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INCONTRO
CON I VESCOVI FRANCESI (14 SETTEMBRE 2008)
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Radio
Vaticana, 14 settembre 2008
Il
Papa incoraggia i vescovi francesi a lavorare nell'unità
e nella fiducia in piena comunione con Pietro
Il
Papa ha incontrato nel pomeriggio, presso l’Hémicycle
Sainte Bernadette a Lourdes, la Conferenza episcopale
francese svolgendo un ampio discorso in cui ha affrontato
numerose tematiche: dalla crisi delle vocazioni (con
l’esortazione a invitare giovani e meno giovani a
rispondere alla chiamata del Signore) alla funzione del
sacerdozio, che “è indispensabile” (“I sacerdoti
non possono delegare le loro funzioni ai fedeli in ciò
che concerne i loro propri compiti”), dalla questione
del Summorum Pontificum (i cui frutti si sono già
manifestati nonostante le difficoltà incontrate:
"nessuno è di troppo nella Chiesa. Ciascuno, senza
eccezioni, deve potersi sentire 'a casa sua' e mai
rifiutato". "Sforziamoci pertanto di essere
sempre servitori dell'unità!") alle preoccupazioni
per la famiglia che affronta “oggi delle vere
burrasche” (“spesso le leggi cercano più di adattarsi
ai costumi e alle rivendicazioni di particolari individui
o gruppi che non di promuovere il bene comune della società”
ma "l'esperienza insegna che la famiglia è lo
zoccolo solido sul quale poggia l'intera società"),
dal sacramento del matrimonio, di cui si ribadisce
l’indissolubilità (“non si possono ammettere le
iniziative che mirano a benedire le unioni illegittime”:
ma la Chiesa circonda del più grande affetto i divorziati
risposati) ai giovani, su cui il Papa conta ma il mondo
corteggia e ne blandisce i bassi istinti ("la
permissività morale non rende l'uomo felice") alle
radici cristiane della Francia ("le Nazioni non
devono mai accettare di veder sparire ciò che costituisce
la loro specifica identità" o "affogare in una
spenta uniformità") e alla "sana collaborazione
tra la Comunità politica e la Chiesa nella consapevolezza
e nel rispetto dell'indipendenza e dell'autonomia di
ciascuna nel proprio campo" (“i presupposti
socio-politici dell’antica diffidenza o persino ostilità
svaniscono poco a poco”) fino al dialogo ecumenico e
interreligioso che va condotto nell’amore e nella verità
e nell’impegno di conoscenza reciproca “perché
l’ignoranza distrugge più che costruire” (ci vuole
discernimento: "la buona volontà non basta").
Poi una riflessione sull'attuale "società
globalizzata, pluriculturale e plurireligiosa" vista
come "un'opportunità che il Signore ci offre di
proclamare la Verità e di esercitare l'Amore,
nell'intento di raggiungere ogni essere umano senza
distinzione, anche al di là dei limiti della Chiesa
visibile". Infine il Papa afferma che la Francia,
dopo la liberazione dal nazismo, ha bisogno oggi di “una
vera liberazione spirituale. L’uomo ha sempre bisogno di
essere liberato dalle sue paure e dai suoi peccati.
L’uomo deve senza sosta imparare o re-imparare che Dio
non è suo nemico, ma suo Creatore pieno di bontà”.
Ma ecco il testo integrale del discorso del Papa.
Signori Cardinali,
carissimi Fratelli nell’Episcopato!
È la prima volta dall’inizio del mio Pontificato che
ho la gioia di incontrarvi tutti insieme. Saluto
cordialmente il vostro Presidente, il Cardinale André
Vingt-Trois, e lo ringrazio delle gentili parole che mi ha
rivolto a vostro nome. Saluto anche con piacere i
Vice-Presidenti, così come il Segretario Generale e i
suoi collaboratori. Un saluto caloroso rivolgo a ciascuno
di voi, miei Fratelli nell’Episcopato, che siete venuti
dai quattro angoli della Francia e d’oltremare. Il mio
pensiero va anche a Mons. François Garnier, Arcivescovo
di Cambrai, che celebra oggi a Valenciennes il Millenario
di “Notre-Dame du Saint-Cordon”.
Mi rallegro di essere stasera tra voi in questo
emiciclo intitolato a “Sainte Bernadette”, che è il
luogo ordinario delle vostre preghiere e dei vostri
incontri, luogo nel quale esponete le vostre
preoccupazioni e le vostre speranze, luogo anche delle
vostre discussioni e delle vostre riflessioni. Questa sala
è posta in un punto privilegiato presso la grotta e le
basiliche mariane. Certo, le visite “ad limina” vi
consentono di incontrare regolarmente il Successore di
Pietro a Roma, ma il momento che noi ora viviamo ci è
dato come una grazia per confermare i legami stretti che
ci uniscono nella partecipazione al medesimo sacerdozio
direttamente derivante da quello di Cristo redentore. Vi
incoraggio a continuare a lavorare nell’unità e nella
fiducia, in piena comunione con Pietro che è venuto per
confermare la vostra fede. Sono tante le vostre attuali
preoccupazioni! So che intendete impegnarvi con entusiasmo
a lavorare entro il nuovo quadro definito con la
riorganizzazione della carta delle province
ecclesiastiche, e me ne rallegro vivamente. Vorrei
profittare di questa occasione per riflettere con voi su
qualche tema che so essere al centro della vostra
attenzione.
La Chiesa – Una, Santa, Cattolica e Apostolica - vi
ha generati mediante il Battesimo. Essa vi ha chiamati al
suo servizio; voi le avete donato la vostra vita, prima
come diaconi e sacerdoti, poi come Vescovi. Vi esprimo
tutto il mio apprezzamento per questo dono delle vostre
persone: nonostante l’ampiezza del compito, che ne
sottolinea l’onore – honor, onus ! – voi adempite
con fedeltà e umiltà il triplice vostro compito, nei
confronti del gregge che vi è affidato, di insegnare,
governare, santificare, alla luce della Costituzione Lumen
gentium (nn.25-28) e del Decreto Christus Dominus.
Successori degli Apostoli, voi rappresentate il Cristo a
capo delle diocesi che vi sono state affidate, e vi
sforzate di realizzare in esse l’immagine del Vescovo
tracciata da san Paolo; dovete crescere senza posa in
questa via, nell’intento di essere sempre più
“ospitali, amanti del bene, assennati, giusti, pii,
padroni di voi stessi, attaccati alla dottrina sicura,
secondo l’insegnamento trasmesso” (cfr Tt 1,8-9). Il
popolo cristiano deve guardarvi con affezione e rispetto.
Fin dalle origini la tradizione cristiana ha insistito su
questo punto: “Tutti quelli che sono per Dio e per Gesù
Cristo, sono con il Vescovo” scriveva sant’Ignazio di
Antiochia (Ai Filad., 3,2), il quale aggiungeva pure:
“Colui che il padrone di casa invia per amministrare la
sua casa, noi dobbiamo accoglierlo come accoglieremmo
colui che lo ha inviato” (Agli Efes. 6,1). La vostra
missione, soprattutto spirituale, sta dunque nel creare le
condizioni necessarie perché i fedeli possano “cantare
ad una sola voce mediante Cristo un inno al Padre” (Ibid.
4,2) e in tal modo fare della loro vita un’offerta a
Dio.
Voi siete giustamente convinti che per far crescere in
ogni battezzato il gusto di Dio e la comprensione del
senso della vita, la catechesi riveste un’importanza
fondamentale. I due strumenti principali di cui disponete,
il Catechismo della Chiesa Cattolica e il Catechismo dei
Vescovi di Francia, costituiscono mezzi preziosi. Offrono
infatti una sintesi armoniosa della fede cattolica e
consentono di annunciare il Vangelo con fedeltà reale
alla sua ricchezza. La catechesi non è innanzitutto una
questione di metodo, ma di contenuto, come indica il suo
stesso nome: si tratta di un’assimilazione organica (kat-echein)
dell’insieme della rivelazione cristiana, capace di
mettere a disposizione delle intelligenze e dei cuori la
Parola di Colui che ha dato la sua vita per noi. In questo
modo, la catechesi fa risuonare nel cuore di ciascun
essere umano un unico appello rinnovato senza posa:
“Seguimi” (Mt 9,9). Una accurata preparazione dei
catechisti consentirà la trasmissione integrale della
fede, secondo l’esempio di san Paolo, il più grande
catechista di tutti i tempi, al quale guardiamo con
un’ammirazione particolare in questo bimillenario della
sua nascita. In mezzo alle cure apostoliche egli esortava
così: “Verrà giorno in cui non si sopporterà più la
sana dottrina ma, per il prurito di udire qualcosa, gli
uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie
voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per
volgersi alle favole” (2 Tm 4,3-4). Consapevoli del
grande realismo delle sue previsioni, con umiltà e
perseveranza voi vi sforzate di corrispondere alle sue
raccomandazioni: “Annunzia la parola, insisti in ogni
occasione opportuna e non opportuna … con ogni
magnanimità e dottrina” (2 Tm 4,2).
Per realizzare efficacemente questo compito, voi avete
bisogno di collaboratori. Per questo motivo le vocazioni
sacerdotali e religiose meritano più che mai di essere
incoraggiate. Sono stato informato delle iniziative che
con fede vengono prese in questo settore e ci tengo a
recare tutto il mio sostegno a coloro che non hanno paura,
come ha fatto Cristo, di invitare giovani e meno giovani a
mettersi al servizio del Maestro che è qui e chiama (cfr
Gv 11,28). Vorrei ringraziare calorosamente e incoraggiare
tutte le famiglie, tutte le parrocchie, tutte le comunità
cristiane e tutti i Movimenti di Chiesa, che sono il
terreno fertile capace di dare il buon frutto (cfr Mt 13,
8) delle vocazioni. In questo contesto, non posso
tralasciare di esprimere la mia riconoscenza per le
innumerevoli preghiere dei veri discepoli di Cristo e
della sua Chiesa. Vi sono tra loro sacerdoti, religiosi e
religiose, persone anziane o malate, anche prigionieri,
che per decenni hanno fatto salire a Dio le loro suppliche
per dar compimento al comando di Gesù: “Pregate il
padrone della messe perché mandi operai nella sua
messe”(Mt 9,38). Il Vescovo e le comunità di fedeli
devono, per quel che le riguarda, favorire ed accogliere
le vocazioni sacerdotali e religiose, poggiando sulla
grazia che dona lo Spirito Santo in vista di porre in atto
il discernimento necessario. Sì, carissimi Fratelli
nell’Episcopato, continuate a chiamare al sacerdozio e
alla vita religiosa, così come Pietro gettò le sue reti
in adempimento dell’ordine del Maestro, pur avendo
passato la notte a pescare senza prendere nulla (cfr Lc
5,5).
Non si ripeterà mai abbastanza che il sacerdozio è
indispensabile alla Chiesa, nell’interesse dello stesso
laicato. I sacerdoti sono un dono di Dio per la Chiesa. I
sacerdoti non possono delegare le loro funzioni ai fedeli
in ciò che concerne i loro propri compiti. Cari Fratelli
nell’Episcopato, vi esorto a perseverare con ogni
premura nell’aiutare i vostri sacerdoti a vivere in
intima unione con Cristo. La loro vita spirituale è il
fondamento della loro vita apostolica. Li esorterete
pertanto con dolcezza alla preghiera quotidiana e alla
degna celebrazione dei Sacramenti, soprattutto
dell’Eucaristia e della Riconciliazione, come faceva san
Francesco di Sales con i suoi preti. Ogni sacerdote deve
potersi sentire felice di servire la Chiesa. Alla scuola
del Curato d’Ars, figlio della vostra Terra e patrono di
tutti i parroci del mondo, non cessate di ridire che un
uomo non può far nulla di più grande che donare ai
fedeli il Corpo e il Sangue di Cristo e perdonare i
peccati. Cercate di essere attenti alla loro formazione
umana, intellettuale e spirituale, come anche ai loro
mezzi di sussistenza. Sforzatevi, nonostante il carico
delle vostre pesanti occupazioni, di incontrarli
regolarmente e sappiate riceverli come dei fratelli ed
amici (cfr LG 28, CD 16). I sacerdoti hanno bisogno del
vostro affetto, del vostro incoraggiamento e della vostra
sollecitudine. Siate loro vicini e abbiate un’attenzione
particolare per coloro che sono in difficoltà, malati o
anziani (cfr CD 16). Non dimenticate che essi sono, come
dice il Concilio Vaticano II riprendendo la stupenda
espressione usata da sant’Ignazio di Antiochia nella
Lettera ai cristiani di Magnesia, “la corona spirituale
del Vescovo”(cfr LG 41).
Il culto liturgico è l’espressione più alta della
vita sacerdotale ed episcopale, come anche
dell’insegnamento catechetico. Il vostro compito di
santificazione del popolo dei fedeli, cari Fratelli, è
indispensabile alla crescita della Chiesa. Nel “Motu
proprio” Summorum Pontificum sono stato portato a
precisare le condizioni di esercizio di tale compito, in
ciò che concerne la possibilità di usare tanto il
Messale del Beato Giovanni XXIII (1962) quanto quello del
Papa Paolo VI (1970). Alcuni frutti di queste nuove
disposizioni si sono già manifestati, e io spero che
l’indispensabile pacificazione degli spiriti sia, per
grazia di Dio, in via di realizzarsi. Misuro le difficoltà
che voi incontrate, ma non dubito che potrete giungere, in
tempi ragionevoli, a soluzioni soddisfacenti per tutti,
così che la tunica senza cuciture del Cristo non si
strappi ulteriormente. Nessuno è di troppo nella Chiesa.
Ciascuno, senza eccezioni, in essa deve potersi sentire
“a casa sua”, e mai rifiutato. Dio, che ama tutti gli
uomini e non vuole che alcuno perisca, ci affida questa
missione facendo di noi i Pastori delle sue pecore. Non
possiamo che rendergli grazie per l’onore e la fiducia
che Egli ci riserva. Sforziamoci pertanto di essere sempre
servitori dell’unità!
Quali sono gli altri campi che richiedono
maggiore attenzione? Le risposte possono differire da una
diocesi all’altra, ma vi è un problema che appare
dappertutto di una particolare urgenza: è la situazione
della famiglia. Sappiamo che la coppia e la famiglia
affrontano oggi delle vere burrasche. Le parole
dell’evangelista a proposito della barca nella tempesta
in mezzo al lago possono applicarsi alla famiglia: “Il
vento gettava le onde nella barca, tanto che ormai era
piena” (Mc 4, 37). I fattori che hanno generato questa
crisi sono ben conosciuti, e non mi soffermerò perciò ad
elencarli. Da vari decenni le leggi hanno relativizzato in
molti Paesi la sua natura di cellula primordiale della
società. Spesso le leggi cercano più di adattarsi ai
costumi e alle rivendicazioni di particolari individui o
gruppi, che non di promuovere il bene comune della società.
L’unione stabile di un uomo e di una donna, ordinata
alla edificazione di un benessere terreno, grazie alla
nascita di bambini donati da Dio, non è più, nella mente
di certuni, il modello a cui l’impegno coniugale mira.
Tuttavia l’esperienza insegna che la famiglia è lo
zoccolo solido sul quale poggia l’intera società. Di più,
il cristiano sa che la famiglia è anche la cellula viva
della Chiesa. Più la famiglia sarà imbevuta dello
spirito e dei valori del Vangelo, più la Chiesa stessa ne
sarà arricchita e risponderà meglio alla sua vocazione.
Conosco, per altro, ed incoraggio vivamente gli sforzi che
fate per recare il vostro sostegno alle diverse
associazioni che operano per aiutare le famiglie. Avete
ragione di attenervi con fermezza, anche a costo di andare
controcorrente, ai principi che fanno la forza e la
grandezza del Sacramento del matrimonio. La Chiesa vuol
restare indefettibilmente fedele al mandato che le ha
affidato il suo Fondatore, il nostro Maestro e Signore Gesù
Cristo. Essa non cessa di ripetere con Lui: “Ciò che
Dio ha unito l’uomo non lo separi!” (Mt 19,6). La
Chiesa non si è data da sola questa missione: l’ha
ricevuta. Certo, nessuno può negare l’esistenza di
prove, a volte molto dolorose, che certi focolari
attraversano. Sarà necessario accompagnare le famiglie in
difficoltà, aiutarle a comprendere la grandezza del
matrimonio, e incoraggiarle a non relativizzare la volontà
di Dio e le leggi di vita che Egli ci ha dato. Una
questione particolarmente dolorosa è quella dei
divorziati risposati. La Chiesa, che non può opporsi alla
volontà di Cristo, conserva con fedeltà il principio
dell’indissolubilità del matrimonio, pur circondando
del più grande affetto gli uomini e le donne che, per
ragioni diverse, non giungono a rispettarlo. Non si
possono dunque ammettere le iniziative che mirano a
benedire le unioni illegittime. L’Esortazione apostolica
Familiaris consortio ha indicato il cammino aperto da un
pensiero rispettoso della verità e della carità.
I giovani, lo so bene cari Fratelli, sono al centro
delle vostre preoccupazioni. Voi dedicate loro molto
tempo, e avete ragione. Come avete potuto constatare, ne
ho appena contattato una moltitudine a Sydney, nel corso
della Giornata Mondiale della Gioventù. Ho potuto
apprezzarne l’entusiasmo e la capacità di consacrarsi
alla preghiera. Pur vivendo in un mondo che li corteggia e
blandisce i loro bassi istinti, e portando essi pure il
fardello pesante di eredità difficili da assimilare, i
giovani conservano una freschezza d’animo che ha
suscitato la mia ammirazione. Ho fatto appello al loro
senso di responsabilità, invitandoli a far leva sempre
sulla vocazione che Dio ha loro donato nel giorno del
Battesimo. “La nostra forza sta in ciò che Cristo vuole
da noi”, diceva il Cardinal Jean-Marie Lustiger. Nel
corso del suo primo viaggio in Francia, il mio venerato
Predecessore rivolse ai giovani del vostro Paese un
discorso che non ha perduto nulla della sua attualità e
che ricevette allora un’accoglienza di indimenticabile
calore. “La permissività morale non rende l’uomo
felice”, proclamò nel Parco dei Principi sotto un
uragano d’applausi. Il buon senso che ispirava la sana
reazione del suo uditorio non è morto. Prego lo Spirito
Santo di voler parlare al cuore di tutti i fedeli e, più
generalmente, di tutti i vostri compatrioti, per dare loro
– o per loro restituire – il gusto di una vita
condotta secondo i criteri di una vera felicità.
All’Eliseo ho evocato l’altro giorno l’originalità
della situazione francese, che la Santa Sede desidera
rispettare. Sono convinto, in effetti, che le Nazioni non
devono mai accettare di veder sparire ciò che costituisce
la loro specifica identità. In una famiglia, il fatto che
i diversi membri abbiano lo stesso padre e la stessa madre
non comporta che essi siano soggetti tra loro
indifferenziati: sono in realtà persone con una propria
individualità. La stessa cosa avviene per i Paesi, che
devono vegliare a preservare e a sviluppare la loro
specifica cultura, senza lasciarla mai assorbire dalle
altre o affogare in una spenta uniformità. “La Nazione
è, in effetti, per riprendere le parole del Papa Giovanni
Paolo II, la grande comunità degli uomini uniti tra loro
da legami diversi, ma soprattutto precisamente dalla
cultura. La Nazione esiste ‘mediante’ la cultura e
‘per’ la cultura, ed essa è perciò la grande
educatrice degli uomini perché, nella comunità, possano
’essere ancora di più’ ” (Discorso all’UNESCO, 2
giugno 1980, n.14). In questa prospettiva, il porre in
evidenza le radici cristiane della Francia permetterà ad
ogni abitante di questo Paese di meglio comprendere da
dove egli venga e dove egli vada. Di conseguenza, nel
quadro istituzionale esistente e nel massimo rispetto
delle Leggi in vigore, occorrerebbe trovare una strada
nuova per interpretare e vivere nel quotidiano i valori
fondamentali sui quali si è costruita l’identità della
Nazione. Il vostro Presidente ne ha evocato la possibilità.
I presupposti socio-politici dell’antica diffidenza o
persino ostilità svaniscono poco a poco. La Chiesa non
rivendica per sé il posto dello Stato. Essa non vuole
sostituirglisi. E’ infatti una società basata su
convinzioni, che si sente responsabile dell’insieme e
non può limitarsi a se stessa. Essa parla con libertà e
dialoga con altrettanta libertà nel desiderio di giungere
alla edificazione della libertà comune. Grazie ad una
sana collaborazione tra la Comunità politica e la Chiesa,
realizzata nella consapevolezza e nel rispetto
dell’indipendenza e dell’autonomia di ciascuna nel
proprio campo, si rende all’uomo un servizio che mira al
suo pieno sviluppo personale e sociale. Numerosi punti,
primizie di altri che vi si aggiungeranno secondo le
necessità, sono già stati esaminati e risolti in seno
alla “Istanza di Dialogo tra la Chiesa e lo Stato”. Di
questa fa naturalmente parte, in virtù della missione sua
propria e in nome della Santa Sede, il Nunzio Apostolico,
che è chiamato a seguire attivamente la vita della Chiesa
e la sua situazione nella società.
Come sapete, i miei Predecessori, il Beato Giovanni
XXIII, antico Nunzio a Parigi, e il Papa Paolo VI hanno
costituito dei Segretariati che sono divenuti, nel 1988,
il Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità
dei Cristiani e il Pontificio Consiglio per il Dialogo
Interreligioso. Vi si aggiunsero ben presto la Commissione
per i Rapporti religiosi con l’Ebraismo e la Commissione
per i Rapporti religiosi con i Musulmani. Questa strutture
sono in qualche modo il riconoscimento istituzionale e
conciliare di innumerevoli iniziative e realizzazioni
anteriori. Commissioni e Consigli simili si trovano del
resto nella vostra Conferenza Episcopale e nelle vostre
diocesi. La loro esistenza e il loro funzionamento
dimostrano la volontà della Chiesa di andare avanti
sviluppando il dialogo bilaterale. La recente Assemblea
plenaria del Pontificio Consiglio per il Dialogo
Interreligioso ha messo in evidenza che il dialogo
autentico richiede, come condizioni fondamentali, una
buona formazione per coloro che lo promuovono e un
discernimento illuminato per avanzare poco a poco nella
scoperta della Verità. L’obiettivo dei dialoghi
ecumenico e interreligioso, differenti naturalmente nella
loro natura e nelle finalità rispettive, è la ricerca e
l’approfondimento della Verità. Si tratta di un compito
nobile e obbligatorio per ogni uomo di fede, perché
Cristo stesso è la Verità. La costruzione di ponti tra
le grandi tradizioni ecclesiali cristiane e il dialogo con
le altre tradizioni religiose esigono un reale impegno di
conoscenza reciproca, perché l’ignoranza distrugge più
che costruire. D’altra parte, non v’è che la Verità
che permetta di vivere autenticamente il duplice
comandamento dell’amore che ci ha lasciato il nostro
Salvatore. Certo, è necessario seguire con attenzione le
diverse iniziative intraprese e discernere quelle che
favoriscono la conoscenza e il rispetto reciproci, così
come la promozione del dialogo, ed evitare quelle che
conducono in vicoli ciechi. La buona volontà non basta.
Sono convinto che convenga cominciare con l’ascolto, per
poi passare alla discussione teologica ed arrivare infine
alla testimonianza e all’annuncio della fede stessa (cfr
Nota dottrinale su certi aspetti dell’evangelizzazione,
n.12: 3 dicembre 2007). Lo Spirito Santo vi doni il
discernimento che deve caratterizzare ogni Pastore. San
Paolo raccomanda: “Esaminate ogni cosa, tenete ciò che
è buono” (1 Ts 5,21). La società globalizzata,
pluriculturale e plurireligiosa nella quale viviamo, è
un’opportunità che il Signore ci offre di proclamare la
Verità e di esercitare l’Amore, nell’intento di
raggiungere ogni essere umano senza distinzione, anche al
di là dei limiti della Chiesa visibile.
Nell’anno che precedette la mia elezione alla Sede di
Pietro, ebbi la gioia di venire nel vostro Paese per
presiedervi le cerimonie commemorative del sessantesimo
anniversario dello sbarco in Normandia. Raramente ho
avvertito come allora l’attaccamento dei figli e delle
figlie di Francia alla terra dei loro antenati. La Francia
celebrava allora la sua liberazione temporale, al termine
di una guerra crudele che aveva fatto innumerevoli
vittime. Ora, è soprattutto per una vera liberazione
spirituale che conviene lavorare. L’uomo ha sempre
bisogno di essere liberato dalle sue paure e dai suoi
peccati. L’uomo deve senza sosta imparare o re-imparare
che Dio non è suo nemico, ma suo Creatore pieno di bontà.
L’uomo ha bisogno di sapere che la sua vita ha un senso
e che egli è atteso, al termine della sua permanenza
sulla terra, a prendere parte senza fine alla gloria di
Cristo nei cieli. Vostra missione è di condurre la
porzione di Popolo di Dio affidata alle vostre cure a
riconoscere questo termine glorioso. Vogliate accogliere
qui l’espressione della mia ammirazione e della mia
gratitudine per tutto quel che fate nell’intento di
progredire in questo senso. Siate certi della mia
preghiera quotidiana per ciascuno di voi. Vogliate credere
che non cesso di domandare al Signore e alla sua Madre di
guidarvi sulla vostra strada.
Con
gioia ed emozione vi affido, carissimi Fratelli
nell’Episcopato, a Nostra Signora di Lourdes e a santa
Bernadette. La potenza di Dio si è sempre manifestata
nella debolezza. Lo Spirito Santo ha sempre lavato ciò
che era sordido, irrigato ciò che era arido, raddrizzato
ciò che era sviato. Il Cristo Salvatore, che ha voluto
fare di noi strumenti di comunicazione del suo amore agli
uomini, non cesserà mai di farvi crescere nella fede,
nella speranza, nella carità, per darvi la gioia di
condurre a Lui un numero crescente di uomini e di donne
del nostro tempo. Nell’affidarvi alla sua forza di
Redentore, imparto a voi tutti dal profondo del cuore
un’affettuosa Benedizione Apostolica.
©
Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana
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