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MESSA
PER LA CHIUSURA DELL'ANNO SACERDOTALE (11 GIUGNO 2010) |
Radio
Vaticana, 12.06.2010
Il
Papa chiude l'Anno Sacerdotale: Dio si affida a uomini
deboli per rendersi presente nell'umanità. Perdono per le
vittime degli abusi
◊
Servirsi di un uomo,
nonostante le sue debolezze, per rendere presente Dio a
tutti gli uomini, in ogni tempo: sta in questo la
grandezza del sacerdozio. E’ il pensiero, che Benedetto
XVI ha posto al cuore della celebrazione eucaristica di
chiusura dell’Anno Sacerdotale. In una Piazza San Pietro
nuovamente gremita da oltre15 mila sacerdoti concelebranti
di 97 nazioni, e a poche ore dall’analoga scena di ieri
sera durante la veglia, il Papa ha toccato i punti
nevralgici della vocazione al sacerdozio soffermandosi
ancora una volta con parole di grande umiltà sulla ferita
provocata della pedofilia all’interno della Chiesa:
“Chiediamo insistentemente perdono a Dio ed alle persone
coinvolte” affinché “un tale abuso non possa
succedere mai più”. La cronaca della celebrazione nel
servizio di Alessandro De Carolis
La grande audacia di Dio all’inizio della storia
della Chiesa, un’audacia spiazzante: ritenere che un
“povero uomo” – limitato, finito – fosse capace di
comunicare l’infinito Amore. Come in un grande affresco,
e in un’omelia quasi senza eguali per ampiezza, densità
di contenuti, intensità emotiva, Benedetto XVI ha dipinto
la straordinarietà della vocazione al sacerdozio in tutte
le sue sfumature. Lo ha fatto dando pennellate di luce
alla radice divina di questa chiamata, ma senza nascondere
le ombre che i limiti umani proiettano, talvolta in modo
indegno, su di essa:
“Dio si serve di un povero uomo al fine di essere,
attraverso lui, presente per gli uomini e di agire in loro
favore. Questa audacia di Dio, che ad esseri umani affida
se stesso; che, pur conoscendo le nostre debolezze,
ritiene degli uomini capaci di agire e di essere presenti
in vece sua – questa audacia di Dio è la cosa veramente
grande che si nasconde nella parola ‘sacerdozio’. Che
Dio ci ritenga capaci di questo; che Egli in tal modo
chiami uomini al suo servizio e così dal di dentro si
leghi ad essi”.
Ecco il senso dell’Anno Sacerdotale, ha ripetuto il
Papa alla distesa di presbiteri in talare bianca, che
hanno trasformato Piazza San Pietro in un immenso altare a
cielo aperto, di fronte al grane arazzo del Santo Curato
d’Ars: “Volevamo risvegliare la gioia che Dio ci sia
così vicino, e la gratitudine per il fatto che Egli si
affidi alla nostra debolezza”. E dire “nuovamente ai
giovani che questa vocazione, questa comunione di servizio
per Dio e con Dio, esiste – anzi, che Dio è in attesa
del nostro ‘sì’”. Dunque, ha constatato il
Pontefice:
“Era da aspettarsi che al ‘nemico’ questo
nuovo brillare del sacerdozio non sarebbe piaciuto; egli
avrebbe preferito vederlo scomparire, perché in fin dei
conti Dio fosse spinto fuori dal mondo. (applausi) E così
è successo che, proprio in questo anno di gioia per il
sacramento del sacerdozio, siano venuti alla luce i
peccati di sacerdoti – soprattutto l’abuso nei
confronti dei piccoli, nel quale il sacerdozio come
compito della premura di Dio a vantaggio dell’uomo viene
volto nel suo contrario”.
“Se l’Anno Sacerdotale avesse dovuto essere una
glorificazione della nostra personale prestazione umana,
sarebbe stato distrutto da queste vicende”, ha osservato
il Papa. Invece, “consideriamo quanto avvenuto” come
“compito di purificazione che ci accompagna verso il
futuro”. Mentre al presente, una volta ancora, le parole
di Benedetto XVI hanno rivelato la consapevolezza di un
male che esige una profondissima solidarietà:
“Anche noi chiediamo insistentemente perdono a Dio
ed alle persone coinvolte, mentre intendiamo promettere di
voler fare tutto il possibile affinché un tale abuso non
possa succedere mai più”.
E poco dopo, commentando un passo del Salmo 23 della
liturgia, dove si parla del bastone col quale il pastore
difende il gregge “dalle bestie selvatiche” e del
vincastro al quale si appoggia per “attraversare i
passaggi difficili”, ha aggiunto:
“Anche la Chiesa deve usare il bastone del
pastore, il bastone col quale protegge la fede contro i
falsificatori, contro gli orientamenti che sono, in realtà,
disorientamenti. Proprio l’uso del bastone può essere
un servizio di amore. Oggi vediamo che non si tratta di
amore, quando si tollerano comportamenti indegni della
vita sacerdotale. Come pure non si tratta di amore se si
lascia proliferare l’eresia (...) Al tempo stesso, però,
il bastone deve sempre di nuovo diventare il vincastro del
pastore – vincastro che aiuti gli uomini a poter
camminare su sentieri difficili e a seguire il Signore”.
Nel Salmo 23, Benedetto XVI aveva individuato la
risposta umana di “gioia e gratitudine” a Dio che, ha
detto, attraverso Cristo ha aperto il suo cuore “per
noi”:
“Dio si prende personalmente cura di me, di noi,
dell’umanità. Non sono lasciato solo, smarrito
nell’universo ed in una società davanti a cui si rimane
sempre più disorientati. Egli si prende cura di me. Non
è un Dio lontano, per il quale la mia vita conterebbe
troppo poco”.
Un Dio “unico e buono, ma lontano”, ha proseguito,
è invece quello considerato dalle religioni del mondo,
mentre in passato l’Illuminismo lo aveva ritenuto
creatore e poi però disinteressato alla sua stessa
creatura e alla sua storia, nella quale, ha affermato,
“Dio non interveniva, non poteva intervenire”:
“Molti forse non desideravano neppure che Dio si
prendesse cura di loro. Non volevano essere disturbati da
Dio. Ma laddove la premura e l’amore di Dio vengono
percepiti come disturbo, lì l’essere umano è
stravolto. È bello e consolante sapere che c’è una
persona che mi vuol bene e si prende cura di me. Ma è
molto più decisivo che esista quel Dio che mi conosce, mi
ama e si preoccupa di me".
“Questo pensiero – ha insistito – dovrebbe
renderci veramente gioiosi”. Dio “vuole che noi come
sacerdoti, in un piccolo punto della storia, condividiamo
le sue preoccupazioni per gli uomini”:
“Conoscere”, nel significato della Sacra
Scrittura, non è mai soltanto un sapere esteriore così
come si conosce il numero telefonico di una persona.
“Conoscere” significa essere interiormente vicino
all’altro. Volergli bene. Noi dovremmo cercare di
‘conoscere’ gli uomini da parte di Dio e in vista di
Dio; dovremmo cercare di camminare con loro sulla via
dell’amicizia con Dio”.
E se anche è inevitabile che nel corso della vita si
debbano percorrere le “valli oscure della tentazione,
dello scoraggiamento, della prova, che ogni persona umana
deve attraversare”:
“Anche in queste valli tenebrose della vita Egli
è là. Sì, Signore, nelle oscurità della tentazione,
nelle ore dell’oscuramento in cui tutte le luci sembrano
spegnersi, mostrami che tu sei là. Aiuta noi sacerdoti,
affinché possiamo essere accanto alle persone a noi
affidate in tali notti oscure. Affinché possiamo mostrare
loro la tua luce”.
Un auspicio che al termine della Messa, Benedetto XVI
ha affidato con una preghiera di consacrazione al Cuore
Immacolato di Maria, e dall’invito solenne, espresso in
sette lingue e rivolto ai 400 mila presbiteri del mondo, a
“essere fedeli alle promesse” sacerdotali, nelle
Chiese di Oriente e di Occidente, e a “proseguire con
rinnovato slancio il cammino di santificazione in questo
sacro ministero”.
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Solennità del
Sacratissimo Cuore di Gesù
Piazza San Pietro
Venerdì, 11 giugno 2010
Cari
confratelli nel ministero sacerdotale,
Cari fratelli e sorelle,
l’Anno
Sacerdotale che abbiamo celebrato, 150 anni dopo la
morte del santo Curato d’Ars, modello del ministero
sacerdotale nel nostro mondo, volge al termine. Dal Curato
d’Ars ci siamo lasciati guidare, per comprendere
nuovamente la grandezza e la bellezza del ministero
sacerdotale. Il sacerdote non è semplicemente il
detentore di un ufficio, come quelli di cui ogni società
ha bisogno affinché in essa possano essere adempiute
certe funzioni. Egli invece fa qualcosa che nessun essere
umano può fare da sé: pronuncia in nome di Cristo la
parola dell’assoluzione dai nostri peccati e cambia così,
a partire da Dio, la situazione della nostra vita.
Pronuncia sulle offerte del pane e del vino le parole di
ringraziamento di Cristo che sono parole di
transustanziazione – parole che rendono presente Lui
stesso, il Risorto, il suo Corpo e suo Sangue, e
trasformano così gli elementi del mondo: parole che
spalancano il mondo a Dio e lo congiungono a Lui. Il
sacerdozio è quindi non semplicemente «ufficio», ma
sacramento: Dio si serve di un povero uomo al fine di
essere, attraverso lui, presente per gli uomini e di agire
in loro favore. Questa audacia di Dio, che ad esseri umani
affida se stesso; che, pur conoscendo le nostre debolezze,
ritiene degli uomini capaci di agire e di essere presenti
in vece sua – questa audacia di Dio è la cosa veramente
grande che si nasconde nella parola «sacerdozio». Che
Dio ci ritenga capaci di questo; che Egli in tal modo
chiami uomini al suo servizio e così dal di dentro si
leghi ad essi: è ciò che in quest’anno volevamo
nuovamente considerare e comprendere. Volevamo risvegliare
la gioia che Dio ci sia così vicino, e la gratitudine per
il fatto che Egli si affidi alla nostra debolezza; che
Egli ci conduca e ci sostenga giorno per giorno. Volevamo
così anche mostrare nuovamente ai giovani che questa
vocazione, questa comunione di servizio per Dio e con Dio,
esiste – anzi, che Dio è in attesa del nostro «sì».
Insieme alla Chiesa volevamo nuovamente far notare che
questa vocazione la dobbiamo chiedere a Dio. Chiediamo
operai per la messe di Dio, e questa richiesta a Dio è,
al tempo stesso, un bussare di Dio al cuore di giovani che
si ritengono capaci di ciò di cui Dio li ritiene capaci.
Era da aspettarsi che al «nemico» questo nuovo brillare
del sacerdozio non sarebbe piaciuto; egli avrebbe
preferito vederlo scomparire, perché in fin dei conti Dio
fosse spinto fuori dal mondo. E così è successo che,
proprio in questo anno di gioia per il sacramento del
sacerdozio, siano venuti alla luce i peccati di sacerdoti
– soprattutto l’abuso nei confronti dei piccoli, nel
quale il sacerdozio come compito della premura di Dio a
vantaggio dell’uomo viene volto nel suo contrario. Anche
noi chiediamo insistentemente perdono a Dio ed alle
persone coinvolte, mentre intendiamo promettere di voler
fare tutto il possibile affinché un tale abuso non possa
succedere mai più; promettere che nell’ammissione al
ministero sacerdotale e nella formazione durante il
cammino di preparazione ad esso faremo tutto ciò che
possiamo per vagliare l’autenticità della vocazione e
che vogliamo ancora di più accompagnare i sacerdoti nel
loro cammino, affinché il Signore li protegga e li
custodisca in situazioni penose e nei pericoli della vita.
Se l’Anno
Sacerdotale avesse dovuto essere una glorificazione
della nostra personale prestazione umana, sarebbe stato
distrutto da queste vicende. Ma si trattava per noi
proprio del contrario: il diventare grati per il dono di
Dio, dono che si nasconde “in vasi di creta” e che
sempre di nuovo, attraverso tutta la debolezza umana,
rende concreto in questo mondo il suo amore. Così
consideriamo quanto è avvenuto quale compito di
purificazione, un compito che ci accompagna verso il
futuro e che, tanto più, ci fa riconoscere ed amare il
grande dono di Dio. In questo modo, il dono diventa
l’impegno di rispondere al coraggio e all’umiltà di
Dio con il nostro coraggio e la nostra umiltà. La parola
di Cristo, che abbiamo cantato come canto d’ingresso
nella liturgia, può dirci in questa ora che cosa
significhi diventare ed essere sacerdoti: “Prendete il
mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e
umile di cuore” (Mt 11,29).
Celebriamo
la festa del Sacro Cuore di Gesù e gettiamo con la
liturgia, per così dire, uno sguardo dentro il cuore di
Gesù, che nella morte fu aperto dalla lancia del soldato
romano. Sì, il suo cuore è aperto per noi e davanti a
noi – e con ciò ci è aperto il cuore di Dio stesso. La
liturgia interpreta per noi il linguaggio del cuore di Gesù,
che parla soprattutto di Dio quale pastore degli uomini, e
in questo modo ci manifesta il sacerdozio di Gesù, che è
radicato nell’intimo del suo cuore; così ci indica il
perenne fondamento, come pure il valido criterio, di ogni
ministero sacerdotale, che deve sempre essere ancorato al
cuore di Gesù ed essere vissuto a partire da esso. Vorrei
oggi meditare soprattutto sui testi con i quali la Chiesa
orante risponde alla Parola di Dio presentata nelle
letture. In quei canti parola e risposta si compenetrano.
Da una parte, essi stessi sono tratti dalla Parola di Dio,
ma, dall’altra, sono al contempo già la risposta
dell’uomo a tale Parola, risposta in cui la Parola
stessa si comunica ed entra nella nostra vita. Il più
importante di quei testi nell’odierna liturgia è il Salmo
23 (22) – “Il Signore è il mio pastore” –, nel
quale l’Israele orante ha accolto l’autorivelazione di
Dio come pastore, e ne ha fatto l’orientamento per la
propria vita. “Il Signore è il mio pastore: non manco
di nulla”: in questo primo versetto si esprimono gioia e
gratitudine per il fatto che Dio è presente e si occupa
di noi. La lettura tratta dal Libro di Ezechiele
comincia con lo stesso tema: “Io stesso cercherò le mie
pecore e ne avrò cura” (Ez 34,11). Dio si prende
personalmente cura di me, di noi, dell’umanità. Non
sono lasciato solo, smarrito nell’universo ed in una
società davanti a cui si rimane sempre più disorientati.
Egli si prende cura di me. Non è un Dio lontano, per il
quale la mia vita conterebbe troppo poco. Le religioni del
mondo, per quanto possiamo vedere, hanno sempre saputo
che, in ultima analisi, c’è un Dio solo. Ma tale Dio
era lontano. Apparentemente Egli abbandonava il mondo ad
altre potenze e forze, ad altre divinità. Con queste
bisognava trovare un accordo. Il Dio unico era buono, ma
tuttavia lontano. Non costituiva un pericolo, ma neppure
offriva un aiuto. Così non era necessario occuparsi di
Lui. Egli non dominava. Stranamente, questo pensiero è
riemerso nell’Illuminismo. Si comprendeva ancora che il
mondo presuppone un Creatore. Questo Dio, però, aveva
costruito il mondo e poi si era evidentemente ritirato da
esso. Ora il mondo aveva un suo insieme di leggi secondo
cui si sviluppava e in cui Dio non interveniva, non poteva
intervenire. Dio era solo un’origine remota. Molti forse
non desideravano neppure che Dio si prendesse cura di
loro. Non volevano essere disturbati da Dio. Ma laddove la
premura e l’amore di Dio vengono percepiti come
disturbo, lì l’essere umano è stravolto. È bello e
consolante sapere che c’è una persona che mi vuol bene
e si prende cura di me. Ma è molto più decisivo che
esista quel Dio che mi conosce, mi ama e si preoccupa di
me. “Io conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono
me” (Gv 10,14), dice la Chiesa prima del Vangelo
con una parola del Signore. Dio mi conosce, si preoccupa
di me. Questo pensiero dovrebbe renderci veramente
gioiosi. Lasciamo che esso penetri profondamente nel
nostro intimo. Allora comprendiamo anche che cosa
significhi: Dio vuole che noi come sacerdoti, in un
piccolo punto della storia, condividiamo le sue
preoccupazioni per gli uomini. Come sacerdoti, vogliamo
essere persone che, in comunione con la sua premura per
gli uomini, ci prendiamo cura di loro, rendiamo a loro
sperimentabile nel concreto questa premura di Dio. E,
riguardo all’ambito a lui affidato, il sacerdote,
insieme col Signore, dovrebbe poter dire: “Io conosco le
mie pecore e le mie pecore conoscono me”.
“Conoscere”, nel significato della Sacra Scrittura,
non è mai soltanto un sapere esteriore così come si
conosce il numero telefonico di una persona.
“Conoscere” significa essere interiormente vicino
all’altro. Volergli bene. Noi dovremmo cercare di
“conoscere” gli uomini da parte di Dio e in vista di
Dio; dovremmo cercare di camminare con loro sulla via
dell’amicizia di Dio.
Ritorniamo
al nostro Salmo. Lì si dice: “Mi guida per il
giusto cammino a motivo del suo nome. Anche se vado per
una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con
me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno
sicurezza” (23 [22], 3s). Il pastore indica la strada
giusta a coloro che gli sono affidati. Egli precede e li
guida. Diciamolo in maniera diversa: il Signore ci mostra
come si realizza in modo giusto l’essere uomini. Egli ci
insegna l’arte di essere persona. Che cosa devo fare per
non precipitare, per non sperperare la mia vita nella
mancanza di senso? È, appunto, questa la domanda che ogni
uomo deve porsi e che vale in ogni periodo della vita. E
quanto buio esiste intorno a tale domanda nel nostro
tempo! Sempre di nuovo ci viene in mente la parola di Gesù,
il quale aveva compassione per gli uomini, perché erano
come pecore senza pastore. Signore, abbi pietà anche di
noi! Indicaci la strada! Dal Vangelo sappiamo questo: Egli
stesso è la via. Vivere con Cristo, seguire Lui –
questo significa trovare la via giusta, affinché la
nostra vita acquisti senso ed affinché un giorno possiamo
dire: “Sì, vivere è stata una cosa buona”. Il popolo
d’Israele era ed è grato a Dio, perché Egli nei
Comandamenti ha indicato la via della vita. Il grande Salmo
119 (118) è un’unica espressione di gioia per questo
fatto: noi non brancoliamo nel buio. Dio ci ha mostrato
qual è la via, come possiamo camminare nel modo giusto.
Ciò che i Comandamenti dicono è stato sintetizzato nella
vita di Gesù ed è divenuto un modello vivo. Così
capiamo che queste direttive di Dio non sono catene, ma
sono la via che Egli ci indica. Possiamo essere lieti per
esse e gioire perché in Cristo stanno davanti a noi come
realtà vissuta. Egli stesso ci ha resi lieti. Nel
camminare insieme con Cristo facciamo l’esperienza della
gioia della Rivelazione, e come sacerdoti dobbiamo
comunicare alla gente la gioia per il fatto che ci è
stata indicata la via giusta della vita.
C’è
poi la parola concernente la “valle oscura” attraverso
la quale il Signore guida l’uomo. La via di ciascuno di
noi ci condurrà un giorno nella valle oscura della morte
in cui nessuno può accompagnarci. Ed Egli sarà lì.
Cristo stesso è disceso nella notte oscura della morte.
Anche lì Egli non ci abbandona. Anche lì ci guida. “Se
scendo negli inferi, eccoti”, dice il Salmo 139
(138). Sì, tu sei presente anche nell’ultimo travaglio,
e così il nostro Salmo responsoriale può dire:
pure lì, nella valle oscura, non temo alcun male.
Parlando della valle oscura possiamo, però, pensare anche
alle valli oscure della tentazione, dello scoraggiamento,
della prova, che ogni persona umana deve attraversare.
Anche in queste valli tenebrose della vita Egli è là. Sì,
Signore, nelle oscurità della tentazione, nelle ore
dell’oscuramento in cui tutte le luci sembrano
spegnersi, mostrami che tu sei là. Aiuta noi sacerdoti,
affinché possiamo essere accanto alle persone a noi
affidate in tali notti oscure. Affinché possiamo mostrare
loro la tua luce.
“Il tuo
bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza”: il
pastore ha bisogno del bastone contro le bestie selvatiche
che vogliono irrompere tra il gregge; contro i briganti
che cercano il loro bottino. Accanto al bastone c’è il
vincastro che dona sostegno ed aiuta ad attraversare
passaggi difficili. Ambedue le cose rientrano anche nel
ministero della Chiesa, nel ministero del sacerdote. Anche
la Chiesa deve usare il bastone del pastore, il bastone
col quale protegge la fede contro i falsificatori, contro
gli orientamenti che sono, in realtà, disorientamenti.
Proprio l’uso del bastone può essere un servizio di
amore. Oggi vediamo che non si tratta di amore, quando si
tollerano comportamenti indegni della vita sacerdotale.
Come pure non si tratta di amore se si lascia proliferare
l’eresia, il travisamento e il disfacimento della fede,
come se noi autonomamente inventassimo la fede. Come se
non fosse più dono di Dio, la perla preziosa che non ci
lasciamo strappare via. Al tempo stesso, però, il bastone
deve sempre di nuovo diventare il vincastro del pastore
– vincastro che aiuti gli uomini a poter camminare su
sentieri difficili e a seguire il Signore.
Alla fine
del Salmo si parla della mensa preparata,
dell’olio con cui viene unto il capo, del calice
traboccante, del poter abitare presso il Signore. Nel Salmo
questo esprime innanzitutto la prospettiva della gioia per
la festa di essere con Dio nel tempio, di essere ospitati
e serviti da Lui stesso, di poter abitare presso di Lui.
Per noi che preghiamo questo Salmo con Cristo e col
suo Corpo che è la Chiesa, questa prospettiva di speranza
ha acquistato un’ampiezza ed una profondità ancora più
grandi. Vediamo in queste parole, per così dire,
un’anticipazione profetica del mistero dell’Eucaristia
in cui Dio stesso ci ospita offrendo se stesso a noi come
cibo – come quel pane e quel vino squisito che, soli,
possono costituire l’ultima risposta all’intima fame e
sete dell’uomo. Come non essere lieti di poter ogni
giorno essere ospiti alla mensa stessa di Dio, di abitare
presso di Lui? Come non essere lieti del fatto che Egli ci
ha comandato: “Fate questo in memoria di me”? Lieti
perché Egli ci ha dato di preparare la mensa di Dio per
gli uomini, di dare loro il suo Corpo e il suo Sangue, di
offrire loro il dono prezioso della sua stessa presenza. Sì,
possiamo con tutto il cuore pregare insieme le parole del Salmo:
“Bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni
della mia vita” (23 [22], 6).
Alla fine
gettiamo ancora brevemente uno sguardo sui due canti alla
comunione propostici oggi dalla Chiesa nella sua liturgia.
C’è anzitutto la parola con cui san Giovanni conclude
il racconto della crocifissione di Gesù: “Un soldato
gli trafisse il costato con la lancia e subito ne uscì
sangue ed acqua” (Gv 19,34). Il cuore di Gesù
viene trafitto dalla lancia. Esso viene aperto, e diventa
una sorgente: l’acqua e il sangue che ne escono
rimandano ai due Sacramenti fondamentali dei quali la
Chiesa vive: il Battesimo e l’Eucaristia. Dal costato
squarciato del Signore, dal suo cuore aperto scaturisce la
sorgente viva che scorre attraverso i secoli e fa la
Chiesa. Il cuore aperto è fonte di un nuovo fiume di
vita; in questo contesto, Giovanni certamente ha pensato
anche alla profezia di Ezechiele che vede sgorgare dal
nuovo tempio un fiume che dona fecondità e vita (Ez
47): Gesù stesso è il tempio nuovo, e il suo cuore
aperto è la sorgente dalla quale esce un fiume di vita
nuova, che si comunica a noi nel Battesimo e
nell’Eucaristia.
La
liturgia della Solennità del Sacro Cuore di Gesù
prevede, però, come canto di comunione anche un’altra
parola, affine a questa, tratta dal Vangelo di Giovanni:
Chi ha sete, venga a me. Beva chi crede in me. La
Scrittura dice: “Sgorgheranno da lui fiumi d’acqua
viva” (cfr Gv 7,37s). Nella fede beviamo, per così
dire, dall’acqua viva della Parola di Dio. Così il
credente diventa egli stesso una sorgente, dona alla terra
assetata della storia acqua viva. Lo vediamo nei santi. Lo
vediamo in Maria che, quale grande donna di fede e di
amore, è diventata lungo i secoli sorgente di fede, amore
e vita. Ogni cristiano e ogni sacerdote dovrebbero, a
partire da Cristo, diventare sorgente che comunica vita
agli altri. Noi dovremmo donare acqua della vita ad un
mondo assetato. Signore, noi ti ringraziamo perché hai
aperto il tuo cuore per noi; perché nella tua morte e
nella tua risurrezione sei diventato fonte di vita. Fa’
che siamo persone viventi, viventi dalla tua fonte, e
donaci di poter essere anche noi fonti, in grado di donare
a questo nostro tempo acqua della vita. Ti ringraziamo per
la grazia del ministero sacerdotale. Signore, benedici noi
e benedici tutti gli uomini di questo tempo che sono
assetati e in ricerca. Amen.
Saluti
al termine della Santa Messa:
Al
termine di questa straordinaria concelebrazione, desidero
esprimere la mia viva gratitudine alla Congregazione
per il Clero, per l’opera svolta durante l’Anno
Sacerdotale e per aver organizzato queste giornate
conclusive. Un pensiero di speciale riconoscenza va ai
Signori Cardinali ed ai Vescovi che hanno voluto essere
presenti, in particolare a quanti sono venuti da lontano.
Chers prêtres
francophones, vous avez une proximité particulière avec
saint Jean-Marie Vianney. Je souhaite qu’elle devienne
une véritable complicité spirituelle. Puisse son exemple
sûr, vous inspirez afin que le don que vous avez fait de
vous-même au Seigneur porte du bon fruit! Je vous
renouvelle ma confiance et je vous encourage à progresser
sur les chemins de la sainteté. Que le Seigneur vous
garde tous en son Cœur très-aimant!
I now
wish to greet all the English-speaking priests present at
today’s celebration! My dear brothers, as I thank you
for your love of Christ and of his bride the Church, I ask
you again solemnly to be faithful to your promises. Serve
God and your people with holiness and courage, and always
conform your lives to the mystery of the Lord’s cross.
May God bless your apostolic labours abundantly!
Von
ganzem Herzen grüße ich die Bischöfe, Priester und
Ordensleute wie auch alle Pilger, die aus den Diözesen
des deutschen Sprachraums zum Abschluß des Priesterjahres
nach Rom gekommen sind, um ihre Einheit mit dem Nachfolger
Petri zu zeigen. Liebe Mitbrüder, wo kein Zusammenhalt
ist, da gibt es keinen Fortschritt. Wenn wir miteinander
verbunden bleiben, wenn wir in Christus, dem wahren
Weinstock, bleiben, dann können wir starke und lebendige
Zeugen der Liebe und der Wahrheit sein, können uns die
Winde des Augenblicks nicht verbiegen oder brechen.
Christus ist die Wurzel, die uns trägt und uns Leben gibt.
Danken wir dem Herrn für die Gnade des Priestertums; dafür,
daß er uns jeden Tag neu Gelegenheit gibt, in seiner
Nachfolge gute Hirten zu sein. Der Heilige Geist stärke
euch bei all eurem Wirken!
Saludo
cordialmente a los presbíteros de lengua española, y
pido a Dios que esta celebración se convierta en un
vigoroso impulso para seguir viviendo con gozo, humildad y
esperanza su sacerdocio, siendo mensajeros audaces del
Evangelio, ministros fieles de los Sacramentos y testigos
elocuentes de la caridad. Con los sentimientos de Cristo,
Buen Pastor, os invito a continuar aspirando cada día a
la santidad, sabiendo que no hay mayor felicidad en este
mundo que gastar la vida por la gloria de Dios y el bien
de las almas.
Queridos
sacerdotes dos países de língua oficial portuguesa, dou
graças a Deus pelo que sois e pelo que fazeis, recordando
a todos que nada jamais substituirá o ministério dos
sacerdotes na vida da Igreja. A exemplo e sob o patrocínio
do Santo Cura d’Ars, perseverai na amizade de Deus e
deixai que as vossas mãos e os vossos lábios continuem a
ser as mãos e os lábios de Cristo, único Redentor da
humanidade. Bem hajam!
“Dobroć
i łaska pójdą w ślad za mną przez
wszystkie dni mego życia” (Ps 23/22/, 6). Tymi słowami
Psalmu pozdrawiam polskich kapłanów. Drodzy Bracia,
Chrystus Was wybrał, wezwał, napełnił
dobrocią i łaską. Szczerym sercem
podejmujcie każdego dnia ten dar i nieście go z
miłością tym, do których zostaliście
posłani. Świętymi bądźcie i
prowadźcie innych do świętości w
Chrystusie. Niech Bóg wam błogosławi!
[“Bontà
e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia
vita” (Sal 23/22/, 6). Con queste parole del Salmo
saluto i sacerdoti polacchi. Cari Fratelli, Cristo vi ha
scelti, vi ha chiamati, vi ha colmati di bontà e di
fedeltà. Con cuore sincero accogliete questo dono ogni
giorno e portatelo con amore a coloro a cui siete stati
mandati. Siate santi e portate gli altri alla santità in
Cristo. Dio vi benedica!]
Rivolgo
infine il mio cordiale saluto ai sacerdoti di Roma e
d’Italia; come pure ai Presuli, ai sacerdoti e ai
seminaristi di tutti i Riti delle Chiese Orientali
cattoliche. So, infine, che in tutte le parti del mondo si
sono tenuti moltissimi incontri celebrativi e spirituali
con grande e fruttuosa partecipazione. Pertanto, desidero
ringraziare Vescovi, sacerdoti e organizzatori ed auguro a
tutti di proseguire con rinnovato slancio il cammino di
santificazione in questo sacro ministero che il Signore vi
ha affidato. Vi benedico di cuore!
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