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Radio Vaticana 12 febbraio 2011
Il
Papa alla Fraternità San Carlo: nell’amicizia con Gesù,
il sacerdote trova le energie per prendersi cura degli
uomini
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Un appassionato discorso sull’importanza del sacerdozio
nella vita della Chiesa e del mondo: è quello pronunciato
stamani da Benedetto XVI ai partecipanti all’Assemblea
generale della Fraternità Sacerdotale dei Missionari di
San Carlo Borromeo, in occasione del 25.mo anniversario
della nascita. Il Papa ha ricordato la sua “lunga
amicizia” con don Luigi Giussani, sottolineando come la
Fraternità testimoni “la fecondità del suo carisma”.
Quindi, ha invitato seminaristi e sacerdoti ad alimentare
la propria fede con la preghiera e la vita in comune. Il
servizio di Alessandro Gisotti:
Il sacerdozio ha bisogno di “rinnovarsi
continuamente, ritrovando nella vita di Gesù le forme più
essenziali del proprio essere”: è l’esortazione di
Benedetto XVI nell’udienza ai membri della Fraternità
San Carlo, fondata da mons. Massimo Camisasca 25 anni fa.
Nel suo discorso, il Papa ha innanzitutto ribadito che
“il sacerdozio cristiano non è fine a sa stesso”.
Esso, ha infatti sottolineato, “è stato voluto da Gesù
in funzione della nascita e della vita della Chiesa”:
“La gloria e la gioia del sacerdozio è di servire
Cristo e il suo Corpo mistico. Esso rappresenta una
vocazione bellissima e singolare all'interno della Chiesa,
che rende presente Cristo, perché partecipa dell’unico
ed eterno Sacerdozio di Cristo. La presenza di vocazioni
sacerdotali è un segno sicuro della verità e della
vitalità di una comunità cristiana.
Ed ha soggiunto che “non vi è crescita vera e
feconda nella Chiesa senza un'autentica presenza
sacerdotale che la sorregga e la alimenti”. Ha così
messo l’accento sull’importanza della meditazione e
della preghiera da vivere come “dialogo con il Signore
risorto”. Ed ha rivolto il pensiero al “valore della
vita comune”, non solo come risposta alle urgenze del
momento quali la carenza di sacerdoti. Il Papa si è
infatti riferito innanzitutto al significato teologico
della realtà della comunione:
“La vita comune è infatti espressione del dono di
Cristo che è la Chiesa, ed è prefigurata nella comunità
apostolica, che ha dato luogo ai presbiteri. Nessun
sacerdote infatti amministra qualcosa che gli è proprio,
ma partecipa con gli altri fratelli a un dono sacramentale
che viene direttamente da Gesù”.
La vita comune, ha proseguito, esprime allora “un
aiuto che Cristo dà alla nostra esistenza”. Vivere con
altri, ha osservato, “significa accettare la necessità
della propria continua conversione e soprattutto scoprire
la bellezza di tale cammino, la gioia dell'umiltà, della
penitenza, ma anche della conversazione, del perdono
vicendevole, del mutuo sostegno”. Il Papa ha concluso il
suo intervento riaffermando che “nessuna autentica vita
comune è possibile senza la preghiera”:
“Occorre stare con Gesù per poter stare con gli
altri. È questo il cuore della missione. Nella compagnia
di Cristo e dei fratelli ciascun sacerdote può trovare le
energie necessarie per prendersi cura degli uomini, per
farsi carico dei bisogni spirituali e materiali che
incontra, per insegnare con parole sempre nuove, dettate
dall'amore, le verità eterne della fede di cui hanno sete
anche i nostri contemporanei”.
DISCORSO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Cari
Fratelli e amici,
è con
vera gioia che vivo questo incontro con voi, sacerdoti e
seminaristi della Fraternità san Carlo, qui convenuti in
occasione del venticinquesimo anniversario della sua
nascita. Saluto e ringrazio il fondatore e superiore
generale, Mons. Massimo Camisasca, il suo consiglio, e
tutti voi, parenti ed amici, che fate corona alla comunità.
In particolare, saluto l'Arcivescovo della Madre di Dio di
Mosca, Mons. Paolo Pezzi, e Don Julián Carrón,
Presidente dalla Fraternità di Comunione e Liberazione,
che esprimono simbolicamente i frutti e la radice
dell'opera della Fraternità san Carlo. Questo momento
riporta alla mia memoria la lunga amicizia con Mons. Luigi
Giussani e testimonia la fecondità del suo carisma.
In questa
occasione, vorrei rispondere a due domande che il nostro
incontro mi suggerisce: qual è il posto del sacerdozio
ordinato nella vita della Chiesa? Qual è il posto della
vita comune nell’esperienza sacerdotale?
La vostra
nascita dal movimento di Comunione e Liberazione e il
vostro riferimento vitale all'esperienza ecclesiale che
esso rappresenta, pongono davanti ai nostri occhi una
verità che si è andata riaffermando con particolare
chiarezza dall'Ottocento in poi e che ha trovato una
significativa espressione nella teologia del Concilio
Vaticano II. Mi riferisco al fatto che il sacerdozio
cristiano non è fine a se stesso. Esso è stato voluto da
Gesù in funzione della nascita e della vita della Chiesa.
Ogni sacerdote, perciò, può dire ai fedeli, parafrasando
sant'Agostino: Vobiscum christianus, pro vobis sacerdos.
La gloria e la gioia del sacerdozio è di servire Cristo e
il suo Corpo mistico. Esso rappresenta una vocazione
bellissima e singolare all'interno della Chiesa, che rende
presente Cristo, perché partecipa dell’unico ed eterno
Sacerdozio di Cristo. La presenza di vocazioni sacerdotali
è un segno sicuro della verità e della vitalità di una
comunità cristiana. Dio infatti chiama sempre, anche al
sacerdozio; non vi è crescita vera e feconda nella Chiesa
senza un'autentica presenza sacerdotale che la sorregga e
la alimenti. Sono grato perciò a tutti coloro che
dedicano le loro energie alla formazione dei sacerdoti e
alla riforma della vita sacerdotale. Come tutta la Chiesa,
infatti, anche il sacerdozio ha bisogno rinnovarsi
continuamente, ritrovando nella vita di Gesù le forme più
essenziali del proprio essere.
Le
diverse possibili strade di questo rinnovamento non
possono dimenticare alcuni elementi irrinunciabili.
Innanzitutto un'educazione profonda alla meditazione e
alla preghiera, vissute come dialogo con il Signore
risorto presente nella sua Chiesa. In secondo luogo, uno
studio della teologia che permetta di incontrare le verità
cristiane nella forma di una sintesi legata alla vita
della persona e della comunità: solo uno sguardo
sapienziale può infatti valorizzare la forza che la fede
possiede di illuminare la vita e il mondo, conducendo
continuamente a Cristo, Creatore e Salvatore.
La
Fraternità san Carlo ha sottolineato, durante il corso
breve ma intenso della sua storia, il valore della vita
comune. Anch'io ne ho parlato più volte nei miei
interventi prima e dopo la mia chiamata al soglio di
Pietro. «È importante che i sacerdoti non vivano isolati
da qualche parte, ma stiano insieme in piccole comunità,
si sostengano a vicenda e facciano così esperienza dello
stare insieme nel loro servizio a Cristo e nella rinuncia
per il regno dei Cieli e ne prendano anche sempre più
coscienza» (Luce del mondo, Città del Vaticano
2010, 208). Sono sotto i nostri occhi le urgenze di questo
momento. Penso per esempio alla carenza di sacerdoti. La
vita comune non è innanzitutto una strategia per
rispondere a queste necessità. Essa non è neppure, di
per sé, solo una forma di aiuto di fronte alla solitudine
e alla debolezza dell'uomo. Tutto questo ci può essere,
certamente, ma soltanto se la vita fraterna viene
concepita e vissuta come strada per immergersi nella realtà
della comunione. La vita comune è infatti espressione del
dono di Cristo che è la Chiesa, ed è prefigurata nella
comunità apostolica, che ha dato luogo ai presbiteri.
Nessun sacerdote infatti amministra qualcosa che gli è
proprio, ma partecipa con gli altri fratelli a un dono
sacramentale che viene direttamente da Gesù.
La vita
comune perciò esprime un aiuto che Cristo dà alla nostra
esistenza, chiamandoci, attraverso la presenza dei
fratelli, ad una configurazione sempre più profonda alla
sua persona. Vivere con altri significa accettare la
necessità della propria continua conversione e
soprattutto scoprire la bellezza di tale cammino, la gioia
dell'umiltà, della penitenza, ma anche della
conversazione, del perdono vicendevole, del mutuo
sostegno. Ecce quam bonum et quam iucundum habitare
fratres in unum (Sal 133,1).
Nessuno
può assumere la forza rigenerante della vita comune senza
la preghiera, senza guardare all’esperienza e
all'insegnamento dei santi, in particolar modo dei Padri
della Chiesa, senza una vita sacramentale vissuta con
fedeltà. Se non si entra nel dialogo eterno che il Figlio
intrattiene col Padre nello Spirito Santo nessuna
autentica vita comune è possibile. Occorre stare con Gesù
per poter stare con gli altri. È questo il cuore della
missione. Nella compagnia di Cristo e dei fratelli ciascun
sacerdote può trovare le energie necessarie per prendersi
cura degli uomini, per farsi carico dei bisogni spirituali
e materiali che incontra, per insegnare con parole sempre
nuove, dettate dall'amore, le verità eterne della fede di
cui hanno sete anche i nostri contemporanei.
Cari
fratelli e amici, continuate ad andare in tutto il mondo
per portare a tutti la comunione che nasce dal cuore di
Cristo! L'esperienza degli Apostoli con Gesù sia sempre
il faro che illumini la vostra vita sacerdotale!
Incoraggiandovi a continuare sulla strada tracciata in
questi anni, volentieri imparto la mia benedizione a tutti
i sacerdoti e i seminaristi della Fraternità san Carlo,
alle Missionarie di san Carlo, ai loro familiari e amici.
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