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VIAGGIO
APOSTOLICO IN FRANCIA (12-15 SETTEMBRE 2008)
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Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio
Vaticana, 13 settembre 2008
Benedetto
XVI agli intellettuali francesi: il fondamento della
cultura dell’Europa è la ricerca di Dio, ma per molti
oggi Dio è diventato il grande Sconosciuto
L’Europa
ha bisogno di Dio, di cercarlo ed ascoltarlo. E’ questa
ricerca il vero fondamento di ogni cultura: ieri sera, al
Collége des Bernardins di Parigi, Benedetto XVI ha
sviluppato il suo pensiero sull’umanesimo europeo. Lo ha
fatto con un appassionato discorso davanti a 700
rappresentanti del mondo della cultura francese, tra cui
alcuni esponenti dell’UNESCO. Nel suo articolato
intervento, il Papa ha richiamato la straordinaria
esperienza del monachesimo occidentale che proprio
ricercando Dio ha formato una nuova cultura per i popoli
dell’Europa. Il servizio di Alessandro Gisotti:
Con
il suo discorso agli esponenti della cultura francese,
Benedetto XVI ha compiuto un viaggio avvincente alle
origini della teologia occidentale e alle radici della
cultura europea. Una lectio magistralis in cui il Papa ha
ribadito che, oggi come nel Medioevo, è la ricerca di Dio
il vero fondamento della civiltà europea. Il Papa ha
sviluppato il suo pensiero prendendo spunto da una
riflessione sulla natura del monachesimo occidentale. I
monaci, ha rammentato, in un periodo di grandi
sconvolgimenti permisero la sopravvivenza della vecchia
cultura e la formazione di una nuova. Eppure, “la loro
motivazione era molto più elementare”:
“Leur motivation était beaucoup plus simple…
Il loro obiettivo era: quaerere Deum, cercare Dio.
Nella confusione dei tempi in cui niente sembrava
resistere, essi volevano fare la cosa essenziale:
impegnarsi per trovare ciò che vale e permane sempre,
trovare la Vita stessa. Erano alla ricerca di Dio”.
“Dietro le cose provvisorie – ha costatato –
cercavano il definitivo”. Essendo cristiani, questa
“non era una ricerca verso il buio assoluto”. Dio
stesso “aveva spianato una via” e questa via era la
sua Parola che “nei libri delle Sacre Scritture era
aperta davanti agli uomini”:
“La Parole de Dieu elle-même nous introduit dans
un dialogue avec Lui …”.
La Parola di Dio introduce noi stessi nel colloquio
con Dio. Il Dio che parla nella Bibbia ci insegna come noi
possiamo parlare con Lui. Specialmente nel Libro dei Salmi
Egli ci dà le parole con cui possiamo rivolgerci a Lui,
portare la nostra vita con i suoi alti e bassi nel
colloquio davanti a Lui, trasformando così la vita stessa
in un movimento verso di Lui.
Certo, ha rilevato il Papa, riprendendo Gregorio Magno,
la Parola di Dio “trafigge il cuore di ciascun
singolo”. Tuttavia, questa “Parola non conduce a una
via solo individuale”, ma “introduce nella comunione
con quanti camminano nella fede”. Il cristianesimo, ha
detto ancora, “non è semplicemente una religione del
libro in senso classico”, giacché nelle parole
percepisce “la Parola, il Logos stesso”. E per questo,
la Bibbia “esclude tutto ciò che viene chiamato
fondamentalismo”. Benedetto XVI ha rivolto così il
pensiero al legame tra Spirito e libertà, tema illuminato
negli scritti di San Paolo. “Lo Spirito liberatore –
ha spiegato – non è semplicemente la propria idea”,
lo Spirito “è Cristo, e Cristo è il Signore che ci
indica la strada”. Questa tensione tra legame e libertà,
ha affermato il Pontefice, “ha profondamente plasmato la
cultura occidentale”. E oggi si pone “come sfida di
fronte ai poli dell’arbitrio soggettivo, da una parte, e
del fanatismo fondamentalista, dall’altra”:
“Si la culture européenne d’aujourd’hui
comprenait désormais …”.
Sarebbe fatale, se la cultura europea di oggi
potesse comprendere la libertà ormai solo come la
mancanza totale di legami e con ciò favorisse
inevitabilmente il fanatismo e l’arbitrio. Mancanza di
legame e arbitrio non sono la libertà, ma la sua
distruzione.
Benedetto XVI non ha mancato di ricordare un’altra
componente del monachesimo: il lavoro manuale che appare
come un’espressione particolare della somiglianza degli
uomini con Dio, “un collaborare con il Creatore”. Ed
ha evidenziato che senza questa cultura del lavoro lo
sviluppo dell’Europa sarebbe impensabile. Il Papa è così
tornato alla sua riflessione iniziale sulla ricerca di
Dio, “l’atteggiamento di fondo dei monaci”, “il
guardare oltre le cose penultime e mettersi in ricerca di
quelle ultime, vere”. Come i monaci anche i cristiani
della Chiesa nascente consideravano il loro annuncio come
“una necessità intrinseca che derivava dalla natura
della loro fede”. “Per loro – è stata la
riflessione del Papa – la fede non apparteneva alla
consuetudine culturale, che a seconda dei popoli è
diversa, ma all’ambito della verità che riguarda
ugualmente tutti”. Lo schema fondamentale
dell’annuncio cristiano “verso l’esterno”, ha
indicato il Papa, si trova nel discorso di San Paolo
all’Areopago di Atene:
“Paul n’annonce pas des dieux inconnus …”.
Paolo non annuncia dei ignoti. Egli annuncia Colui
che gli uomini ignorano, eppure conoscono:
l’Ignoto-Conosciuto; Colui che cercano, di cui, in
fondo, hanno conoscenza e che, tuttavia, è l’Ignoto e
l’Inconoscibile.
La situazione di oggi, ha proseguito, è in molte cose
assai analoga a quella che trovò San Paolo ad Atene.
“Le nostre città – ha costatato - non sono più piene
di are ed immagini di molteplici divinità. Per molti, Dio
è diventato veramente il grande Sconosciuto”. Ma, ha
aggiunto, “come allora dietro le numerose immagini degli
dèi era nascosta e presente la domanda circa il Dio
ignoto, così anche l’attuale assenza di Dio è
tacitamente assillata dalla domanda che riguarda Lui”.
Quaerere Deum, “cercare Dio e lasciarsi trovare da Lui:
questo oggi non è meno necessario che in tempi
passati”:
“Une culture purement positiviste, qui renverrait
dans le domaine subjectif ...”.
Una cultura meramente positivista che rimuovesse nel
campo soggettivo come non scientifica la domanda circa
Dio, sarebbe la capitolazione della ragione, la rinuncia
alle sue possibilità più alte e quindi un tracollo
dell’umanesimo, le cui conseguenze non potrebbero essere
che gravi. Ciò che ha fondato la cultura dell’Europa,
la ricerca di Dio e la disponibilità ad ascoltarLo,
rimane anche oggi il fondamento di ogni vera cultura.
INCONTRO CON IL
MONDO DELLA CULTURA
AL COLLÈGE DES BERNARDINS
DISCORSO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Parigi,
venerdì 12 settembre
2008
LE ORIGINI DELLA TEOLOGIA OCCIDENTALE
E LE RADICI DELLA CULTURA EUROPEA
Signor
Cardinale,
Signora Ministro della Cultura,
Signor Sindaco,
Signor Cancelliere dell’Institut de France,
cari amici!
Grazie,
Signor Cardinale, per le Sue parole gentili. Ci troviamo
in un luogo storico, edificato dai figli di san Bernardo
di Clairvaux e che il Suo grande predecessore, il
compianto Cardinale Jean-Marie Lustiger, ha voluto come
centro di dialogo tra la Sapienza cristiana e le correnti
culturali intellettuali e artistiche dell’attuale società.
Saluto in modo particolare la Signora Ministro della
Cultura che rappresenta il Governo, così come il Signor
Giscard d’Estaing e il Signor Chirac. Rivolgo ugualmente
il mio saluto ai Ministri presenti, ai rappresentanti
dell’Unesco, al Signor Sindaco di Parigi e a tutte le
altre Autorità. Non voglio dimenticare i miei colleghi
dell’Institut de France, i quali conoscono la
considerazione che nutro nei loro confronti. Ringrazio il
Principe de Broglie per le sua cordiali parole. Ci
rivedremo domani mattina. Ringrazio i delegati della
comunità musulmana francese per aver accettato di
partecipare a questo incontro: rivolgo loro i miei
migliori auguri per il ramadan in corso. Il mio
caloroso saluto va ora naturalmente all’insieme del
multiforme mondo della cultura, che voi, cari invitati,
rappresentate così degnamente.
Vorrei
parlarvi stasera delle origini della teologia occidentale
e delle radici della cultura europea. Ho ricordato
all’inizio che il luogo in cui ci troviamo è in qualche
modo emblematico. È infatti legato alla cultura
monastica, giacché qui hanno vissuto giovani monaci,
impegnati ad introdursi in una comprensione più profonda
della loro chiamata e a vivere meglio la loro missione. È
questa un’esperienza che interessa ancora noi oggi, o vi
incontriamo soltanto un mondo ormai passato? Per
rispondere, dobbiamo riflettere un momento sulla natura
dello stesso monachesimo occidentale. Di che cosa si
trattava allora? In base alla storia degli effetti del
monachesimo possiamo dire che, nel grande sconvolgimento
culturale prodotto dalla migrazione di popoli e dai nuovi
ordini statali che stavano formandosi, i monasteri erano i
luoghi in cui sopravvivevano i tesori della vecchia
cultura e dove, in riferimento ad essi, veniva formata
passo passo una nuova cultura. Ma come avveniva questo?
Quale era la motivazione delle persone che in questi
luoghi si riunivano? Che intenzioni avevano? Come hanno
vissuto?
Innanzitutto
e per prima cosa si deve dire, con molto realismo, che non
era loro intenzione di creare una cultura e nemmeno di
conservare una cultura del passato. La loro motivazione
era molto più elementare. Il loro obiettivo era: quaerere
Deum, cercare Dio. Nella confusione dei tempi in cui
niente sembrava resistere, essi volevano fare la cosa
essenziale: impegnarsi per trovare ciò che vale e permane
sempre, trovare la Vita stessa. Erano alla ricerca di Dio.
Dalle cose secondarie volevano passare a quelle
essenziali, a ciò che, solo, è veramente importante e
affidabile. Si dice che erano orientati in modo
“escatologico”. Ma ciò non è da intendere in senso
cronologico, come se guardassero verso la fine del mondo o
verso la propria morte, ma in un senso esistenziale:
dietro le cose provvisorie cercavano il definitivo. Quaerere
Deum: poiché erano cristiani, questa non era una
spedizione in un deserto senza strade, una ricerca verso
il buio assoluto. Dio stesso aveva piantato delle
segnalazioni di percorso, anzi, aveva spianato una via, e
il compito consisteva nel trovarla e seguirla. Questa via
era la sua Parola che, nei libri delle Sacre Scritture,
era aperta davanti agli uomini. La ricerca di Dio richiede
quindi per intrinseca esigenza una cultura della parola o,
come si esprime Jean Leclercq : nel monachesimo
occidentale, escatologia e grammatica sono interiormente
connesse l’una con l’altra (cfr L’amour des
lettres et le desir de Dieu, p.14). Il desiderio di
Dio, le désir de Dieu, include l’amour
des lettres, l’amore per la parola, il penetrare in
tutte le sue dimensioni. Poiché nella Parola biblica Dio
è in cammino verso di noi e noi verso di Lui, bisogna
imparare a penetrare nel segreto della lingua, a
comprenderla nella sua struttura e nel suo modo di
esprimersi. Così, proprio a causa della ricerca di Dio,
diventano importanti le scienze profane che ci indicano le
vie verso la lingua. Poiché la ricerca di Dio esigeva la
cultura della parola, fa parte del monastero la biblioteca
che indica le vie verso la parola. Per lo stesso motivo ne
fa parte anche la scuola, nella quale le vie vengono
aperte concretamente. Benedetto chiama il monastero una dominici
servitii schola. Il monastero serve alla eruditio,
alla formazione e all’erudizione dell’uomo – una
formazione con l’obbiettivo ultimo che l’uomo impari a
servire Dio. Ma questo comporta proprio anche la
formazione della ragione, l’erudizione, in base alla
quale l’uomo impara a percepire, in mezzo alle parole,
la Parola.
Per avere
la piena visione della cultura della parola, che
appartiene all’essenza della ricerca di Dio, dobbiamo
fare un altro passo. La Parola che apre la via della
ricerca di Dio ed è essa stessa questa via, é una Parola
che riguarda la comunità. Certo, essa trafigge il cuore
di ciascun singolo (cfr At 2, 37). Gregorio Magno
descrive questo come una fitta improvvisa che squarcia la
nostra anima sonnolenta e ci sveglia rendendoci attenti
per la realtà essenziale, per Dio (cfr Leclercq, ibid.,
p.35). Ma così ci rende attenti anche gli uni per gli
altri. La Parola non conduce a una via solo individuale di
un’immersione mistica, ma introduce nella comunione con
quanti camminano nella fede. E per questo bisogna non solo
riflettere sulla Parola, ma anche leggerla in modo giusto.
Come nella scuola rabbinica, così anche tra i monaci il
leggere stesso compiuto dal singolo è al contempo un atto
corporeo. “Se, tuttavia, legere e lectio
vengono usati senza un attributo esplicativo, indicano per
lo più un’attività che, come il cantare e lo scrivere,
comprende l’intero corpo e l’intero spirito”, dice
al riguardo Jean Leclercq (ibid., p.21).
E ancora
c’è da fare un altro passo. La Parola di Dio introduce
noi stessi nel colloquio con Dio. Il Dio che parla nella
Bibbia ci insegna come noi possiamo parlare con Lui.
Specialmente nel Libro dei Salmi Egli ci dà le
parole con cui possiamo rivolgerci a Lui, portare la
nostra vita con i suoi alti e bassi nel colloquio davanti
a Lui, trasformando così la vita stessa in un movimento
verso di Lui. I Salmi contengono ripetutamente
delle istruzioni anche sul come devono essere cantati ed
accompagnati con strumenti musicali. Per pregare in base
alla Parola di Dio il solo pronunciare non basta, esso
richiede la musica. Due canti della liturgia cristiana
derivano da testi biblici che li pongono sulle labbra
degli Angeli: il Gloria, che è cantato dagli
Angeli alla nascita di Gesù, e il Sanctus, che
secondo Isaia 6 è l’acclamazione dei Serafini
che stanno nell’ immediata vicinanza di Dio. Alla luce
di ciò la Liturgia cristiana è invito a cantare insieme
agli Angeli e a portare così la parola alla sua
destinazione più alta. Sentiamo in questo contesto ancora
una volta Jean Leclercq: “I monaci dovevano trovare
delle melodie che traducevano in suoni l’adesione
dell’uomo redento ai misteri che egli celebra. I pochi
capitelli di Cluny, che si sono conservati fino ai nostri
giorni, mostrano così i simboli cristologici dei singoli
toni” (cfr ibid. p.229).
In
Benedetto, per la preghiera e per il canto dei monaci vale
come regola determinante la parola del Salmo: Coram
angelis psallam Tibi, Domine – davanti agli angeli
voglio cantare a Te, Signore (cfr 138,1). Qui si esprime
la consapevolezza di cantare nella preghiera comunitaria
in presenza di tutta la corte celeste e di essere quindi
esposti al criterio supremo: di pregare e di cantare in
maniera da potersi unire alla musica degli Spiriti
sublimi, che erano considerati gli autori dell’armonia
del cosmo, della musica delle sfere. Partendo da ciò, si
può capire la serietà di una meditazione di san Bernardo
di Chiaravalle, che usa una parola di tradizione platonica
trasmessa da Agostino per giudicare il canto brutto dei
monaci, che ovviamente per lui non era affatto un piccolo
incidente, in fondo secondario. Egli qualifica la
confusione di un canto mal eseguito come un precipitare
nella “zona della dissimilitudine” – nella regio
dissimilitudinis. Agostino aveva preso questa parola
dalla filosofia platonica per caratterizzare il suo stato
interiore prima della conversione (cfr Confess. VII,
10.16): l’uomo, che è creato a somiglianza di Dio,
precipita in conseguenza del suo abbandono di Dio nella
“zona della dissimilitudine” – in una lontananza da
Dio nella quale non Lo rispecchia più e così diventa
dissimile non solo da Dio, ma anche da se stesso, dal vero
essere uomo. È certamente drastico se Bernardo, per
qualificare i canti mal eseguiti dei monaci, usa questa
parola, che indica la caduta dell’uomo lontano da se
stesso. Ma dimostra anche come egli prenda la cosa sul
serio. Dimostra che la cultura del canto è anche cultura
dell’essere e che i monaci con il loro pregare e cantare
devono corrispondere alla grandezza della Parola loro
affidata, alla sua esigenza di vera bellezza. Da questa
esigenza intrinseca del parlare con Dio e del cantarLo con
le parole donate da Lui stesso è nata la grande musica
occidentale. Non si trattava di una “creatività”
privata, in cui l’individuo erige un monumento a se
stesso, prendendo come criterio essenzialmente la
rappresentazione del proprio io. Si trattava piuttosto di
riconoscere attentamente con gli “orecchi del cuore”
le leggi intrinseche della musica della stessa creazione,
le forme essenziali della musica immesse dal Creatore nel
suo mondo e nell’uomo, e trovare così la musica degna
di Dio, che allora al contempo è anche veramente degna
dell’uomo e fa risuonare in modo puro la sua dignità.
Per
capire in qualche modo la cultura della parola, che nel
monachesimo occidentale si è sviluppata dalla ricerca di
Dio, partendo dall’interno, occorre finalmente fare
almeno un breve cenno alla particolarità del Libro o dei
Libri in cui questa Parola è venuta incontro ai monaci.
La Bibbia, vista sotto l’aspetto puramente storico o
letterario, non è semplicemente un libro, ma una raccolta
di testi letterari, la cui stesura si estende lungo più
di un millennio e i cui singoli libri non sono facilmente
riconoscibili come appartenenti ad un’unità interiore;
esistono invece tensioni visibili tra di essi. Ciò vale
già all’interno della Bibbia di Israele, che noi
cristiani chiamiamo l’Antico Testamento. Vale tanto più
quando noi, come cristiani, colleghiamo il Nuovo
Testamento e i suoi scritti, quasi come chiave
ermeneutica, con la Bibbia di Israele, interpretandola così
come via verso Cristo. Nel Nuovo Testamento, con buona
ragione, la Bibbia normalmente non viene qualificata come
“la Scrittura”, ma come “le Scritture” che,
tuttavia, nel loro insieme vengono poi considerate come
l’unica Parola di Dio rivolta a noi. Ma già questo
plurale rende evidente che qui la Parola di Dio ci
raggiunge soltanto attraverso la parola umana, attraverso
le parole umane, che cioè Dio parla a noi solo attraverso
gli uomini, mediante le loro parole e la loro storia.
Questo, a sua volta, significa che l’aspetto divino
della Parola e delle parole non è semplicemente ovvio.
Detto in espressioni moderne: l’unità dei libri biblici
e il carattere divino delle loro parole non sono, da un
punto di vista puramente storico, afferrabili.
L’elemento storico è la molteplicità e l’umanità.
Da qui si comprende la formulazione di un distico
medioevale che, a prima vista, sembra sconcertante: “Littera
gesta docet – quid credas allegoria…” (cfr
Augustinus de Dacia, Rotulus pugillaris, I). La
lettera mostra i fatti; ciò che devi credere lo dice
l’allegoria, cioè l’interpretazione cristologica e
pneumatica.
Possiamo
esprimere tutto ciò anche in modo più semplice: la
Scrittura ha bisogno dell’interpretazione, e ha bisogno
della comunità in cui si è formata e in cui viene
vissuta. In essa ha la sua unità e in essa si dischiude
il senso che tiene unito il tutto. Detto ancora in un
altro modo: esistono dimensioni del significato della
Parola e delle parole, che si dischiudono soltanto nella
comunione vissuta di questa Parola che crea la storia.
Mediante la crescente percezione delle diverse dimensioni
del senso, la Parola non viene svalutata, ma appare, anzi,
in tutta la sua grandezza e dignità. Per questo il “Catechismo
della Chiesa Cattolica” con buona ragione può dire
che il cristianesimo non è semplicemente una religione
del libro nel senso classico (cfr n. 108). Il
cristianesimo percepisce nelle parole la Parola,
il Logos stesso, che estende il suo mistero
attraverso tale molteplicità e la realtà di una storia
umana. Questa struttura particolare della Bibbia è una
sfida sempre nuova per ogni generazione. Secondo la sua
natura essa esclude tutto ciò che oggi viene chiamato
fondamentalismo. La Parola di Dio stesso, infatti, non è
mai presente già nella semplice letteralità del testo.
Per raggiungerla occorre un trascendimento e un processo
di comprensione, che si lascia guidare dal movimento
interiore dell’insieme e perciò deve diventare anche un
processo di vita. Sempre e solo nell’unità dinamica
dell’insieme i molti libri formano un Libro, si
rivelano nella parola e nella storia umane la Parola di
Dio e l’agire di Dio nel mondo.
Tutta la
drammaticità di questo tema viene illuminata negli
scritti di san Paolo. Che cosa significhi il
trascendimento della lettera e la sua comprensione
unicamente a partire dall’insieme, egli l’ha espresso
in modo drastico nella frase: “La lettera uccide, lo
Spirito dà vita” (2 Cor 3,6). E ancora: “Dove
c’è lo Spirito … c’è libertà” (2 Cor
3,17). La grandezza e la vastità di tale visione della
Parola biblica, tuttavia, si può comprendere solo se si
ascolta Paolo fino in fondo e si apprende allora che
questo Spirito liberatore ha un nome e che la libertà ha
quindi una misura interiore: “Il Signore è lo Spirito,
e dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà” (2
Cor 3,17). Lo Spirito liberatore non è semplicemente
la propria idea, la visione personale di chi interpreta.
Lo Spirito è Cristo, e Cristo è il Signore che ci indica
la strada. Con la parola sullo Spirito e sulla libertà si
schiude un vasto orizzonte, ma allo stesso tempo si pone
un chiaro limite all’arbitrio e alla soggettività, un
limite che obbliga in maniera inequivocabile il singolo
come la comunità e crea un legame superiore a quello
della lettera: il legame dell’intelletto e dell’amore.
Questa tensione tra legame e libertà, che va ben oltre il
problema letterario dell’interpretazione della
Scrittura, ha determinato anche il pensiero e l’operare
del monachesimo e ha profondamente plasmato la cultura
occidentale. Essa si pone nuovamente anche alla nostra
generazione come sfida di fronte ai poli dell’arbitrio
soggettivo, da una parte, e del fanatismo fondamentalista,
dall’altra. Sarebbe fatale, se la cultura europea di
oggi potesse comprendere la libertà ormai solo come la
mancanza totale di legami e con ciò favorisse
inevitabilmente il fanatismo e l’arbitrio. Mancanza di
legame e arbitrio non sono la libertà, ma la sua
distruzione.
Nella
considerazione sulla “scuola del servizio divino” –
come Benedetto chiamava il monachesimo – abbiamo fino a
questo punto rivolto la nostra attenzione solo al suo
orientamento verso la parola, verso l’ “ora”.
E di fatto è a partire da ciò che viene determinata la
direzione dell’insieme della vita monastica. Ma la
nostra riflessione rimarrebbe incompleta, se non
fissassimo il nostro sguardo almeno brevemente anche sulla
seconda componente del monachesimo, quella descritta col
“labora”. Nel mondo greco il lavoro fisico era
considerato l’impegno dei servi. Il saggio, l’uomo
veramente libero si dedicava unicamente alle cose
spirituali; lasciava il lavoro fisico come qualcosa di
inferiore a quegli uomini che non sono capaci di questa
esistenza superiore nel mondo dello spirito. Assolutamente
diversa era la tradizione giudaica: tutti i grandi rabbi
esercitavano allo stesso tempo anche una professione
artigianale. Paolo che, come rabbi e poi come annunciatore
del Vangelo ai gentili, era anche tessitore di tende e si
guadagnava la vita con il lavoro delle proprie mani, non
costituisce un’eccezione, ma sta nella comune tradizione
del rabbinismo. Il monachesimo ha accolto questa
tradizione; il lavoro manuale è parte costitutiva del
monachesimo cristiano. San Benedetto parla nella sua Regola
non propriamente della scuola, anche se l’insegnamento e
l’apprendimento – come abbiamo visto – in essa erano
cose praticamente scontate. Parla però esplicitamente, in
un capitolo della sua Regola, del lavoro (cfr cap.48).
Altrettanto fa Agostino che al lavoro dei monaci ha
dedicato un libro particolare. I cristiani, che con ciò
continuavano nella tradizione da tempo praticata dal
giudaismo, dovevano inoltre sentirsi chiamati in causa
dalla parola di Gesù nel Vangelo di Giovanni, con
la quale Egli difendeva il suo operare in giorno di
Sabato: “Il Padre mio opera sempre e anch’io opero”
(5, 17). Il mondo greco-romano non conosceva alcun Dio
Creatore; la divinità suprema, secondo la loro visione,
non poteva, per così dire, sporcarsi le mani con la
creazione della materia. Il “costruire” il mondo era
riservato al demiurgo, una deità subordinata. Ben diverso
il Dio cristiano: Egli, l’Uno, il vero e unico Dio, è
anche il Creatore. Dio lavora; continua a lavorare nella e
sulla storia degli uomini. In Cristo Egli entra come
Persona nel lavoro faticoso della storia. “Il Padre mio
opera sempre e anch’io opero”. Dio stesso è il
Creatore del mondo, e la creazione non è ancora finita.
Dio lavora, ergázetai. Così il lavorare degli
uomini doveva apparire come un’espressione particolare
della loro somiglianza con Dio e l’uomo, in questo modo,
ha facoltà e può partecipare all’operare di Dio nella
creazione del mondo. Del monachesimo fa parte, insieme con
la cultura della parola, una cultura del lavoro, senza la
quale lo sviluppo dell’Europa, il suo ethos e la sua
formazione del mondo sono impensabili. Questo ethos
dovrebbe però includere la volontà di far sì che il
lavoro e la determinazione della storia da parte
dell’uomo siano un collaborare con il Creatore,
prendendo da Lui la misura. Dove questa misura viene a
mancare e l’uomo eleva se stesso a creatore deiforme, la
formazione del mondo può facilmente trasformarsi nella
sua distruzione.
Siamo
partiti dall’osservazione che, nel crollo di vecchi
ordini e sicurezze, l’atteggiamento di fondo dei monaci
era il quaerere Deum – mettersi alla ricerca di
Dio. Potremmo dire che questo è l’atteggiamento
veramente filosofico: guardare oltre le cose penultime e
mettersi in ricerca di quelle ultime, vere. Chi si faceva
monaco, s’incamminava su una via lunga e alta, aveva
tuttavia già trovato la direzione: la Parola della Bibbia
nella quale sentiva parlare Dio stesso. Ora doveva cercare
di comprenderLo, per poter andare verso di Lui. Così il
cammino dei monaci, pur rimanendo non misurabile nella
lunghezza, si svolge ormai all’interno della Parola
accolta. Il cercare dei monaci, sotto certi aspetti, porta
in se stesso già un trovare. Occorre dunque, affinché
questo cercare sia reso possibile, che in precedenza
esista già un primo movimento che non solo susciti la
volontà di cercare, ma renda anche credibile che in
questa Parola sia nascosta la via – o meglio: che in
questa Parola Dio stesso si faccia incontro agli uomini e
perciò gli uomini attraverso di essa possano raggiungere
Dio. Con altre parole: deve esserci l’annuncio che si
rivolge all’uomo creando così in lui una convinzione
che può trasformarsi in vita. Affinché si apra una via
verso il cuore della Parola biblica quale Parola di Dio,
questa stessa Parola deve prima essere annunciata verso
l’esterno. L’espressione classica di questa necessità
della fede cristiana di rendersi comunicabile agli altri
è una frase della Prima Lettera di Pietro, che
nella teologia medievale era considerata la ragione
biblica per il lavoro dei teologi: “Siate sempre pronti
a rispondere a chiunque vi domandi ragione (logos)
della speranza che è in voi” (3, 15) (Il Logos,
la ragione della speranza, deve diventare apo-logia,
deve diventare risposta). Di fatto, i cristiani della
Chiesa nascente non hanno considerato il loro annuncio
missionario come una propaganda, che doveva servire ad
aumentare il proprio gruppo, ma come una necessità
intrinseca che derivava dalla natura della loro fede: il
Dio nel quale credevano era il Dio di tutti, il Dio uno e
vero che si era mostrato nella storia d’Israele e infine
nel suo Figlio, dando con ciò la risposta che riguardava
tutti e che, nel loro intimo, tutti gli uomini attendono.
L’universalità di Dio e l’universalità della ragione
aperta verso di Lui costituivano per loro la motivazione e
insieme il dovere dell’annuncio. Per loro la fede non
apparteneva alla consuetudine culturale, che a seconda dei
popoli è diversa, ma all’ambito della verità che
riguarda ugualmente tutti.
Lo schema
fondamentale dell’annuncio cristiano “verso
l’esterno” – agli uomini che, con le loro domande,
sono in ricerca – si trova nel discorso di san Paolo
all’Areopago. Teniamo presente, in questo contesto, che
l’Areopago non era una specie di accademia, dove gli
ingegni più illustri s’incontravano per la discussione
sulle cose sublimi, ma un tribunale che aveva la
competenza in materia di religione e doveva opporsi
all’importazione di religioni straniere. È proprio
questa l’accusa contro Paolo: “Sembra essere un
annunziatore di divinità straniere” (At 17, 18).
A ciò Paolo replica: “Ho trovato presso di voi un'ara
con l'iscrizione: Al Dio ignoto. Quello che voi adorate
senza conoscere, io ve lo annunzio” (cfr 17, 23). Paolo
non annuncia dei ignoti. Egli annuncia Colui che gli
uomini ignorano, eppure conoscono: l’Ignoto-Conosciuto;
Colui che cercano, di cui, in fondo, hanno conoscenza e
che, tuttavia, è l’Ignoto e l’Inconoscibile. Il più
profondo del pensiero e del sentimento umani sa in qualche
modo che Egli deve esistere. Che all’origine di tutte le
cose deve esserci non l’irrazionalità, ma la Ragione
creativa; non il cieco caso, ma la libertà. Tuttavia,
malgrado che tutti gli uomini in qualche modo sappiano
questo – come Paolo sottolinea nella Lettera ai
Romani (1, 21) – questo sapere rimane irreale: un
Dio soltanto pensato e inventato non è un Dio. Se Egli
non si mostra, noi comunque non giungiamo fino a Lui. La
cosa nuova dell’annuncio cristiano è la possibilità di
dire ora a tutti i popoli: Egli si è mostrato. Egli
personalmente. E adesso è aperta la via verso di Lui. La
novità dell’annuncio cristiano non consiste in un
pensiero ma in un fatto: Egli si è mostrato. Ma questo
non è un fatto cieco, ma un fatto che, esso stesso, è Logos
– presenza della Ragione eterna nella nostra carne. Verbum
caro factum est (Gv 1,14): proprio così nel fatto ora
c’è il Logos, il Logos presente in mezzo
a noi. Il fatto è ragionevole. Certamente occorre sempre
l’umiltà della ragione per poter accoglierlo; occorre
l’umiltà dell’uomo che risponde all’umiltà di Dio.
La nostra
situazione di oggi, sotto molti aspetti, è diversa da
quella che Paolo incontrò ad Atene, ma, pur nella
differenza, tuttavia, in molte cose anche assai analoga.
Le nostre città non sono più piene di are ed immagini di
molteplici divinità. Per molti, Dio è diventato
veramente il grande Sconosciuto. Ma come allora dietro le
numerose immagini degli dèi era nascosta e presente la
domanda circa il Dio ignoto, così anche l’attuale
assenza di Dio è tacitamente assillata dalla domanda che
riguarda Lui. Quaerere Deum – cercare Dio e
lasciarsi trovare da Lui: questo oggi non è meno
necessario che in tempi passati. Una cultura meramente
positivista che rimuovesse nel campo soggettivo come non
scientifica la domanda circa Dio, sarebbe la capitolazione
della ragione, la rinuncia alle sue possibilità più alte
e quindi un tracollo dell’umanesimo, le cui conseguenze
non potrebbero essere che gravi. Ciò che ha fondato la
cultura dell’Europa, la ricerca di Dio e la disponibilità
ad ascoltarLo, rimane anche oggi il fondamento di ogni
vera cultura.
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