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 Fonte: Radio Vaticana, 1 febbraio 2006

LETTERA DEL PAPA A FAMIGLIA CRISTIANA,  PER PRESENTARE L’ENCICLICA “DEUS CARITAS EST”,  ACCLUSA AL NUMERO DELLA RIVISTA OGGI IN EDICOLA  

“Care lettrici e lettori di Famiglia Cristiana”: così Benedetto XVI inizia la sua lettera diffusa oggi dalla rivista dei Paolini per presentare la sua prima Enciclica “Deus caritas est”, acclusa al numero odierno del periodico. Ce ne parla Sergio Centofanti:  

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Il Papa spiega che all’inizio il testo dell’Enciclica può apparire “un po’ difficile e teorico”. Ma inoltrandosi nella lettura risulta evidente la sua intenzione di aver voluto rispondere ad alcune domande “molte concrete per la vita del cristiano”. Il primo punto scrive il Pontefice è che si può davvero amare Dio perché Lui stesso si è fatto vicino, anzi è entrato nella vita di ciascuno: con i sacramenti, la Chiesa, facendoci incontrare uomini che trasmettono la sua luce. “L’amore non è solo un sentimento” – afferma inoltre Benedetto XVI - ma coinvolge anche  la volontà e l’intelletto in modo che possiamo imparare ad amare Dio con tutto il cuore e tutta l’anima:  

“L’amore … non lo troviamo già bello e pronto, ma cresce;per così dire noi possiamo impararlo lentamente in modo che sempre più esso abbracci tutte le nostre forze e ci apra la strada  per una vita retta”.  

Il secondo punto – scrive il Pontefice – è che possiamo davvero amare il prossimo anche se ci è estraneo o addirittura antipatico. Possiamo amarlo se siamo amici di Gesù:  

“Se … la sua amicizia diventerà, a poco a poco, per noi importante e incisiva, allora cominceremo a voler bene a coloro ai quali Lui vuole bene e che hanno bisogno del mio aiuto. Egli vuole che noi diventiamo amici dei suoi amici e noi lo possiamo se gli siamo interiormente vicini”.  

Quindi il Papa spiega che la fede conduce alla vera gioia. Non è vero che la Chiesa con i suoi comandamenti ci rende amara la gioia dell’eros, dell’essere amati:  

“Nell’Enciclica ho cercato di dimostrare che la promessa più profonda dell’eros può maturare solo quando non cerchiamo di afferrare la felicità repentina. Al contrario troviamo insieme la pazienza di scoprire sempre più l’altro nel profondo, nella totalità di corpo e anima, di modo che da ultimo la felicità dell’altro diventi più importante della mia. Allora non si vuole più solo prendere, ma donare e proprio in questa liberazione dall’io l’uomo trova se stesso e diviene colmo di gioia”.  

Benedetto XVI infine ricorda il rapporto tra giustizia e carità: il servizio della carità è irrinunciabile per la Chiesa; in secondo luogo “ai cristiani impegnati nelle professioni pubbliche spetta nell’agire politico di aprire sempre nuove strade alla giustizia” perché nessuno soffra di miseria. E “se di sua natura - precisa - la Chiesa non fa politica in prima persona”, nel rispetto dell’autonomia dello Stato, d’altra parte “partecipa appassionatamente alla battaglia per la giustizia”, portando la luce della fede laddove “la ragione è accecata da interessi e dalla volontà di potere”. Ma ciò che sta “particolarmente a cuore” al Papa è affermare che “la giustizia non può mai rendere superfluo l’amore”:  

Al di là della giustizia, l’uomo avrà sempre bisogno di amore, che solo dà  un’anima alla giustizia. In un mondo talmente ferito come lo sperimentiamo ai nostri giorni, non c’è davvero bisogno di dimostrare quanto detto. Il mondo si aspetta la testimonianza dell’amore cristiano che ci viene ispirato dalla fede. Nel nostro mondo, spesso così buio, con questo amore brilla la luce di Dio”.

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