Re”. “I Magi non possono più proseguire
per la loro strada, non possono più tornare da Erode, non
possono più essere alleati con quel sovrano potente e
crudele”.
“Sono stati condotti per sempre sulla strada del
Bambino, quella che farà loro trascurare i grandi e i
potenti di questo mondo e li porterà a Colui che ci
aspetta fra i poveri, la strada dell'amore che solo può
trasformare il mondo”.
“E’ stata tracciata una nuova strada, è scesa una
nuova luce che non si è spenta” “quella luce non può
più essere ignorata”.
“La luce di Betlemme continua a risplendere in
tutto il mondo”.
Quello che nel presepio cerchiamo di riprodurre – ha
sottolineato il Santo Padre – “non è un sogno e
neppure un vano gioco di sensazioni e di emozioni, prive
di vigore e di realtà, ma è la Verità che s’irradia
nel mondo, anche se Erode sembra essere sempre più forte
e quel Bambino sembra poter essere ricacciato tra coloro
che non hanno importanza o addirittura calpestato”.
“Tuttavia, anche se i pochi di Betlemme sono
diventati molti, i credenti in Gesù Cristo sembrano
essere sempre pochi. Molti hanno visto la stella, ma solo
pochi ne hanno capito il messaggio”.
“Qual è la ragione per cui alcuni vedono e trovano e
altri no? - si è chiesto allora il Papa - “Che cosa
apre gli occhi e il cuore? Che cosa manca a coloro che
restano indifferenti, a coloro che indicano la strada ma
non si muovono?”.
“Possiamo rispondere: la troppa
sicurezza in se stessi, la pretesa di conoscere
perfettamente la realtà, la presunzione di avere già
formulato un giudizio definitivo sulle cose rendono chiusi
ed insensibili i loro cuori alla novità di Dio.
“Alla fine, quello che manca – ha ammonito
Benedetto XVI - è l'umiltà autentica, che sa
sottomettersi a ciò che è più grande, ma anche il
coraggio autentico, che porta a credere a ciò che è
veramente grande, anche se si manifesta in un Bambino
inerme".
“Manca la capacità evangelica di essere bambini
nel cuore, di stupirsi, e di uscire da sé per
incamminarsi sulla strada che indica la stella, la strada
di Dio”.
“Il Signore però ha il potere di renderci capaci di
vedere e di salvarci, da qui l’invocazione a Dio di
darci “un cuore saggio e innocente”.
E’ tornato poi Benedetto XVI all’Angelus a parlare
dei Magi “autentici cercatori della verità”,
ricordando che “erano dei sapienti che scrutavano gli
astri e conoscevano la storia dei popoli”, ma il loro
sapere – ha sottolineato - lungi dal ritenersi
autosufficiente, era aperto ad ulteriori rivelazioni ed
appelli divini”.
“Avrebbero potuto dire: facciamo da soli, non
abbiamo bisogno di nessuno, evitando, secondo la nostra
mentalità odierna, ogni “contaminazione” tra la
scienza e la Parola di Dio”.
“I Magi ascoltano le profezie e le accolgono”
realizzando “una perfetta armonia tra la ricerca umana e
la Verità divina”, “da veri sapienti sono aperti al
mistero che si manifesta in maniera sorprendente”,
confermando “l’unità tra intelligenza e fede”.
Quindi l’invocazione alla Madonna:
“Ci aiuti la Vergine Maria, modello di vera
sapienza, ad essere autentici ricercatori della verità di
Dio, capaci di vivere sempre la profonda sintonia che c’è
tra ragione e fede, scienza e rivelazione”.
Dopo la recita mariana Benedetto XVI ha rivolto un
augurio speciale ai fratelli e alle sorelle delle Chiese
Orientali, che celebrano domani il Santo Natale.
“Il mistero di luce sia fonte di
gioia e di pace per ogni famiglia e comunità”.
Il pensiero del Papa è poi andato ai più piccoli
nella ricorrenza odierna della Giornata missionaria dei
bambini, un’iniziativa che educa a formare una mentalità
aperta al mondo e ad essere solidali con i coetanei più
disagiati.
Infine i saluti ai numerosissimi fedeli, in particolare
ai giovani del movimento “Tra Noi” e i partecipanti al
consueto corteo storico-folclorisitico, ispirato
quest’anno alle città laziali di Alatri, Fiuggi e Vico,
che ha sfilato per via della Conciliazione.
“Auguro a tutti una buona festa
dell’Epifania”.
(canto)
OMELIA
Venerati
Fratelli,
illustri Signori e Signore,
cari fratelli e sorelle!
Nel primo
giorno del nuovo anno abbiamo la gioia e la grazia di
celebrare la Santissima Madre di Dio e, al tempo stesso,
la Giornata Mondiale della Pace. In entrambe le ricorrenze
celebriamo Cristo, Figlio di Dio, nato da Maria Vergine e
nostra vera pace! A tutti voi, che siete qui convenuti:
Rappresentanti dei popoli del mondo, della Chiesa romana e
universale, sacerdoti e fedeli; e a quanti sono collegati
mediante la radio e la televisione, ripeto le parole
dell’antica benedizione: il Signore rivolga a voi il suo
volto e vi conceda la pace (cfr Nm 6,26). Proprio
il tema del Volto e dei volti vorrei sviluppare oggi, alla
luce della Parola di Dio - Volto di Dio e volti degli
uomini - un tema che ci offre anche una chiave di lettura
del problema della pace nel mondo.
Abbiamo
ascoltato, sia nella prima lettura – tratta dal Libro
dei Numeri – sia nel Salmo responsoriale, alcune
espressioni che contengono la metafora del volto riferita
a Dio: “Il Signore faccia risplendere per te il suo
volto / e ti faccia grazia” (Nm 6,25); “Dio
abbia pietà di noi e ci benedica, / su di noi faccia
splendere il suo volto; / perché si conosca sulla terra
la tua via, / la tua salvezza fra tutte le genti” (Sal
66/67,2-3). Il volto è l’espressione per eccellenza
della persona, ciò che la rende riconoscibile e da cui
traspaiono sentimenti, pensieri, intenzioni del cuore.
Dio, per sua natura, è invisibile, tuttavia la Bibbia
applica anche a Lui questa immagine. Mostrare il volto è
espressione della sua benevolenza, mentre il nasconderlo
ne indica l’ira e lo sdegno. Il Libro dell’Esodo
dice che “il Signore parlava con Mosè faccia a faccia,
come uno parla con il proprio amico” (Es 33,11),
e sempre a Mosè il Signore promette la sua vicinanza con
una formula molto singolare: “Il mio volto camminerà
con voi e ti darò riposo” (Es 33,14). I Salmi
ci mostrano i credenti come coloro che cercano il volto di
Dio (cfr Sal 26/27,8; 104/105,4) e che nel culto
aspirano a vederlo (cfr Sal 42,3), e ci dicono che
“gli uomini retti” lo “contempleranno” (Sal
10/11,7).
Tutto il
racconto biblico si può leggere come progressivo
svelamento del volto di Dio, fino a giungere alla sua
piena manifestazione in Gesù Cristo. “Quando venne la
pienezza del tempo – ci ha ricordato anche oggi
l’apostolo Paolo – Dio mandò il suo Figlio” (Gal
4,4). E subito aggiunge: “nato da donna, nato sotto la
legge”. Il volto di Dio ha preso un volto umano,
lasciandosi vedere e riconoscere nel figlio della Vergine
Maria, che per questo veneriamo con il titolo altissimo di
“Madre di Dio”. Ella, che ha custodito nel suo cuore
il segreto della divina maternità, è stata la prima a
vedere il volto di Dio fatto uomo nel piccolo frutto del
suo grembo. La madre ha un rapporto tutto speciale, unico
e in qualche modo esclusivo con il figlio appena nato. Il
primo volto che il bambino vede è quello della madre, e
questo sguardo è decisivo per il suo rapporto con la
vita, con se stesso, con gli altri, con Dio; è decisivo
anche perché egli possa diventare un “figlio della
pace” (Lc 10,6). Tra le molte tipologie di icone
della Vergine Maria nella tradizione bizantina, vi è
quella detta “della tenerezza”, che raffigura Gesù
bambino con il viso appoggiato – guancia a guancia – a
quello della Madre. Il Bambino guarda la Madre, e questa
guarda noi, quasi a riflettere verso chi osserva, e prega,
la tenerezza di Dio, discesa in Lei dal Cielo e incarnata
in quel Figlio di uomo che porta in braccio. In questa
icona mariana noi possiamo contemplare qualcosa di Dio
stesso: un segno dell’amore ineffabile che lo ha spinto
a “dare il suo figlio unigenito” (Gv 3,16). Ma
quella stessa icona ci mostra anche, in Maria, il volto
della Chiesa, che riflette su di noi e sul mondo intero la
luce di Cristo, la Chiesa mediante la quale giunge ad ogni
uomo la buona notizia: “Non sei più schiavo, ma
figlio” (Gal 4,7) – come leggiamo ancora in san
Paolo.
Fratelli
nell’Episcopato e nel Sacerdozio, Signori Ambasciatori,
cari amici! Meditare sul mistero del volto di Dio e
dell’uomo è una via privilegiata che conduce alla pace.
Questa, infatti, incomincia da uno sguardo rispettoso, che
riconosce nel volto dell’altro una persona, qualunque
sia il colore della sua pelle, la sua nazionalità, la sua
lingua, la sua religione. Ma chi, se non Dio, può
garantire, per così dire, la “profondità” del volto
dell’uomo? In realtà, solo se abbiamo Dio nel cuore,
siamo in grado di cogliere nel volto dell’altro un
fratello in umanità, non un mezzo ma un fine, non un
rivale o un nemico, ma un altro me stesso, una
sfaccettatura dell’infinito mistero dell’essere umano.
La nostra percezione del mondo e, in particolare, dei
nostri simili, dipende essenzialmente dalla presenza in
noi dello Spirito di Dio. E’ una sorta di
“risonanza”: chi ha il cuore vuoto, non percepisce che
immagini piatte, prive di spessore. Più, invece, noi
siamo abitati da Dio, e più siamo anche sensibili alla
sua presenza in ciò che ci circonda: in tutte le
creature, e specialmente negli altri uomini, benché a
volte proprio il volto umano, segnato dalla durezza della
vita e dal male, possa risultare difficile da apprezzare e
da accogliere come epifania di Dio. A maggior ragione,
dunque, per riconoscerci e rispettarci quali realmente
siamo, cioè fratelli, abbiamo bisogno di riferirci al
volto di un Padre comune, che tutti ci ama, malgrado i
nostri limiti e i nostri errori.
Fin da
piccoli, è importante essere educati al rispetto
dell’altro, anche quando è differente da noi. Ormai è
sempre più comune l’esperienza di classi scolastiche
composte da bambini di varie nazionalità, ma anche quando
ciò non avviene, i loro volti sono una profezia
dell’umanità che siamo chiamati a formare: una famiglia
di famiglie e di popoli. Più sono piccoli questi bambini,
e più suscitano in noi la tenerezza e la gioia per
un’innocenza e una fratellanza che ci appaiono evidenti:
malgrado le loro differenze, piangono e ridono nello
stesso modo, hanno gli stessi bisogni, comunicano
spontaneamente, giocano insieme… I volti dei bambini
sono come un riflesso della visione di Dio sul mondo.
Perché allora spegnere i loro sorrisi? Perché avvelenare
i loro cuori? Purtroppo, l’icona della Madre di Dio
della tenerezza trova il suo tragico contrario nelle
dolorose immagini di tanti bambini e delle loro madri in
balia di guerre e violenze: profughi, rifugiati, migranti
forzati. Volti scavati dalla fame e dalle malattie, volti
sfigurati dal dolore e dalla disperazione. I volti dei
piccoli innocenti sono un appello silenzioso alla nostra
responsabilità: di fronte alla loro condizione inerme,
crollano tutte le false giustificazioni della guerra e
della violenza. Dobbiamo semplicemente convertirci a
progetti di pace, deporre le armi di ogni tipo e
impegnarci tutti insieme a costruire un mondo più degno
dell’uomo.
Il mio Messaggio
per l’odierna XLIII Giornata Mondiale della Pace:
“Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato”, si
pone all’interno della prospettiva del volto di Dio e
dei volti umani. Possiamo, infatti, affermare che l’uomo
è capace di rispettare le creature nella misura in cui
porta nel proprio spirito un senso pieno della vita,
altrimenti sarà portato a disprezzare se stesso e ciò
che lo circonda, a non avere rispetto dell’ambiente in
cui vive, del creato. Chi sa riconoscere nel cosmo i
riflessi del volto invisibile del Creatore, è portato ad
avere maggiore amore per le creature, maggiore sensibilità
per il loro valore simbolico. Specialmente il Libro dei
Salmi è ricco di testimonianze di questo modo
propriamente umano di relazionarsi con la natura: con il
cielo, il mare, i monti, le colline, i fiumi, gli
animali… “Quante sono le tue opere, Signore! –
esclama il Salmista – / Le hai fatte tutte con saggezza;
/ la terra è piena delle tue creature” (Sal
104/103,24).
In
particolare, la prospettiva del “volto” invita a
soffermarsi su quella che, anche in questo Messaggio,
ho chiamato “ecologia umana”. Vi è infatti un nesso
strettissimo tra il rispetto dell’uomo e la salvaguardia
del creato. “I doveri verso l’ambiente derivano da
quelli verso la persona considerata in se stessa e in
relazione agli altri” (ivi, 12). Se l’uomo si
degrada, si degrada l’ambiente in cui vive; se la
cultura tende verso un nichilismo, se non teorico,
pratico, la natura non potrà non pagarne le conseguenze.
Si può, in effetti, constatare un reciproco influsso tra
volto dell’uomo e “volto” dell’ambiente: “quando
l’ecologia umana è rispettata dentro la società, anche
l’ecologia ambientale ne trae beneficio” (ibid.;
cfr Enc. Caritas
in veritate, 51). Rinnovo, pertanto, il mio
appello ad investire sull’educazione, proponendosi come
obiettivo, oltre alla necessaria trasmissione di nozioni
tecnico-scientifiche, una più ampia e approfondita
“responsabilità ecologica”, basata sul rispetto
dell’uomo e dei suoi diritti e doveri fondamentali. Solo
così l’impegno per l’ambiente può diventare
veramente educazione alla pace e costruzione della pace.
Cari
fratelli e sorelle, nel Tempo di Natale ricorre un Salmo
che contiene, tra l’altro, anche un esempio stupendo di
come la venuta di Dio trasfiguri il creato e provochi una
specie di festa cosmica. Questo inno inizia con un invito
universale alla lode: “Cantate al Signore un canto
nuovo, / cantate al Signore, uomini di tutta la terra. /
Cantate al Signore, benedite il suo nome” (Sal
95/96,1). Ma a un certo punto questo appello
all’esultanza si estende a tutto il creato: “Gioiscano
i cieli, esulti la terra, / risuoni il mare e quanto
racchiude; / sia in festa la campagna e quanto contiene, /
acclamino tutti gli alberi della foresta” (vv. 11-12).
La festa della fede diventa festa dell’uomo e del
creato: quella festa che a Natale si esprime anche
mediante gli addobbi sugli alberi, per le strade, nelle
case. Tutto rifiorisce perché Dio è apparso in mezzo a
noi. La Vergine Madre mostra il Bambino Gesù ai pastori
di Betlemme, che gioiscono e lodano il Signore (cfr Lc
2,20); la Chiesa rinnova il mistero per gli uomini di ogni
generazione, mostra loro il volto di Dio, perché, con la
sua benedizione, possano camminare sulla via della pace.
OMELIA
Cari
fratelli e sorelle!
Oggi,
Solennità dell’Epifania, la grande luce che irradia
dalla Grotta di Betlemme, attraverso i Magi provenienti da
Oriente, inonda l’intera umanità. La prima lettura,
tratta dal Libro del profeta Isaia, e il brano del Vangelo
di Matteo, che abbiamo poc’anzi ascoltato, pongono
l’una accanto all'altro la promessa e il suo
adempimento, in quella particolare tensione che si
riscontra quando si leggono di seguito brani dell’Antico
e del Nuovo Testamento. Ecco apparire davanti a noi la
splendida visione del profeta Isaia il quale, dopo le
umiliazioni subite dal popolo di Israele da parte delle
potenze di questo mondo, vede il momento in cui la grande
luce di Dio, apparentemente senza potere e incapace di
proteggere il suo popolo, sorgerà su tutta la terra, così
che i re delle nazioni si inchineranno di fronte a lui,
verranno da tutti i confini della terra e deporranno ai
suoi piedi i loro tesori più preziosi. E il cuore del
popolo fremerà di gioia.
Rispetto
a tale visione, quella che ci presenta l’evangelista
Matteo appare povera e dimessa: ci sembra impossibile
riconoscervi l’adempimento delle parole del profeta
Isaia. Infatti, arrivano a Betlemme non i potenti e i re
della terra, ma dei Magi, personaggi sconosciuti, forse
visti con sospetto, in ogni caso non degni di particolare
attenzione. Gli abitanti di Gerusalemme sono informati
dell'accaduto, ma non ritengono necessario scomodarsi, e
neppure a Betlemme sembra che ci sia qualcuno che si curi
della nascita di questo Bambino, chiamato dai Magi Re dei
Giudei, o di questi uomini venuti dall’Oriente che vanno
a farGli visita. Poco dopo, infatti, quando il re Erode
farà capire chi effettivamente detiene il potere
costringendo la Sacra Famiglia a fuggire in Egitto e
offrendo una prova della sua crudeltà con la strage degli
innocenti (cfr Mt 2,13-18), l'episodio dei Magi
sembra essere cancellato e dimenticato. E’,
quindi, comprensibile che il cuore e l'anima dei credenti
di tutti i secoli siano attratti più dalla visione del
profeta che non dal sobrio racconto dell'evangelista, come
attestano anche le rappresentazioni di questa visita nei
nostri presepi, dove appaiono i cammelli, i dromedari, i
re potenti di questo mondo che si inginocchiano davanti al
Bambino e depongono ai suoi piedi i loro doni in scrigni
preziosi. Ma occorre prestare maggiore attenzione a ciò
che i due testi ci comunicano.
In realtà,
che cosa ha visto Isaia con il suo sguardo profetico? In
un solo momento, egli scorge una realtà destinata a
segnare tutta la storia. Ma anche l’evento che Matteo ci
narra non è un breve episodio trascurabile, che si chiude
con il ritorno frettoloso dei Magi nelle proprie terre. Al
contrario, è un inizio. Quei personaggi provenienti
dall'Oriente non sono gli ultimi, ma i primi della grande
processione di coloro che, attraverso tutte le epoche
della storia, sanno riconoscere il messaggio della stella,
sanno camminare sulle strade indicate dalla Sacra
Scrittura e sanno trovare, così, Colui che apparentemente
è debole e fragile, ma che, invece, ha il potere di
donare la gioia più grande e più profonda al cuore
dell’uomo. In Lui, infatti, si manifesta la realtà
stupenda che Dio ci conosce e ci è vicino, che la sua
grandezza e potenza non si esprimono nella logica del
mondo, ma nella logica di un bambino inerme, la cui forza
è solo quella dell’amore che si affida a noi. Nel
cammino della storia, ci sono sempre persone che vengono
illuminate dalla luce della stella, che trovano la strada
e giungono a Lui. Tutte vivono, ciascuna a proprio modo,
l’esperienza stessa dei Magi.
Essi
hanno portato oro, incenso e mirra. Non sono certamente
doni che rispondono a necessità primarie o quotidiane. In
quel momento la Sacra Famiglia avrebbe certamente avuto
molto più bisogno di qualcosa di diverso dall’incenso e
dalla mirra, e neppure l'oro poteva esserle immediatamente
utile. Ma questi doni hanno un significato profondo: sono
un atto di giustizia. Infatti, secondo la mentalità
vigente a quel tempo in Oriente, rappresentano il
riconoscimento di una persona come Dio e Re: sono, cioè,
un atto di sottomissione. Vogliono dire che da quel
momento i donatori appartengono al sovrano e riconoscono
la sua autorità. La conseguenza che ne deriva è
immediata. I Magi non possono più proseguire per la loro
strada, non possono più tornare da Erode, non possono più
essere alleati con quel sovrano potente e crudele. Sono
stati condotti per sempre sulla strada del Bambino, quella
che farà loro trascurare i grandi e i potenti di questo
mondo e li porterà a Colui che ci aspetta fra i poveri,
la strada dell'amore che solo può trasformare il mondo.
Non
soltanto, quindi, i Magi si sono messi in cammino, ma da
quel loro atto ha avuto inizio qualcosa di nuovo, è stata
tracciata una nuova strada, è scesa sul mondo una nuova
luce che non si è spenta. La visione del profeta si
realizza: quella luce non può più essere ignorata nel
mondo: gli uomini si muoveranno verso quel Bambino e
saranno illuminati dalla gioia che solo Lui sa donare. La
luce di Betlemme continua a risplendere in tutto il mondo.
A quanti l’hanno accolta Sant’Agostino ricorda:
"Anche noi, riconoscendo Cristo nostro re e sacerdote
morto per noi, lo abbiamo onorato come se avessimo offerto
oro, incenso e mirra; ci manca soltanto di testimoniarlo
prendendo una via diversa da quella per la quale siamo
venuti" (Sermo 202. In Epiphania Domini, 3,4).
Se dunque
leggiamo assieme la promessa del profeta Isaia e il suo
compimento nel Vangelo di Matteo nel grande contesto di
tutta la storia, appare evidente che ciò che ci viene
detto, e che nel presepio cerchiamo di riprodurre, non è
un sogno e neppure un vano gioco di sensazioni e di
emozioni, prive di vigore e di realtà, ma è la Verità
che s'irradia nel mondo, anche se Erode sembra sempre
essere più forte e quel Bambino sembra poter essere
ricacciato tra coloro che non hanno importanza, o addirittura
calpestato. Ma solamente in quel Bambino si manifesta la
forza di Dio, che raduna gli uomini di tutti i secoli,
perché sotto la sua signoria percorrano la strada
dell’amore, che trasfigura il mondo. Tuttavia, anche se
i pochi di Betlemme sono diventati molti, i credenti in
Gesù Cristo sembrano essere sempre pochi. Molti hanno
visto la stella, ma solo pochi ne hanno capito il
messaggio. Gli studiosi della Scrittura del tempo di Gesù
conoscevano perfettamente la parola di Dio. Erano in grado
di dire senza alcuna difficoltà che cosa si poteva
trovare in essa circa il luogo in cui il Messia sarebbe
nato, ma, come dice sant'Agostino: "è successo loro
come le pietre miliari (che indicano la strada): mentre
hanno dato indicazioni ai viandanti in cammino, essi sono
rimasti inerti e immobili" (Sermo 199. In
Epiphania Domini, 1,2).
Possiamo
allora chiederci: qual è la ragione per cui alcuni vedono
e trovano e altri no? Che cosa apre gli occhi e il cuore?
Che cosa manca a coloro che restano indifferenti, a coloro
che indicano la strada ma non si muovono? Possiamo
rispondere: la troppa sicurezza in se stessi, la pretesa
di conoscere perfettamente la realtà, la presunzione di
avere già formulato un giudizio definitivo sulle cose
rendono chiusi ed insensibili i loro cuori alla novità di
Dio. Sono sicuri dell’idea che si sono fatti del mondo e
non si lasciano più sconvolgere nell'intimo
dall'avventura di un Dio che li vuole incontrare.
Ripongono la loro fiducia più in se stessi che in Lui e
non ritengono possibile che Dio sia tanto grande da
potersi fare piccolo, da potersi davvero avvicinare a noi.
Alla
fine, quello che manca è l'umiltà autentica, che sa
sottomettersi a ciò che è più grande, ma anche il
coraggio autentico, che porta a credere a ciò che è
veramente grande, anche se si manifesta in un Bambino
inerme. Manca la capacità evangelica di essere bambini
nel cuore, di stupirsi, e di uscire da sé per
incamminarsi sulla strada che indica la stella, la strada
di Dio. Il Signore però ha il potere di renderci capaci
di vedere e di salvarci. Vogliamo, allora, chiedere a Lui
di darci un cuore saggio e innocente, che ci consenta di
vedere la stella della sua misericordia, di incamminarci
sulla sua strada, per trovarlo ed essere inondati dalla
grande luce e dalla vera gioia che egli ha portato in
questo mondo. Amen!
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