| |
Il
Papa alla Messa dei cardinali e vescovi defunti: Dio
non si manifesta all’uomo nel castigo ma in una
misericordia "senza misura"
◊
Il cristianesimo è una “scelta di campo”: la
predilezione delle cose di Dio, senza alcun
disprezzo per quelle umane. Ed è fonte di una
consapevolezza: che Dio non “spadroneggia”
sull’uomo, ma lo ama di una misericordia “senza
misura”. Con questi pensieri Benedetto XVI ha
accompagnato questa mattina la celebrazione della
Messa nella Basilica di San Pietro in suffragio dei
cardinali e dei vescovi morti nel corso dell’anno.
Il servizio di Alessandro De Carolis:
(canto)
L’eco con le parole pronunciate spontaneamente
ieri alla fine della catechesi in Aula Paolo VI è
forte e immediato: ciò che sporca l’anima va
rigettato, senza che questo sia un pretesto per
chiamarsi fuori dagli impegni “terreni”.
Benedetto XVI ritorna con un concetto simile sul
tema, all’inizio dell’omelia dedicata alle
figure dei cardinali e dei presuli scomparsi nel
corso dell'anno. Lo spunto è liturgico:
l’insegnamento di San Paolo che invita a chi è
risorto con Cristo “a cercare le cose di lassù”
rispetto alle “cose della terra”. Un’antitesi
che Benedetto XVI spiega così:
“La vita in Cristo comporta una ‘scelta di
campo’, una radicale rinuncia a tutto ciò che –
come zavorra – tiene l’uomo legato alla terra,
corrompendo la sua anima. La ricerca delle ‘cose
di lassù’ non vuol dire che il cristiano debba
trascurare i propri obblighi e compiti terreni,
soltanto non deve smarrirsi in essi, come se
avessero un valore definitivo. Il richiamo alle
realtà del Cielo è un invito a riconoscere la
relatività di ciò che è destinato a passare, a
fronte di quei valori che non conoscono l'usura del
tempo”.
Il Papa indaga una volta di più sulla visione
cristiana della morte e sul mistero della
Risurrezione, sulla condizione itinerante
dell’uomo di fede, che è – dice – come “uno
straniero verso l’eternità”. Un traguardo,
ricorda, raggiunto anche quest’anno da “numerosi
arcivescovi e vescovi” e in particolare da sei
cardinali: Peter Seiichi Shirayanagi, Cahal Brendan
Daly, Armand Gaétan Razafindratandra, Thomáš Špidlik,
Paul Augustin Mayer, Luigi Poggi. “Pastori
zelanti”, afferma il Pontefice, che grazie al loro
“vivo desiderio di conformarsi a Gesù” hanno
“potuto pregustare” la vita eterna promessa da
Cristo:
“L’espressione ‘vita eterna’, infatti,
designa il dono divino concesso all’umanità: la
comunione con Dio in questo mondo e la sua pienezza
in quello futuro. La vita eterna ci è stata aperta
dal Mistero Pasquale di Cristo e la fede è la via
per raggiungerla”.
Una delle “parole centrali del Vangelo”,
osserva Benedetto XVI, è la spiegazione che Gesù
stesso offre a Nicodemo di quanto grande sia
l’amore di Dio per il mondo, grande al punto “da
dare il suo Figlio unigenito”. Siamo di fronte, ha
scandito il Papa, a un “atto decisivo e
definitivo”, col quale Dio varca “la soglia
della nostra ultima solitudine”, la morte, e si
cala “nell’abisso del nostro estremo
abbandono”:
“E’ una parola che cancella completamente
l’idea di un Dio lontano ed estraneo al cammino
dell’uomo, e svela, piuttosto, il suo vero volto:
Egli ci ha donato il suo Figlio per amore, per
essere il Dio vicino, per farci sentire la sua
presenza, per venirci incontro e portarci nel suo
amore, in modo che tutta la vita sia animata da
questo amore divino (...) Dio non spadroneggia, ma
ama senza misura. Non manifesta la sua onnipotenza
nel castigo, ma nella misericordia e nel perdono”.
Capire tutto questo, prosegue il Pontefice,
“significa entrare nel mistero della salvezza: Gesù
è venuto per salvare e non per condannare; con il
Sacrificio della Croce egli rivela il volto di amore
di Dio":
“E proprio per la fede nell’amore
sovrabbondante donatoci in Cristo Gesù, noi
sappiamo che anche la più piccola forza di amore è
più grande della massima forza distruttrice e può
trasformare il mondo, e per questa stessa fede noi
possiamo avere una ‘speranza affidabile’, quella
nella vita eterna e nella risurrezione della
carne”.
(canto)
SANTA MESSA IN SUFFRAGIO
DEI CARDINALI E VESCOVI DEFUNTI NEL CORSO
DELL’ANNO
Signori
Cardinali,
cari
fratelli e sorelle!
«Se
dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di
lassù». Le parole che abbiamo ascoltato poc’anzi
nella seconda lettura (Col 3,1-4) ci invitano
ad elevare lo sguardo alle realtà celesti. Infatti,
con l’espressione «le cose di lassù» san Paolo
intende il Cielo, poiché aggiunge: «dove si trova
Cristo assiso alla destra di Dio». L’Apostolo
intende riferirsi alla condizione dei credenti, di
coloro che sono «morti» al peccato e la cui vita
«è ormai nascosta con Cristo in Dio». Essi sono
chiamati a vivere quotidianamente nella signoria di
Cristo, principio e compimento di ogni loro azione,
testimoniando la vita nuova che è stata loro donata
nel Battesimo. Questo rinnovamento in Cristo avviene
nell’intimo della persona: mentre continua la
lotta contro il peccato, è possibile progredire
nella virtù, cercando di dare una risposta piena e
pronta alla Grazia di Dio.
Per
antitesi, l’Apostolo segnala poi «le cose della
terra», evidenziando così che la vita in Cristo
comporta una «scelta di campo», una radicale
rinuncia a tutto ciò che – come zavorra – tiene
l’uomo legato alla terra, corrompendo la sua
anima. La ricerca delle «cose di lassù» non vuol
dire che il cristiano debba trascurare i propri
obblighi e compiti terreni, soltanto non deve
smarrirsi in essi, come se avessero un valore
definitivo. Il richiamo alle realtà del Cielo è un
invito a riconoscere la relatività di ciò che è
destinato a passare, a fronte di quei valori che non
conoscono l'usura del tempo. Si tratta di lavorare,
di impegnarsi, di concedersi il giusto riposo, ma
col sereno distacco di chi sa di essere solo un
viandante in cammino verso la Patria celeste; un
pellegrino; in un certo senso, uno straniero verso
l’eternità.
A
questo traguardo ultimo sono ormai giunti i
compianti Cardinali Peter Seiichi Shirayanagi, Cahal
Brendan Daly, Armand Gaétan Razafindratandra, Thomáš
špidlik, Paul Augustin Mayer, Luigi Poggi; come
pure i numerosi Arcivescovi e Vescovi che ci hanno
lasciato nel corso di quest’ultimo anno. Con
sentimenti di affetto li vogliamo ricordare,
rendendo grazie a Dio per i suoi doni elargiti alla
Chiesa proprio attraverso questi nostri Fratelli che
ci hanno preceduto nel segno della fede e ora
dormono il sonno della pace. Il nostro
ringraziamento diventa preghiera di suffragio per
loro, affinché il Signore li accolga nella
beatitudine del Paradiso. Per le loro anime elette
offriamo questa Santa Eucaristia, stringendoci
attorno all'Altare, su cui si rende presente il
Sacrificio che proclama la vittoria della Vita sulla
morte, della Grazia sul peccato, del Paradiso
sull'inferno.
Questi
venerati nostri Fratelli amiamo ricordarli come
Pastori zelanti, il cui ministero è stato sempre
segnato dall'orizzonte escatologico che anima la
speranza nella felicità senz'ombra a noi promessa
dopo questa vita; come testimoni del Vangelo protesi
a vivere quelle «cose di lassù», che sono il
frutto dello Spirito: «amore, gioia, pace,
magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà,
mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22); come
cristiani e Pastori animati da profonda fede, dal
vivo desiderio di conformarsi a Gesù e di aderire
intimamente alla sua Persona, contemplando
incessantemente il suo volto nella preghiera. Per
questo essi hanno potuto pregustare la «vita eterna»,
di cui ci parla l’odierna pagina del Vangelo (Gv
3,13-17) e che Cristo stesso ha promesso a «chiunque
crede in lui». L’espressione «vita eterna»,
infatti, designa il dono divino concesso
all’umanità: la comunione con Dio in questo mondo
e la sua pienezza in quello futuro.
La
vita eterna ci è stata aperta dal Mistero Pasquale
di Cristo e la fede è la via per raggiungerla. E’
quanto emerge dalle parole rivolte da Gesù a
Nicodemo e riportate dall’evangelista Giovanni: «E
come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così
bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo,
perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna»
(Gv 3,14-15). Qui vi è l’esplicito
riferimento all’episodio narrato nel libro dei
Numeri (21,1-9), che mette in risalto la forza
salvifica della fede nella parola divina. Durante
l’esodo, il popolo ebreo si era ribellato a Mosè
e a Dio, e venne punito con la piaga dei serpenti
velenosi. Mosè chiese perdono, e Dio, accettando il
pentimento degli Israeliti, gli ordina: «Fatti un
serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque dopo
esser stato morso lo guarderà, resterà in vita».
E così avvenne. Gesù, nella conversazione con
Nicodemo, svela il senso più profondo di
quell’evento di salvezza, rapportandolo alla
propria morte e risurrezione: il Figlio dell’uomo
deve essere innalzato sul legno della Croce perché
chi crede in Lui abbia la vita. San Giovanni vede
proprio nel mistero della Croce il momento in cui si
rivela la gloria regale di Gesù, la gloria di un
amore che si dona interamente nella passione e
morte. Così la Croce, paradossalmente, da segno di
condanna, di morte, di fallimento, diventa segno di
redenzione, di vita, di vittoria, in cui, con
sguardo di fede, si possono scorgere i frutti della
salvezza.
Continuando
il dialogo con Nicodemo, Gesù approfondisce
ulteriormente il senso salvifico della Croce,
rivelando con sempre maggiore chiarezza che esso
consiste nell’immenso amore di Dio e nel dono del
Figlio unigenito: «Dio infatti ha tanto amato il
mondo da dare il Figlio unigenito». E’ questa una
delle parole centrali del Vangelo. Il soggetto è
Dio Padre, origine di tutto il mistero creatore e
redentore. I verbi "amare" e
"dare" indicano un atto decisivo e
definitivo che esprime la radicalità con cui Dio si
è avvicinato all’uomo nell’amore, fino al dono
totale, a varcare la soglia della nostra ultima
solitudine, calandosi nell’abisso del nostro
estremo abbandono, oltrepassando la porta della
morte. L’oggetto e il beneficiario dell’amore
divino è il mondo, cioè l’umanità. E’ una
parola che cancella completamente l’idea di un Dio
lontano ed estraneo al cammino dell’uomo, e svela,
piuttosto, il suo vero volto: Egli ci ha donato il
suo Figlio per amore, per essere il Dio vicino, per
farci sentire la sua presenza, per venirci incontro
e portarci nel suo amore, in modo che tutta la vita
sia animata da questo amore divino. Il Figlio
dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per
servire e donare la vita. Dio non spadroneggia, ma
ama senza misura. Non manifesta la sua onnipotenza
nel castigo, ma nella misericordia e nel perdono.
Capire tutto questo significa entrare nel mistero
della salvezza: Gesù è venuto per salvare e non
per condannare; con il Sacrificio della Croce egli
rivela il volto di amore di Dio. E proprio per la
fede nell’amore sovrabbondante donatoci in Cristo
Gesù, noi sappiamo che anche la più piccola forza
di amore è più grande della massima forza
distruttrice e può trasformare il mondo, e per
questa stessa fede noi possiamo avere una
"speranza affidabile", quella nella vita
eterna e nella risurrezione della carne.
Cari
fratelli e sorelle, con le parole della prima
lettura, tratta dal libro delle Lamentazioni,
chiediamo che i Cardinali, gli Arcivescovi e i
Vescovi, che oggi ricordiamo, generosi servitori del
Vangelo e della Chiesa, possano ora conoscere
pienamente quanto «buono è il Signore con chi
spera in lui, con l’anima che lo cerca» e
sperimentare che «presso il Signore è la
misericordia e grande presso di lui la redenzione»
(Sal 129). E noi, pellegrini in cammino verso
la Gerusalemme celeste, aspettiamo in silenzio, con
ferma speranza, la salvezza del Signore (cfr Lam
3,26), cercando di camminare sulle vie del bene,
sostenuti dalla grazia di Dio, ricordando sempre che
"non abbiamo quaggiù una città stabile, ma
andiamo in cerca di quella futura" (Eb
13,14). Amen.
|