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MESSA PER I
CARDINALI DEFUNTI |
Radio
Vaticana, 3 novembre 2011
Il
Papa alla Messa per i cardinali e i vescovi defunti:
l’abisso dell’amore di Dio è più grande
dell’abisso della morte
La
Croce di Gesù ha redento l’uomo e la natura, rivelando
come i confini dell’amore di Dio per le sue creature
siano più grandi dell’abisso della morte. È il
pensiero di fondo che ha guidato questa mattina Benedetto
XVI nell’omelia della Messa presieduta nella Basilica di
San Pietro in memoria dei cardinali e dei vescovi morti
durante l’anno. Ieri pomeriggio, il Papa era sceso nelle
Grotte Vaticane per pregare, come ogni 2 novembre, sulle
tombe dei suoi predecessori defunti. La cronaca della
liturgia di questa mattina nel servizio di Alessandro
De Carolis:
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Morire avendo creduto e servito un mito illusorio,
morire avendo creduto e servito l’Uomo Dio: ecco la
differenza per cui quella di un cristiano è “una fede
piena di speranza”. Benedetto XVI lo ha affermato
riferendosi alla consapevolezza che ha accompagnato, fino
all’ultimo istante, la vita dei dieci cardinali e dei
molti vescovi scomparsi nell’arco del 2011. L’omelia
della Messa presieduta in San Pietro ha permesso a
Benedetto XVI di proseguire idealmente la riflessione
spirituale condensata negli ultimi giorni tra l’Angelus
del primo novembre e l’udienza generale di ieri.
(canto)
Ricordando i nomi dei dieci porporati scomparsi –
Urbano Navarrete, Michele Giordano, Varkey Vithayathil,
Giovanni Saldarini, Agustín García-Gasco Vicente, Georg
Maximilian Sterzinsky, Kazimierz Świątek,
Virgilio Noè, Aloysius Matthew Ambrozic, Andrzej Maria
Deskur – il Papa ha utilizzato le parole del profeta
Osea, proposte dalla liturgia, per riflettere sui tre
giorni nei quali si concentrano duemila anni di fede della
Chiesa. Quel “vertiginoso mistero” di Gesù, che passa
dalla vita alla vita passando per il Calvario e il
sepolcro:
“Anche noi, di fronte alla morte, non possiamo non
provare i sentimenti e i pensieri dettati dalla nostra
condizione umana. E sempre ci sorprende e ci supera un Dio
che si fa così vicino a noi da non fermarsi nemmeno
davanti all’abisso della morte, che anzi lo attraversa,
rimanendo per due giorni nel sepolcro”.
Poi arriva il terzo giorno e il “battesimo della
passione” di Cristo diventa, per ogni uomo che crede in
Lui, l’inizio della vita che non muore:
“L’abisso della morte viene riempito da un altro
abisso, ancora più grande, che è quello dell’amore di
Dio, così che la morte non ha più alcun potere su Gesù
Cristo, né su coloro che, per la fede e il Battesimo,
sono associati a Lui: ‘Se siamo morti con Cristo –
dice san Paolo – crediamo che anche vivremo con lui’”.
Tuttavia, ha ripetuto Benedetto XVI, questa speranza
della vita dopo la morte diventa certezza “solo in
Cristo”. È Lui che dà sostanza, “fondamento
reale”, a ciò che prima “rischiava di ridursi – ha
detto – ad un’illusione, ad un simbolo ricavato dal
ritmo delle stagioni”, da una pioggia d’autunno come
da una di primavera. Al tempo del profeta Osea, ha
chiarito il Pontefice, “la fede degli Israeliti
minacciava di contaminarsi con le religioni naturalistiche
della terra di Canaan, ma questa fede non è in grado di
salvare nessuno dalla morte”. Invece, ha soggiunto,
“l’intervento di Dio nel dramma della storia umana non
obbedisce a nessun ciclo naturale, obbedisce solamente
alla sua grazia e alla sua fedeltà”. E il segno più
che concreto di questa “vita nuova” è sì in un
albero, ma l’albero della Croce:
“Senza la Croce di Cristo, tutta l’energia della
natura rimane impotente di fronte alla forza negativa del
peccato. Era necessaria una forza benefica più grande di
quella che manda avanti i cicli della natura, un Bene più
grande di quello della stessa creazione: un Amore che
procede dal “cuore” stesso di Dio e che, mentre rivela
il senso ultimo del creato, lo rinnova e lo orienta alla
sua meta originaria e ultima”.
(canto)
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OMELIA
Venerati
Fratelli,
cari fratelli e sorelle!
All’indomani
della Commemorazione liturgica di tutti i fedeli defunti,
ci siamo riuniti intorno all’altare del Signore per
offrire il suo Sacrificio in suffragio dei Cardinali e dei
Vescovi che, nel corso dell’ultimo anno, hanno concluso
il loro pellegrinaggio terreno. Con grande affetto
ricordiamo i venerati membri del Collegio Cardinalizio che
ci hanno lasciato: Urbano Navarrete, S.I., Michele
Giordano, Varkey Vithayathil, C.SS.R., Giovanni Saldarini,
Agustín García-Gasco Vicente, Georg Maximilian
Sterzinsky, Kazimierz Świątek, Virgilio Noè,
Aloysius Matthew Ambrozic, Andrzej Maria Deskur. Insieme
con essi presentiamo al trono dell’Altissimo le anime
dei compianti Fratelli nell’Episcopato. Per tutti e per
ciascuno eleviamo la nostra preghiera, animati dalla fede
nella vita eterna e nel mistero della comunione dei santi.
Una fede piena di speranza, illuminata anche dalla Parola
di Dio che abbiamo ascoltato.
Il brano
tratto dal Libro del profeta Osea ci fa pensare
immediatamente alla risurrezione di Gesù, al mistero
della sua morte e del suo risveglio alla vita immortale.
Questo passo di Osea – la prima metà del capitolo VI
– era profondamente impresso nel cuore e nella mente di
Gesù. Egli infatti – nei Vangeli – riprende più di
una volta il versetto 6: "voglio l’amore e non il
sacrificio, / la conoscenza di Dio più degli
olocausti". Invece il versetto 2 Gesù non lo cita,
ma lo fa suo e lo realizza nel mistero pasquale:
"Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà
rialzare, e noi vivremo alla sua presenza". Alla luce
di questa parola, il Signore Gesù è andato incontro alla
passione, ha imboccato con decisione la via della croce;
Egli parlava apertamente ai suoi discepoli di ciò che
doveva accadergli a Gerusalemme, e l’oracolo del profeta
Osea risuonava nelle sue stesse parole: "Il Figlio
dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo
uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni,
risorgerà" (Mc 9,31).
L’evangelista
annota che i discepoli "non capivano queste parole e
avevano timore di interrogarlo" (v. 32). Anche noi,
di fronte alla morte, non possiamo non provare i
sentimenti e i pensieri dettati dalla nostra condizione
umana. E sempre ci sorprende e ci supera un Dio che si fa
così vicino a noi da non fermarsi nemmeno davanti
all’abisso della morte, che anzi lo attraversa,
rimanendo per due giorni nel sepolcro. Ma proprio qui si
attua il mistero del "terzo giorno". Cristo
assume fino in fondo la nostra carne mortale affinché
essa sia investita dalla gloriosa potenza di Dio, dal
vento dello Spirito vivificante, che la trasforma e la
rigenera. E’ il battesimo della passione (cfr Lc
12,50), che Gesù ha ricevuto per noi e di cui scrive san
Paolo nella Lettera ai Romani. L’espressione che
l’Apostolo utilizza – "battezzati nella sua
morte" (Rm 6,3) – non cessa mai di stupirci,
tale è la concisione con cui riassume il vertiginoso
mistero. La morte di Cristo è fonte di vita, perché in
essa Dio ha riversato tutto il suo amore, come in
un’immensa cascata, che fa pensare all’immagine
contenuta nel Salmo 41: "Un abisso chiama l’abisso
/ al fragore delle tue cascate; tutti i tuoi flutti e le
tue onde / sopra di me sono passati" (v. 8).
L’abisso della morte viene riempito da un altro abisso,
ancora più grande, che è quello dell’amore di Dio, così
che la morte non ha più alcun potere su Gesù Cristo (cfr
Rm 8,9), né su coloro che, per la fede e il
Battesimo, sono associati a Lui: "Se siamo morti con
Cristo – dice san Paolo – crediamo che anche vivremo
con lui" (Rm 8,8). Questo "vivere con Gesù"
è il compimento della speranza profetizzata da Osea:
"… e noi vivremo alla sua presenza" (6,2).
In realtà,
è solo in Cristo che tale speranza trova il suo
fondamento reale. Prima essa rischiava di ridursi ad
un’illusione, ad un simbolo ricavato dal ritmo delle
stagioni: "come la pioggia d’autunno, come la
pioggia di primavera" (Os 6,3). Al tempo del
profeta Osea, la fede degli Israeliti minacciava di
contaminarsi con le religioni naturalistiche della terra
di Canaan, ma questa fede non è in grado di salvare
nessuno dalla morte. Invece l’intervento di Dio nel
dramma della storia umana non obbedisce a nessun ciclo
naturale, obbedisce solamente alla sua grazia e alla sua
fedeltà. La vita nuova ed eterna è frutto dell’albero
della Croce, un albero che fiorisce e fruttifica per la
luce e la forza che provengono dal sole di Dio. Senza la
Croce di Cristo, tutta l’energia della natura rimane
impotente di fronte alla forza negativa del peccato. Era
necessaria una forza benefica più grande di quella che
manda avanti i cicli della natura, un Bene più grande di
quello della stessa creazione: un Amore che procede dal
"cuore" stesso di Dio e che, mentre rivela il
senso ultimo del creato, lo rinnova e lo orienta alla sua
meta originaria e ultima.
Tutto
questo avvenne in quei "tre giorni", quando il
"chicco di grano" cadde nella terra, vi rimase
per il tempo necessario a colmare la misura della
giustizia e della misericordia di Dio, e finalmente
produsse "molto frutto", non rimanendo solo, ma
come primizia di una moltitudine di fratelli (cfr Gv
12,24; Rm 8,29). Ora sì, grazie a Cristo, grazie
all’opera compiuta in Lui dalla Santissima Trinità, le
immagini tratte dalla natura non sono più soltanto
simboli, miti illusori, ma ci parlano di una realtà. A
fondamento della speranza c’è la volontà del Padre e
del Figlio, che abbiamo ascoltato nel Vangelo di questa
Liturgia: "Padre, voglio che quelli che mi hai dato
siano anch’essi con me dove sono io" (Gv
17,24). E tra costoro, che il Padre ha dato a Gesù, ci
sono anche i venerati Fratelli per i quali offriamo questa
Eucaristia: essi "hanno conosciuto" Dio mediante
Gesù, hanno conosciuto il suo nome, e l’amore del Padre
e del Figlio, lo Spirito Santo, ha dimorato in loro (cfr Gv
12,25-26), aprendo la loro vita al Cielo, all’eternità.
Rendiamo grazie a Dio per questo dono inestimabile. E, per
intercessione di Maria Santissima, preghiamo perché
questo mistero di comunione, che ha riempito tutta la loro
esistenza, si compia pienamente in ciascuno di essi.
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