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GIORNATA
MONDIALE DELLA GIOVENTU' (18 - 21 AGOSTO 2011) |
Radio Vaticana, 21 agosto 2011
Il
Papa all'Istituto San Josè: una società che non riesce
ad accettare i sofferenti è una società crudele e
disumana
Due
incontri di grande emozione hanno preceduto la Veglia di
preghiera del Papa con i giovani a Madrid. Prima di
lasciare la nunziatura Benedetto XVI si è soffermato con
due anziane religiose, per poi recarsi alla Fondazione
“Instituto S. José” di Madrid, amministrata
dall’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Dio, dedicata
all’assistenza di persone disabili. Ad accoglierlo nel
campo sportivo del grande e storico complesso di fine
‘800, il cardinale Rouco Varela, il superiore fra
Martinez, il personale, i pazienti e le famiglie. Il
servizio di Roberta Gisotti
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Suor
Teresita, 103 anni, monaca di clausura, è giunta dal
convento di Sisal Buonafuente, circa 100 chilometri da
Madrid, accompagnata da una suora ottantenne, già in
servizio per molti anni alla Congregazione per la Dottrina
delle Fede, quando il cardinale Ratzinger ne era prefetto.
Una piacevole sorpresa per il Papa incontrarle nella
nunziatura. Teresita entrata nel Carmelo il 16 aprile del
1927, nel giorno in cui nasceva Benedetto XVI, in clausura
da 84 anni l’età del Santo Padre, ha voluto omaggiarlo
di un libro sulla vita religiosa, con tanto di dedica.
Pochi minuti per un colloquio cordiale e vivace, poi il
Papa si è diretto all’Istututo S. José, dove tra gli
assistiti erano 200 bambini disabili. “Quando il dolore
appare all’orizzonte di una vita giovane, - ha detto
Benedetto XVI - rimaniamo sconcertati e forse ci
chiediamo: può continuare ad essere grande la vita quando
irrompe in essa la sofferenza?” La risposta è
“nell’offerta che Cristo fa di sé stesso sulla Croce
per noi”. Questo ci insegna “a vivere il dramma della
sofferenza per il nostro bene e la salvezza del mondo”.
Per questo - il Papa ha citato la sua Enciclica “Spe
salvi” – “la misura dell’umanità di determina
nella relazione con la sofferenza e col sofferente.”
Una sociedad que no logra aceptar …
“Una società che non riesce ad accettare i
sofferenti e non è capace di contribuire mediante la
compassione a far sì che la sofferenza venga condivisa e
portata anche interiormente, è una società crudele e
disumana”.
Quindi l’incoraggiamento “ai religiosi, ai
familiari, ai professionisti della salute e ai
volontari” che ogni giorno vivono con i giovani disabili
fisici e psichici:
Vuestra vida y dedication proclaman ...
“La vostra vita e dedizione proclamano la
grandezza alla quale è chiamato l’uomo: avere
compassione e accompagnare per amore chi soffre, come ha
fatto Dio”.
Daltro canto ha aggiunto “voi siete testimoni anche
del bene immenso che rappresenta la vita di questi giovani
per chi sta loro accanto e per l’intera umanità. In
modo misterioso ma molto reale, la sua presenza suscita
nei nostri cuori, frequentemente induriti, una tenerezza
che ci apre alla salvezza. Certamente, la vita di questi
giovani cambia il cuore degli uomini e, per questo, siamo
grati al Signore per averli conosciuti”:
Queridos amigos, nuestra sociedad, en la que ...
“Cari amici - ha concluso - la nostra società,
nella quale troppo spesso si pone in dubbio la dignità
inestimabile della vita, di ogni vita, necessita di voi:
voi che contribuite a edificare la civiltà
dell’amore".
Di seguito il discorso integrale del Papa
Signor Cardinale Arcivescovo di Madrid,
Venerati fratelli nell’Episcopato,
Cari Sacerdoti e Religiosi dell’Ordine Ospedaliero di
San Giovanni di Dio,
Distinte Autorità,
Cari giovani, familiari e volontari qui presenti,
grazie di cuore per l’affettuoso saluto e la cordiale
accoglienza che mi avete riservato.
Questa notte, prima della Veglia di preghiera con i
giovani di tutto il mondo che sono venuti a Madrid per
partecipare a questa Giornata Mondiale della Gioventù,
abbiamo l’occasione di trascorrere alcuni momenti
insieme e così potervi manifestare la vicinanza e
l’apprezzamento del Papa per ciascuno di voi, per le
vostre famiglie e per tutte le persone che vi accompagnano
e vi assistono in questa Fondazione dell’Istituto San
Giuseppe.
La gioventù, lo abbiamo ricordato altre volte, è
l’età nella quale la vita si rivela alla persona con
tutta la ricchezza e pienezza delle sue potenzialità,
spingendo alla ricerca di mete più alte che diano senso
alla vita stessa. Per questo, quando il dolore appare
nell’orizzonte di una vita giovane, rimaniamo
sconcertati e forse ci chiediamo: può continuare ad
essere grande la vita quando irrompe in essa la
sofferenza? A tale riguardo, nella mia enciclica sulla
speranza cristiana, dicevo: «La misura dell’umanità si
determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e
col sofferente (…) Una società che non riesce ad
accettare i sofferenti e non è capace di contribuire
mediante la com-passione a far sì che la sofferenza venga
condivisa e portata anche interiormente, è una società
crudele e disumana» (Spe salvi, 38). Queste parole
riflettono una lunga tradizione di umanità che scaturisce
dall’offerta che Cristo fa di se stesso sulla Croce per
noi e per la nostra redenzione. Gesù e, seguendo le sue
orme, la sua Madre Dolorosa e i santi sono i testimoni che
ci insegnano a vivere il dramma della sofferenza per il
nostro bene e la salvezza del mondo.
Questi testimoni ci parlano, prima di tutto, della
dignità di ogni vita umana, creata a immagine di Dio.
Nessuna afflizione è capace di cancellare questa impronta
divina incisa nel più profondo dell’uomo. E non solo:
dal momento in cui il Figlio di Dio volle abbracciare
liberamente il dolore e la morte, l’immagine di Dio si
offre a noi anche nel volto di chi soffre. Questa speciale
predilezione del Signore per colui che soffre ci porta a
guardare l’altro con occhi limpidi, per dargli, oltre
alle cose esterne di cui ha bisogno, lo sguardo amorevole
di cui ha bisogno. Però questo è possibile realizzarlo
solo come frutto di un incontro personale con Cristo. Di
ciò siate molto consapevoli voi, religiosi, familiari,
professionisti della salute e volontari che vivete e
lavorate quotidianamente con questi giovani. La vostra
vita e dedizione proclamano la grandezza alla quale è
chiamato l’uomo: avere compassione e accompagnare per
amore chi soffre, come ha fatto Dio. E nella vostra felice
professione risuonano anche le parole evangeliche: «Tutto
quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli
più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).
D’altro canto, voi siete testimoni anche del bene
immenso che rappresenta la vita di questi giovani per chi
sta loro accanto e per l’intera umanità. In modo
misterioso ma molto reale, la sua presenza suscita nei
nostri cuori, frequentemente induriti, una tenerezza che
ci apre alla salvezza. Certamente, la vita di questi
giovani cambia il cuore degli uomini e, per questo, siamo
grati al Signore per averli conosciuti.
Cari amici, la nostra società, nella quale troppo
spesso si pone in dubbio la dignità inestimabile della
vita, di ogni vita, necessita di voi: voi contribuite
decisamente a edificare la civiltà dell’amore. Ancora
di più, siete protagonisti di questa civilizzazione. E
come figli della Chiesa offrite al Signore le vostre vite,
con le sue pene e le sue gioie, collaborando con Lui ed
entrando così «a far parte in qualche modo del tesoro di
compassione di cui il genere umano ha bisogno» (Spe
salvi, 40).
Con
grande affetto, e per intercessione di san Giuseppe, san
Giovanni di Dio e san Benito Menni, vi affido con tutto il
cuore a Dio nostro Signore: che Egli sia la vostra forza e
il vostro premio. Sia segno del suo amore la Benedizione
Apostolica che imparto a voi e a tutti i vostri familiari
e amici.
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