|
Radio
Vaticana, 1.04.2010
Il
Papa alla Messa crismale: essere cristiani vuol dire non
accettare leggi ingiuste come l'aborto, portare la pace,
restare lieti nella prova
Essere
cristiani significa, come Cristo, essere “unti” con
l’olio dello Spirito Santo, che dona sia la forza di
opporsi a leggi false o ingiuste, come quella che consente
l’aborto, sia la gioia di mantenersi fedeli a Dio anche
nella sofferenza, senza rispondere con la vendetta agli
insulti ricevuti. Sono alcuni degli esempi che hanno
caratterizzato l’omelia di Benedetto XVI alla Messa
crismale del Giovedì Santo. Il Papa l’ha presieduta
questa mattina nella Basilica di San Pietro benedicendo i
tre oli sacri dei catecumeni, dell’unzione degli Infermi
e del crisma. La cronaca della celebrazione nel servizio
di Alessandro De Carolis:
Bellezza, vigore, capacità di lotta e di
sopportazione. Capacità di rimanere lieti anche nella
sofferenza. Tante qualità e un solo elemento, un frutto
della natura, a racchiuderle in sé come materia e come
simbolo: l’olio. Si è concentrata su questo che il Papa
ha definito uno dei quattro elementi che fanno parte del
“cosmo dei Sacramenti” – assieme all’acqua, al
pane e al vino – la lunga, intensa riflessione di
Benedetto XVI alla Messa crismale: celebrazione nella
quale, ha detto, “gli oli santi stanno al centro
dell’azione liturgica” e segnano “in varie forme”
tutto l’arco della vita cristiana, dal Battesimo alla
fine dell’esistenza, con l’Unzione degli Infermi.
(canto)
Fin dal nostro nome di cristiani, ha osservato il
Pontefice, “è presente il mistero dell’olio”, che
rimanda al nome di Cristo che in greco significa
l’“Unto”:
“Essere cristiani vuol dire: provenire da Cristo,
appartenere a Cristo, all'Unto di Dio, a Colui al quale
Dio ha donato la regalità e il sacerdozio. Significa
appartenere a Colui che Dio stesso ha unto - non con un
olio materiale, ma con Colui che è rappresentato
dall'olio: con il suo Santo Spirito. L'olio di oliva è
così in modo del tutto particolare simbolo della
compenetrazione dell'Uomo Gesù da parte dello Spirito
Santo”.
Da questa consapevolezza spirituale propria di un
cristiano discendono responsabilità concrete. Al
simbolismo dell’olio, ha affermato Benedetto XVI,
appartiene anche il fatto “che esso rende forti per la
lotta”, il che porta i cristiani a rispettare “come
buoni cittadini” il diritto e a fare “ciò che è
giusto e buono”, ma anche, specularmente, a rifiutare di
fare – ha sottolineato il Papa – “ciò che negli
ordinamenti giuridici in vigore non è diritto, ma
ingiustizia”:
“Anche oggi è importante per i cristiani seguire
il diritto, che è il fondamento della pace. Anche oggi è
importante per i cristiani non accettare un'ingiustizia
che viene elevata a diritto - per esempio, quando si
tratta dell'uccisione di bambini innocenti non ancora
nati. Proprio così serviamo la pace e proprio così ci
troviamo a seguire le orme di Gesù Cristo, di cui san
Pietro dice: ‘Insultato non rispondeva con insulti;
maltrattato non minacciava vendetta, ma si affidava a
colui che giudica con giustizia’”.
“La lotta dei cristiani – aveva spiegato in
precedenza il Pontefice – consisteva e consiste non
nell'uso della violenza, ma nel fatto che essi erano e
sono tuttora pronti a soffrire per il bene, per Dio”.
Per loro, la pace è un valore che discende direttamente
da Dio e che è frutto del sacrificio di Gesù:
“I cristiani dovrebbero quindi essere persone di
pace, persone che riconoscono e vivono il mistero della
Croce come mistero della riconciliazione. Cristo non vince
mediante la spada, ma per mezzo della Croce. Vince
superando l'odio. Vince mediante la forza del suo amore più
grande (...) Come sacerdoti siamo chiamati ad essere,
nella comunione con Gesù Cristo, uomini di pace, siamo
chiamati ad opporci alla violenza e a fidarci del potere
più grande dell'amore”.
E per i sacerdoti c’è un significato ancora più
alto da tenere in considerazione, ha insistito Benedetto
XVI. L’olio – che in greco si dice elaion – col
quale i nuovi presbiteri vengono consacrati è
strettamente connesso al concetto di misericordia, che in
greco si dice eleos. Un collegamento che implica una
responsabilità ben chiara:
“L'unzione per il sacerdozio significa pertanto
sempre anche l'incarico di portare la misericordia di Dio
agli uomini. Nella lampada della nostra vita non dovrebbe
mai venir a mancare l'olio della misericordia.
Procuriamocelo sempre in tempo presso il Signore -
nell'incontro con la sua Parola, nel ricevere i
Sacramenti, nel trattenerci in preghiera presso di Lui”.
Segno della grazia, simbolo della forza, ma non solo.
L’olio, ha ricordato il Papa, secondo la definizione di
un antico Salmo è anche portatore di letizia. E’ lo
Spirito Santo, che è “la letizia che viene da Dio”:
“Questa letizia è una cosa diversa dal
divertimento o dall'allegria esteriore che la società
moderna si auspica. Il divertimento, nel suo posto giusto,
è certamente cosa buona e piacevole. È bene poter
ridere. Ma il divertimento non è tutto. È solo una
piccola parte della nostra vita, e dove esso vuol essere
il tutto diventa una maschera dietro la quale si nasconde
la disperazione o almeno il dubbio se la vita sia
veramente buona, o se non sarebbe forse meglio non
esistere invece di esistere.
Viceversa, ha concluso Benedetto XVI:
“La gioia, che da Cristo ci viene incontro, è
diversa. Essa ci dà allegria, sì, ma certamente può
andar insieme anche con la sofferenza. Ci dà la capacità
di soffrire e, nella sofferenza, di restare tuttavia
intimamente lieti”.
(canto)
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Cari
fratelli e sorelle!
Centro
del culto della Chiesa è il Sacramento. Sacramento
significa che in primo luogo non siamo noi uomini a fare
qualcosa, ma Dio in anticipo ci viene incontro con il suo
agire, ci guarda e ci conduce verso di sé. E c’è
ancora qualcos’altro di singolare: Dio ci tocca per
mezzo di realtà materiali, attraverso doni del creato che
Egli assume al suo servizio, facendone strumenti
dell’incontro tra noi e Lui stesso. Sono quattro gli
elementi della creazione con i quali è costruito il cosmo
dei Sacramenti: l’acqua, il pane di frumento, il vino e
l’olio di oliva. L’acqua come elemento basilare e
condizione fondamentale di ogni vita è il segno
essenziale dell’atto in cui, nel Battesimo, si diventa
cristiani, della nascita alla vita nuova. Mentre l’acqua
è l’elemento vitale in genere e quindi rappresenta
l’accesso comune di tutti alla nuova nascita da
cristiani, gli altri tre elementi appartengono alla
cultura dell’ambiente mediterraneo. Essi rimandano così
al concreto ambiente storico in cui il cristianesimo si è
sviluppato. Dio ha agito in un luogo ben determinato della
terra, ha veramente fatto storia con gli uomini. Questi
tre elementi, da una parte, sono doni del creato e,
dall’altra, sono tuttavia anche indicazioni dei luoghi
della storia di Dio con noi. Sono una sintesi tra
creazione e storia: doni di Dio che ci collegano sempre
con quei luoghi del mondo, nei quali Dio ha voluto agire
con noi nel tempo della storia, diventare uno di noi.
In questi
tre elementi c’è di nuovo una graduazione. Il pane
rinvia alla vita quotidiana. È il dono fondamentale della
vita giorno per giorno. Il vino rinvia alla festa, alla
squisitezza del creato, in cui, al contempo, può
esprimersi in modo particolare la gioia dei redenti.
L’olio dell’ulivo ha un significato ampio. È
nutrimento, è medicina, dà bellezza, allena per la lotta
e dona vigore. I re e i sacerdoti vengono unti con olio,
che così è segno di dignità e di responsabilità, come
anche della forza che viene da Dio. Nel nostro nome
"cristiani" è presente il mistero dell’olio.
La parola "cristiani", infatti, con cui i
discepoli di Cristo vengono chiamati già all’inizio
della Chiesa proveniente dai pagani, deriva dalla parola
"Cristo" (cfr At 11,20-21) – traduzione
greca della parola "Messia", che significa
"Unto". Essere cristiani vuol dire: provenire da
Cristo, appartenere a Cristo, all’Unto di Dio, a Colui
al quale Dio ha donato la regalità e il sacerdozio.
Significa appartenere a Colui che Dio stesso ha unto –
non con un olio materiale, ma con Colui che è
rappresentato dall’olio: con il suo Santo Spirito.
L’olio di oliva è così in modo del tutto particolare
simbolo della compenetrazione dell’Uomo Gesù da parte
dello Spirito Santo.
Nella
Messa crismale del Giovedì Santo gli oli santi stanno al
centro dell’azione liturgica. Vengono consacrati nella
cattedrale dal Vescovo per tutto l’anno. Esprimono così
anche l’unità della Chiesa, garantita
dall’Episcopato, e rimandano a Cristo, il vero
"pastore e custode delle nostre anime", come lo
chiama san Pietro (cfr 1 Pt 2,25). E, al contempo,
tengono insieme tutto l’anno liturgico, ancorato al
mistero del Giovedì Santo. Infine, rimandano all’Orto
degli Ulivi, in cui Gesù ha accettato interiormente la
sua Passione. L’Orto degli Ulivi è però anche il luogo
dal quale Egli è asceso al Padre, è quindi il luogo
della Redenzione: Dio non ha lasciato Gesù nella morte.
Gesù vive per sempre presso il Padre, e proprio per
questo è onnipresente, sempre presso di noi. Questo
duplice mistero del Monte degli Ulivi è anche sempre
"attivo" nell’olio sacramentale della Chiesa.
In quattro Sacramenti l’olio è segno della bontà di
Dio che ci tocca: nel Battesimo, nella Cresima come
Sacramento dello Spirito Santo, nei vari gradi del
Sacramento dell’Ordine e, infine, nell’Unzione degli
infermi, in cui l’olio ci viene offerto, per così dire,
quale medicina di Dio – come la medicina che ora ci
rende certi della sua bontà, ci deve rafforzare e
consolare, ma che, allo stesso tempo, al di là del
momento della malattia, rimanda alla guarigione
definitiva, alla risurrezione (cfr Gc 5,14). Così
l’olio, nelle sue diverse forme, ci accompagna lungo
tutta la vita: a cominciare dal catecumenato e dal
Battesimo fino al momento in cui ci prepariamo
all’incontro con il Dio Giudice e Salvatore. Infine, la
Messa crismale, in cui il segno sacramentale dell’olio
ci viene presentato come linguaggio della creazione di
Dio, si rivolge, in modo particolare, a noi sacerdoti:
essa ci parla di Cristo, che Dio ha unto Re e Sacerdote
– di Lui che ci rende partecipi del suo sacerdozio,
della sua "unzione", nella nostra Ordinazione
sacerdotale.
Vorrei
quindi tentare di spiegare ancora brevemente il mistero di
questo santo segno nel suo riferimento essenziale alla
vocazione sacerdotale. In etimologie popolari si è
collegata, già nell’antichità, la parola greca "elaion"
– olio – con la parola "eleos" –
misericordia. Di fatto, nei vari Sacramenti, l’olio
consacrato è sempre segno della misericordia di Dio.
L’unzione per il sacerdozio significa pertanto sempre
anche l’incarico di portare la misericordia di Dio agli
uomini. Nella lampada della nostra vita non dovrebbe mai
venir a mancare l’olio della misericordia.
Procuriamocelo sempre in tempo presso il Signore –
nell’incontro con la sua Parola, nel ricevere i
Sacramenti, nel trattenerci in preghiera presso di Lui.
Attraverso
la storia della colomba col ramo d’ulivo, che annunciava
la fine del diluvio e così la nuova pace di Dio con il
mondo degli uomini, non solo la colomba, ma anche il ramo
d’ulivo e l’olio stesso sono diventati simbolo della
pace. I cristiani dei primi secoli amavano ornare le tombe
dei loro defunti con la corona della vittoria e il ramo
d’ulivo, simbolo della pace. Sapevano che Cristo
ha vinto la morte e che i loro defunti riposavano nella
pace di Cristo. Si sapevano, essi stessi, attesi da
Cristo, che aveva loro promesso la pace che il mondo non
è in grado di dare. Si ricordavano che la prima parola
del Risorto ai suoi era stata: "Pace a voi!" (Gv
20,19). Egli stesso porta, per così dire, il ramo
d’ulivo, introduce la sua pace nel mondo. Annuncia la
bontà salvifica di Dio. Egli è la nostra pace. I
cristiani dovrebbero quindi essere persone di pace,
persone che riconoscono e vivono il mistero della Croce
come mistero della riconciliazione. Cristo non vince
mediante la spada, ma per mezzo della Croce. Vince
superando l’odio. Vince mediante la forza del suo amore
più grande. La Croce di Cristo esprime il "no"
alla violenza. E proprio così essa è il segno della
vittoria di Dio, che annuncia la nuova via di Gesù. Il
sofferente è stato più forte dei detentori del potere.
Nell’autodonazione sulla Croce, Cristo ha vinto la
violenza. Come sacerdoti siamo chiamati ad essere, nella
comunione con Gesù Cristo, uomini di pace, siamo chiamati
ad opporci alla violenza e a fidarci del potere più
grande dell’amore.
Appartiene
al simbolismo dell’olio anche il fatto che esso rende
forti per la lotta. Ciò non contrasta col tema della
pace, ma ne è una parte. La lotta dei cristiani
consisteva e consiste non nell’uso della violenza, ma
nel fatto che essi erano e sono tuttora pronti a soffrire
per il bene, per Dio. Consiste nel fatto che i cristiani,
come buoni cittadini, rispettano il diritto e fanno ciò
che è giusto e buono. Consiste nel fatto che rifiutano di
fare ciò che negli ordinamenti giuridici in vigore non è
diritto, ma ingiustizia. La lotta dei martiri consisteva
nel loro "no" concreto all’ingiustizia:
respingendo la partecipazione al culto idolatrico,
all’adorazione dell’imperatore, si sono rifiutati di
piegarsi davanti alla falsità, all’adorazione di
persone umane e del loro potere. Con il loro
"no" alla falsità e a tutte le sue conseguenze
hanno innalzato il potere del diritto e della verità. Così
hanno servito la vera pace. Anche oggi è importante per i
cristiani seguire il diritto, che è il fondamento della
pace. Anche oggi è importante per i cristiani non
accettare un’ingiustizia che viene elevata a diritto –
per esempio, quando si tratta dell’uccisione di bambini
innocenti non ancora nati. Proprio così serviamo la pace
e proprio così ci troviamo a seguire le orme di Gesù
Cristo, di cui san Pietro dice: "Insultato non
rispondeva con insulti; maltrattato non minacciava
vendetta, ma si affidava a colui che giudica con
giustizia. Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul
legno della croce, perché non vivendo più per il
peccato, vivessimo per la giustizia" (1 Pt
2,23s).
I Padri
della Chiesa erano affascinati da una parola dal Salmo
45 (44) – secondo la tradizione il Salmo nuziale di
Salomone –, che veniva riletto dai cristiani come Salmo
per le nozze del nuovo Salomone, Gesù Cristo, con la sua
Chiesa. Lì si dice al Re, Cristo: "Ami la giustizia
e la malvagità detesti: Dio, il tuo Dio, ti ha consacrato
con olio di letizia, a preferenza dei tuoi compagni"
(v. 8). Che cosa è questo olio di letizia con cui è
stato unto il vero Re, Cristo? I Padri non avevano alcun
dubbio al riguardo: l’olio di letizia è lo stesso
Spirito Santo, che è stato effuso su Gesù Cristo. Lo
Spirito Santo è la letizia che viene da Dio. Da Gesù
questa letizia si riversa su di noi nel suo Vangelo, nella
buona novella che Dio ci conosce, che Egli è buono e che
la sua bontà è un potere sopra tutti i poteri; che noi
siamo voluti ed amati da Lui. La gioia è frutto
dell’amore. L’olio di letizia, che è stato effuso su
Cristo e da Lui viene a noi, è lo Spirito Santo, il dono
dell’Amore che ci rende lieti dell’esistenza. Poiché
conosciamo Cristo e in Cristo Dio, sappiamo che è cosa
buona essere uomo. È cosa buona vivere, perché siamo
amati. Perché la verità stessa è buona.
Nella
Chiesa antica l’olio consacrato è stato considerato, in
modo particolare, come segno della presenza dello Spirito
Santo, che a partire da Cristo si comunica a noi. Egli è
l’olio di letizia. Questa letizia è una cosa diversa
dal divertimento o dall’allegria esteriore che la società
moderna si auspica. Il divertimento, nel suo posto giusto,
è certamente cosa buona e piacevole. È bene poter
ridere. Ma il divertimento non è tutto. È solo una
piccola parte della nostra vita, e dove esso vuol essere
il tutto diventa una maschera dietro la quale si nasconde
la disperazione o almeno il dubbio se la vita sia
veramente buona, o se non sarebbe forse meglio non
esistere invece di esistere. La gioia, che da Cristo ci
viene incontro, è diversa. Essa ci dà allegria, sì, ma
certamente può andar insieme anche con la sofferenza. Ci
dà la capacità di soffrire e, nella sofferenza, di
restare tuttavia intimamente lieti. Ci dà la capacità di
condividere la sofferenza altrui e così di rendere
percepibile, nella disponibilità reciproca, la luce e la
bontà di Dio. Mi fa sempre riflettere il racconto degli Atti
degli Apostoli secondo cui gli Apostoli, dopo che il
Sinedrio li aveva fatti flagellare, erano "lieti di
essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il
nome di Gesù" (At 5,41). Chi ama è pronto a
soffrire per l’amato e a motivo del suo amore, e proprio
così sperimenta una gioia più profonda. La gioia dei
martiri era più forte dei tormenti loro inflitti. Questa
gioia, alla fine, ha vinto ed ha aperto a Cristo le porte
della storia. Quali sacerdoti, noi siamo – come dice san
Paolo – "collaboratori della vostra gioia" (2
Cor 1,24). Nel frutto dell’ulivo, nell’olio
consacrato, ci tocca la bontà del Creatore, l’amore del
Redentore. Preghiamo che la sua letizia ci pervada sempre
più in profondità e preghiamo di essere capaci di
portarla nuovamente in un mondo che ha così urgentemente
bisogno della gioia che scaturisce dalla verità. Amen.
©
Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana
|
|