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il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte,
Radio Vaticana, 10 maggio 2008
L’amore
coniugale, aperto al dono inestimabile della vita, sappia
coniugare libertà e verità: l’esortazione di Benedetto
XVI ai partecipanti al convegno sull’Humanae Vitae
di Paolo VI
Coniugare
libertà e verità di fronte al dono inestimabile della
vita umana: si è sviluppato intorno a questo tema
fondamentale, “antico e sempre nuovo”, il discorso di
Benedetto XVI ai partecipanti al Convegno internazionale
per il 40.mo anniversario della Humanae Vitae di
Paolo VI. Un intervento di grande respiro su uno di quei
“valori non negoziabili” tanto cari al Pontefice.
L’udienza di stamani ha offerto anche l’occasione a
Benedetto XVI di ricordare il coraggio e la lungimiranza
di Papa Montini nella pubblicazione di questa Enciclica,
purtroppo spesso fraintesa. L’indirizzo d’omaggio al
Pontefice è stato rivolto dall’arcivescovo Rino
Fisichella, rettore della Pontificia Università
Lateranense, ateneo che in questi giorni ha ospitato il
convegno sull’Humanae Vitae. Il servizio di Alessandro
Gisotti:
“Il riguardo per la vita umana e la salvaguardia
della dignità della persona” ci impongono di “non
lasciare nulla di intentato perché a tutti possa essere
partecipata la genuina verità dell’amore coniugale
responsabile, nella piena adesione alla legge iscritta nel
cuore di ogni persona”: è il richiamo di Benedetto XVI
nel suo appassionato discorso sull’Humanae Vitae di
Paolo VI. Un documento, ha detto, che a quarant’anni
dalla sua pubblicazione “non solo manifesta immutata la
sua verità, ma rivela anche la lungimiranza con la quale
il problema va affrontato”. Il Pontefice ha voluto
ricordare il contesto difficile in cui maturò la
pubblicazione dell’Humanae Vitae ed ha sottolineato il
coraggio di Papa Montini:
“Quel documento divenne ben presto segno di
contraddizione. Elaborato alla luce di una decisione
sofferta, esso costituisce un significativo gesto di
coraggio nel ribadire la continuità della dottrina e
della tradizione della Chiesa. Quel testo, spesso
frainteso ed equivocato, fece molto discutere anche perché
si poneva agli albori di una profonda contestazione che
segnò la vita di intere generazioni”.
“L’insegnamento dell’Humanae Vitae”, ha
riconosciuto il Papa, “non è facile”. Tuttavia, ha
proseguito, “è conforme alla struttura fondamentale
mediante la quale la vita è sempre stata trasmessa fin
dalla creazione del mondo, nel rispetto della natura e in
conformità con le sue esigenze”. La “parola chiave”
per comprendere l’Enciclica di Paolo VI, ha rilevato,
“rimane quella dell’amore”. Di fatto, ha spiegato,
nella Humanae Vitae “l’amore coniugale viene descritto
all’interno di un processo globale che non si arresta
alla divisione tra anima e corpo né soggiace al solo
sentimento, spesso fugace e precario, ma si fa carico
dell’unità della persona”. Tolta questa unità, è
stato il monito di Benedetto XVI, “si perde il valore
della persona e si cade nel grave pericolo di considerare
il corpo come un oggetto che si può comperare o
vendere”:
“In una cultura sottoposta alla prevalenza
dell’avere sull’essere, la vita umana rischia di
perdere il suo valore. Se l’esercizio della sessualità
si trasforma in una droga che vuole assoggettare il
partner ai propri desideri e interessi, senza rispettare i
tempi della persona amata, allora ciò che si deve
difendere non è più solo il vero concetto dell’amore,
ma in primo luogo la dignità della persona stessa”.
Per questo, ha avvertito, come credenti “non potremmo
mai permettere che il dominio della tecnica abbia ad
inficiare la qualità dell’amore e la sacralità della
vita”. E, ancora, il Santo Padre ha ribadito che il
Magistero della Chiesa “non può esonerarsi dal
riflettere in maniera sempre nuova e approfondita sui
principi fondamentali che riguardano il matrimonio e la
procreazione”. Ha così messo l’accento sul “dono
inestimabile” della vita al quale non può “rimanere
chiuso” l’amore coniugale. “Nella fecondità
dell’amore coniugale – ha detto ancora – l’uomo e
la donna partecipano all’atto creativo del Padre”. Non
a caso, ha rammentato, parlando dell’amore umano, Gesù
“si richiama a quanto operato da Dio all’inizio della
Creazione”. Una parola, ha affermato, che “permane
immutata con la sua profonda verità e non può essere
cancellata dalle diverse teorie che nel corso degli anni
si sono succedute e a volte perfino contraddette tra
loro”:
“La legge naturale, che è alla base del
riconoscimento della vera uguaglianza tra le persone e i
popoli, merita di essere riconosciuta come la fonte a cui
ispirare anche il rapporto tra gli sposi nella loro
responsabilità nel generare nuovi figli. La trasmissione
della vita è iscritta nella natura e le sue leggi
permangono come norma non scritta a cui tutti devono
richiamarsi”.
Quindi, il Papa ha esortato a riscoprire la fecondità
dell’alleanza tra ragione e amore. “Se la ragione
istruisce l’amore e l’amore illumina la ragione”, ha
detto citando Guglielmo di Saint Thierry, “allora essi
possono fare qualcosa di grande”. Questo “qualcosa di
grande”, ha precisato, è proprio “il sorgere della
responsabilità per la vita, che rende fecondo il dono che
ognuno fa di sé all’altro”:
“E’ frutto di un amore che sa pensare e
scegliere in piena libertà, senza lasciarsi condizionare
oltremisura dall’eventuale sacrificio richiesto. Da qui
scaturisce il miracolo della vita che i genitori
sperimentano in se stessi, verificando come qualcosa di
straordinario quanto si compie in loro e tramite loro”.
Ecco perché, ha evidenziato, “nessuna tecnica può
sostituire l’atto d’amore che due sposi si scambiano
come segno di un mistero più grande che li vede
protagonisti e compartecipi della Creazione”. Benedetto
XVI ha dedicato la parte conclusiva del suo discorso
all’educazione degli adolescenti, le cui reazioni, ha
notato, “manifestano una non corretta conoscenza del
mistero della vita e delle rischiose implicanze dei loro
gesti”. Ha dunque richiamato “l’urgenza formativa”
che, ha sottolineato, “vede nel tema della vita un suo
contenuto privilegiato”. Il Papa ha espresso
l’auspicio che i giovani “possano apprendere il vero
senso dell’amore e si preparino per questo con
un’adeguata educazione alla sessualità senza lasciarsi
distogliere da messaggi effimeri che impediscono di
raggiungere l’essenza della verità in gioco”:
“Fornire falsi illusioni nell’ambito
dell’amore o ingannare sulle genuine responsabilità che
si è chiamati ad assumere con l’esercizio della propria
sessualità non fa onore a una società che si richiama ai
principi di libertà e di democrazia. La libertà deve
coniugarsi con la verità e la responsabilità con la
forza della dedizione all’altro anche con il
sacrificio”.
“Senza
queste componenti – ha concluso il Santo Padre – non
cresce la comunità degli uomini e il rischio di
rinchiudersi in un cerchio di egoismo asfissiante rimane
sempre in agguato”. Dal canto suo, l’arcivescovo Rino
Fisichella ha ricordato l’attenzione riservata dagli
allora cardinali Karol Wojtyla e Joseph Ratzinger
all’insegnamento dell’Humanae Vitae. Un documento, ha
affermato, “che riesce a coniugare e salvaguardare in
modo coerente il rispetto per la legge naturale e la
libertà dei coniugi”.
DISCORSO
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
Venerati
Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari
fratelli e sorelle,
è con
particolare piacere che vi accolgo al termine del lavoro,
che vi ha impegnati a riflettere su un problema antico e
sempre nuovo quale la responsabilità e il rispetto per il
sorgere della vita umana. Saluto in modo particolare Mons.
Rino Fisichella, Magnifico Rettore della Pontificia
Università Lateransense, che ha promosso questo Congresso
internazionale e lo ringrazio per le espressioni di saluto
che ha voluto rivolgermi. Il mio saluto si estende poi
agli illustri Relatori, Docenti e partecipanti tutti, che
con il loro contributo hanno arricchito queste giornate di
intenso lavoro. Il vostro contributo si inserisce
efficacemente all’interno di quella più vasta
produzione che, nel corso dei decenni, è venuta crescendo
su questo tema così controverso e, tuttavia, così
decisivo per il futuro dell’umanità.
Già il
Concilio Vaticano II, nella Costituzione Gaudium et
spes, si rivolgeva agli uomini di scienza
sollecitandoli ad unire gli sforzi per raggiungere
un’unità del sapere e una certezza consolidata circa le
condizioni che possono favorire una "onesta
regolazione della procreazione umana" (GS,
52). Il mio Predecessore di venerata memoria, il Servo di
Dio Paolo VI, il 25 luglio del 1968, pubblicava la Lettera
enciclica Humanae vitae. Quel documento divenne ben
presto segno di contraddizione. Elaborato alla luce di una
decisione sofferta, esso costituisce un significativo
gesto di coraggio nel ribadire la continuità della
dottrina e della tradizione della Chiesa. Quel testo,
spesso frainteso ed equivocato, fece molto discutere anche
perché si poneva agli albori di una profonda
contestazione che segnò la vita di intere generazioni. A
quarant’anni dalla sua pubblicazione quell’insegnamento
non solo manifesta immutata la sua verità, ma rivela
anche la lungimiranza con la quale il problema venne
affrontato. Di fatto, l’amore coniugale viene descritto
all’interno di un processo globale che non si arresta
alla divisione tra anima e corpo né soggiace al solo
sentimento, spesso fugace e precario, ma si fa carico
dell’unità della persona e della totale condivisione
degli sposi che nell’accoglienza reciproca offrono se
stessi in una promessa di amore fedele ed esclusivo che
scaturisce da una genuina scelta di libertà. Come
potrebbe un simile amore rimanere chiuso al dono della
vita? La vita è sempre un dono inestimabile; ogni volta
che si assiste al suo sorgere percepiamo la potenza
dell’azione creatrice di Dio che si fida dell’uomo e
in questo modo lo chiama a costruire il futuro con la
forza della speranza.
Il
Magistero della Chiesa non può esonerarsi dal riflettere
in maniera sempre nuova e approfondita sui principi
fondamentali che riguardano il matrimonio e la
procreazione. Quanto era vero ieri, rimane vero anche
oggi. La verità espressa nell’Humanae vitae
non muta; anzi, proprio alla luce delle nuove scoperte
scientifiche, il suo insegnamento si fa più attuale e
provoca a riflettere sul valore intrinseco che possiede.
La parola chiave per entrare con coerenza nei suoi
contenuti rimane quella dell’amore. Come ho scritto
nella mia prima Enciclica Deus caritas est:
"L’uomo diventa realmente se stesso quando corpo e
anima si ritrovano in intima unità… Non sono né lo
spirito né il corpo da soli ad amare: è l’uomo, la
persona, che ama come creatura unitaria, di cui fanno
parte corpo e anima" (n. 5). Tolta questa unità si
perde il valore della persona e si cade nel grave pericolo
di considerare il corpo come un oggetto che si può
comperare o vendere (cfr ibid.). In una cultura
sottoposta alla prevalenza dell’avere sull’essere, la
vita umana rischia di perdere il suo valore. Se
l’esercizio della sessualità si trasforma in una droga
che vuole assoggettare il partner ai propri desideri e
interessi, senza rispettare i tempi della persona amata,
allora ciò che si deve difendere non è più solo il vero
concetto dell’amore, ma in primo luogo la dignità della
persona stessa. Come credenti non potremmo mai permettere
che il dominio della tecnica abbia ad inficiare la qualità
dell’amore e la sacralità della vita.
Non a
caso Gesù, parlando dell’amore umano, si richiama a
quanto operato da Dio all’inizio della creazione (cfr Mt
19,4-6). Il suo insegnamento rimanda a un atto gratuito
con il quale il Creatore ha inteso non solo esprimere la
ricchezza del suo amore, che si apre donandosi a tutti, ma
ha voluto anche imprimere un paradigma sul quale l’agire
dell’umanità deve declinarsi. Nella fecondità
dell’amore coniugale l’uomo e la donna partecipano
all’atto creativo del Padre e rendono evidente che
all’origine della loro vita sponsale vi è un "sì"
genuino che viene pronunciato e realmente vissuto nella
reciprocità, rimanendo sempre aperto alla vita. Questa
parola del Signore permane immutata con la sua profonda
verità e non può essere cancellata dalle diverse teorie
che nel corso degli anni si sono succedute e a volte
perfino contraddette tra loro. La legge naturale, che è
alla base del riconoscimento della vera uguaglianza tra le
persone e i popoli, merita di essere riconosciuta come la
fonte a cui ispirare anche il rapporto tra gli sposi nella
loro responsabilità nel generare nuovi figli. La
trasmissione della vita è iscritta nella natura e le sue
leggi permangono come norma non scritta a cui tutti devono
richiamarsi. Ogni tentativo di distogliere lo sguardo da
questo principio rimane esso stesso sterile e non produce
futuro.
E’
urgente che riscopriamo di nuovo un’alleanza che è
sempre stata feconda, quando è stata rispettata; essa
vede in primo piano la ragione e l’amore. Un acuto
maestro come Guglielmo di Saint Thierry poteva scrivere
parole che sentiamo profondamente valide anche per il
nostro tempo: "Se la ragione istruisce l’amore e
l’amore illumina la ragione, se la ragione si converte
in amore e l’amore acconsente a lasciarsi trattenere
entro i confini della ragione, allora essi possono fare
qualcosa di grande" (Natura e grandezza
dell’amore, 21,8). Cos’è questo
"qualcosa di grande" a cui possiamo assistere?
E’ il sorgere della responsabilità per la vita, che
rende fecondo il dono che ognuno fa di sé all’altro.
E’ frutto di un amore che sa pensare e scegliere in
piena libertà, senza lasciarsi condizionare oltre misura
dall’eventuale sacrificio richiesto. Da qui scaturisce
il miracolo della vita che i genitori sperimentano in se
stessi, verificando come qualcosa di straordinario quanto
si compie in loro e tramite loro. Nessuna tecnica
meccanica può sostituire l’atto d’amore che due sposi
si scambiano come segno di un mistero più grande che li
vede protagonisti e compartecipi della creazione.
Si
assiste sempre più spesso, purtroppo, a vicende tristi
che coinvolgono gli adolescenti, le cui reazioni
manifestano una non corretta conoscenza del mistero della
vita e delle rischiose implicanze dei loro gesti.
L’urgenza formativa, a cui spesso faccio riferimento,
vede nel tema della vita un suo contenuto privilegiato.
Auspico veramente che soprattutto ai giovani sia riservata
un’attenzione del tutto peculiare, perché possano
apprendere il vero senso dell’amore e si preparino per
questo con un’adeguata educazione alla sessualità,
senza lasciarsi distogliere da messaggi effimeri che
impediscono di raggiungere l’essenza della verità in
gioco. Fornire false illusioni nell’ambito dell’amore
o ingannare sulle genuine responsabilità che si è
chiamati ad assumere con l’esercizio della propria
sessualità non fa onore a una società che si richiama ai
principi di libertà e di democrazia. La libertà deve
coniugarsi con la verità e la responsabilità con la
forza della dedizione all’altro anche con il sacrificio;
senza queste componenti non cresce la comunità degli
uomini e il rischio di rinchiudersi in un cerchio di
egoismo asfissiante rimane sempre in agguato.
L’insegnamento
espresso dall’Enciclica Humanae vitae non
è facile. Esso, tuttavia, è conforme alla struttura
fondamentale mediante la quale la vita è sempre stata
trasmessa fin dalla creazione del mondo, nel rispetto
della natura e in conformità con le sue esigenze. Il
riguardo per la vita umana e la salvaguardia della dignità
della persona ci impongono di non lasciare nulla di
intentato perché a tutti possa essere partecipata la
genuina verità dell’amore coniugale responsabile nella
piena adesione alla legge inscritta nel cuore di ogni
persona. Con questi sentimenti imparto a tutti voi
l’Apostolica Benedizione.
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