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MESSA
NELLA SOLENNITA' DELLA BEATA VERGINE DI LOURDES (11 FEBBRAIO 2010) |
Radio
Vaticana, 11 febbraio 2010
Il
Papa nella Memoria della Beata Vergine di Lourdes: la
misura dell’umanità si determina nella cura che abbiamo
per i malati
Nella
Chiesa, i malati e i sofferenti sono testimoni dei prodigi
dell’amore: è quanto sottolineato da Benedetto XVI
nella Messa celebrata stamani in San Pietro in occasione
della Memoria liturgica della Beata Vergine Maria di
Lourdes e nella 18.ma Giornata Mondiale del Malato. La
solenne celebrazione è stata preceduta dall’arrivo,
nella Basilica Vaticana, delle Reliquie di Santa
Bernadette Soubirous, portate in processione da Castel
Sant’Angelo. Nell’omelia, il Papa ha ribadito la
particolare sollecitudine che la Chiesa assicura a quanti
soffrono, segno dell’amore premuroso di Dio. Il servizio
di Alessandro Gisotti:
Canto: Salve, O dolce Vergine
“La misura dell’umanità si determina
essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col
sofferente”: Benedetto XVI riprende un passo della Spe
Salvi per sottolineare quanto la Chiesa abbia a cuore i
malati. E all’inizio della sua omelia, ricorda che la
Chiesa “non può disattendere queste due opere
essenziali: evangelizzazione e cura dei malati nel corpo e
nello spirito”:
“Noi viviamo una gioia che non dimentica la
sofferenza, anzi, la comprende. In questo modo i malati e
tutti i sofferenti sono nella Chiesa non solo destinatari
di attenzione e di cura, ma prima ancora e soprattutto
protagonisti del pellegrinaggio della fede e della
speranza, testimoni dei prodigi dell’amore, della gioia
pasquale che fiorisce dalla Croce e dalla Risurrezione di
Cristo”.
Attraverso i secoli, è la sua riflessione, la Chiesa
“mostra i segni dell’amore di Dio, che continua ad
operare cose grandi nelle persone umili e semplici”. Non
sono forse miracoli dell’amore, si chiede il Papa, “la
sofferenza accettata e offerta, la condivisione sincera e
gratuita”. E definisce miracolo “il coraggio di
affrontare il male disarmati” con la sola “forza della
fede e della speranza nel Signore”. Un miracolo che
“la grazia di Dio suscita continuamente in tante persone
che spendono tempo ed energie per aiutare chi soffre”.
Ricorda così il racconto evangelico della Visitazione che
ci mostra come la Vergine dopo l’annuncio dell’Angelo
“non tenne per sé il dono ricevuto, ma partì subito
per andare ad aiutare l’anziana cugina Elisabetta”:
“Nel sostegno offerto da Maria a questa parente
che vive, in età avanzata, una situazione delicata come
la gravidanza, vediamo prefigurata tutta l’azione della
Chiesa a sostegno della vita bisognosa di cura”.
“Quale prima e perfetta discepola del suo Figlio”,
constata il Papa, Maria, “Salute dei malati”, “ha
sempre mostrato, nell’accompagnare il cammino della
Chiesa, una speciale sollecitudine per i sofferenti”,
come “danno testimonianza le migliaia di persone che si
recano nei santuari mariani per invocare la Madre di
Cristo e trovano in lei forza e sollievo”. Quindi, si
sofferma sul “Magnificat”, il cantico della Vergine
che "esalta le meraviglie di Dio nella storia della
salvezza”:
“Il Magnificat non è il cantico di coloro ai
quali arride la fortuna, che hanno sempre 'il vento in
poppa'; è piuttosto il ringraziamento di chi conosce i
drammi della vita, ma confida nell’opera redentrice di
Dio. È un canto che esprime la fede provata di
generazioni di uomini e donne che hanno posto in Dio la
loro speranza e si sono impegnati in prima persona, come
Maria, per essere di aiuto ai fratelli nel bisogno”.
Nel Magnificat, afferma, “sentiamo la voce di tanti
Santi e Sante della carità”. E aggiunge: “Chi rimane
a lungo vicino alle persone sofferenti, conosce
l’angoscia e le lacrime, ma anche il miracolo della
gioia, frutto dell’amore”. Rivolge così il pensiero
alla maternità della Chiesa, “riflesso dell’amore
premuroso di Dio”:
“Una maternità che parla senza parole, che
suscita nei cuori la consolazione, una gioia intima, una
gioia che paradossalmente convive con il dolore, con la
sofferenza. La Chiesa, come Maria, custodisce dentro di sé
i drammi dell’uomo e la consolazione di Dio, li tiene
insieme, lungo il pellegrinaggio della storia”.
Non manca poi di richiamare “il ruolo dei malati
nella Chiesa”. Un ruolo, che il Papa definisce “attivo
nel provocare, per così dire, la preghiera fatta con
fede”:
“In questo Anno Sacerdotale, mi piace sottolineare
il legame tra i malati e i sacerdoti, una specie di
alleanza, di 'complicità' evangelica. Entrambi hanno un
compito: il malato deve 'chiamare' i presbiteri, e questi
devono rispondere, per attirare sull’esperienza della
malattia la presenza e l’azione del Risorto e del suo
Spirito”.
Così, prosegue il Papa, “possiamo vedere tutta
l’importanza della pastorale dei malati, il cui valore
è davvero incalcolabile, per il bene immenso che fa in
primo luogo al malato e al sacerdote stesso, ma anche ai
familiari” e “attraverso vie ignote e misteriose, a
tutta la Chiesa e al mondo”. Benedetto XVI ricorda
quindi la nascita, 25 anni fa, del Pontificio Consiglio
per la Pastorale della Salute, voluto fortemente da
Giovanni Paolo II. E conclude l’omelia proprio con un
pensiero di Karol Wojtyla, “che egli – sottolinea –
ha testimoniato con la propria vita”:
“Cristo allo stesso tempo ha insegnato all’uomo
a far del bene con la sofferenza e a far del bene a chi
soffre. In questo duplice aspetto egli ha svelato fino in
fondo il senso della sofferenza”
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Basilica
Vaticana
Giovedì, 11 febbraio 2010
Signori
Cardinali,
venerati Fratelli nell’episcopato,
cari fratelli e sorelle!
I
Vangeli, nelle sintetiche descrizioni della breve ma
intensa vita pubblica di Gesù, attestano che egli
annuncia la Parola e opera guarigioni di malati,
segno per eccellenza della vicinanza del Regno di Dio. Ad
esempio, Matteo scrive: “Gesù percorreva tutta la
Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il
vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di
infermità nel popolo” (Mt 4,23; cfr 9,35). La
Chiesa, cui è affidato il compito di prolungare nello
spazio e nel tempo la missione di Cristo, non può
disattendere queste due opere essenziali: evangelizzazione
e cura dei malati nel corpo e nello spirito. Dio, infatti,
vuole guarire tutto l’uomo e nel Vangelo la guarigione
del corpo è segno del risanamento più profondo che è la
remissione dei peccati (cfr Mc 2,1-12). Non
meraviglia, dunque, che Maria, madre e modello della
Chiesa, sia invocata e venerata come “Salus
infirmorum”, “Salute dei malati”. Quale prima e
perfetta discepola del suo Figlio, Ella ha sempre
mostrato, nell’accompagnare il cammino della Chiesa, una
speciale sollecitudine per i sofferenti. Ne danno
testimonianza le migliaia di persone che si recano nei
santuari mariani per invocare la Madre di Cristo e
trovano in lei forza e sollievo. Il racconto evangelico
della Visitazione (cfr Lc 1,39-56) ci mostra come
la Vergine, dopo l’annuncio dell’Angelo, non tenne per
sé il dono ricevuto, ma partì subito per andare ad
aiutare l’anziana cugina Elisabetta, che da sei mesi
portava in grembo Giovanni. Nel sostegno offerto da Maria
a questa parente che vive, in età avanzata, una
situazione delicata come la gravidanza, vediamo
prefigurata tutta l’azione della Chiesa a sostegno della
vita bisognosa di cura.
Il Pontificio
Consiglio per la Pastorale della Salute,
istituito 25 anni or sono dal Venerabile Papa Giovanni
Paolo II, è senza dubbio un’espressione
privilegiata di tale sollecitudine. Il pensiero va con
riconoscenza al Cardinale Fiorenzo Angelini, primo
Presidente del Dicastero e da sempre appassionato
animatore di questo ambito di attività ecclesiale; come
pure al Cardinale Javier Lozano Barragán, che fino a
pochi mesi fa ha dato continuità ed incremento a tale
servizio. Con viva cordialità rivolgo, poi, all’attuale
Presidente, Mons. Zygmunt Zimowski, che ha assunto tale
significativa ed importante eredità, il mio saluto, che
estendo a tutti gli officiali ed al personale che in
questo quarto di secolo hanno lodevolmente collaborato in
tale ufficio della Santa Sede. Desidero, inoltre, salutare
le associazioni e gli organismi che curano
l’organizzazione della Giornata del Malato, in
particolare l’UNITALSI e l’Opera Romana Pellegrinaggi.
Il benvenuto più affettuoso va naturalmente a voi, cari
malati! Grazie di essere venuti e soprattutto della vostra
preghiera, arricchita dall’offerta delle vostre fatiche
e sofferenze. E il saluto si dirige poi agli ammalati e ai
volontari collegati con noi da Lourdes, Fatima, Częstochowa
e dagli altri Santuari mariani, a quanti seguono mediante
la radio e la televisione, specialmente dalle case di cura
o dalle proprie abitazioni. Il Signore Iddio, che veglia
costantemente sui suoi figli, dia a tutti conforto e
consolazione.
Due sono
i temi principali che presenta oggi la liturgia della
Parola: il primo è di carattere mariano e collega il
Vangelo e la prima lettura, tratta dal capitolo finale del
Libro di Isaia, come pure il Salmo responsoriale,
ricavato dal cantico di lode a Giuditta. L’altro tema,
che troviamo nel brano della Lettera di Giacomo, è
quello della preghiera della Chiesa per i malati e, in
particolare, del sacramento a loro riservato. Nella
memoria delle apparizioni a Lourdes, luogo prescelto da
Maria per manifestare la sua materna sollecitudine per gli
infermi, la liturgia riecheggia opportunamente il Magnificat,
il cantico della Vergine che esalta le meraviglie di Dio
nella storia della salvezza: gli umili e gli indigenti,
come tutti coloro che temono Dio, sperimentano la sua
misericordia, che ribalta le sorti terrene e dimostra così
la santità del Creatore e Redentore. Il Magnificat
non è il cantico di coloro ai quali arride la fortuna,
che hanno sempre “il vento in poppa”; è piuttosto il
ringraziamento di chi conosce i drammi della vita, ma
confida nell’opera redentrice di Dio. È un canto che
esprime la fede provata di generazioni di uomini e donne
che hanno posto in Dio la loro speranza e si sono
impegnati in prima persona, come Maria, per essere di
aiuto ai fratelli nel bisogno. Nel Magnificat
sentiamo la voce di tanti Santi e Sante della carità,
penso in particolare a quelli che hanno speso la loro vita
tra i malati e i sofferenti, come Camillo de Lellis e
Giovanni di Dio, Damiano de Veuster e Benedetto Menni. Chi
rimane a lungo vicino alle persone sofferenti, conosce
l’angoscia e le lacrime, ma anche il miracolo della
gioia, frutto dell’amore.
La
maternità della Chiesa è riflesso dell’amore premuroso
di Dio, di cui parla il profeta Isaia: “Come una madre
consola un figlio, / così io vi consolerò; / a
Gerusalemme sarete consolati” (Is 66,13). Una
maternità che parla senza parole, che suscita nei cuori
la consolazione, una gioia intima, una gioia che
paradossalmente convive con il dolore, con la sofferenza.
La Chiesa, come Maria, custodisce dentro di sé i drammi
dell’uomo e la consolazione di Dio, li tiene insieme,
lungo il pellegrinaggio della storia. Attraverso i secoli,
la Chiesa mostra i segni dell’amore di Dio, che
continua ad operare cose grandi nelle persone umili e
semplici. La sofferenza accettata e offerta, la
condivisione sincera e gratuita, non sono forse miracoli
dell’amore? Il coraggio di affrontare il male disarmati
– come Giuditta –, con la sola forza della fede e
della speranza nel Signore, non è un miracolo che la
grazia di Dio suscita continuamente in tante persone che
spendono tempo ed energie per aiutare chi soffre? Per
tutto questo noi viviamo una gioia che non dimentica la
sofferenza, anzi, la comprende. In questo modo i malati e
tutti i sofferenti sono nella Chiesa non solo destinatari
di attenzione e di cura, ma prima ancora e soprattutto
protagonisti del pellegrinaggio della fede e della
speranza, testimoni dei prodigi dell’amore, della gioia
pasquale che fiorisce dalla Croce e dalla Risurrezione di
Cristo.
Nel brano
della Lettera di Giacomo, appena proclamato,
l’Apostolo invita ad attendere con costanza la venuta
ormai prossima del Signore e, in tale contesto, rivolge
una particolare esortazione riguardante i malati. Questa
collocazione è molto interessante, perché rispecchia
l’azione di Gesù, che guarendo i malati mostrava la
vicinanza del Regno di Dio. La malattia è vista nella
prospettiva degli ultimi tempi, con il realismo della
speranza tipicamente cristiano. “Chi tra voi è nel
dolore, preghi; chi è nella gioia, canti inni di lode”
(Gc 5,13). Sembra di sentire parole simili di san
Paolo, quando invita a vivere ogni cosa in relazione alla
radicale novità di Cristo, alla sua morte e risurrezione
(cfr 1 Cor 7,29-31). “Chi è malato, chiami
presso di sé i presbiteri della Chiesa ed essi preghino
su di lui, ungendolo con olio nel nome del Signore. E la
preghiera fatta con fede salverà il malato” (Gc
5,14-15). Qui è evidente il prolungamento di Cristo nella
sua Chiesa: è ancora Lui che agisce, mediante i
presbiteri; è il suo stesso Spirito che opera mediante il
segno sacramentale dell’olio; è a Lui che si rivolge la
fede, espressa nella preghiera; e, come accadeva alle
persone guarite da Gesù, ad ogni malato si può dire: la
tua fede, sorretta dalla fede dei fratelli e delle
sorelle, ti ha salvato.
Da questo
testo, che contiene il fondamento e la prassi del
sacramento dell’Unzione dei malati, si ricava al tempo
stesso una visione del ruolo dei malati nella Chiesa. Un
ruolo attivo nel “provocare”, per così dire, la
preghiera fatta con fede. “Chi è malato, chiami i
presbiteri”. In questo Anno
Sacerdotale, mi piace sottolineare il legame tra i
malati e i sacerdoti, una specie di alleanza, di
“complicità” evangelica. Entrambi hanno un compito:
il malato deve “chiamare” i presbiteri, e questi
devono rispondere, per attirare sull’esperienza della
malattia la presenza e l’azione del Risorto e del suo
Spirito. E qui possiamo vedere tutta l’importanza della
pastorale dei malati, il cui valore è davvero
incalcolabile, per il bene immenso che fa in primo luogo
al malato e al sacerdote stesso, ma anche ai familiari, ai
conoscenti, alla comunità e, attraverso vie ignote e
misteriose, a tutta la Chiesa e al mondo. In effetti,
quando la Parola di Dio parla di guarigione, di
salvezza, di salute del malato, intende questi concetti in
senso integrale, non separando mai anima e corpo: un
malato guarito dalla preghiera di Cristo, mediante la
Chiesa, è una gioia sulla terra e nel cielo, è una
primizia di vita eterna.
Cari
amici, come ho scritto nell’Enciclica Spe
salvi, “la misura dell’umanità si determina
essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col
sofferente. Questo vale per il singolo come per la società”
(n.
30). Istituendo un Dicastero dedicato alla pastorale
sanitaria, la Santa Sede ha voluto offrire il
proprio contributo anche per promuovere un mondo più
capace di accogliere e curare i malati come persone. Ha
voluto, infatti, aiutarli a vivere l’esperienza
dell’infermità in modo umano, non rinnegandola, ma
offrendo ad essa un senso. Vorrei concludere queste
riflessioni con un pensiero del Venerabile Papa Giovanni
Paolo II, che egli ha testimoniato con la propria
vita. Nella Lettera apostolica Salvifici
doloris egli ha scritto: “Cristo allo stesso
tempo ha insegnato all’uomo a far del bene con la
sofferenza e a far del bene a chi soffre. In
questo duplice aspetto egli ha svelato fino in fondo il
senso della sofferenza” (n. 30). Ci aiuti la Vergine
Maria a vivere pienamente questa missione.
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