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Radio Vaticana 28 febbraio 2011
Benedetto
XVI: la Chiesa impari i linguaggi dei nuovi media per
innestare il Vangelo nella cultura digitale
Studiare
con accuratezza i linguaggi della moderna cultura
digitale, per aiutare la missione evangelizzatrice della
Chiesa a trasfondere in queste nuove modalità espressive
i contenuti della fede cristiana. È la sostanza del
discorso che Benedetto XVI ha rivolto questa mattina ai
membri che partecipano – da oggi a giovedì prossimo –
alla plenaria del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni
Sociali. Il servizio di Alessandro De Carolis:
Un linguaggio “emotivo”, esposto al rischio
costante della banalità. Di contro, un linguaggio ricco
di simboli, da migliaia di anni al servizio del
trascendente. Cos’hanno in comune la comunicazione
digitale con quella della Bibbia? Poco, apparentemente, se
non fosse che per la Chiesa non esiste linguaggio nuovo
che non possa essere compreso e utilizzato per annunciare
il messaggio di sempre, quello del Vangelo. Benedetto XVI
ha scandagliato le implicazioni di questo confronto,
tornando su un tema toccato spesso negli ultimi anni:
quello delle nuove tecnologie e dei cambiamenti che esse
inducono nel modo di comunicare, al punto ormai da aver
configurato “una vasta trasformazione culturale”. Le
reti web, ha affermato il Papa, sono la dimostrazione di
come “inedite opportunità” stiano delineando un
“nuovo modo di apprendere e di pensare”, di
“stabilire relazioni e costruire comunione”. Ma, ha
osservato, esserne consapevoli non basta. L’analisi deve
essere spinta più a fondo:
“I nuovi linguaggi che si sviluppano nella
comunicazione digitale determinano, tra l’altro, una
capacità più intuitiva ed emotiva che analitica,
orientano verso una diversa organizzazione logica del
pensiero e del rapporto con la realtà, privilegiano
spesso l’immagine e i collegamenti ipertestuali. La
tradizionale distinzione netta tra linguaggio scritto e
orale, poi, sembra sfumarsi a favore di una comunicazione
scritta che prende la forma e l’immediatezza
dell’oralità”.
Essere “in rete”, ha proseguito Benedetto XVI,
richiede che la persona sia coinvolta in ciò che
comunica. E dunque, a questo livello di interconnessione
le persone non si limitano a scambiare solo delle
informazioni, ma “stanno già condividendo se stesse e
la loro visione del mondo”. Una dinamica che, per il
Papa, non è esente da punti deboli:
“I rischi che si corrono, certo, sono sotto gli
occhi di tutti: la perdita dell’interiorità, la
superficialità nel vivere le relazioni, la fuga
nell’emotività, il prevalere dell’opinione più
convincente rispetto al desiderio di verità. E tuttavia
essi sono la conseguenza di un’incapacità di vivere con
pienezza e in maniera autentica il senso delle
innovazioni. Ecco perché la riflessione sui linguaggi
sviluppati dalle nuove tecnologie è urgente”.
Qui, ha asserito il Pontefice, si innesta il lavoro che
deve compiere la Chiesa e in particolare il Pontificio
Consiglio per le Comunicazioni Sociali. “Approfondire la
cultura digitale” e quindi “aiutare quanti hanno
responsabilità nella Chiesa” a “capire, interpretare
e parlare il ‘nuovo linguaggio’ dei media in funzione
pastorale”. Ben sapendo che nemmeno la dimensione
spirituale della persona è estranea al mondo della
comunicazione:
“La cultura digitale pone nuove sfide alla nostra
capacità di parlare e di ascoltare un linguaggio
simbolico che parli della trascendenza. Gesù stesso
nell’annuncio del Regno ha saputo utilizzare elementi
della cultura e dell’ambiente del suo tempo: il gregge,
i campi, il banchetto, i semi e così via. Oggi siamo
chiamati a scoprire, anche nella cultura digitale, simboli
e metafore significative per le persone, che possano
essere di aiuto nel parlare del Regno di Dio all’uomo
contemporaneo”.
Benedetto XVI ha ribadito che la “relazione sempre più
stretta e ordinaria tra l’uomo e le macchine”, siano
esser computer o telefoni cellulari, può trovare nella
ricchezza espressiva della fede e nei “valori
spirituali” una dimensione ancor più ampia di quella già
sconfinata che sembrerebbe garantire la tecnologia. Ciò
seppe dimostrarlo, quattro secoli fa, il gesuita padre
Matteo Ricci, il grande apostolo della Cina, riuscendo a
cogliere “tutto ciò che di positivo si trovava” nella
tradizione di quel popolo, e di “animarlo ed elevarlo
con la sapienza e la verità di Cristo”. E altrettanto
sono chiamati a fare i credenti di oggi, che nel mondo dei
media, ha concluso il Pontefice, possono contribuire ad
aprire “orizzonti di senso e di valore che la cultura
digitale non è capace da sola di intravedere e
rappresentare”. L'obiettivo di questo contributo è
quello di "promuovere una comunicazione veramente
umana":
“Al di là di ogni facile entusiasmo o
scetticismo, sappiamo che essa è una risposta alla
chiamata impressa nella nostra natura di esseri creati a
immagine e somiglianza del Dio della comunione. Per questo
la comunicazione biblica secondo la volontà di Dio è
sempre legata al dialogo e alla responsabilità, come
testimoniano, ad esempio, le figure di Abramo, Mosè,
Giobbe e i Profeti, e mai alla seduzione linguistica, come
è invece il caso del serpente, o di incomunicabilità e
di violenza come nel caso di Caino".
DISCORSO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Cari
Fratelli e Sorelle,
sono
lieto di accogliervi in occasione della Plenaria del
Dicastero. Saluto il Presidente, Mons. Claudio Maria Celli,
che ringrazio per le cortesi parole, i Segretari, gli
Officiali, i Consultori e tutto il Personale.
Nel
Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni
Sociali di quest’anno, ho invitato a riflettere sul
fatto che le nuove tecnologie non solamente cambiano il
modo di comunicare, ma stanno operando una vasta
trasformazione culturale. Si va sviluppando un nuovo modo
di apprendere e di pensare, con inedite opportunità di
stabilire relazioni e costruire comunione. Vorrei adesso
soffermarmi sul fatto che il pensiero e la relazione
avvengono sempre nella modalità del linguaggio, inteso
naturalmente in senso lato, non solo verbale. Il
linguaggio non è un semplice rivestimento intercambiabile
e provvisorio di concetti, ma il contesto vivente e
pulsante nel quale i pensieri, le inquietudini e i
progetti degli uomini nascono alla coscienza e vengono
plasmati in gesti, simboli e parole. L’uomo, dunque, non
solo «usa» ma, in certo senso, «abita» il linguaggio.
In particolare oggi, quelle che il Concilio Vaticano II ha
definito «meravigliose invenzioni tecniche» (Inter
mirifica, 1) stanno trasformando l’ambiente
culturale, e questo richiede un’attenzione specifica ai
linguaggi che in esso si sviluppano. Le nuove tecnologie
«hanno la capacità di pesare non solo sulle modalità,
ma anche sui contenuti del pensiero» (Aetatis novae,
4).
I nuovi
linguaggi che si sviluppano nella comunicazione digitale
determinano, tra l’altro, una capacità più intuitiva
ed emotiva che analitica, orientano verso una diversa
organizzazione logica del pensiero e del rapporto con la
realtà, privilegiano spesso l’immagine e i collegamenti
ipertestuali. La tradizionale distinzione netta tra
linguaggio scritto e orale, poi, sembra sfumarsi a favore
di una comunicazione scritta che prende la forma e
l’immediatezza dell’oralità. Le dinamiche proprie
delle «reti partecipative», richiedono inoltre che la
persona sia coinvolta in ciò che comunica. Quando le
persone si scambiano informazioni, stanno già
condividendo se stesse e la loro visione del mondo:
diventano «testimoni» di ciò che dà senso alla loro
esistenza. I rischi che si corrono, certo, sono sotto gli
occhi di tutti: la perdita dell’interiorità, la
superficialità nel vivere le relazioni, la fuga
nell’emotività, il prevalere dell’opinione più
convincente rispetto al desiderio di verità. E tuttavia
essi sono la conseguenza di un’incapacità di vivere con
pienezza e in maniera autentica il senso delle
innovazioni. Ecco perché la riflessione sui linguaggi
sviluppati dalle nuove tecnologie è urgente. Il punto di
partenza è la stessa Rivelazione, che ci testimonia come
Dio abbia comunicato le sue meraviglie proprio nel
linguaggio e nell’esperienza reale degli uomini, «secondo
la cultura propria di ogni epoca» (Gaudium et spes,
58), fino alla piena manifestazione di sé nel Figlio
Incarnato. La fede sempre penetra, arricchisce, esalta e
vivifica la cultura, e questa, a sua volta, si fa veicolo
della fede, a cui offre il linguaggio per pensarsi ed
esprimersi. È necessario quindi farsi attenti ascoltatori
dei linguaggi degli uomini del nostro tempo, per essere
attenti all’opera di Dio nel mondo.
In questo
contesto, è importante il lavoro che svolge il Pontificio
Consiglio delle Comunicazioni Sociali nell’approfondire
la "cultura digitale", stimolando e sostenendo
la riflessione per una maggiore consapevolezza circa le
sfide che attendono la comunità ecclesiale e civile. Non
si tratta solamente di esprimere il messaggio evangelico
nel linguaggio di oggi, ma occorre avere il coraggio di
pensare in modo più profondo, come è avvenuto in altre
epoche, il rapporto tra la fede, la vita della Chiesa e i
mutamenti che l’uomo sta vivendo. È l’impegno di
aiutare quanti hanno responsabilità nella Chiesa ad
essere in grado di capire, interpretare e parlare il «nuovo
linguaggio» dei media in funzione pastorale (cfr Aetatis
novae, 2), in dialogo con il mondo contemporaneo,
domandandosi: quali sfide il cosiddetto «pensiero
digitale» pone alla fede e alla teologia? Quali domande e
richieste?
Il mondo
della comunicazione interessa l’intero universo
culturale, sociale e spirituale della persona umana. Se i
nuovi linguaggi hanno un impatto sul modo di pensare e di
vivere, ciò riguarda, in qualche modo, anche il mondo
della fede, la sua intelligenza e la sua espressione. La
teologia, secondo una classica definizione, è
intelligenza della fede, e sappiamo bene come
l’intelligenza, intesa come conoscenza riflessa e
critica, non sia estranea ai cambiamenti culturali in
atto. La cultura digitale pone nuove sfide alla nostra
capacità di parlare e di ascoltare un linguaggio
simbolico che parli della trascendenza. Gesù stesso
nell’annuncio del Regno ha saputo utilizzare elementi
della cultura e dell’ambiente del suo tempo: il gregge,
i campi, il banchetto, i semi e così via. Oggi siamo
chiamati a scoprire, anche nella cultura digitale, simboli
e metafore significative per le persone, che possano
essere di aiuto nel parlare del Regno di Dio all’uomo
contemporaneo.
È
inoltre da considerare che la comunicazione ai tempi dei
«nuovi media» comporta una relazione sempre più stretta
e ordinaria tra l’uomo e le macchine, dai computer ai
telefoni cellulari, per citare solo i più comuni. Quali
saranno gli effetti di questa relazione costante? Già il
Papa Paolo VI, riferendosi ai primi progetti di
automazione dell’analisi linguistica del testo biblico,
indicava una pista di riflessione quando si chiedeva: «Non
è cotesto sforzo di infondere in strumenti meccanici il
riflesso di funzioni spirituali, che è nobilitato ed
innalzato ad un servizio, che tocca il sacro? È lo
spirito che è fatto prigioniero della materia, o non è
forse la materia, già domata e obbligata ad eseguire
leggi dello spirito, che offre allo spirito stesso un
sublime ossequio?» (Discorso al Centro di Automazione
dell’Aloisianum di Gallarate, 19 giugno 1964). Si
intuisce in queste parole il legame profondo con lo
spirito a cui la tecnologia è chiamata per vocazione (cfr
Enc. Caritas in veritate, 69).
È
proprio l’appello ai valori spirituali che permetterà
di promuovere una comunicazione veramente umana: al di là
di ogni facile entusiasmo o scetticismo, sappiamo che essa
è una risposta alla chiamata impressa nella nostra natura
di esseri creati a immagine e somiglianza del Dio della
comunione. Per questo la comunicazione biblica secondo la
volontà di Dio è sempre legata al dialogo e alla
responsabilità, come testimoniano, ad esempio, le figure
di Abramo, Mosè, Giobbe e i Profeti, e mai alla seduzione
linguistica, come è invece il caso del serpente, o di
incomunicabilità e di violenza come nel caso di Caino. Il
contributo dei credenti allora potrà essere di aiuto per
lo stesso mondo dei media, aprendo orizzonti di senso e di
valore che la cultura digitale non è capace da sola di
intravedere e rappresentare.
In
conclusione mi piace ricordare, insieme a molte altre
figure di comunicatori, quella di padre Matteo Ricci,
protagonista dell’annuncio del Vangelo in Cina
nell’era moderna, del quale abbiamo celebrato il IV
centenario della morte. Nella sua opera di diffusione del
messaggio di Cristo ha considerato sempre la persona, il
suo contesto culturale e filosofico, i suoi valori, il suo
linguaggio, cogliendo tutto ciò che di positivo si
trovava nella sua tradizione, e offrendo di animarlo ed
elevarlo con la sapienza e la verità di Cristo.
Cari
amici, vi ringrazio per il vostro servizio; lo affido alla
protezione della Vergine Maria e, nell’assicurarvi la
mia preghiera, vi imparto la Benedizione Apostolica.
©
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