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FUNERALI
DEL CARDINALE LUIGI POGGI (7 MAGGIO 2010) |
Radio
Vaticana, 8.05.2010
Testimone
coraggioso del Vangelo: così il Papa alle esequie del
cardinale Poggi. Senza fede, tutto appare perduto con la
morte
◊ “Testimone
di quella fede coraggiosa che sa fidarsi di Dio”: così
ieri pomeriggio il Papa ha ricordato il cardinale Luigi
Poggi, archivista e bibliotecario emerito di Santa Romana
Chiesa, scomparso martedì scorso all’età di 92 anni.
Nella Basilica Vaticana, Benedetto XVI ha presieduto il
rito dell’Ultima Commendatio e della Valedictio del
porporato, al termine delle esequie celebrate dal
cardinale Angelo Sodano. Nella sua omelia, il Papa ha
ripercorso la lunga vita del cardinale Poggi, “fedele
servitore del Vangelo e della Chiesa” ed ha ribadito la
speranza nella resurrezione. Il servizio di Isabella
Piro.
(musica)
Dinanzi al mistero della morte, “per l’uomo che non
ha fede tutto sembrerebbe irrimediabilmente perduto. È la
parola di Cristo, allora, a rischiarare il cammino della
vita e a conferire valore ad ogni suo momento”. Parte da
questo Benedetto XVI per ricordare il cardinale Poggi,
ribadendo che “il dolore per la perdita della sua
persona viene mitigato dalla speranza nella resurrezione,
fondata sulla parola stessa di Gesù”:
"Gesù Cristo è il Signore della vita, ed è
venuto per risuscitare nell’ultimo giorno tutto quello
che il Padre gli ha affidato (cfr Gv 6,39). Questo è
anche il messaggio che Pietro annuncia con grande forza
nel giorno di Pentecoste (cfr At 2,14.22b-28). Egli mostra
che Gesù non poteva essere trattenuto dalla morte. Dio lo
ha sciolto dalle sue angosce, perché non era possibile
che essa lo tenesse in suo potere. Sulla croce Cristo ha
riportato la vittoria, che si doveva manifestare con un
superamento della morte, cioè con la sua
risurrezione".
Quindi, il Santo Padre ripercorre la vita del cardinale
Poggi, ricordando la sua “missione sacerdotale” presso
la Segreteria di Stato negli “anni difficili” del
1945, poi l’impegno in Africa e in Perù negli anni
’70, quindi l’operato di nunzio apostolico con
incarichi speciali per i Paesi dell’Europa dell’Est,
fino a diventare “un protagonista della ostpolitik
vaticana nei Paesi del blocco comunista”, alla scuola
del cardinale Casaroli. Negli anni ’80, il porporato
diventa nunzio apostolico in Italia, e si occupa delle
provviste vescovili e della “delicata fase di
riordinamento delle diocesi italiane”.
“Se siamo morti con Cristo, crediamo che anche
vivremo con lui”, continua Benedetto XVI citando San
Paolo, ricordando che “chi è morto, è liberato dal
peccato”:
"L’unione sacramentale, ma reale, con il
Mistero pasquale di Cristo apre al battezzato la
prospettiva di partecipare alla sua stessa gloria. E
questo ha una conseguenza già per la vita di quaggiù,
perché, se in virtù del battesimo noi già partecipiamo
alla risurrezione di Cristo, allora già adesso 'possiamo
camminare in una vita nuova'".
Ecco perché, conclude Benedetto XVI, la morte di un
fratello in Cristo “è sempre motivo di intimo e
riconoscente stupore per il disegno della divina paternità,
che ci libera dal potere delle tenebre e ci trasferisce
nel regno del suo Figlio diletto”.
(musica)
CONCELEBRAZIONE
EUCARISTICA
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Piazza San
Carlo
Domenica, 2 maggio 2010
Cari
fratelli e sorelle!
Sono
lieto di trovarmi con voi in questo giorno di festa e di
celebrare per voi questa solenne Eucaristia. Saluto
ciascuno dei presenti, in particolare il Pastore della
vostra Arcidiocesi, il Cardinale Severino Poletto, che
ringrazio per le calorose espressioni rivoltemi a nome di
tutti. Saluto anche gli Arcivescovi e i Vescovi presenti,
i Sacerdoti, i Religiosi e le Religiose, i rappresentanti
delle Associazioni e dei Movimenti ecclesiali. Rivolgo un
deferente pensiero al Sindaco, Dottor Sergio Chiamparino,
grato per il cortese indirizzo di saluto, al
rappresentante del Governo ed alle Autorità civili e
militari, con un particolare ringraziamento a quanti hanno
generosamente offerto la loro collaborazione per la
realizzazione di questa
mia Visita pastorale. Estendo il mio pensiero a quanti
non hanno potuto essere presenti, in modo speciale agli
ammalati, alle persone sole e a quanti si trovano in
difficoltà. Affido al Signore la città di Torino e tutti
i suoi abitanti in questa celebrazione eucaristica, che,
come ogni domenica, ci invita a partecipare in modo
comunitario alla duplice mensa della Parola di verità e
del Pane di vita eterna.
Siamo nel
tempo pasquale, che è il tempo della glorificazione di
Gesù. Il Vangelo che abbiamo ascoltato poc’anzi ci
ricorda che questa glorificazione si è realizzata
mediante la passione. Nel mistero pasquale passione e
glorificazione sono strettamente legate fra loro, formano
un’unità inscindibile. Gesù afferma: «Ora il Figlio
dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato
glorificato in lui» (Gv 13,31) e lo fa quando
Giuda esce dal Cenacolo per attuare il piano del suo
tradimento, che condurrà alla morte del Maestro: proprio
in quel momento inizia la glorificazione di Gesù.
L’evangelista Giovanni lo fa comprendere chiaramente:
non dice, infatti, che Gesù è stato glorificato solo
dopo la sua passione, per mezzo della risurrezione, ma
mostra che la sua glorificazione è iniziata proprio con
la passione. In essa Gesù manifesta la sua gloria, che è
gloria dell’amore, che dona tutto se stesso. Egli ha
amato il Padre, compiendo la sua volontà fino in fondo,
con una donazione perfetta; ha amato l’umanità dando la
sua vita per noi. Così già nella sua passione viene
glorificato, e Dio viene glorificato in lui. Ma la
passione - come espressione realissima e profonda del suo
amore - è soltanto un inizio. Per questo Gesù afferma
che la sua glorificazione sarà anche futura (cfr v. 32).
Poi il Signore, nel momento in cui annuncia la sua
partenza da questo mondo (cfr v. 33), quasi come
testamento ai suoi discepoli per continuare in modo nuovo
la sua presenza in mezzo a loro, dà ad essi un
comandamento: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate
gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi gli
uni gli altri» (v. 34). Se ci amiamo gli uni gli altri,
Gesù continua ad essere presente in mezzo a noi, ad
essere glorificato nel mondo.
Gesù
parla di un “comandamento nuovo”. Ma qual è la sua
novità? Già nell’Antico Testamento Dio aveva dato il
comando dell’amore; ora, però, questo comandamento è
diventato nuovo in quanto Gesù vi apporta un’aggiunta
molto importante: «Come io ho amato voi, così
amatevi gli uni gli altri». Ciò che è nuovo è proprio
questo “amare come Gesù ha amato”. Tutto il nostro
amare è preceduto dal suo amore e si riferisce a questo
amore, si inserisce in questo amore, si realizza proprio
per questo amore. L’Antico Testamento non presentava
alcun modello di amore, ma formulava soltanto il precetto
di amare. Gesù invece ci ha dato se stesso come modello e
come fonte di amore. Si tratta di un amore senza limiti,
universale, in grado di trasformare anche tutte le
circostanze negative e tutti gli ostacoli in occasioni per
progredire nell’amore. E vediamo nei santi di questa
Città la realizzazione di questo amore, sempre dalla
fonte dell’amore di Gesù.
Nei
secoli passati la Chiesa che è in Torino ha conosciuto
una ricca tradizione di santità e di generoso servizio ai
fratelli – come hanno ricordato il Cardinale Arcivescovo
e il Signor Sindaco - grazie all’opera di zelanti
sacerdoti, religiosi e religiose di vita attiva e
contemplativa e di fedeli laici. Le parole di Gesù
acquistano, allora, una risonanza particolare per questa
Chiesa di Torino, una Chiesa generosa e attiva, a
cominciare dai suoi preti. Dandoci il comandamento nuovo,
Gesù ci chiede di vivere il suo stesso amore, dal suo
stesso amore, che è il segno davvero credibile, eloquente
ed efficace per annunciare al mondo la venuta del Regno di
Dio. Ovviamente con le nostre sole forze siamo deboli e
limitati. C’è sempre in noi una resistenza all’amore
e nella nostra esistenza ci sono tante difficoltà che
provocano divisioni, risentimenti e rancori. Ma il Signore
ci ha promesso di essere presente nella nostra vita,
rendendoci capaci di questo amore generoso e totale, che
sa vincere tutti gli ostacoli, anche quelli che sono nei
nostri stessi cuori. Se siamo uniti a Cristo, possiamo
amare veramente in questo modo. Amare gli altri come Gesù
ci ha amati è possibile solo con quella forza che ci
viene comunicata nel rapporto con Lui, specialmente
nell’Eucaristia, in cui si rende presente in modo reale
il suo Sacrificio di amore che genera amore: è la vera
novità nel mondo e la forza di una permanente
glorificazione di Dio, che si glorifica nella continuità
dell’amore di Gesù nel nostro amore.
Vorrei
dire, allora, una parola d’incoraggiamento in
particolare ai Sacerdoti e ai Diaconi di questa Chiesa,
che si dedicano con generosità al lavoro pastorale, come
pure ai Religiosi e alle Religiose. A volte, essere operai
nella vigna del Signore può essere faticoso, gli impegni
si moltiplicano, le richieste sono tante, i problemi non
mancano: sappiate attingere quotidianamente dal rapporto
di amore con Dio nella preghiera la forza per portare
l’annuncio profetico di salvezza; ri-centrate la vostra
esistenza sull’essenziale del Vangelo; coltivate una
reale dimensione di comunione e di fraternità
all’interno del presbiterio, delle vostre comunità, nei
rapporti con il Popolo di Dio; testimoniate nel ministero
la potenza dell’amore che viene dall’Alto, viene dal
Signore presente in mezzo a noi.
La prima
lettura che abbiamo ascoltato, ci presenta proprio un modo
particolare di glorificazione di Gesù: l’apostolato e i
suoi frutti. Paolo e Barnaba, al termine del loro primo
viaggio apostolico, ritornano nelle città già visitate e
rianimano i discepoli, esortandoli a restare saldi nella
fede, perché, come essi dicono, «dobbiamo entrare nel
regno di Dio attraverso molte tribolazioni» (At
14,22). La vita cristiana, cari fratelli e sorelle, non è
facile; so che anche a Torino non mancano difficoltà,
problemi, preoccupazioni: penso, in particolare, a quanti
vivono concretamente la loro esistenza in condizioni di
precarietà, a causa della mancanza del lavoro,
dell’incertezza per il futuro, della sofferenza fisica e
morale; penso alle famiglie, ai giovani, alle persone
anziane che spesso vivono in solitudine, agli emarginati,
agli immigrati. Sì, la vita porta ad affrontare molte
difficoltà, molti problemi, ma è proprio la certezza che
ci viene dalla fede, la certezza che non siamo soli, che
Dio ama ciascuno senza distinzione ed è vicino a ciascuno
con il suo amore, che rende possibile affrontare, vivere e
superare la fatica dei problemi quotidiani. E’ stato
l’amore universale di Cristo risorto a spingere gli
apostoli ad uscire da se stessi, a diffondere la parola di
Dio, a spendersi senza riserve per gli altri, con
coraggio, gioia e serenità. Il Risorto possiede una forza
di amore che supera ogni limite, non si ferma davanti ad
alcun ostacolo. E la Comunità cristiana, specialmente
nelle realtà più impegnate pastoralmente, deve essere
strumento concreto di questo amore di Dio.
Esorto le
famiglie a vivere la dimensione cristiana dell’amore
nelle semplici azioni quotidiane, nei rapporti familiari
superando divisioni e incomprensioni, nel coltivare la
fede che rende ancora più salda la comunione. Anche nel
ricco e variegato mondo dell’Università e della cultura
non manchi la testimonianza dell’amore di cui ci parla
il Vangelo odierno, nella capacità dell’ascolto attento
e del dialogo umile nella ricerca della Verità, certi che
è la stessa Verità che ci viene incontro e ci afferra.
Desidero anche incoraggiare lo sforzo, spesso difficile,
di chi è chiamato ad amministrare la cosa pubblica: la
collaborazione per perseguire il bene comune e rendere la
Città sempre più umana e vivibile è un segno che il
pensiero cristiano sull’uomo non è mai contro la sua
libertà, ma in favore di una maggiore pienezza che solo
in una “civiltà dell’amore” trova la sua
realizzazione. A tutti, in particolare ai giovani, voglio
dire di non perdere mai la speranza, quella che viene dal
Cristo Risorto, dalla vittoria di Dio sul peccato,
sull’odio e sulla morte.
La
seconda lettura odierna ci mostra proprio l’esito finale
della Risurrezione di Gesù: è la Gerusalemme nuova, la
città santa, che scende dal cielo, da Dio, pronta come
una sposa adorna per il suo sposo (cfr Ap 21,2).
Colui che è stato crocifisso, che ha condiviso la nostra
sofferenza, come ci ricorda anche, in maniera eloquente,
la sacra Sindone, è colui che è risorto e ci vuole
riunire tutti nel suo amore. Si tratta di una speranza
stupenda, “forte”, solida, perché, come dice
l’Apocalisse: «(Dio) asciugherà ogni lacrima dai loro
occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né
affanno, perché le cose di prima sono passate» (21,4).
La sacra Sindone non comunica forse lo stesso messaggio?
In essa vediamo, come specchiati, i nostri patimenti nelle
sofferenze di Cristo: “Passio Christi. Passio hominis”.
Proprio per questo essa è un segno di speranza: Cristo ha
affrontato la croce per mettere un argine al male; per
farci intravedere, nella sua Pasqua, l’anticipo di quel
momento in cui anche per noi, ogni lacrima sarà asciugata
e non ci sarà più morte, né lutto, né lamento, né
affanno.
Il brano
dell’Apocalisse termina con l’affermazione: «Colui
che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte
le cose”» (21,5). La prima cosa assolutamente nuova
realizzata da Dio è stata la risurrezione di Gesù, la
sua glorificazione celeste. Essa è l’inizio di tutta
una serie di “cose nuove”, a cui partecipiamo anche
noi. “Cose nuove” sono un mondo pieno di gioia, in cui
non ci sono più sofferenze e sopraffazioni, non c’è più
rancore e odio, ma soltanto l’amore che viene da Dio e
che trasforma tutto.
Cara
Chiesa che è in Torino, sono venuto in mezzo a voi per
confermarvi nella fede. Desidero esortarvi, con forza e
con affetto, a restare saldi in quella fede che avete
ricevuto, che dà senso alla vita, che dà forza di amare;
a non perdere mai la luce della speranza nel Cristo
Risorto, che è capace di trasformare la realtà e rendere
nuove tutte le cose; a vivere in città, nei quartieri,
nelle comunità, nelle famiglie, in modo semplice e
concreto l’amore di Dio: “Come io ho amato voi, così
amatevi gli uni gli altri”.
Amen.
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