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ALL'AMBASCIATORE
DI MACEDONIA (22 APRILE 2010) |
Radio
Vaticana, 22 aprile 2010
Il
Papa al nuovo ambasciatore di Macedonia: attingete
all'eredità cristiana per portare in Europa i valori
della giustizia e del dialogo
◊ “Mantenere
vivi e saldi” i principi cristiani conosciuti sin
dall’antichità, per costruire una pace giusta nel
presente e nel futuro e una società non condizionata dal
relativismo morale. Sono i principali auspici che
Benedetto XVI ha espresso nel suo discorso al nuovo
ambasciatore della Macedonia presso la Santa Sede, Gioko
Gjorgjevski, ricevuto questa mattina in udienza per la
presentazione delle Lettere credenziali. Il servizio di Alessandro
De Carolis
La Macedonia ambisce legittimamente a far parte della
comunità europea e al suo interno, ha riconosciuto
Benedetto XVI, si colgono i segni di un “armonico
progresso”. Ma per costruire il futuro che si vuole
bisogna tener conto della storia di un popolo, della sua
cultura e della sua anima, per essere certi che il nuovo
regga ai condizionamenti che possono nascere da ferite
sociali mai rimarginate, da interessi economici globali
che ignorano i bisogni locali, dalle voci dei relativismi
che soffocano quelle delle coscienze. Al nuovo
ambasciatore, il Papa ha ricordato che la Macedonia
conserva segni “ben visibili” dei “valori umani e
cristiani” ai quali far riferimento:
“Attingendo a tale patrimonio, i cittadini del Suo
Paese continueranno a costruire anche in futuro la propria
storia e, forti della loro identità spirituale, potranno
apportare al consorzio dei popoli europei il contributo
della loro esperienza. Per questo, auspico vivamente che
vadano a buon fine le aspirazioni e i crescenti sforzi di
questo Paese per far parte dell’Europa unita, in una
condizione di accettazione dei relativi diritti e doveri e
nel reciproco rispetto di istanze collettive e di valori
tradizionali dei singoli popoli”.
Si respira, nella Repubblica ex-jugoslava, un clima
“in cui le persone – ha detto il Pontefice – si
“riconoscono fratelli, figli dello stesso Dio e
cittadini dell’unico Paese”. Tuttavia, ha osservato,
dialogo e pace non possono dipendere solo da strategie
politiche o “pianificazioni umane”, perché la pace è
“dono di Dio agli uomini di buona volontà”:
“Di questa pace, poi, la giustizia e il perdono
rappresentano pilastri basilari. La giustizia assicura un
pieno rispetto dei diritti e dei doveri, e il perdono
guarisce e ricostruisce dalle fondamenta i rapporti tra le
persone, che ancora risentono delle conseguenze degli
scontri tra le ideologie del recente passato”.
E passando dal peso della storia alle situazioni di un
presente più globale e globalizzante, Benedetto XVI ha
ribadito:
“Uno stabile sviluppo sociale ed economico non può
non tener conto delle esigenze culturali, sociali e
spirituali della gente, come pure deve valorizzare le
tradizioni e le risorse popolari più nobili. E ciò nella
consapevolezza che il crescente fenomeno della
globalizzazione, comportante, da una parte, un certo
livellamento delle diversità sociali ed economiche,
potrebbe, dall’altra, aggravare lo squilibrio tra quanti
traggono vantaggio dalle sempre maggiori possibilità di
produrre ricchezza e quanti invece sono lasciati ai
margini del progresso”.
All’inizio del suo discorso, il Papa aveva messo in
risalto la “cordiale cooperazione” tra il Paese
balcanico e la Santa Sede, testimoniata in particolare,
aveva rilevato, “dalla costruzione di edifici di culto
cattolici in diversi luoghi del Paese”, pur essendo la
Chiesa locale in minoranza. Facendo leva su questo
patrimonio spirituale e culturale, Benedetto XVI ha
concluso auspicando che la Macedonia non si lasci irretire
dal “relativismo morale” e dallo “scarso interesse
per l’esperienza religiosa” che oggi imperano, ma che
viceversa i suoi abitanti “sappiano operare un saggio
discernimento nell’aprirsi ai nuovi orizzonti di
autentica civiltà e di vero umanesimo”:
“Per fare questo, occorre mantenere vivi e saldi,
a livello personale e comunitario, quei principi che
stanno alla base anche della civiltà di questo popolo:
l’attaccamento alla famiglia, la difesa della vita
umana, la promozione delle esigenze religiose specialmente
dei giovani”.
DISCORSO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
AI VESCOVI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE DEL BRASILE
(REGIONE NORTE 2) IN VISITA "AD LIMINA
APOSTOLORUM"
Giovedì, 15
aprile 2010
Amati
Fratelli nell'Episcopato,
La vostra
visita ad limina ha luogo nel clima di lode e
giubilo pasquale che avvolge la Chiesa intera, adornata
dalla luce sfolgorante di Cristo Risorto. In lui, l'umanità
ha superato la morte e ha completato l'ultima tappa della
sua crescita entrando nei Cieli (cfr Ef 2, 6). Ora
Gesù può liberamente ritornare sui suoi passi e
incontrare, come, quando e dove vuole, i suoi fratelli. In
suo nome, sono lieto di accogliervi, devoti pastori della
Chiesa di Dio che peregrina nella Regione Norte 2 del
Brasile, con il saluto fatto dal Signore quando si presentò
risorto agli Apostoli e compagni: "Pace a voi" (Lc
24, 36).
La vostra
presenza qui ha un sapore familiare, poiché sembra
riprodurre il finale della storia dei Discepoli di Emmaus
(cfr Lc 24, 33-35): siete venuti per narrare quello
che è accaduto lungo il cammino fatto con Gesù dalle
vostre diocesi disseminate nell'immensità della regione
amazzonica, con le loro parrocchie e le altre realtà che
le compongono, come i movimenti, le nuove comunità e le
comunità ecclesiali di base in comunione con il loro
vescovo (cfr Documento di Aparecida, n. 179). Nulla
potrebbe rallegrarmi maggiormente del sapervi in Cristo e
con Cristo, come testimoniano i resoconti diocesani che
avete inviato e per i quali vi ringrazio. Sono
riconoscente in modo particolare a monsignor Jesus Maria
Cizaurre per le parole che mi ha appena rivolto a nome
vostro e del popolo di Dio a voi affidato, sottolineando
la sua fedeltà e la sua adesione a Pietro. Al vostro
ritorno, assicuratelo della mia gratitudine per questi
sentimenti e della mia benedizione, aggiungendo:
"davvero il Signore è risorto ed è apparso a
Simone!" (Lc 24, 34).
In
quell'apparizione, le parole - se ci sono state - sono
sfumate nella sorpresa di vedere il Maestro redivivo, la
cui presenza dice tutto: ero morto, ma ora sono vivo e voi
vivrete attraverso di me (cfr Ap 1, 18). E, essendo
vivo e risorto, Cristo può divenire "pane vivo"
(Gv 6, 51) per l'umanità. Per questo sento che il
centro e la fonte permanente del ministero petrino sono
nell'Eucaristia, cuore della vita cristiana, fonte e
culmine della missione evangelizzatrice della Chiesa.
Potete così comprendere la preoccupazione del Successore
di Pietro per tutto ciò che può offuscare il punto più
originale della fede cattolica: oggi Gesù Cristo continua
a essere vivo e realmente presente nell'ostia e nel calice
consacrati.
La minore
attenzione che a volte si presta al culto del Santissimo
Sacramento è indice e causa dell'oscuramento del
significato cristiano del mistero, come avviene quando
nella Santa Messa non appare più preminente e operante
Gesù, ma una comunità indaffarata in molte cose, invece
di essere raccolta e di lasciarsi attrarre verso l'Unico
necessario: il suo Signore. Ora l'atteggiamento principale
e fondamentale del fedele cristiano che partecipa alla
celebrazione liturgica non è fare, ma ascoltare, aprirsi,
ricevere... È ovvio che, in questo caso, ricevere non
significa restare passivi o disinteressarsi di quello che
lì avviene, ma cooperare - poiché di nuovo capaci di
farlo per la grazia di Dio - secondo "la genuina
natura della vera Chiesa. Questa ha infatti la
caratteristica di essere nello stesso tempo umana e
divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente
nell'azione e dedita alla contemplazione, presente nel
mondo e tuttavia pellegrina; tutto questo, in modo tale,
però, che ciò che in essa è umano sia ordinato e
subordinato al divino, il visibile all'invisibile,
l'azione alla contemplazione, la realtà presente alla
città futura, verso la quale siamo incamminati" (Sacrosanctum
Concilium, n. 2). Se nella liturgia non emergesse
la figura di Cristo, che è il suo principio ed è
realmente presente per renderla valida, non avremmo più
la liturgia cristiana, completamente dipendente dal
Signore e sostenuta dalla sua presenza creatrice.
Quanto
sono distanti da tutto ciò coloro che, a nome
dell'inculturazione, incorrono nel sincretismo
introducendo nella celebrazione della Santa Messa riti
presi da altre religioni o particolarismi culturali (cfr Redemptionis
Sacramentum, n. 79)! Il mistero eucaristico è un
"dono troppo grande - scriveva il mio venerabile
predecessore Papa Giovani
Paolo II - per sopportare ambiguità e
diminuzioni", in particolare quando, "spogliato
del suo valore sacrificale, viene vissuto come se non
oltrepassasse il senso e il valore di un incontro
conviviale fraterno" (Ecclesia
de Eucharistia, n. 10). Alla base delle varie
motivazioni addotte, vi è una mentalità incapace di
accettare la possibilità di un reale intervento divino in
questo mondo in soccorso dell'uomo. Questi, tuttavia,
"si trova incapace di superare efficacemente da sé
medesimo gli assalti del male, così che ognuno si senta
come incatenato" (Costituzione Gaudium
et spes, n. 13). La confessione di un intervento
redentore di Dio per cambiare questa situazione di
alienazione e di peccato è vista da quanti condividono la
visione deista come integralista, e lo stesso giudizio è
dato a proposito di un segnale sacramentale che rende
presente il sacrificio redentore. Più accettabile, ai
loro occhi, sarebbe la celebrazione di un segnale che
corrispondesse a un vago sentimento di comunità.
Il culto
però non può nascere dalla nostra fantasia; sarebbe un
grido nell'oscurità o una semplice autoaffermazione. La
vera liturgia presuppone che Dio risponda e ci mostri come
possiamo adorarlo. "La Chiesa può celebrare e
adorare il mistero di Cristo presente nell'Eucaristia
proprio perché Cristo stesso si è donato per primo ad
essa nel sacrificio della Croce" (Esortazione
apostolica Sacramentum
caritatis, n. 14). La Chiesa vive di questa
presenza e ha come ragion d'essere e di esistere quella di
diffondere tale presenza nel mondo intero.
"Resta
con noi, Signore!" (cfr Lc 24, 29): così
pregano i figli e le figlie del Brasile in vista del XVI
Congresso eucaristico nazionale, che si terrà fra un mese
a Brasilia e che in tal modo vedrà il giubileo aureo
della sua fondazione arricchito con l'"oro"
dell'eternità presente nel tempo: Gesù Eucaristia. Che
egli sia veramente il cuore del Brasile, da dove proviene
la forza per tutti gli uomini e le donne brasiliani di
riconoscersi e di aiutarsi come fratelli, come membri del
Cristo totale. Chi vuole vivere, ha dove vivere, ha di che
vivere. Si avvicini, creda, entri a far parte del Corpo di
Cristo e sarà vivificato! Oggi, e qui, tutto questo
auguro a quella porzione speranzosa di questo Corpo che è
la Regione Norte 2, nell'impartire a ognuno di voi, a
quanti collaborano con voi e a tutti i fedeli cristiani,
la Benedizione Apostolica.
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