|
DISCORSO
ALLA COMPAGNIA DI GESU' (21 FEBBRAIO 2008) |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte,
Radio Vaticana, 21 febbraio 2008
Il
Papa ai Gesuiti: la Chiesa ha bisogno di voi e conta su di
voi per portare il Vangelo dove altri non arrivano
“Amare
e servire” il Papa - come il tipico “quarto voto” li
sprona a fare - e servire la Chiesa con lo slancio
leggendario di tanti predecessori, da riscoprire oggi in
un’epoca in cui il Vangelo trova ostacoli in un
dilagante relativismo etico e nel materialismo pratico.
E’ il grande impegno spirituale e apostolico che
Benedetto XVI chiede alla Compagnia di Gesù: il Papa ne
ha parlato durante l’udienza concessa questa mattina ai
membri della 35.ma Congregazione generale, che un mese fa
ha eletto il nuovo preposito, padre Adolfo Nicolás. Il
servizio di Alessandro De Carolis:
Da una parte, c’è un mondo che è “teatro di una
battaglia fra il bene e il male”, dove il male cova
nell’individualismo di idee e azioni che relativizzano
il sacro, si propaga attraverso la “confusione di
messaggi”, che rendono difficile l’ascolto del
Messaggio di Cristo, e ristagna in quelle “situazioni di
ingiustizia” e di conflitto delle quali i primi a farne
le spese sono i poveri. Dall’altra parte, c’è un
Ordine religioso che in quasi cinquecento anni è stato
capace di sfidare ogni avversità storica e culturale e di
portare realmente il Vangelo ai confini del mondo, grazie
all’intelligenza e all’abnegazione di persone che
rispondono al nome di Francesco Saverio, Matteo Ricci o
Roberto De Nobili, solo per citare i più noti. Questi
esempi servono ancora oggi e Benedetto XVI ha chiesto alla
Compagnia di Gesù di formare “persone di fede solida e
profonda, di cultura seria e di genuina sensibilità umana
e sociale”:
“Voglio oggi incoraggiare voi e i vostri
confratelli a continuare sulla strada di questa missione,
in piena fedeltà al vostro carisma originario, nel
contesto ecclesiale e sociale che caratterizza questo
inizio di millennio. Come più volte vi hanno detto i miei
Predecessori, la Chiesa ha bisogno di voi, conta su di
voi, e continua a rivolgersi a voi con fiducia, in
particolare per raggiungere quei luoghi fisici e
spirituali dove altri non arrivano o hanno difficoltà ad
arrivare”.
Oggi, ha constatato il Papa, non sono tanto “i mari o
le grandi distanze gli ostacoli che sfidano gli
annunciatori del Vangelo, quanto le frontiere che, a
seguito di una errata o superficiale visione di Dio e
dell’uomo, vengono a frapporsi fra la fede e il sapere
umano, la fede e la scienza moderna, la fede e l’impegno
per la giustizia”. Su queste frontiere, ha rilanciato
Benedetto XVI, i Gesuiti devono invece “testimoniare e
aiutare a comprendere che vi è invece un’armonia
profonda fra fede e ragione”, da tradursi - ha
sollecitato - in una difesa di quei “punti nevralgici
oggi fortemente attaccati dalla cultura secolare”. In
sintesi, il matrimonio e la famiglia, la morale sessuale,
la questione della salvezza di tutti gli uomini in Cristo:
“Proprio per questo vi ho invitato e vi invito
anche oggi a riflettere per ritrovare il senso più pieno
di quel vostro caratteristico ‘quarto voto’ di
obbedienza al Successore di Pietro, che non comporta solo
la prontezza ad essere inviati in missione in terre
lontane, ma anche - nel più genuino spirito ignaziano del
‘sentire con la Chiesa e nella Chiesa’ - ad ‘amare e
servire’ il Vicario di Cristo in terra con quella
devozione ‘effettiva ed affettiva’ che deve fare di
voi dei suoi preziosi e insostituibili collaboratori nel
suo servizio per la Chiesa universale”.
Una fedeltà che poco prima, nel suo indirizzo di
saluto al Pontefice, il neo preposito generale della
Compagnia, padre Nicolás, aveva ribadito con estrema
schiettezza:
“Ci rattrista, Padre Santo, che le inevitabili
insufficienze e superficialità di alcuni tra noi vengano
talvolta utilizzate per drammatizzare e rappresentare come
conflitti e opposizioni quelle che spesso sono solo
manifestazioni di limiti e imperfezioni umane, o
inevitabili tensioni del vivere quotidiano. Ma tutto ciò
non ci scoraggia, né attenua la nostra passione, non solo
di servire la Chiesa, ma anche, con maggiore radicalità,
secondo lo spirito e la tradizione ignaziana, di amare la
Chiesa gerarchica e il Santo Padre, Vicario di Cristo”.
Benedetto XVI ha espresso apprezzamento per le opere di
solidarietà cone le quali i Gesuiti - sulla scia, ha
detto, di una “delle ultime lungimiranti intuizioni di
di Padre Arrupe” - si sono messi a servizio dei
rifugiati. Nel mettere in guardia a che tali opere
“conservino sempre una chiara ed esplicita identità”,
che non pregiudichi la bontà del lavoro apostolico, il
Papa si è soffermato sul senso cristiano del servizio ai
chi è nel bisogno:
“Per noi la scelta dei poveri non è ideologica,
ma nasce dal Vangelo. Innumerevoli e drammatiche sono le
situazioni di ingiustizia e di povertà nel mondo di oggi,
e se bisogna impegnarsi a comprenderne e a combatterne la
cause strutturali, occorre anche saper scendere a
combattere fin nel cuore stesso dell’uomo le radici
profonde del male, il peccato che lo separa da Dio, senza
dimenticare di venire incontro ai bisogni più urgenti
nello spirito della carità di Cristo”.
La conclusione dell’ampio discorso è stata riservata
da Benedetto XVI all’importanza degli esercizi
spirituali, da poco celebrati in Vaticano e pratica
fondamentale nell’ascetica di Sant’Ignazio di Loyola.
Sono uno “strumento prezioso ed efficace”, ha
riconosciuto il Papa, per distinguere la voce di Dio nel
rapido e spesso caotico mutare degli eventi e dei messaggi
odierni. Quindi, Benedetto XVI ha concluso con la
preghiera composta dal fondatore dei Gesuiti e definita
“troppo grande” al punto che, ha ammesso il Pontefice,
“quasi non oso dirla”: “Prendi, Signore, e ricevi
tutta la mia libertà, la mia memoria, la mia intelligenza
e tutta la mia volontà, tutto ciò che ho e possiedo; tu
me l’hai dato, a te, Signore, lo ridòno; tutto è tuo,
di tutto disponi secondo ogni tua volontà; dammi soltanto
il tuo amore e la tua grazia; questo mi basta”.
PAROLE DEL
SANTO PADRE
Cari
Padri della Congregazione Generale
della
Compagnia di Gesù,
sono
lieto di accogliervi quest’oggi mentre i vostri
impegnativi lavori stanno entrando nelle fasi conclusive.
Ringrazio il nuovo Preposito Generale, Padre Adolfo
Nicolas, per essersi fatto interprete dei vostri
sentimenti e del vostro impegno per rispondere alle attese
che la Chiesa ripone in voi. Ve ne ho parlato nel
messaggio indirizzato al Rev. Padre Kolvenbach e – per
suo tramite – a tutta la vostra Congregazione
all’inizio dei vostri lavori. Ringrazio ancora una volta
il Padre Peter-Hans Kolvenbach per il prezioso servizio di
governo da lui reso al vostro Ordine per quasi un quarto
di secolo. Saluto anche i membri del nuovo Consiglio
Generale e gli Assistenti che aiuteranno il Preposito nel
suo delicatissimo compito di guida religiosa e apostolica
di tutta la vostra Compagnia.
La vostra
Congregazione si svolge in un periodo di grandi
cambiamenti sociali, economici, politici; di accentuati
problemi etici, culturali ed ambientali, di conflitti di
ogni genere; ma anche di comunicazioni più intense fra i
popoli, di nuove possibilità di conoscenza e di dialogo,
di profonde aspirazioni alla pace. Sono situazioni che
interpellano fino in fondo la Chiesa cattolica e la sua
capacità di annunciare ai nostri contemporanei la Parola
di speranza e di salvezza. Mi auguro perciò vivamente che
tutta la Compagnia di Gesù, grazie ai risultati della
vostra Congregazione, possa vivere con rinnovato slancio e
fervore la missione per cui lo Spirito l’ha suscitata
nella Chiesa e da oltre quattro secoli e mezzo l’ha
conservata con straordinaria fecondità di frutti
apostolici. Voglio oggi incoraggiare voi e i vostri
confratelli a continuare sulla strada di questa missione,
in piena fedeltà al vostro carisma originario, nel
contesto ecclesiale e sociale che caratterizza questo
inizio di millennio. Come più volte vi hanno detto i miei
Predecessori, la Chiesa ha bisogno di voi, conta su di
voi, e continua a rivolgersi a voi con fiducia, in
particolare per raggiungere quei luoghi fisici e
spirituali dove altri non arrivano o hanno difficoltà ad
arrivare. Sono rimaste scolpite nel vostro cuore le parole
di Paolo VI: "Ovunque nella Chiesa, anche nei campi
più difficili e di punta, nei crocevia delle ideologie,
nelle trincee sociali, vi è stato e vi è il confronto
tra le esigenze brucianti dell’uomo e il perenne
messaggio del Vangelo, là vi sono stati e vi sono i
Gesuiti" (3 dicembre 1974, alla 32a
Congregazione Generale).
Come dice
la Formula del vostro Istituto, la Compagnia di Gesù è
istituita anzitutto "per la difesa e la propagazione
della fede". In un tempo in cui si aprivano nuovi
orizzonti geografici, i primi compagni di Ignazio si erano
messi a disposizione del Papa proprio perché "li
impiegasse là dove egli giudicava essere di maggior
gloria di Dio e utilità delle anime" (Autobiografia,
n. 85). Così essi furono inviati ad annunciare il Signore
a popoli e culture che non lo conoscevano ancora. Lo
fecero con un coraggio e uno zelo che rimangono di esempio
e di ispirazione fino ai nostri giorni: il nome di San
Francesco Saverio è il più famoso di tutti, ma quanti
altri se ne potrebbero fare! Oggi i nuovi popoli che non
conoscono il Signore, o che lo conoscono male, così da
non saperlo riconoscere come il Salvatore, sono lontani
non tanto dal punto di vista geografico quanto da quello
culturale. Non sono i mari o le grandi distanze gli
ostacoli che sfidano gli annunciatori del Vangelo, quanto
le frontiere che, a seguito di una errata o superficiale
visione di Dio e dell’uomo, vengono a frapporsi fra la
fede e il sapere umano, la fede e la scienza moderna, la
fede e l’impegno per la giustizia.
Perciò
la Chiesa ha urgente bisogno di persone di fede solida e
profonda, di cultura seria e di genuina sensibilità umana
e sociale, di religiosi e sacerdoti che dedichino la loro
vita a stare proprio su queste frontiere per testimoniare
e aiutare a comprendere che vi è invece un’armonia
profonda fra fede e ragione, fra spirito evangelico, sete
di giustizia e operosità per la pace. Solo così diventerà
possibile far conoscere il vero volto del Signore a tanti
a cui oggi rimane nascosto o irriconoscibile. A questo
pertanto deve dedicarsi preferenzialmente la Compagnia di
Gesù. Fedele alla sua migliore tradizione, essa deve
continuare a formare con grande cura i suoi membri nella
scienza e nella virtù, senza accontentarsi della
mediocrità, perché il compito del confronto e del
dialogo con i contesti sociali e culturali molto diversi e
le mentalità differenti del mondo di oggi è fra i più
difficili e faticosi. E questa ricerca della qualità e
della solidità umana, spirituale e culturale, deve
caratterizzare anche tutta la molteplice attività
formativa ed educativa dei Gesuiti, nei confronti dei più
diversi generi di persone ovunque essi si trovino.
Nella sua
storia la Compagnia di Gesù ha vissuto esperienze
straordinarie di annuncio e di incontro fra il Vangelo e
le culture del mondo – basti pensare a Matteo Ricci in
Cina, a Roberto De Nobili in India, o alle
"Riduzioni" dell’America latina -. Ne siete
giustamente fieri. Sento oggi il dovere di esortarvi a
mettervi nuovamente sulle tracce dei vostri predecessori
con altrettanto coraggio e intelligenza, ma anche con
altrettanta profonda motivazione di fede e passione di
servire il Signore e la sua Chiesa. Tuttavia, mentre
cercate di riconoscere i segni della presenza e
dell’opera di Dio in ogni luogo del mondo, anche oltre i
confini della Chiesa visibile, mentre vi sforzate di
costruire ponti di comprensione e di dialogo con chi non
appartiene alla Chiesa o ha difficoltà ad accettarne le
posizioni e i messaggi, dovete allo stesso tempo farvi
lealmente carico del dovere fondamentale della Chiesa di
mantenersi fedele al suo mandato di aderire totalmente
alla Parola di Dio, e del compito del Magistero di
conservare la verità e l’unità della dottrina
cattolica nella sua completezza. Ciò vale non solo per
l’impegno personale dei singoli Gesuiti: poiché
lavorate come membra di un corpo apostolico, dovete anche
essere attenti affinché le vostre opere ed istituzioni
conservino sempre una chiara ed esplicita identità, perchè
il fine della vostra attività apostolica non rimanga
ambiguo od oscuro, e perché tante altre persone possano
condividere i vostri ideali e unirsi a voi efficacemente e
con entusiasmo, collaborando al vostro impegno di servizio
di Dio e dell’uomo.
Come voi
ben sapete per aver compiuto molte volte sotto la guida di
Sant’Ignazio negli Esercizi Spirituali la meditazione
"delle due bandiere", il nostro mondo è teatro
di una battaglia fra il bene e il male, e vi sono
all’opera potenti forze negative, che causano quelle
drammatiche situazioni di asservimento spirituale e
materiale dei nostri contemporanei contro cui avete più
volte dichiarato di voler combattere, impegnandovi per il
servizio della fede e la promozione della giustizia. Tali
forze si manifestano oggi in molti modi, ma con
particolare evidenza attraverso tendenze culturali che
spesso diventano dominanti, come il soggettivismo, il
relativismo, l’edonismo, il materialismo pratico. Per
questo ho chiesto il vostro rinnovato impegno a promuovere
e difendere la dottrina cattolica "in particolare sui
punti nevralgici oggi fortemente attaccati dalla cultura
secolare", alcuni dei quali ho esemplificato nella
mia Lettera. I temi, oggi continuamente discussi e messi
in questione, della salvezza di tutti gli uomini in
Cristo, della morale sessuale, del matrimonio e della
famiglia, vanno approfonditi e illuminati nel contesto
della realtà contemporanea, ma conservando quella
sintonia con il Magistero che evita di provocare
confusione e sconcerto nel Popolo di Dio.
So e
capisco bene che questo è un punto particolarmente
sensibile e impegnativo per voi e per diversi dei vostri
confratelli, soprattutto quelli impegnati nella ricerca
teologica, nel dialogo interreligioso e nel dialogo con le
culture contemporanee. Proprio per questo vi ho invitato e
vi invito anche oggi a riflettere per ritrovare il senso
più pieno di quel vostro caratteristico "quarto
voto" di obbedienza al Successore di Pietro, che non
comporta solo la prontezza ad essere inviati in missione
in terre lontane, ma anche – nel più genuino spirito
ignaziano del "sentire con la Chiesa e nella
Chiesa" – ad "amare e servire" il Vicario
di Cristo in terra con quella devozione "effettiva ed
affettiva" che deve fare di voi dei suoi preziosi e
insostituibili collaboratori nel suo servizio per la
Chiesa universale.
Allo
stesso tempo vi incoraggio a continuare e a rinnovare la
vostra missione fra i poveri e con i poveri. Non mancano
purtroppo nuove cause di povertà e di emarginazione in un
mondo segnato da gravi squilibri economici e ambientali,
da processi di globalizzazione guidati dall’egoismo più
che dalla solidarietà, da conflitti armati devastanti ed
assurdi. Come ho avuto modo di ribadire ai Vescovi
latinoamericani riuniti al Santuario di Aparecida,
"la opzione preferenziale per i poveri è implicita
nella fede cristologica in quel Dio che per noi si è
fatto povero, per arricchirci con la sua povertà (2 Cor
8,9)". E’ quindi naturale che chi vuol essere
veramente compagno di Gesù, ne condivida realmente
l’amore per i poveri. Per noi la scelta dei poveri non
è ideologica, ma nasce dal Vangelo. Innumerevoli e
drammatiche sono le situazioni di ingiustizia e di povertà
nel mondo di oggi, e se bisogna impegnarsi a comprenderne
e a combatterne la cause strutturali, occorre anche saper
scendere a combattere fin nel cuore stesso dell’uomo le
radici profonde del male, il peccato che lo separa da Dio,
senza dimenticare di venire incontro ai bisogni più
urgenti nello spirito della carità di Cristo.
Raccogliendo e sviluppando una delle ultime lungimiranti
intuizioni del Padre Arrupe, la vostra Compagnia continua
a impegnarsi in modo meritorio nel servizio per i
rifugiati, che spesso sono i più poveri fra i poveri e
che hanno bisogno non solo del soccorso materiale, ma
anche di quella più profonda vicinanza spirituale, umana
e psicologica che è più propria del vostro servizio.
Un’attenzione
specifica vi invito infine a riservare a quel ministero
degli Esercizi Spirituali che fin dalle origini è stato
caratteristico della vostra Compagnia. Gli Esercizi sono
la fonte della vostra spiritualità e la matrice delle
vostre Costituzioni, ma sono anche un dono che lo Spirito
del Signore ha fatto alla Chiesa intera: sta a voi
continuare a farne uno strumento prezioso ed efficace per
la crescita spirituale delle anime, per la loro
iniziazione alla preghiera, alla meditazione, in questo
mondo secolarizzato in cui Dio sembra essere assente.
Proprio nella settimana scorsa ho profittato anch’io
degli Esercizi Spirituali, insieme con i miei più stretti
collaboratori della Curia Romana, sotto la guida di un
vostro esimio confratello, il Card. Albert Vanhoye. In un
tempo come quello odierno, in cui la confusione e la
molteplicità dei messaggi, la rapidità dei cambiamenti e
delle situazioni, rende particolarmente difficile ai
nostri contemporanei mettere ordine nella propria vita e
rispondere con decisione e con gioia alla chiamata che il
Signore rivolge a ognuno di noi, gli Esercizi Spirituali
rappresentano una via e un metodo particolarmente prezioso
per cercare e trovare Dio, in noi, attorno a noi e in ogni
cosa, per conoscere la sua volontà e metterla in pratica.
In questo
spirito di obbedienza alla volontà di Dio, a Gesù
Cristo, che diviene anche umile obbedienza alla Chiesa, vi
invito a continuare e a portare a compimento i lavori
della vostra Congregazione, e mi unisco a voi nella
preghiera insegnataci da Sant’Ignazio al termine degli
Esercizi – preghiera che sempre mi appare troppo grande,
al punto che quasi non oso dirla e che, tuttavia, dovremmo
sempre di nuovo riproporci: "Prendi, Signore, e
ricevi tutta la mia libertà, la mia memoria, la mia
intelligenza e tutta la mia volontà, tutto ciò che ho e
possiedo; tu me l’hai dato, a te, Signore, lo ridòno;
tutto è tuo, di tutto disponi secondo ogni tua volontà;
dammi soltanto il tuo amore e la tua grazia; questo mi
basta" (ES 234).
|
|