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Radio
Vaticana 3 dicembre 2009
Messaggio
del Papa per la Giornata del Malato: l’esperienza della
malattia e della sofferenza può diventare scuola di
speranza
◊ Nel
mistero della passione, morte e risurrezione di Cristo,
“l’umana sofferenza attinge senso e pienezza di
luce”: è quanto scrive il Papa nel Messaggio per la
18.ma Giornata Mondiale del Malato, che ricorre il
prossimo 11 febbraio, nella Memoria della Beata Vergine
Maria di Lourdes. Nel documento, pubblicato stamani,
Benedetto XVI ricorda il 25.mo anniversario
dell’istituzione del Pontificio Consiglio per gli
Operatori Sanitari ed esorta i cristiani a vivere
concretamente la parabola del Buon Samaritano. Il servizio
di Alessandro Gisotti:
Il servizio pastorale nel vasto mondo della salute,
scrive Benedetto XVI, fa parte integrante della missione
della Chiesa, “poiché si inscrive nel solco della
stessa missione salvifica di Cristo”. Esprime quindi
l’auspicio che la Giornata Mondiale del Malato “sia
occasione per un più generoso slancio apostolico al
servizio dei malati e di quanti se ne prendono cura”.
Ogni cristiano, si legge nel messaggio, “è chiamato a
rivivere, in contesti diversi e sempre nuovi, la parabola
del Buon Samaritano”. Anche oggi, come alla fine della
parabola, sottolinea il Papa, Gesù ci esorta “a
chinarci sulle ferite del corpo e dello spirito di tanti
nostri fratelli e sorelle che incontriamo sulle strade del
mondo”. Invita così i fedeli “a comprendere che, con
la grazia di Dio accolta e vissuta nella vita di ogni
giorno, l’esperienza della malattia e della sofferenza
può diventare scuola di speranza”. Quindi,
riecheggiando la “Spe Salvi” sottolinea che “non è
lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore che
guarisce l’uomo, ma la capacità di accettare la
tribolazione e in essa di maturare, di trovare senso
mediante l’unione con Cristo”.
L’azione umanitaria e spirituale della Chiesa verso
gli ammalati e i sofferenti, ricorda ancora il Papa, si è
espressa in molteplici forme e strutture sanitarie anche
di carattere istituzionale. La creazione del Pontificio
Consiglio per gli Operatori Sanitari 25 anni fa, rileva,
rientra proprio “in tale sollecitudine ecclesiale per il
mondo della salute”. Nell’attuale momento
storico-culturale, constata, “si avverte anche più
l’esigenza di una presenza ecclesiale attenta e
capillare accanto ai malati, come pure di una presenza
nella società capace di trasmettere in maniera efficace i
valori evangelici a tutela della vita umana in tutte le
sue fasi, dal suo concepimento alla sua fine naturale”.
Nell’Anno
Sacerdotale, non manca poi il pensiero del Papa ai
sacerdoti “ministri degli infermi”, “segno e
strumento della compassione di Cristo, che deve giungere
ad ogni uomo segnato dalla sofferenza”. E ribadisce che
“il tempo trascorso accanto a chi è nella prova si
rivela fecondo di grazia per tutte le altre dimensioni
della pastorale”. Infine, il Pontefice chiede ai malati
di pregare ed offrire le proprie sofferenze per i
sacerdoti, “perché possano mantenersi fedeli alla loro
vocazione e il loro ministero sia ricco di frutti
spirituali, a beneficio di tutta la Chiesa”.
MESSAGGIO DEL SANTO
PADRE IN OCCASIONE DELLA XVIII GIORNATA MONDIALE DEL
MALATO , 03.12.2009
Cari
fratelli e sorelle!
Il
prossimo 11 febbraio, memoria liturgica della Beata
Vergine Maria di Lourdes, si celebrerà nella Basilica
Vaticana la XVIII Giornata Mondiale del Malato. La felice
coincidenza con il 25° anniversario dell’istituzione
del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari
costituisce un motivo ulteriore per ringraziare Dio del
cammino sinora percorso nel settore della pastorale della
salute. Auspico di cuore che tale ricorrenza sia occasione
per un più generoso slancio apostolico al servizio dei
malati e di quanti se ne prendono cura.
Con
l’annuale Giornata Mondiale del Malato la Chiesa
intende, in effetti, sensibilizzare capillarmente la
comunità ecclesiale circa l’importanza del servizio
pastorale nel vasto mondo della salute, servizio che fa
parte integrante della sua missione, poiché si inscrive
nel solco della stessa missione salvifica di Cristo. Egli,
Medico divino, "passò beneficando e risanando tutti
coloro che stavano sotto il potere del diavolo" (At
10,38). Nel mistero della sua passione, morte e
risurrezione, l’umana sofferenza attinge senso e
pienezza di luce. Nella Lettera apostolica Salvifici
doloris, il Servo di Dio Giovanni Paolo II ha parole
illuminanti in proposito. "L’umana sofferenza –
egli ha scritto - ha raggiunto il suo culmine nella
passione di Cristo. E contemporaneamente essa è entrata
in una dimensione completamente nuova e in un nuovo
ordine: è stata legata all’amore…, a quell’amore
che crea il bene ricavandolo anche dal male, ricavandolo
per mezzo della sofferenza, così come il bene supremo
della redenzione del mondo è stato tratto dalla Croce di
Cristo, e costantemente prende da essa il suo avvio. La
Croce di Cristo è diventata una sorgente, dalla quale
sgorgano fiumi di acqua viva" (n. 18).
Il
Signore Gesù nell’Ultima Cena, prima di ritornare al
Padre, si è chinato a lavare i piedi agli Apostoli,
anticipando il supremo atto di amore della Croce. Con tale
gesto ha invitato i suoi discepoli ad entrare nella sua
medesima logica dell’amore che si dona specialmente ai
più piccoli e ai bisognosi (cfr Gv 13,12-17).
Seguendo il suo esempio, ogni cristiano è chiamato a
rivivere, in contesti diversi e sempre nuovi, la parabola
del buon Samaritano, il quale, passando accanto a un uomo
lasciato mezzo morto dai briganti sul ciglio della strada,
"vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli
fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò
sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo e si prese
cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e
li diede all’albergatore, dicendo: «Abbi cura di lui;
ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno»"
(Lc 10, 33-35).
A
conclusione della parabola, Gesù dice: "Va’ e
anche tu fa’ così" (Lc 10,37). Con queste
parole si rivolge anche a noi. Ci esorta a chinarci sulle
ferite del corpo e dello spirito di tanti nostri fratelli
e sorelle che incontriamo sulle strade del mondo; ci aiuta
a comprendere che, con la grazia di Dio accolta e vissuta
nella vita di ogni giorno, l’esperienza della malattia e
della sofferenza può diventare scuola di speranza. In
verità, come ho affermato nell’Enciclica Spe salvi,
"non è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al
dolore, che guarisce l'uomo, ma la capacità di accettare
la tribolazione e in essa di maturare, di trovare senso
mediante l'unione con Cristo, che ha sofferto con infinito
amore" (n. 37).
Già il
Concilio Ecumenico Vaticano II richiamava l’importante
compito della Chiesa di prendersi cura dell’umana
sofferenza. Nella Costituzione dogmatica Lumen gentium
leggiamo che "come Cristo... è stato inviato dal
Padre «ad annunciare la buona novella ai poveri, a
guarire quelli che hanno il cuore contrito» (Lc
4,18), «a cercare e salvare ciò che era perduto» (Lc
19,10), così pure la Chiesa circonda di affettuosa cura
quanti sono afflitti dall’umana debolezza, anzi
riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo
fondatore, povero e sofferente, si fa premura di
sollevarne l’indigenza e in loro cerca di servire il
Cristo" (n. 8). Questa azione umanitaria e spirituale
della Comunità ecclesiale verso gli ammalati e i
sofferenti nel corso dei secoli si è espressa in
molteplici forme e strutture sanitarie anche di carattere
istituzionale. Vorrei qui ricordare quelle direttamente
gestite dalle diocesi e quelle nate dalla generosità di
vari Istituti religiosi. Si tratta di un prezioso
"patrimonio" rispondente al fatto che
"l’amore ha bisogno anche di organizzazione quale
presupposto per un servizio comunitario ordinato" (Enc.
Deus caritas est, 20). La creazione del Pontificio
Consiglio per gli Operatori Sanitari, venticinque anni or
sono, rientra in tale sollecitudine ecclesiale per il
mondo della salute. E mi preme aggiungere che,
nell’attuale momento storico-culturale, si avverte anche
più l’esigenza di una presenza ecclesiale attenta e
capillare accanto ai malati, come pure di una presenza
nella società capace di trasmettere in maniera efficace i
valori evangelici a tutela della vita umana in tutte le
fasi, dal suo concepimento alla sua fine naturale.
Vorrei
qui riprendere il Messaggio ai poveri, ai malati e a
tutti coloro che soffrono, che i Padri conciliari
rivolsero al mondo, al termine del Concilio Ecumenico
Vaticano II: "Voi tutti che sentite più gravemente
il peso della croce – essi dissero - … voi che
piangete… voi sconosciuti del dolore, riprendete
coraggio: voi siete i preferiti del regno di Dio, il regno
della speranza, della felicità e della vita; siete i
fratelli del Cristo sofferente; e con lui, se lo volete,
voi salvate il mondo!" (Ench. Vat., I, n.
523*, [p. 313]). Ringrazio di cuore le persone che, ogni
giorno, "svolgono il servizio verso i malati e i
sofferenti", facendo in modo che "l'apostolato
della misericordia di Dio, a cui attendono, risponda
sempre meglio alle nuove esigenze" (Giovanni Paolo II,
Cost. ap. Pastor Bonus, art. 152).
In
quest’Anno Sacerdotale, il mio pensiero si dirige
particolarmente a voi, cari sacerdoti, "ministri
degli infermi", segno e strumento della compassione
di Cristo, che deve giungere ad ogni uomo segnato dalla
sofferenza. Vi invito, cari presbiteri, a non risparmiarvi
nel dare loro cura e conforto. Il tempo trascorso accanto
a chi è nella prova si rivela fecondo di grazia per tutte
le altre dimensioni della pastorale. Mi rivolgo infine a
voi, cari malati, e vi domando di pregare e di offrire le
vostre sofferenze per i sacerdoti, perché possano
mantenersi fedeli alla loro vocazione e il loro ministero
sia ricco di frutti spirituali, a beneficio di tutta la
Chiesa.
Con tali
sentimenti, imploro sugli ammalati, come pure su quanti li
assistono, la materna protezione di Maria Salus
Infirmorum, e a tutti imparto di cuore la Benedizione
Apostolica.
Dal
Vaticano, 22 Novembre 2009, Solennità di N.S. Gesù
Cristo, Re dell’Universo.
BENEDICTUS
PP. XVI
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