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MESSA
ALLA COMMISSIONE BIBLICA (15 APRILE 2010) |
Radio
Vaticana, 15.04.2010
Benedetto
XVI alla Messa per la Commissione biblica: l’obbedienza
a Dio rende l’uomo davvero libero, anche di opporsi alla
dittatura del conformismo
◊ Il
primato dell’obbedienza a Dio ed il vero significato
della penitenza e del perdono, nella vita dei cristiani:
ne ha parlato stamane Benedetto XVI nell’omelia della
Messa celebrata, nella Cappella Paolina in Vaticano, con i
membri della Pontificia Commissione Biblica. Il servizio
di Roberta Gisotti 
“L’obbedienza a Dio ha il primato”, ha ricordato
il Papa, richiamando le parole di San Pietro davanti al
Sinedrio: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli
uomini”. “L’obbedienza a Dio” dà dunque a Pietro
la libertà di opporsi alla suprema istituzione religiosa.
Parimenti, Socrate davanti al Tribunale di Atene, che gli
offre la libertà a patto di non ricercare più Dio, non
deve obbedire a questi giudici, comprare la sua vita
perdendo se stesso, ma deve obbedire a Dio. Obbedienza a
Dio “che dà libertà”. Al contrario nei tempi moderni
– ha osservato Benedetto XVI – si è teorizzata la
liberazione dell’uomo, anche dall’obbedienza a Dio:
l’uomo sarebbe libero, autonomo, e nient’altro.
“Ma questa autonomia è una menzogna, una menzogna
ontologica, perché l’uomo non esiste da se stesso e per
se stesso; è una menzogna politica e pratica, perché la
collaborazione e la condivisione delle libertà è
necessaria e se Dio non esiste, se Dio non è un’istanza
accessibile all’uomo, rimane come suprema istanza solo
il consenso della maggioranza. Poi il consenso della
maggioranza diventa l’ultima parola alla quale dobbiamo
obbedire e questo consenso – lo sappiamo dalla storia
del secolo scorso – può essere anche un consenso nel
male. Cosi vediamo che la cosiddetta autonomia non libera
l’uomo”.
“Le dittature sono state sempre contro questa
obbedienza a Dio”, ha sottolineato il Papa.
“La dittatura nazista, come quella marxista, non
possono accettare un Dio sopra il potere ideologico, e la
libertà dei martiri, che riconoscono Dio… è sempre
l’atto della liberazione, nel quale arriva la libertà
di Cristo a noi”.
Oggi, grazie a Dio, - ha proseguito Benedetto XVI - non
viviamo in dittature, ma esistono forme sottili di
dittature.
“Un conformismo, per cui diventa obbligatorio
pensare come pensano tutti, agire come agiscono tutti, e
la sottile aggressione contro la Chiesa, o anche meno
sottile, dimostrano come questo conformismo può realmente
essere una vera dittatura”.
Per i cristiani – ha aggiunto Benedetto XVI -
obbedire più a Dio che agli uomini, suppone però
conoscere veramente Dio e voler veramente obbedire, e che
Dio non sia pretesto per la propria volontà, ma che sia
realmente Dio che invita, in caso necessario, anche al
martirio.
“Noi oggi abbiamo spesso un po’ paura di parlare
della vita eterna. Parliamo delle cose che sono utili per
il mondo, mostriamo che il cristianesimo aiuta anche a
migliorare il mondo, ma che la sua meta sia la vita eterna
e che dalla meta vengano poi i criteri della vita, non
osiamo dirlo”.
Allora – ha sollecitato il Papa – dobbiamo invece
avere il coraggio, la gioia, la grande speranza che la
vita eterna c’è, che è la vera vita e che da questa
vera vita viene la luce che illumina anche questo mondo.
In tale prospettiva “la penitenza è una grazia”,
grazia che noi riconosciamo il nostro peccato, che
riconosciamo di aver bisogno di rinnovamento, di
cambiamento, di una trasformazione del nostro essere.
“Devo dire che noi cristiani, anche negli ultimi
tempi, abbiamo spesso evitato la parola penitenza, che ci
aparriva troppo dura. Adesso sotto gli attacchi del mondo
che ci parlano dei nostri peccati, vediamo che poter far
penitenza è grazia e vediamo come sia necessario fare
penitenza, riconoscere cioè ciò che è sbagliato nella
nostra vita. Aprirsi al perdono, prepararsi al perdono,
lasciarsi trasformare. Il dolore della penitenza, cioè
della purificazione e della trasformazione, questo dolore
è grazia, perché è rinnovamento, è opera della
Misericordia divina”.
Preghiamo, ha concluso Benedetto XVI, che il nostro
nome entri nel nome di Dio e la nostra vita diventi vera
vita, vita eterna, amore e verità.
CONCELEBRAZIONE
EUCARISTICA CON I MEMBRI DELLA
PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Cappella Paolina
del Palazzo Apostolico Vaticano
Giovedì, 15 aprile 2010
Cari
fratelli e sorelle,
non ho
trovato il tempo di preparare una vera omelia. Vorrei
soltanto invitare ciascuno alla personale meditazione
proponendo e sottolineando alcune frasi della Liturgia
odierna, che si offrono al dialogo orante tra noi e la
Parola di Dio. La parola, la frase che vorrei proporre alla
comune meditazione è questa grande affermazione di san
Pietro: “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini”
(At 5,29). San Pietro sta davanti alla suprema
istituzione religiosa, alla quale normalmente si dovrebbe
obbedire, ma Dio sta al di sopra di questa istituzione e Dio
gli ha dato un altro “ordinamento”: deve obbedire a Dio.
L'obbedienza a Dio è la libertà, l'obbedienza a Dio gli dà
la libertà di opporsi all'istituzione.
E qui gli
esegeti attirano la nostra attenzione sul fatto che la
risposta di san Pietro al Sinedrio è quasi fino ad
verbum identica alla risposta di Socrate al giudizio nel
tribunale di Atene. Il tribunale gli offre la libertà, la
liberazione, a condizione però che non continui a ricercare
Dio. Ma cercare Dio, la ricerca di Dio è per lui un mandato
superiore, viene da Dio stesso. E una libertà
comprata con la rinuncia al cammino verso Dio non sarebbe più
libertà. Quindi deve obbedire non a questi giudici - non
deve comprare la sua vita perdendo se stesso - ma deve
obbedire a Dio. L'obbedienza a Dio ha il primato.
Qui è
importante sottolineare che si tratta di obbedienza e che è
proprio l'obbedienza che dà libertà. Il tempo moderno ha
parlato della liberazione dell'uomo, della sua piena
autonomia, quindi anche della liberazione dall'obbedienza a
Dio. L'obbedienza non dovrebbe più esserci, l'uomo è
libero, è autonomo: nient'altro. Ma questa autonomia
è una menzogna: è una menzogna ontologica, perché l'uomo
non esiste da se stesso e per se stesso, ed è anche una
menzogna politica e pratica, perché la
collaborazione, la condivisione della libertà è
necessaria. E se Dio non esiste, se Dio non è un'istanza
accessibile all'uomo, rimane come suprema istanza solo il
consenso della maggioranza. Di conseguenza, il consenso
della maggioranza diventa l'ultima parola alla quale
dobbiamo obbedire. E questo consenso — lo sappiamo dalla
storia del secolo scorso — può essere anche un
“consenso nel male”.
Così
vediamo che la cosiddetta autonomia non libera veramente
l'uomo. L'obbedienza verso Dio è la libertà, perché è la
verità, è l'istanza che si pone di fronte a tutte le
istanze umane. Nella storia dell'umanità queste parole di
Pietro e di Socrate sono il vero faro della liberazione
dell'uomo, che sa vedere Dio e, in nome di Dio, può è deve
obbedire non tanto agli uomini, ma a Lui e liberarsi, così,
dal positivismo dell'obbedienza umana. Le dittature sono
state sempre contro questa obbedienza a Dio. La dittatura
nazista, come quella marxista, non possono accettare un Dio
che sia al di sopra del potere ideologico; e la libertà dei
martiri, che riconoscono Dio, proprio nell’obbedienza al
potere divino, è sempre l'atto di liberazione nel quale
giunge a noi la libertà di Cristo.
Oggi,
grazie a Dio, non viviamo sotto dittature, ma esistono forme
sottili di dittatura: un conformismo che diventa
obbligatorio, pensare come pensano tutti, agire come
agiscono tutti, e le sottili aggressioni contro la Chiesa, o
anche quelle meno sottili, dimostrano come questo
conformismo possa realmente essere una vera dittatura. Per
noi vale questo: si deve obbedire più a Dio che agli
uomini. Ma ciò suppone che conosciamo veramente Dio e che
vogliamo veramente obbedire a Lui. Dio non è un pretesto
per la propria volontà, ma è realmente Lui che ci chiama e
ci invita, se fosse necessario, anche al martirio. Perciò,
confrontati con questa parola che inizia una nuova storia di
libertà nel mondo, preghiamo soprattutto di conoscere Dio,
di conoscere umilmente e veramente Dio e, conoscendo Dio, di
imparare la vera obbedienza che è il fondamento della
libertà umana.
Scegliamo
una seconda parola dalla Prima Lettura: san Pietro dice che
Dio ha innalzato Cristo alla sua destra come capo e
salvatore (cfr v. 31). Capo è traduzione del termine
greco archegos, che implica una visione molto più
dinamica: archegos è colui che mostra la strada, che
precede, è un movimento, un movimento verso l'alto. Dio lo
ha innalzato alla sua destra - quindi parlare di Cristo come
archegos vuol dire che Cristo cammina avanti a noi,
ci precede, ci mostra la strada. Ed essere in comunione con
Cristo è essere in un cammino, salire con Cristo, è
sequela di Cristo, è questa salita in alto, è seguire l'archegos,
colui che è già passato, che ci precede e ci mostra la
strada.
Qui,
evidentemente, è importante che ci venga detto dove arriva
Cristo e dove dobbiamo arrivare anche noi: hypsosen -
in alto - salire alla destra del Padre. Sequela di Cristo
non è soltanto imitazione delle sue virtù, non è solo
vivere in questo mondo, per quanto ci è possibile, simili a
Cristo, secondo la sua parola, ma è un cammino che ha una
meta. E la meta è la destra del Padre. C'è questo cammino
di Gesù, questa sequela di Gesù che termina alla destra
del Padre. All'orizzonte di tale sequela appartiene tutto il
cammino di Gesù, anche l'arrivare alla destra del Padre.
In questo
senso la meta di questo cammino è la vita eterna alla
destra del Padre in comunione con Cristo. Noi oggi abbiamo
spesso un po' paura di parlare della vita eterna. Parliamo
delle cose che sono utili per il mondo, mostriamo che il
Cristianesimo aiuta anche a migliorare il mondo, ma non
osiamo dire che la sua meta è la vita eterna e che da tale
meta vengono poi i criteri della vita. Dobbiamo capire di
nuovo che il Cristianesimo rimane un “frammento” se non
pensiamo a questa meta, che vogliamo seguire l'archegos
all'altezza di Dio, alla gloria del Figlio che ci fa
figli nel Figlio e dobbiamo di nuovo riconoscere che solo
nella grande prospettiva della vita eterna il Cristianesimo
rivela tutto il senso. Dobbiamo avere il coraggio, la gioia,
la grande speranza che la vita eterna c'è, è la vera vita
e da questa vera vita viene la luce che illumina anche
questo mondo.
Se si può
dire che, anche prescindendo dalla vita eterna, dal Cielo
promesso, è meglio vivere secondo i criteri cristiani,
perché vivere secondo la verità e l'amore, anche se sotto
tante persecuzioni, è in sé stesso bene ed è meglio di
tutto il resto, è proprio questa volontà di vivere secondo
la verità e secondo l'amore che deve anche aprire a tutta
la larghezza del progetto di Dio con noi, al coraggio di
avere già la gioia nell'attesa della vita eterna, della
salita seguendo il nostro archegos. E Soter è
il Salvatore, che ci salva dall'ignoranza, cerca le cose
ultime. Il Salvatore ci salva dalla solitudine, ci salva da
un vuoto che rimane nella vita senza l'eternità, ci salva
dandoci l'amore nella sua pienezza. Egli è la guida.
Cristo, l'archegos, ci salva dandoci la luce, dandoci
la verità, dandoci l'amore di Dio.
Poi
soffermiamoci ancora su un versetto: Cristo, il Salvatore,
ha dato a Israele conversione e perdono dei peccati (v. 31)
- nel testo greco il termine è metanoia - ha dato
penitenza e perdono dei peccati. Questa per me è
un'osservazione molto importante: la penitenza è una
grazia. C'è una tendenza in esegesi che dice: Gesù in
Galilea avrebbe annunciato una grazia senza
condizione, assolutamente incondizionata, quindi anche senza
penitenza, grazia come tale, senza precondizioni umane. Ma
questa è una falsa interpretazione della grazia. La
penitenza è grazia; è una grazia che noi riconosciamo il
nostro peccato, è una grazia che conosciamo di aver bisogno
di rinnovamento, di cambiamento, di una trasformazione del
nostro essere. Penitenza, poter fare penitenza, è il dono
della grazia. E devo dire che noi cristiani, anche negli
ultimi tempi, abbiamo spesso evitato la parola penitenza, ci
appariva troppo dura. Adesso, sotto gli attacchi del mondo
che ci parlano dei nostri peccati, vediamo che poter fare
penitenza è grazia. E vediamo che è necessario far
penitenza, cioè riconoscere quanto è sbagliato nella
nostra vita, aprirsi al perdono, prepararsi al perdono,
lasciarsi trasformare. Il dolore della penitenza, cioè
della purificazione, della trasformazione, questo dolore è
grazia, perché è rinnovamento, è opera della misericordia
divina. E così queste due cose che dice san Pietro —
penitenza e perdono — corrispondono all'inizio della
predicazione di Gesù: metanoeite, cioè convertitevi
(cfr Mc 1,15). Quindi questo è il punto
fondamentale: la metanoia non è una cosa privata,
che parrebbe sostituita dalla grazia, ma la metanoia è
l'arrivo della grazia che ci trasforma.
E infine
una parola del Vangelo, dove ci viene detto che chi crede
avrà la vita eterna (cfr Gv 3,36). Nella fede, in
questo “trasformarsi” che la penitenza dona, in questa
conversione, in questa nuova strada del vivere, arriviamo
alla vita, alla vera vita. E qui mi vengono in mente due
altri testi. Nella “Preghiera sacerdotale” il Signore
dice: questa è la vita, conoscere te e il tuo consacrato
(cfr Gv 17,3). Conoscere l'essenziale, conoscere la
Persona decisiva, conoscere Dio e il suo Inviato è vita,
vita e conoscenza, conoscenza di realtà che sono la vita. E
l'altro testo è la risposta del Signore ai Sadducei circa
la Risurrezione, dove, dai libri di Mosè, il Signore prova
il fatto della Risurrezione dicendo: Dio è il Dio di
Abramo, di Isacco, di Giacobbe (cfr Mt 22,31-32; Mc
12,26-27; Lc 20,37-38). Dio non è Dio dei morti. Se
Dio è Dio di questi, sono vivi. Chi è scritto nel nome di
Dio partecipa alla vita di Dio, vive. E così credere è
essere iscritti nel nome di Dio. E così siamo vivi. Chi
appartiene al nome di Dio non è un morto, appartiene al Dio
vivente. In questo senso dovremmo capire il dinamismo della
fede, che è un iscrivere il nostro nome nel nome di Dio e
così un entrare nella vita.
Preghiamo
il Signore perché questo succeda e realmente, con la nostra
vita, conosciamo Dio, perché il nostro nome entri nel nome
di Dio e la nostra esistenza diventi vera vita: vita
eterna, amore e verità.
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