MESSA
IN COENA DOMINI (5/04/2007)
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il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte,
Radio Vaticana, 6 aprile 2007
Nella
Messa in Cena Domini il Papa spiega la Pasqua di Gesu’
ricorrendo
agli scritti di Qumran
L’amore
di Gesù, che è insieme Figlio di Dio e vero uomo, può
salvare; è un amore, il suo, che lo porta a donarsi
liberamente per noi sulla Croce e la Messa in Cena Domini
non è altro che memoria della Croce e della Risurrezione
di Cristo. Così Benedetto XVI ieri pomeriggio durante la
celebrazione che a San Giovanni in Laterano ha aperto il
Triduo Pasquale e nel corso della quale ha ripetuto il
gesto della lavanda dei piedi. Il servizio di Tiziana Campisi:
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Nell’Ultima
Cena Gesù si è manifestato quale servo di Dio lavando i
piedi ai suoi discepoli, ha lasciato nell’Eucaristia il
memoriale della nuova alleanza, ci ha dato il comandamento
nuovo e ha pregato per l’unità dei credenti. Ricordano
questo i cristiani il Giovedì Santo, giorno in cui il
“mistero meraviglioso” del dono di Cristo, va meditato
ancora di più. Da qui l’invito di Benedetto XVI a
pregare Dio perché ci aiuti a comprenderlo “sempre più
profondamente”, “ad amarlo sempre di più e in esso
amare sempre di più Lui stesso”. Nella sua omelia, il
Papa, ha voluto spiegare meglio il significato del
sacrificio di Cristo chiarendo il senso della Pasqua
ebraica e la novità portata da Gesù. Se “al centro
della cena pasquale” degli ebrei “stava l’agnello
come simbolo della liberazione dalla schiavitù in
Egitto” e il ringraziamento a Dio per aver “preso in
mano la storia del suo popolo”, la cena di Gesù è
l’offerta del suo corpo e del suo sangue; “in luogo
dell’agnello” Cristo “ha donato se stesso”. E
citando una catechesi di San Giovanni Crisostomo il Santo
Padre ha precisato:
“L’agnello
poteva costituire solo un gesto simbolico e quindi
l’espressione dell’attesa e della speranza in Qualcuno
che sarebbe stato in grado di compiere ciò di cui il
sacrificio di un animale non era capace”.
In pratica, ha sottolineato Benedetto XVI, l’antica
“commemorazione dell’agire salvifico di Dio”, l’haggadah
pasquale, “è diventata memoria della croce e
risurrezione di Cristo”; la berakha,
la preghiera di benedizione e ringraziamento di Israele,
invece, “è diventata la nostra celebrazione
eucaristica, in cui il Signore benedice” “pane e vino
per donare in essi se
stesso”. “Nel momento in cui porgeva ai discepoli il
suo corpo e il suo sangue”, Gesù “ha offerto Egli
stesso la sua vita”, ha evidenziato il Santo Padre,
“solo così l’antica Pasqua otteneva il suo vero
senso”. Cristo “era l’agnello atteso, quello
vero”, ha proseguito Benedetto XVI, “come aveva
preannunciato Giovanni Battista all’inizio del ministero
pubblico di Gesù: ‘Ecco
l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del
mondo!’”:
“Ed
è Egli stesso il vero tempio, il tempio vivente, nel
quale abita Dio e nel quale noi possiamo incontrare Dio ed
adorarlo. Il suo sangue, l’amore di Colui che è insieme
Figlio di Dio e vero uomo, uno di noi, quel sangue può
salvare. Il suo amore, quell’amore in cui Egli si dona
liberamente per noi, è ciò che ci salva”.
“L’immolazione
dell’innocente ed immacolato agnello, ha trovato
risposta in Colui che per noi è diventato insieme Agnello
e Tempio”, ha aggiunto il Papa che ha poi definito la
Croce il cuore della Pasqua nuova di Gesù:
“Da
essa veniva il dono nuovo
portato da Lui. E così essa rimane sempre nella Santa
Eucaristia, nella quale possiamo celebrare con gli
Apostoli lungo il corso dei tempi la nuova Pasqua. Dalla
croce di Cristo viene il dono”.
Una
“cena dai molteplici significati”, quella celebrata da
Gesù “con i suoi la sera prima della Passione” ha
detto il Santo Padre che ha voluto anche suggerire una
“possibile soluzione convincente” all’“apparente
contraddizione” del racconto che di essa
ci hanno lasciato Giovanni e i Vangeli sinottici. Il primo
descrive che “Gesù morì sulla Croce, precisamente nel
momento in cui nel tempio, venivano
sacrificati gli agnelli pasquali” lasciando dedurre che
“Egli morì alla vigilia di Pasqua e quindi non potè
personalmente celebrare la cena pasquale”:
“Questo,
almeno, è ciò che appare. Secondo i tre Vangeli
sinottici, invece, l’Ultima Cena di Gesù fu una cena
pasquale, nella cui forma tradizionale Egli inserì la
novità del dono del suo corpo e del suo sangue”.
Ma tenendo in considerazione gli scritti di Qumran,
ha proseguito Benedetto XVI, i testi si conciliano:
“Egli
però ha celebrato la Pasqua con i suoi discepoli
probabilmente secondo il calendario di Qumran,
quindi almeno un giorno prima – l’ha celebrata senza
agnello, come la comunità di Qumran,
che non riconosceva il tempio di Erode ed era in
attesa del nuovo tempio. Gesù dunque ha celebrato la
Pasqua senza agnello - no, non senza agnello: in luogo
dell’agnello ha donato se stesso, il suo corpo e il suo
sangue”.
La
memoria della croce, ha detto poi il Papa, “non ricorda
semplicemente il passato”, “ci attira entro la
presenza dell’amore di Cristo”. E nel far memoria di
tale amore, ha concluso, bisogna pregare Dio perché ci
aiuti ad amarlo sempre più:
“Preghiamolo
di aiutarci a non trattenere la nostra vita per noi
stessi, ma a donarla a Lui e così ad operare insieme
con Lui, affinché gli uomini trovino la vita –
la vita vera che può venire solo da Colui che è Egli
stesso la Via, la Verità e la Vita”.
Dopo
l’omelia Benedetto XVI ha ripetuto il gesto compiuto da
Gesù durante l’Ultima Cena, la lavanda dei piedi, il
mandato richiesto da Cristo per essere al servizio dei
fratelli, mentre, come atto di carità, i fedeli sono
stati invitati a fare delle offerte per il Dispensario
medico di Baidoa, in Somalia.
Un gesto per rispondere all’invito che Gesù ci ha
rivolto nella Sua ultima ora: amatevi come io
vi ho amati.
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OMELIA
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
Basilica di San
Giovanni in Laterano
Giovedì Santo, 5 aprile 2007
Cari
fratelli e sorelle,
nella
lettura dal Libro dell’Esodo, che abbiamo appena
ascoltato, viene descritta la celebrazione della Pasqua di
Israele così come nella Legge mosaica aveva trovato la
sua forma vincolante. All’origine può esserci stata una
festa di primavera dei nomadi. Per Israele, tuttavia, ciò
si era trasformato in una festa di commemorazione, di
ringraziamento e, allo stesso tempo, di speranza. Al
centro della cena pasquale, ordinata secondo determinate
regole liturgiche, stava l’agnello come simbolo della
liberazione dalla schiavitù in Egitto. Per questo l’haggadah
pasquale era parte integrante del pasto a base di agnello:
il ricordo narrativo del fatto che era stato Dio stesso a
liberare Israele “a mano alzata”. Egli, il Dio
misterioso e nascosto, si era rivelato più forte del
faraone con tutto il potere che aveva a sua disposizione.
Israele non doveva dimenticare che Dio aveva personalmente
preso in mano la storia del suo popolo e che questa storia
era continuamente basata sulla comunione con Dio. Israele
non doveva dimenticarsi di Dio.
La parola
della commemorazione era circondata da parole di lode e di
ringraziamento tratte dai Salmi. Il ringraziare e benedire
Dio raggiungeva il suo culmine nella berakha, che
in greco è detta eulogia o eucaristia:
il benedire Dio diventa benedizione per coloro che
benedicono. L’offerta donata a Dio ritorna benedetta
all’uomo. Tutto ciò ergeva un ponte dal passato al
presente e verso il futuro: ancora non era compiuta la
liberazione di Israele. Ancora la nazione soffriva come
piccolo popolo nel campo delle tensioni tra le grandi
potenze. Il ricordarsi con gratitudine dell’agire di Dio
nel passato diventava così al contempo supplica e
speranza: Porta a compimento ciò che hai cominciato!
Donaci la libertà definitiva!
Questa
cena dai molteplici significati Gesù celebrò con i suoi
la sera prima della sua Passione. In base a questo
contesto dobbiamo comprendere la nuova Pasqua, che Egli ci
ha donato nella Santa Eucaristia. Nei racconti degli
evangelisti esiste un’apparente contraddizione tra il
Vangelo di Giovanni, da una parte, e ciò che,
dall’altra, ci comunicano Matteo, Marco e Luca. Secondo
Giovanni, Gesù morì sulla croce precisamente nel momento
in cui, nel tempio, venivano immolati gli agnelli
pasquali. La sua morte e il sacrificio degli agnelli
coincisero. Ciò significa, però, che Egli morì alla
vigilia della Pasqua e quindi non poté personalmente
celebrare la cena pasquale – questo, almeno, è ciò che
appare. Secondo i tre Vangeli sinottici, invece,
l’Ultima Cena di Gesù fu una cena pasquale, nella cui
forma tradizionale Egli inserì la novità del dono del
suo corpo e del suo sangue. Questa contraddizione fino a
qualche anno fa sembrava insolubile. La maggioranza degli
esegeti era dell’avviso che Giovanni non aveva voluto
comunicarci la vera data storica della morte di Gesù, ma
aveva scelto una data simbolica per rendere così evidente
la verità più profonda: Gesù è il nuovo e vero agnello
che ha sparso il suo sangue per tutti noi.
La
scoperta degli scritti di Qumran ci ha nel frattempo
condotto ad una possibile soluzione convincente che, pur
non essendo ancora accettata da tutti, possiede tuttavia
un alto grado di probabilità. Siamo ora in grado di dire
che quanto Giovanni ha riferito è storicamente preciso.
Gesù ha realmente sparso il suo sangue alla vigilia della
Pasqua nell’ora dell’immolazione degli agnelli. Egli
però ha celebrato la Pasqua con i suoi discepoli
probabilmente secondo il calendario di Qumran, quindi
almeno un giorno prima – l’ha celebrata senza agnello,
come la comunità di Qumran, che non riconosceva il tempio
di Erode ed era in attesa del nuovo tempio. Gesù dunque
ha celebrato la Pasqua senza agnello – no, non senza
agnello: in luogo dell’agnello ha donato se stesso, il
suo corpo e il suo sangue. Così ha anticipato la sua
morte in modo coerente con la sua parola: “Nessuno mi
toglie la vita, ma la offro da me stesso” (Gv
10,18). Nel momento in cui porgeva ai discepoli il suo
corpo e il suo sangue, Egli dava reale compimento a questa
affermazione. Ha offerto Egli stesso la sua vita. Solo così
l’antica Pasqua otteneva il suo vero senso.
San
Giovanni Crisostomo, nelle sue catechesi eucaristiche ha
scritto una volta: Che cosa stai dicendo, Mosè? Il sangue
di un agnello purifica gli uomini? Li salva dalla morte?
Come può il sangue di un animale purificare gli uomini,
salvare gli uomini, avere potere contro la morte? Di fatto
– continua il Crisostomo – l’agnello poteva
costituire solo un gesto simbolico e quindi
l’espressione dell’attesa e della speranza in Qualcuno
che sarebbe stato in grado di compiere ciò di cui il
sacrificio di un animale non era capace. Gesù celebrò la
Pasqua senza agnello e senza tempio e, tuttavia, non senza
agnello e senza tempio. Egli stesso era l’Agnello
atteso, quello vero, come aveva preannunciato Giovanni
Battista all’inizio del ministero pubblico di Gesù:
“Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il
peccato del mondo!” (Gv 1,29). Ed è Egli stesso
il vero tempio, il tempio vivente, nel quale abita Dio e
nel quale noi possiamo incontrare Dio ed adorarlo. Il suo
sangue, l’amore di Colui che è insieme Figlio di Dio e
vero uomo, uno di noi, quel sangue può salvare. Il suo
amore, quell’amore in cui Egli si dona liberamente per
noi, è ciò che ci salva. Il gesto nostalgico, in qualche
modo privo di efficacia, che era l’immolazione
dell’innocente ed immacolato agnello, ha trovato
risposta in Colui che per noi è diventato insieme Agnello
e Tempio.
Così al
centro della Pasqua nuova di Gesù stava la Croce. Da essa
veniva il dono nuovo portato da Lui. E così essa rimane
sempre nella Santa Eucaristia, nella quale possiamo
celebrare con gli Apostoli lungo il corso dei tempi la
nuova Pasqua. Dalla croce di Cristo viene il dono.
“Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso”.
Ora Egli la offre a noi. L’haggadah pasquale, la
commemorazione dell’agire salvifico di Dio, è diventata
memoria della croce e risurrezione di Cristo – una
memoria che non ricorda semplicemente il passato, ma ci
attira entro la presenza dell’amore di Cristo. E così
la berakha, la preghiera di benedizione e
ringraziamento di Israele, è diventata la nostra
celebrazione eucaristica, in cui il Signore benedice i
nostri doni – pane e vino – per donare in essi se
stesso. Preghiamo il Signore di aiutarci a comprendere
sempre più profondamente questo mistero meraviglioso, ad
amarlo sempre di più e in esso amare sempre di più Lui
stesso. Preghiamolo di attirarci con la santa comunione
sempre di più in se stesso. Preghiamolo di aiutarci a non
trattenere la nostra vita per noi stessi, ma a donarla a
Lui e così ad operare insieme con Lui, affinché gli
uomini trovino la vita – la vita vera che può venire
solo da Colui che è Egli stesso la Via, la Verità e la
Vita. Amen.
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