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LE GROTTE VATICANE

Fonte: Wikipedia

Le Grotte Vaticane si estendono sotto la navata centrale della Basilica di San Pietro, tre metri sotto l'attuale pavimento, dall’altare maggiore (il così detto altare papale) sino a circa metà della navata; formano una vera e propria chiesa sotterranea che occupa lo spazio tra l’attuale pavimento della basilica e quello della antica basilica costantiniana del IV secolo.

Gli angusti spazi, caratterizzati da volte a botte ribassate, furono scavati dagli architetti rinascimentali per preparare le fondamenta dell’attuale basilica.

La pianta delle grotte vaticane, che si diramano in nicchie, corridoi e cappelle laterali, è quella di una chiesa a tre navate (le così dette grotte vecchie) con cappelle che ospitano le sepolture dei papi; l’abside semicircolare della chiesa, con cappelle e monumenti funebri, (le così dette grotte nuove) ha come centro ideale la cappella di San Pietro, alla quale corrisponde, sopra le grotte, l’altare papale e, nella necropoli sotterranea, la tomba dell'Apostolo Pietro, il primo papa romano.

Le grotte vaticane costituiscono un complesso monumentale suggestivo per le tante memorie storiche. Oltre a custodire le tombe di numerosi pontefici, le grotte sono ricche di opere d’arte provenienti dall’antica basilica.
Sotto le grotte si estende una necropoli con antichi sepolcri cristiani e la zona sacra della tomba di San Pietro.

Tra le opere d’arte notevoli conservate nelle grotte vanno almeno ricordati i frammenti di affreschi attribuiti a Pietro Cavallini, opere in bronzo di Antonio Pollaiolo (ornamenti della tomba di Papa Sisto IV, scolpita nel 1493) e sculture di Arnolfo di Cambio (monumento funebre di Papa Bonifacio VIII)

Le sepolture

Farsi seppellire nelle Grotte Vaticane, vicino alla tomba di Pietro, è stato il desiderio di molti papi, re e regine; così come lo fu per i primi cristiani e anche per i pagani.

Tra le più antiche personalità sepolte nelle Grotte ricordiamo l’appena venticinquenne papa tedesco Gregorio V (996-999), l’imperatore Ottone II (morto a Roma nel 983) e Adriano IV (1154-1159), unico papa inglese della storia; papa Bonifacio VIII (1294-1303), che proclamò il primo Anno Santo del Giubileo e che riposa sotto la splendida scultura di Arnolfo di Cambio; papa Pio VI Braschi (morto prigioniero dei francesi nel 1779) è racchiuso in un sarcofago paleocristiano, ma rivive nel marmo in cui Antonio Canova lo immortalò in preghiera. Tra i re, ancora Giacomo III Stuart e i suoi figli, come pure la regina Cristina di Svezia (1626-1689), attigua alla nicchia di Giovanni Paolo II e a pochi passi da quella cripta della Confessione il papa polacco è stato tante volte a pregare, come il papa Braschi del Canova.

Se si eccettuano gli ultimi Papi sepolti nelle Grotte Vaticane (Benedetto XV, Pio XI e Pio XII, Paolo VI, Giovanni Paolo I e II), molti Pontefici del passato preferirono invece essere sepolti altrove: Pio IX, per esempio, riposa nella basilica di San Lorenzo fuori le Mura, Leone XIII in San Giovanni in Laterano.

Pio XI, morto nel 1939, desiderò così ardentemente essere sepolto “quanto più vicino fosse possibile alla Confessione di Pietro” che il suo successore, Pio XII, ordinò una vasta campagna archeologica intorno alla tomba di Pietro per stabilire l’autenticità di quel luogo.

La tomba di Pietro

Gli scavi per la ricerca della tomba dell'Apostolo si svolsero nascostamente per dieci anni, anche durante la seconda guerra mondiale. Nessuno aveva mai scavato in quel luogo, sia per timore di profanarlo, sia perché per la tradizione era quella l’unica certa sepoltura di San Pietro. Con significativa continuità vi furono, infatti, edificati sopra tre altari: quello di Gregorio Magno (590-604), quello di Callisto II (1123) e l’attuale che risale a Clemente VIII (1594). Questi scavi della campagna 1939-1949 hanno fatto venire alla luce un’intera necropoli, una specie di piccola Pompei sorta sul colle Vaticano, nel luogo in cui Pietro subì il martirio “insieme ad un gran numero di eletti” e fu sepolto: il Circo di Nerone, segnato al centro dell’obelisco egiziano che fu poi spostato al centro di Piazza San Pietro, a indicare la rivoluzione copernicana portata dal cristianesimo.

Intorno alla poverissima sepoltura di Pietro – avvenuta nella nuda terra – erano infatti sorte le antiche tombe pagane, vere e proprie domus in muratura con urne cinerarie, tombe, sarcofagi e bellissimi dipinti parietali: una vera e propria città dei morti dove la vita quotidiana tranquillamente si prolungava; e dove sulle terrazze, estive, addirittura si organizzavano banchetti, il cosiddetto refrigerium.

Questa necropoli, visitabile a piccoli gruppi guidati, portò gli archeologi alla tomba di Pietro: quell’apparentemente insignificante tumulo di terra verso cui erano orientate le tombe, anche pagane, e che un muro di rispetto metteva in evidenza. Il famoso “muro rosso” davanti al quale già nel II secolo fu eretta l’edicola del “trofeo di Gaio” che, con le sue colonnine, segnava l’ingresso alla “tomba gloriosa” dell’Apostolo Pietro: qui Costantino eresse nel VI secolo un’edicola che corrisponde all’attuale Confessione.

Sempre ai tempi di Costantino furono scoperchiati i tetti della necropoli pagana, così da interrarla e renderla una solida base per le fondamenta della basilica costruita sulle ossa di Pietro: si sapeva che dietro quelle mura stava la sua tomba, il luogo era certo per tradizione ma nessuno avrebbe osato aprirlo, profanarlo, traslarne le ossa.

Sul muro costruito ai tempi di Costantino, l’epigrafista Margherita Guarducci trovò centinaia di graffiti con invocazioni a Cristo e a Pietro. Penetrati infine nella tomba, gli archeologi, guidati da monsignor Kaas, trovarono un piccolo ossario con la scritta in greco, interpretata come “Pietro è qui”, che diede loro la certezza che “quello” era il luogo. Pio XII ne diede l’annuncio alla radio in occasione dell’Anno Santo del 1950: “È stata trovata la tomba del Principe degli Apostoli”. Ma l’ossario si trovò vuoto. Solo nel 1953 il ritrovamento fortunoso di alcune ossa d’un uomo di 60-70 anni, avvolte in un prezioso panno di porpora in tessuto con fili d’oro e con attendibilità provenienti dal loculo (ma spostate ai tempi di Costantino nell’edicola, come rivelano frammenti di muro rosso), diedero a Paolo VI la convinzione che doveva trattarsi con ogni probabilità dei resti del corpo di San Pietro: lì fece racchiudere in una scatola di plexiglas insieme ad un cartiglio chiuso in cui si afferma che questi resti “si pensa” siano dell’Apostolo Pietro.

Se al centro della cupola di Michelangelo si appendesse un filo a piombo, esso andrebbe a cadere esattamente su quella modesta scatola di plexiglas, confermando una tradizione di duemila anni di arte e fede. Si capirà allora meglio il significato della Confessione di Pietro, quella nicchia da cui risplende a mosaico l’icona bizantina di Cristo, visibile anche dalla balaustra di San Pietro, che arde delle sue novantanove lampade votive; sotto l’icona, la preziosa cassetta non contiene le ossa di Pietro (che si trovano più in basso) bensì i pallii (stole con croci) che il Papa conferisce ai neo-eletti vescovi metropoliti per segnare il loro legame con Pietro.

 

 

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