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SANTA
MESSA DEL CRISMA (13/04/2006) |
Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio Vaticana,
13 aprile 2006
DALL’AMICIZIA
SPIRITUALE CON CRISTO SCATURISCE IL MINISTERO DEL
SACERDOTE, UOMO CHE FA DIPENDERE IL SUO AGIRE DALLA
PREGHIERA: COSI’ IL PAPA ALL’OMELIA DELLA MESSA
CRISMALE IN SAN PIETRO
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E’
stata celebrata solennemente questa mattina, nella
Basilica di San Pietro, la Messa Crismale presieduta
da Benedetto XVI. La liturgia ha preceduto
l’inizio dei riti del Triduo pasquale, il primo
dei quali sarà la Messa in
coena Domini che il Papa celebrerà questo
pomeriggio, alle 17.30, in San Giovanni in Laterano.
Con il Pontefice, hanno celebrato stamani i
cardinali, i vescovi e il clero presente a Roma, ai
quali Benedetto XVI ha parlato del significato del
sacerdozio. |
Tra
i primi impegni della vocazione, ha affermato, vi è
quello di essere un uomo di profonda preghiera. La cronaca
nel servizio di Alessandro De Carolis.
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(canto)
“Non
vi chiamo più servi, ma amici”. Potrebbe essere questa
la frase di Gesù in cui ravvisare l’istituzione del
sacerdozio. Benedetto XVI affida la sua intuizione ai suoi
collaboratori, ai presuli presenti in una Basilica gremita
di fedeli sin dalle prime ore del Giovedì Santo, a tutti
i sacerdoti con i quali, in tempi e circostanze diverse,
ha risposto con un “sì” al “seguimi” di Cristo.
Amici ai quali, afferma il Papa nelle prime battute
dell’omelia, Cristo ha imposto le proprie mani e poi le
ha come prestate, ungendole con l’olio “segno dello
Spirito Santo e della sua forza”:
“Il
Signore ci ha imposto le mani e vuole ora le nostre mani
affinché, nel mondo, diventino le sue. Vuole che non
siano più strumenti per prendere le cose, gli uomini, il
mondo per noi, per ridurlo in nostro possesso, ma che
invece trasmettano il suo tocco divino, ponendosi a
servizio del suo amore”.
Alla benedizione degli olii sacri
- il crisma, l'olio dei catecumeni e quello degli infermi,
quest’anno provenienti dalla Spagna, mentre il profumo
per il crisma è stato confezionato a Calangianus, in
Sardegna - il Pontefice ha provveduto subito dopo
l’omelia e il rinnovo delle promesse sacerdotali.
L’unzione del sacerdote, come in passato avveniva per un
re, ha affermato Benedetto XVI, “è segno
dell’assunzione in servizio” dove il prescelto “si
mette a disposizione di uno più grande di lui”. Ma
Cristo, ha detto il Papa ai sacerdoti, fa di più: “Ci
rende suoi amici, ci affida tutto, ci affida se stesso”:
“Non
vi chiamo più servi ma amici. È questo il significato
profondo dell'essere sacerdote: diventare amico di Gesù
Cristo. Per questa amicizia dobbiamo impegnarci ogni
giorno di nuovo. Amicizia significa comunanza nel pensare
e nel volere. (…) E questa comunione di pensiero non è
una cosa solamente intellettuale, ma è comunanza dei
sentimenti e del volere e quindi anche dell'agire”.
Ma agire in che modo? Il Papa ha tratteggiato con
estrema chiarezza il profilo ideale di un sacerdote. In
quanto suo “amico”, ha sottolineato, il sacerdote deve
ascoltare Cristo in modo approfondito, nella lectio
divina o “leggendo la Sacra Scrittura – ha
aggiunto – in un modo non accademico, ma spirituale”.
Un uomo di preghiera, dunque, dalla quale far dipendere
l’azione in modo diverso rispetto al dinamismo
dell’uomo contemporaneo :
“Il
semplice attivismo può essere persino eroico. Ma l'agire
esterno, in fin dei conti, resta senza frutto e perde
efficacia, se non nasce dalla profonda intima comunione
con Cristo. (…) Il mondo nel suo attivismo frenetico
perde spesso l'orientamento. Il suo agire e le sue capacità
diventano distruttive, se vengono meno le forze della
preghiera, dalle quali scaturiscono le acque della vita
capaci di fecondare la terra arida”.
Benedetto XVI ha concluso l’omelia ribadendo che
“il mondo ha bisogno di Dio, non di un qualsiasi dio, ma
del Dio di Gesù Cristo”, per il quale ogni sacerdote
deve spendersi. Così come fece un uomo di Dio che per
questa sua missione ha perso di recente la vita:
“Vorrei
concludere questa omelia con una parola di Andrea Santoro,
di quel sacerdote della Diocesi di Roma che è stato
assassinato a Trebisonda mentre pregava (…) La parola
dice: "Sono qui per abitare in mezzo a questa gente e
permettere a Gesù di farlo prestandogli la mia carne…
Si diventa capaci di salvezza solo offrendo la propria
carne (…)". Gesù ha assunto la nostra carne.
Diamogli noi la nostra, in questo modo Egli può venire
nel mondo e trasformarlo”.
(musica)
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OMELIA
DEL SANTO PADRE
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FONTE: VATICAN INFORMATION SERVICE -
Cari
fratelli nell'episcopato e nel sacerdozio,
cari
fratelli e sorelle,
Il Giovedì
Santo è il giorno in cui il Signore diede ai Dodici il
compito sacerdotale di celebrare, nel pane e nel vino, il
Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue fino al suo
ritorno. Al posto dell'agnello pasquale e di tutti i
sacrifici dell'Antica Alleanza subentra il dono del suo
Corpo e del suo Sangue, il dono di se stesso. Così il
nuovo culto si fonda nel fatto che, prima di tutto, Dio fa
un dono a noi, e noi, colmati da questo dono, diventiamo
suoi: la creazione torna al Creatore. Così anche il
sacerdozio è diventato una cosa nuova: non è più
questione di discendenza, ma è un trovarsi nel mistero di
Gesù Cristo. Egli è sempre Colui che dona e ci attira in
alto verso di sé. Soltanto Lui può dire: "Questo è
il mio Corpo – questo è il mio Sangue". Il mistero
del sacerdozio della Chiesa sta nel fatto che noi, miseri
esseri umani, in virtù del Sacramento possiamo parlare
con il suo Io: in persona Christi. Egli vuole
esercitare il suo sacerdozio per nostro tramite.
Questo mistero commovente, che in ogni celebrazione del
Sacramento ci tocca di nuovo, noi lo ricordiamo in modo
particolare nel Giovedì Santo. Perché il quotidiano non
sciupi ciò che è grande e misterioso, abbiamo bisogno di
un simile ricordo specifico, abbiamo bisogno del ritorno a
quell'ora in cui Egli ha posto le sue mani su di noi e ci
ha fatti partecipi di questo mistero.
Riflettiamo
perciò nuovamente sui segni nei quali il Sacramento ci è
stato donato. Al centro c'è il gesto antichissimo
dell'imposizione delle mani, col quale Egli ha preso
possesso di me dicendomi: "Tu mi appartieni". Ma
con ciò ha anche detto: "Tu stai sotto la protezione
delle mie mani. Tu stai sotto la protezione del mio cuore.
Tu sei custodito nel cavo delle mie mani e proprio così
ti trovi nella vastità del mio amore. Rimani nello spazio
delle mie mani e dammi le tue".
Ricordiamo
poi che le nostre mani sono state unte con l'olio che è
il segno dello Spirito Santo e della sua forza. Perché
proprio le mani? La mano dell'uomo è lo strumento del suo
agire, è il simbolo della sua capacità di affrontare il
mondo, appunto di "prenderlo in mano". Il
Signore ci ha imposto le mani e vuole ora le nostre mani
affinché, nel mondo, diventino le sue. Vuole che non
siano più strumenti per prendere le cose, gli uomini, il
mondo per noi, per ridurlo in nostro possesso, ma che
invece trasmettano il suo tocco divino, ponendosi a
servizio del suo amore. Vuole che siano strumenti del
servire e quindi espressione della missione dell'intera
persona che si fa garante di Lui e lo porta agli uomini.
Se le mani dell'uomo rappresentano simbolicamente le sue
facoltà e, generalmente, la tecnica come potere di
disporre del mondo, allora le mani unte devono essere un
segno della sua capacità di donare, della creatività nel
plasmare il mondo con l'amore – e per questo,
senz'altro, abbiamo bisogno dello Spirito Santo.
Nell'Antico Testamento l'unzione è segno dell'assunzione
in servizio: il re, il profeta, il sacerdote fa e dona più
di quello che deriva da lui stesso. In un certo qual modo
è espropriato di sé in funzione di un servizio, nel
quale si mette a disposizione di uno più grande di lui.
Se Gesù si presenta oggi nel Vangelo come l'Unto di Dio,
il Cristo, allora questo vuol proprio dire che Egli agisce
per missione del Padre e nell'unità con lo Spirito Santo
e che, in questo modo, dona al mondo una nuova regalità,
un nuovo sacerdozio, un nuovo modo d'essere profeta, che
non cerca se stesso, ma vive per Colui, in vista del quale
il mondo è stato creato. Mettiamo le nostre mani oggi
nuovamente a sua disposizione e preghiamolo di prenderci
sempre di nuovo per mano e di guidarci.
Nel gesto
sacramentale dell'imposizione delle mani da parte del
Vescovo è stato il Signore stesso ad imporci le mani.
Questo segno sacramentale riassume un intero percorso
esistenziale. Una volta, come i primi discepoli, abbiamo
incontrato il Signore e sentito la sua parola: "Seguimi!"
Forse inizialmente lo abbiamo seguito in modo un po'
malsicuro, volgendoci indietro e chiedendoci se la strada
fosse veramente la nostra. E in qualche punto del cammino
abbiamo forse fatto l'esperienza di Pietro dopo la pesca
miracolosa, siamo cioè rimasti spaventati per la sua
grandezza, la grandezza del compito e per l'insufficienza
della nostra povera persona, così da volerci tirare
indietro: "Signore, allontanati da me che sono un
peccatore!" (Lc 5, 8) Ma poi Egli, con grande
bontà, ci ha preso per mano, ci ha tratti a sé e ci ha
detto: "Non temere! Io sono con te. Non ti lascio, tu
non lasciare me!" E più di una volta ad ognuno di
noi è forse accaduta la stessa cosa che a Pietro quando,
camminando sulle acque incontro al Signore,
improvvisamente si è accorto che l'acqua non lo sosteneva
e che stava per affondare. E come Pietro abbiamo gridato:
"Signore, salvami!" (Mt, 14, 30). Vedendo
tutto l'infuriare degli elementi, come potevamo passare le
acque rumoreggianti e spumeggianti del secolo scorso e
dello scorso millennio? Ma allora abbiamo guardato verso
di Lui … ed Egli ci ha afferrati per la mano e ci ha
dato un nuovo "peso specifico": la leggerezza
che deriva dalla fede e che ci attrae verso l'alto. E poi
ci dà la mano che sostiene e porta. Egli ci sostiene.
Fissiamo sempre di nuovo il nostro sguardo su di Lui e
stendiamo le mani verso di Lui. Lasciamo che la sua mano
ci prenda, e allora non affonderemo, ma serviremo la vita
che è più forte della morte, e l'amore che è più forte
dell'odio. La fede in Gesù, Figlio del Dio vivente, è il
mezzo grazie al quale sempre di nuovo afferriamo la mano
di Gesù e mediante il quale Egli prende le nostre mani e
ci guida. Una mia preghiera preferita è la domanda che la
liturgia ci mette sulle labbra prima della Comunione:
"…non permettere che sia mai separato da te".
Chiediamo di non cadere mai fuori della comunione col suo
Corpo, con Cristo stesso, di non cadere mai fuori del
mistero eucaristico. Chiediamo che Egli non lasci mai la
nostra mano…
Il
Signore ha posto la sua mano su di noi. Il significato di
tale gesto lo ha espresso nelle parole: "Non vi
chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa
il padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò
che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi" (Gv
15, 15). Non vi chiamo più servi, ma amici: in queste
parole si potrebbe addirittura vedere l'istituzione del
sacerdozio. Il Signore ci rende suoi amici: ci affida
tutto; ci affida se stesso, così che possiamo parlare con
il suo Io – in persona Christi capitis. Che
fiducia! Egli si è davvero consegnato nelle nostre mani.
I segni essenziali dell'Ordinazione sacerdotale sono in
fondo tutti manifestazioni di quella parola: l'imposizione
delle mani; la consegna del libro – della sua parola che
Egli affida a noi; la consegna del calice col quale ci
trasmette il suo mistero più profondo e personale. Di
tutto ciò fa parte anche il potere di assolvere: Ci fa
partecipare anche alla sua consapevolezza riguardo alla
miseria del peccato e a tutta l'oscurità del mondo e ci dà
la chiave nelle mani per riaprire la porta verso la casa
del Padre. Non vi chiamo più servi ma amici. È questo il
significato profondo dell'essere sacerdote: diventare
amico di Gesù Cristo. Per questa amicizia dobbiamo
impegnarci ogni giorno di nuovo. Amicizia significa
comunanza nel pensare e nel volere. In questa comunione di
pensiero con Gesù dobbiamo esercitarci, ci dice san Paolo
nella Lettera ai Filippesi (cfr 2, 2-5). E questa
comunione di pensiero non è una cosa solamente
intellettuale, ma è comunanza dei sentimenti e del volere
e quindi anche dell'agire. Ciò significa che dobbiamo
conoscere Gesù in modo sempre più personale,
ascoltandolo, vivendo insieme con Lui, trattenendoci
presso di Lui. Ascoltarlo – nella lectio divina,
cioè leggendo la Sacra Scrittura in un modo non
accademico, ma spirituale; così impariamo ad incontrare
il Gesù presente che ci parla. Dobbiamo ragionare e
riflettere sulle sue parole e sul suo agire davanti a Lui
e con Lui. La lettura della Sacra Scrittura è preghiera,
deve essere preghiera – deve emergere dalla preghiera e
condurre alla preghiera. Gli evangelisti ci dicono che il
Signore ripetutamente – per notti intere – si ritirava
"sul monte" per pregare da solo. Di questo
"monte" abbiamo bisogno anche noi: è l'altura
interiore che dobbiamo scalare, il monte della preghiera.
Solo così si sviluppa l'amicizia. Solo così possiamo
svolgere il nostro servizio sacerdotale, solo così
possiamo portare Cristo e il suo Vangelo agli uomini. Il
semplice attivismo può essere persino eroico. Ma l'agire
esterno, in fin dei conti, resta senza frutto e perde
efficacia, se non nasce dalla profonda intima comunione
con Cristo. Il tempo che impegniamo per questo è davvero
tempo di attività pastorale, di un'attività
autenticamente pastorale. Il sacerdote deve essere
soprattutto un uomo di preghiera. Il mondo nel suo
attivismo frenetico perde spesso l'orientamento. Il suo
agire e le sue capacità diventano distruttive, se vengono
meno le forze della preghiera, dalle quali scaturiscono le
acque della vita capaci di fecondare la terra arida.
Non vi
chiamo più servi, ma amici. Il nucleo del sacerdozio è
l'essere amici di Gesù Cristo. Solo così possiamo
parlare veramente in persona Christi, anche se la
nostra interiore lontananza da Cristo non può
compromettere la validità del Sacramento. Essere amico di
Gesù, essere sacerdote significa essere uomo di
preghiera. Così lo riconosciamo e usciamo dall'ignoranza
dei semplici servi. Così impariamo a vivere, a soffrire e
ad agire con Lui e per Lui. L'amicizia con Gesù è per
antonomasia sempre amicizia con i suoi. Possiamo essere
amici di Gesù soltanto nella comunione con il Cristo
intero, con il capo e il corpo; nella vite rigogliosa
della Chiesa animata dal suo Signore. Solo in essa la
Sacra Scrittura è, grazie al Signore, Parola viva ed
attuale. Senza il vivente soggetto della Chiesa che
abbraccia le età, la Bibbia si frantuma in scritti spesso
eterogenei e diventa così un libro del passato. Essa è
eloquente nel presente soltanto là dove c'è la
"Presenza" – là dove Cristo resta in
permanenza contemporaneo a noi: nel corpo della sua
Chiesa.
Essere
sacerdote significa diventare amico di Gesù Cristo, e
questo sempre di più con tutta la nostra esistenza. Il
mondo ha bisogno di Dio – non di un qualsiasi dio, ma
del Dio di Gesù Cristo, del Dio che si è fatto carne e
sangue, che ci ha amati fino a morire per noi, che è
risorto e ha creato in se stesso uno spazio per l'uomo.
Questo Dio deve vivere in noi e noi in Lui. È questa la
nostra chiamata sacerdotale: solo così il nostro agire da
sacerdoti può portare frutti. Vorrei concludere questa
omelia con una parola di Andrea Santoro, di quel sacerdote
della Diocesi di Roma che è stato assassinato a
Trebisonda mentre pregava; il Cardinale Cè l'ha
comunicata a noi durante gli Esercizi spirituali. La
parola dice: "Sono qui per abitare in mezzo a questa
gente e permettere a Gesù di farlo prestandogli la mia
carne… Si diventa capaci di salvezza solo offrendo la
propria carne. Il male del mondo va portato e il dolore va
condiviso, assorbendolo nella propria carne fino in fondo
come ha fatto Gesù". Gesù ha assunto la nostra
carne. Diamogli noi la nostra, in questo modo Egli può
venire nel mondo e trasformarlo. Amen!
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