Fonte,
Radio Vaticana, 16 febbraio 2007
Difendere
dalle manipolazioni la scienza medica, che deve servire
chi è malato o non può parlare, come il bambino non
nato: così Benedetto XVI al Convegno sulla Comunicazione in
medicina alla Cattolica di Roma
-
Intervista con la dott.ssa Flavia Caretta e Antono
Acquaviva -
La
relazione fra medico e paziente è un’area da esplorare
a fondo, per impedire che la professione medica si limiti
alla cura della sofferenza fisica, ignorando la totalità
della persona, e prestandosi così a “manipolazioni” e
a “distorsioni” della sua natura più vera.
L’appello di Benedetto XVI spicca nel Messaggio inviato,
a firma del cardinale segretario di Stato, Tarcisio
Bertone, ai partecipanti al Convegno internazionale
intitolato “Comunicazione e relazionalità in medicina,
nuove prospettive per l’agire medico”. Il Convegno si
svolge oggi e domani a all’Università Cattolica di Roma
ed è promosso dall’Associazione Medicina Dialogo
Comunione in collaborazione con l’ateneo. Sul
Messaggio del Papa, il servizio di Alessandro De Carolis:
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Trovare
un autentico rapporto col malato per non tradire la
propria vocazione di medico. Lo chiede Benedetto XVI ai
medici del Convegno promosso dall’Associazione MDC
(Medicina Dialogo Comunione), che si ispira al carisma del
Movimento dei Focolari. In una medicina come quella
contemporanea, “sempre più soggetta a manipolazioni, a
tentativi di distorsione della sua natura specifica, che
è quella di un sapere al servizio dell’uomo malato”,
questi – scrive il Papa nel Messaggio a firma del
cardinale Bertone – deve poter contare su una
“dimensione relazionale” che coinvolga tutti gli
attori di una struttura medica, dall’equipe che segue il
paziente al contesto familiare del malato stesso. Questo
assunto dimostra, osserva il Pontefice, la “centralità”
che la comunicazione occupa nella professione medica.
Tuttavia,
argomenta più avanti Benedetto XVI, sarebbe “un errore
identificare nella capacità relazionale e comunicativa il
tutto della persona umana”, poiché afferma citando
l’enciclica Evangelium
vitae, “è chiaro che, con tali presupposti, non
c’è spazio nel mondo per chi, come il nascituro o il
morente, è un soggetto strutturalmente debole” e
all’apparenza “totalmente assoggettato alla mercé di
altre persone e da loro radicalmente dipendente”, in
grado di comunicare “solo mediante il muto linguaggio di
una profonda simbiosi di affetti”. Le “nuove
prospettive” cui si riferisce il titolo del Convegno,
sottolinea Benedetto XVI, vanno lette dunque
“nell’ottica di una capacità comunicativa che
fonda l’essere uomo al di sopra di quei valori fittizi
che vengono sempre più imposti dalla società moderna,
quali efficienza, produttività e autonomia”. La
speranza che accompagna questa iniziativa, conclude il
Papa, è quella “di scoprire una sempre maggiore
autenticità delle relazioni nel mondo della medicina”.
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Comunicazione
e relazionalità, dunque, sono la chiave per migliorare
l’attività medica nel futuro. Su questo punto,
Antonella Villani ha chiesto il parere di Flavia Caretta,
geriatra, docente all’Università Cattolica di Roma e
moderatrice del Convegno:
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R.
- Credo che la comunicazione e la relazione in medicina,
oggi, significhino recuperare l’essenza della
professione medica che richiede sicuramente competenza
tecnica, ma anche competenza umana, capacità relazionale
perché l’incontro con il paziente è un incontro tra
persone, non tra ruoli.
D.
- Voi puntate
molto anche sul concetto di fraternità. Ma come si
applica queto in medicina?
R.
- Fraternità significa un incontro tra persone in cui
ciascuno ha qualcosa da dare e da ricevere dall’altro.
Noi vorremmo provare a sostanziare reciprocità e
comunione, mettendole come fondamento ad ogni relazione.
D.
- In questo momento, si parla molto di eutanasia,
accanimento terapeutico… Come vi ponete di fronte a
tutto questo?
R.
- Il medico non si pone solo come un dispensatore di cure,
ma come un qualcuno che sa cogliere anche quelle che sono
le esigenze più profonde del paziente. Forse si può
arrivare a decisioni condivise che rispettino le esigenze
del paziente ma anche la dignità della vita e della
persona.
Il
Convegno è stata l’occasione per confrontare varie
realtà mediche, creare modelli applicativi, come spiega
Antonio Acquaviva, ricercatore pediatra all’Università
di Siena:
R.
- Non tutti i medici hanno questa capacità di
relazionarsi. Nei nostri incontri abbiamo fatto esperienza
che possono essere proposti dei modelli applicativi che
facciano sì che venga fuori una medicina nuova, più
attenta al malato perché anche l’efficacia delle cure
possa risentire di questo clima di cui il malato ha tanto
bisogno. Questi modelli applicativi si riferiscono anche
alla relazione tra gli operatori sanitari: è importante
creare un approccio multi-disciplinare per tante malattie,
e anche questa multidisciplinarietà dev’essere vissuta
in un ambito di amicizia, di fraternità ...
D.
- Tra le vostre proposte c’è anche l’inserimento di
materie medico-umanistiche nei piani di studio...
R.
- Noi vorremmo proporre al ministro per le Università che
il curriculum degli studenti universitari preveda una
formazione alla relazione. Potrebbe essere possibile
inserire materie come la pedagogia medica, l’etica della
relazione oltre alla bioetica, cioè tutte materie che
affinano le capacità dello studente a relazionarsi con il
malato.
D.
- Umanità e fratellanza sono fondamentali anche per
quanto riguarda le collaborazioni tra nazioni a diverso
livello assistenziale...
R.
- Abbiamo presentato i risultati di progetti che abbiamo
realizzato in Africa e nelle Filippine. E’ stata come
una verifica: entrando a contatto con queste popolazioni,
con questo spirito diverso, possiamo avere dei risultati
terapeutici impensabili!
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