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Radio
Vaticana 15 dicembre 2009
Messaggio
del Papa per la Giornata Mondiale della Pace: il mondo avrà
pace se gli uomini custodiranno responsabilmente il
creato, dono di Dio a tutti
◊
Il “rispetto del creato”, e la sua difesa dalla
noncuranza o dagli abusi dei quali spesso l’ambiente è
vittima, è oggi “essenziale per la pacifica convivenza
dell’umanità”. E’ la tesi di fondo che Benedetto
XVI afferma e articola nel suo Messaggio per la Giornata
mondiale della pace del primo gennaio 2010, intitolato
“Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato” e
presentato questa mattina in Sala Stampa vaticana. In 14
punti, il Papa entra nel merito delle problematiche
politico-finanziarie dominate dalla crisi, ma anche delle
relazioni tra nazioni ricche e povere e dei comportamenti
collettivi o singoli, che mettono a rischio la salute del
pianeta. E lancia un appello per un governo responsabile e
condiviso dell’ambiente e delle sue risorse, nel
rispetto di quel creato che porta impressa in sé
l’immagine di Dio. Il servizio di Alessandro De
Carolis:
La
prima cosa che colpisce sta nel titolo, nella scelta del
“tu” piuttosto che di un generico plurale, a
sottolineare che il succo del discorso sta
nell’assunzione personale di una responsabilità dalla
quale, afferma Benedetto XVI a più riprese, nessuno - né
Stato né individuo, né ricco né povero - può sentirsi
sollevato o estraneo: “Se vuoi coltivare la pace,
custodisci il creato”. Inoltre, nel titolo del Messaggio
il Papa lega in rapporto di causa-effetto due aspetti che
all’apparenza non appaiono vincolati: la pace nel mondo
e la cura dell’ambiente. Al contrario, spiega il
Pontefice, i documenti della Chiesa dimostrano che da
oltre 100 anni i Papi hanno compreso e messo in luce
questa connessione. Lo aveva fatto Leone XIII con la sua
celebre Rerum Novarum, lo aveva ribadito Paolo VI
scrivendo chiaramente: se l’uomo spadroneggia sulla
natura piuttosto che governarla, “rischia di
distruggerla e di essere a sua volta vittima” di un tale
degrado. E Giovanni Paolo II già 20 anni fa osservava:
“Si avverte ai nostri giorni la crescente consapevolezza
che la pace mondiale sia minacciata... anche dalla
mancanza del dovuto rispetto per la natura”. Perché
questo legame?
Benedetto XVI lo dimostra chiamando anzitutto in causa
una nuova categoria, tipica della nostra epoca, quella dei
“profughi ambientali”. Come trascurare, si chiede,
queste “persone che, a causa del degrado dell'ambiente
in cui vivono, lo devono lasciare - spesso insieme ai loro
beni - per affrontare i pericoli e le incognite di uno
spostamento forzato?”. E ancora: “Come non reagire di
fronte ai conflitti già in atto e a quelli potenziali
legati all'accesso alle risorse naturali?”. Se a ciò si
aggiungono, osserva il Papa, “le problematiche che
derivano da fenomeni quali i cambiamenti climatici, la
desertificazione, il degrado e la perdita di produttività
di vaste aree agricole, l'inquinamento dei fiumi e delle
falde acquifere, la perdita della biodiversità, l'aumento
di eventi naturali estremi, il disboscamento delle aree
equatoriali e tropicali”, è chiaro - afferma - che
siamo di fronte a “questioni che hanno un profondo
impatto sull'esercizio dei diritti umani, come ad esempio
il diritto alla vita, all'alimentazione, alla salute, allo
sviluppo”. “Saggio è, pertanto - suggerisce il
Pontefice - operare una revisione profonda e lungimirante
del modello di sviluppo, nonché riflettere sul senso
dell'economia e dei suoi fini, per correggerne le
disfunzioni e le distorsioni”.
E qui il Papa entra nel merito delle situazioni
contingenti. Le crisi che oggi l’umanità patisce, che
siano esse economiche o ambientali, alimentari o sociali,
“sono in fondo - sostiene Benedetto XVI - anche crisi
morali collegate tra loro”. Il problema sta nel cuore
dell’uomo che, spiega, “perdendo il senso del mandato
di Dio”, ha finito per rapportarsi al creato come
“sfruttatore”, come dominatore “assoluto”,
tiranneggiando la natura piuttosto che governarla. La
riprova, per il Pontefice, sta in quella massa di persone
che, “in diversi Paesi e regioni del pianeta, sperimenta
crescenti difficoltà a causa della negligenza o del
rifiuto, da parte di tanti, di esercitare un governo
responsabile sull'ambiente”. Molti dimenticano che
“l'eredità del creato” appartiene “all'intera
umanità” e oggi sfruttano le risorse della terra a un
“ritmo”, stigmatizza Benedetto XVI, che ne mette
“seriamente in pericolo la disponibilità”, non solo
“per la generazione presente, ma soprattutto per quelle
future”. “Non è difficile allora - incalza il Papa -
costatare che il degrado ambientale è spesso il risultato
della mancanza di progetti politici lungimiranti o del
perseguimento di miopi interessi economici, che si
trasformano, purtroppo, in una seria minaccia per il
creato”.
Al contrario, ripete il Pontefice, “quando ci si
avvale delle risorse naturali, occorre preoccuparsi della
loro salvaguardia, prevedendone anche i costi - in termini
ambientali e sociali - da valutare come una voce
essenziale degli stessi costi dell'attività economica”.
E, aggiunge, “compete alla comunità internazionale e ai
governi nazionali dare i giusti segnali per contrastare in
modo efficace quelle modalità d'utilizzo dell'ambiente
che risultino ad esso dannose”. Una battaglia che va
combattuta con “norme ben definite anche dal punto di
vista giuridico ed economico” e soprattutto con quella
“solidarietà dovuta a quanti abitano le regioni più
povere della terra e alle future generazioni”.
Solidarietà, insiste Benedetto XVI, che va intesa in sia
senso “intergenerazionale” - che porta cioè ad
assumersi la responsabilità verso le generazioni future -
sia in senso “intragenerazionale”, specialmente - dice
il Pontefice – “nei rapporti tra i Paesi in via di
sviluppo e quelli altamente industrializzati”. E questo
perché, asserisce, occuparsi dell'ambiente richiede
“una visione larga e globale del mondo; uno sforzo
comune e responsabile per passare da una logica centrata
sull'egoistico interesse nazionalistico ad una visione che
abbracci sempre le necessità di tutti i popoli”. Ma con
una distinzione. Se infatti, asserisce il Papa, è
“importante riconoscere, fra le cause dell'attuale crisi
ecologica, la responsabilità storica dei Paesi
industrializzati”, quelli “meno sviluppati e, in
particolare, quelli emergenti, non sono tuttavia esonerati
dalla propria responsabilità rispetto al creato, perché
il dovere di adottare gradualmente misure e politiche
ambientali efficaci appartiene a tutti”.
La parte restante del Messaggio, Benedetto XVI la
dedica in parte all’importanza della ricerca scientifica
e tecnologica, perché favorisca un “sistema di gestione
delle risorse della terra meglio coordinato a livello
internazionale”, indicando “soluzioni soddisfacenti ed
armoniose alla relazione tra l’uomo e l’ambiente”.
Bisogna incoraggiare, elenca il Pontefice, le ricerche
sull’energia solare, fare attenzione alla questione
dell’acqua su scala planetaria, esplorare “appropriate
strategia di sviluppo rurale” come pure “idonee
politiche per la gestione dello foreste, per lo
smaltimento dei rifiuti”, il “contrasto ai cambiamenti
climatici e la lotta alla povertà”. In particolare, il
Papa indica come “indispensabile” il mutamento degli
“stili di vita”, dei “modelli di consumo e di
produzione” attuali e invita istituzioni a vario
livello, soggetti della società civili e ong a lavorare
per un cambio di mentalità in direzione di una
“responsabilità ecologica”.
La Chiesa, assicura Benedetto XVI, è in prima linea
nel campo della sensibilizzazione e della formazione delle
coscienze in questo senso, perché - si legge nel
Messaggio - “quando l'’ecologia umana’ è rispettata
dentro la società, anche l'ecologia ambientale ne trae
beneficio". C’è una “grammatica” nella
creazione e la Chiesa - invita a rispettarla: è la
grammatica per cui da Dio, e attraverso la Croce del
Cristo, lo Spirito guida la storia e gli uomini verso il
giorno in cui “verranno inaugurati nuovi cieli e una
terra nuova”. E’ in questa visione si comprende meglio
l’auspicio concreto del Papa, quando chiede
“l'adozione di un modello di sviluppo fondato sulla
centralità dell'essere umano, sulla promozione e
condivisione del bene comune, sulla responsabilità, sulla
consapevolezza del necessario cambiamento degli stili di
vita e sulla prudenza”. Virtù, conclude, “che indica
gli atti da compiere oggi, in previsione di ciò che può
accadere domani”.
MESSAGGIO DEL
SANTO PADRE
BENEDETTO XVI
PER LA CELEBRAZIONE DELLA
XLIII GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
1° GENNAIO
2010
SE VUOI
COLTIVARE LA PACE, CUSTODISCI IL CREATO
1. In
occasione dell’inizio del Nuovo Anno, desidero rivolgere
i più fervidi auguri di pace a tutte le comunità
cristiane, ai responsabili delle Nazioni, agli uomini e
alle donne di buona volontà del mondo intero. Per questa
XLIII Giornata Mondiale della Pace ho scelto il tema: Se
vuoi coltivare la pace, custodisci il creato. Il
rispetto del creato riveste grande rilevanza, anche perché
«la creazione è l’inizio e il fondamento di tutte le
opere di Dio» [1]
e la sua salvaguardia diventa oggi essenziale per la
pacifica convivenza dell’umanità. Se, infatti, a causa
della crudeltà dell’uomo sull’uomo, numerose sono le
minacce che incombono sulla pace e sull’autentico
sviluppo umano integrale – guerre, conflitti
internazionali e regionali, atti terroristici e violazioni
dei diritti umani –, non meno preoccupanti sono le
minacce originate dalla noncuranza – se non addirittura
dall’abuso – nei confronti della terra e dei beni
naturali che Dio ha elargito. Per tale motivo è
indispensabile che l’umanità rinnovi e rafforzi «quell’alleanza
tra essere umano e ambiente, che deve essere specchio
dell’amore creatore di Dio, dal quale proveniamo e verso
il quale siamo in cammino» [2].
2.
Nell’Enciclica Caritas
in veritate ho posto in evidenza che lo sviluppo
umano integrale è strettamente collegato ai doveri
derivanti dal rapporto dell’uomo con l’ambiente
naturale, considerato come un dono di Dio a tutti, il
cui uso comporta una comune responsabilità verso
l’umanità intera, in special modo verso i poveri e le
generazioni future. Ho notato, inoltre, che quando la
natura e, in primo luogo, l’essere umano vengono
considerati semplicemente frutto del caso o del
determinismo evolutivo, rischia di attenuarsi nelle
coscienze la consapevolezza della responsabilità [3].
Ritenere, invece, il creato come dono di Dio all’umanità
ci aiuta a comprendere la vocazione e il valore
dell’uomo. Con il Salmista, pieni di stupore, possiamo
infatti proclamare: «Quando vedo i tuoi cieli, opera
delle tue dita, la luna e le stelle che hai fissato, che
cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio
dell’uomo, perché te ne curi?» (Sal
8,4-5). Contemplare la bellezza del creato è
stimolo a riconoscere l’amore del Creatore,
quell’Amore che «move il sole e l’altre stelle» [4].
3.
Vent’anni or sono, il Papa Giovanni
Paolo II, dedicando il Messaggio
della Giornata Mondiale della Pace al tema Pace
con Dio creatore, pace con tutto il creato, richiamava
l’attenzione sulla relazione che noi, in quanto creature
di Dio, abbiamo con l’universo che ci circonda. «Si
avverte ai nostri giorni – scriveva – la crescente
consapevolezza che la pace mondiale sia minacciata...
anche dalla mancanza del dovuto rispetto per la natura».
E aggiungeva che la coscienza ecologica «non deve
essere mortificata, ma anzi favorita, in modo che si
sviluppi e maturi, trovando adeguata espressione in
programmi ed iniziative concrete» [5].
Già altri miei Predecessori avevano fatto riferimento
alla relazione esistente tra l’uomo e l’ambiente. Ad
esempio, nel 1971, in occasione dell’ottantesimo
anniversario dell’Enciclica Rerum
Novarum di Leone
XIII, Paolo
VI ebbe a sottolineare che «attraverso uno
sfruttamento sconsiderato della natura, (l’uomo) rischia
di distruggerla e di essere a sua volta vittima di
siffatta degradazione». Ed aggiunse che in tal caso «non
soltanto l’ambiente materiale diventa una minaccia
permanente: inquinamenti e rifiuti, nuove malattie, potere
distruttivo totale; ma è il contesto umano, che l’uomo
non padroneggia più, creandosi così per il domani un
ambiente che potrà essergli intollerabile: problema
sociale di vaste dimensioni che riguarda l’intera
famiglia umana» [6].
4. Pur
evitando di entrare nel merito di specifiche soluzioni
tecniche, la Chiesa, «esperta in umanità», si premura
di richiamare con forza l’attenzione sulla relazione tra
il Creatore, l’essere umano e il creato. Nel 1990, Giovanni
Paolo II parlava di «crisi ecologica» e, rilevando
come questa avesse un carattere prevalentemente etico,
indicava l’«urgente necessità morale di una nuova
solidarietà» [7].
Questo appello si fa ancora più pressante oggi, di fronte
alle crescenti manifestazioni di una crisi che sarebbe
irresponsabile non prendere in seria considerazione. Come
rimanere indifferenti di fronte alle problematiche che
derivano da fenomeni quali i cambiamenti climatici, la
desertificazione, il degrado e la perdita di produttività
di vaste aree agricole, l’inquinamento dei fiumi e delle
falde acquifere, la perdita della biodiversità,
l’aumento di eventi naturali estremi, il disboscamento
delle aree equatoriali e tropicali? Come trascurare il
crescente fenomeno dei cosiddetti «profughi ambientali»:
persone che, a causa del degrado dell’ambiente in cui
vivono, lo devono lasciare – spesso insieme ai loro beni
– per affrontare i pericoli e le incognite di uno
spostamento forzato? Come non reagire di fronte ai
conflitti già in atto e a quelli potenziali legati
all’accesso alle risorse naturali? Sono tutte questioni
che hanno un profondo impatto sull’esercizio dei diritti
umani, come ad esempio il diritto alla vita,
all’alimentazione, alla salute, allo sviluppo.
5. Va,
tuttavia, considerato che la crisi ecologica non può
essere valutata separatamente dalle questioni ad essa
collegate, essendo fortemente connessa al concetto stesso
di sviluppo e alla visione dell’uomo e delle sue
relazioni con i suoi simili e con il creato. Saggio è,
pertanto, operare una revisione profonda e lungimirante
del modello di sviluppo, nonché riflettere sul senso
dell’economia e dei suoi fini, per correggerne le
disfunzioni e le distorsioni. Lo esige lo stato di salute
ecologica del pianeta; lo richiede anche e soprattutto la
crisi culturale e morale dell’uomo, i cui sintomi sono
da tempo evidenti in ogni parte del mondo [8].
L’umanità ha bisogno di un profondo rinnovamento
culturale; ha bisogno di riscoprire quei
valori che costituiscono il solido fondamento su cui
costruire un futuro migliore per tutti. Le situazioni di
crisi, che attualmente sta attraversando – siano esse di
carattere economico, alimentare, ambientale o sociale –,
sono, in fondo, anche crisi morali collegate tra di loro.
Esse obbligano a riprogettare il comune cammino degli
uomini. Obbligano, in particolare, a un modo di vivere
improntato alla sobrietà e alla solidarietà, con nuove
regole e forme di impegno, puntando con fiducia e coraggio
sulle esperienze positive compiute e rigettando con
decisione quelle negative. Solo così l’attuale crisi
diventa occasione di discernimento e di nuova
progettualità.
6. Non è
forse vero che all’origine di quella che, in senso
cosmico, chiamiamo «natura», vi è «un disegno di amore
e di verità»? Il mondo «non è il prodotto di una
qualsivoglia necessità, di un destino cieco o del caso...
Il mondo trae origine dalla libera volontà di Dio, il
quale ha voluto far partecipare le creature al suo essere,
alla sua saggezza e alla sua bontà» [9].
Il Libro
della Genesi, nelle sue pagine iniziali, ci
riporta al progetto sapiente del cosmo, frutto del
pensiero di Dio, al cui vertice si collocano l’uomo e la
donna, creati ad immagine e somiglianza del Creatore per
«riempire la terra» e «dominarla» come «amministratori»
di Dio stesso (cfr Gen
1,28). L’armonia tra il Creatore, l’umanità e
il creato, che la Sacra Scrittura descrive, è stata
infranta dal peccato di Adamo ed Eva, dell’uomo e della
donna, che hanno bramato occupare il posto di Dio,
rifiutando di riconoscersi come sue creature. La
conseguenza è che si è distorto anche il compito di «dominare»
la terra, di «coltivarla e custodirla» e tra loro e il
resto della creazione è nato un conflitto (cfr Gen
3,17-19). L’essere umano si è lasciato dominare
dall’egoismo, perdendo il senso del mandato di Dio, e
nella relazione con il creato si è comportato come
sfruttatore, volendo esercitare su di esso un dominio
assoluto. Ma il vero significato del comando iniziale di
Dio, ben evidenziato nel Libro
della Genesi, non consisteva in un semplice
conferimento di autorità, bensì piuttosto in una
chiamata alla responsabilità. Del resto, la saggezza
degli antichi riconosceva che la natura è a nostra
disposizione non come «un mucchio di rifiuti sparsi a
caso» [10],
mentre la Rivelazione biblica ci ha fatto
comprendere che la natura è dono del Creatore, il quale
ne ha disegnato gli ordinamenti intrinseci, affinché
l’uomo possa trarne gli orientamenti doverosi per «custodirla
e coltivarla» (cfr Gen
2,15) [11].
Tutto ciò che esiste appartiene a Dio, che lo ha affidato
agli uomini, ma non perché ne dispongano arbitrariamente.
E quando l’uomo, invece di svolgere il suo ruolo di
collaboratore di Dio, a Dio si sostituisce, finisce col
provocare la ribellione della natura, «piuttosto
tiranneggiata che governata da lui» [12].
L’uomo, quindi, ha il dovere di esercitare un
governo responsabile della creazione, custodendola e
coltivandola [13].
7.
Purtroppo, si deve constatare che una moltitudine di
persone, in diversi Paesi e regioni del pianeta,
sperimenta crescenti difficoltà a causa della negligenza
o del rifiuto, da parte di tanti, di esercitare un governo
responsabile sull’ambiente. Il Concilio
Ecumenico Vaticano II ha ricordato che «Dio ha
destinato la terra e tutto quello che essa contiene
all’uso di tutti gli uomini e di tutti i popoli» [14].
L’eredità del creato appartiene, pertanto, all’intera
umanità. Invece, l’attuale ritmo di sfruttamento mette
seriamente in pericolo la disponibilità di alcune risorse
naturali non solo per la generazione presente, ma
soprattutto per quelle future [15].
Non è difficile allora costatare che il degrado
ambientale è spesso il risultato della mancanza di
progetti politici lungimiranti o del perseguimento di
miopi interessi economici, che si trasformano, purtroppo,
in una seria minaccia per il creato. Per contrastare tale
fenomeno, sulla base del fatto che «ogni decisione
economica ha una conseguenza di carattere morale» [16],
è anche necessario che l’attività economica rispetti
maggiormente l’ambiente. Quando ci si avvale delle
risorse naturali, occorre preoccuparsi della loro
salvaguardia, prevedendone anche i costi – in termini
ambientali e sociali –, da valutare come una voce
essenziale degli stessi costi dell’attività economica.
Compete alla comunità internazionale e ai governi
nazionali dare i giusti segnali per contrastare in modo
efficace quelle modalità d’utilizzo dell’ambiente che
risultino ad esso dannose. Per proteggere l’ambiente,
per tutelare le risorse e il clima occorre, da una parte,
agire nel rispetto di norme ben definite anche dal punto
di vista giuridico ed economico, e, dall’altra,
tenere conto della solidarietà dovuta a quanti abitano le
regioni più povere della terra e alle future generazioni.
8. Sembra
infatti urgente la conquista di una leale solidarietà
inter-generazionale. I costi derivanti dall’uso
delle risorse ambientali comuni non possono essere a
carico delle generazioni future: «Eredi delle generazioni
passate e beneficiari del lavoro dei nostri contemporanei,
noi abbiamo degli obblighi verso tutti e non possiamo
disinteressarci di coloro che verranno dopo di noi ad
ingrandire la cerchia della famiglia umana. La solidarietà
universale, ch’è un fatto e per noi un beneficio, è
altresì un dovere. Si tratta di una responsabilità
che le generazioni presenti hanno nei confronti di quelle
future, una responsabilità che appartiene anche ai
singoli Stati e alla Comunità internazionale» [17].
L’uso delle risorse naturali dovrebbe essere tale che i
vantaggi immediati non comportino conseguenze negative per
gli esseri viventi, umani e non umani, presenti e a
venire; che la tutela della proprietà privata non
ostacoli la destinazione universale dei beni [18];
che l’intervento dell’uomo non comprometta la fecondità
della terra, per il bene di oggi e per il bene di domani.
Oltre ad una leale solidarietà inter-generazionale, va
ribadita l’urgente necessità morale di una rinnovata solidarietà
intra-generazionale, specialmente nei rapporti
tra i Paesi in via di sviluppo e quelli altamente
industrializzati: «la comunità internazionale ha il
compito imprescindibile di trovare le strade istituzionali
per disciplinare lo sfruttamento delle risorse non
rinnovabili, con la partecipazione anche dei Paesi poveri,
in modo da pianificare insieme il futuro» [19].
La crisi ecologica mostra l’urgenza di una solidarietà
che si proietti nello spazio e nel tempo. È infatti
importante riconoscere, fra le cause dell’attuale crisi
ecologica, la responsabilità storica dei Paesi
industrializzati. I Paesi meno sviluppati e, in
particolare, quelli emergenti, non sono tuttavia esonerati
dalla propria responsabilità rispetto al creato, perché
il dovere di adottare gradualmente misure e politiche
ambientali efficaci appartiene a tutti. Ciò potrebbe
realizzarsi più facilmente se vi fossero calcoli meno
interessati nell’assistenza, nel trasferimento delle
conoscenze e delle tecnologie più pulite.
9. È
indubbio che uno dei principali nodi da affrontare, da
parte della comunità internazionale, è quello delle
risorse energetiche, individuando strategie condivise e
sostenibili per soddisfare i bisogni di energia della
presente generazione e di quelle future. A tale scopo, è
necessario che le società tecnologicamente avanzate siano
disposte a favorire comportamenti improntati alla sobrietà,
diminuendo il proprio fabbisogno di energia e migliorando
le condizioni del suo utilizzo. Al tempo stesso, occorre
promuovere la ricerca e l’applicazione di energie di
minore impatto ambientale e la «ridistribuzione
planetaria delle risorse energetiche, in modo che anche i
Paesi che ne sono privi possano accedervi» [20].
La crisi ecologica, dunque, offre una storica opportunità
per elaborare una risposta collettiva volta a convertire
il modello di sviluppo globale in una direzione più
rispettosa nei confronti del creato e di uno sviluppo
umano integrale, ispirato ai valori propri della carità
nella verità. Auspico, pertanto, l’adozione di un
modello di sviluppo fondato sulla centralità
dell’essere umano, sulla promozione e condivisione del
bene comune, sulla responsabilità, sulla consapevolezza
del necessario cambiamento degli stili di vita e sulla
prudenza, virtù che indica gli atti da compiere oggi, in
previsione di ciò che può accadere domani [21].
10. Per
guidare l’umanità verso una gestione complessivamente
sostenibile dell’ambiente e delle risorse del pianeta,
l’uomo è chiamato a impiegare la sua intelligenza nel
campo della ricerca scientifica e tecnologica e
nell’applicazione delle scoperte che da questa derivano.
La «nuova solidarietà», che Giovanni
Paolo II propose nel Messaggio
per la Giornata Mondiale della Pace del 1990 [22],
e la «solidarietà globale», che io stesso ho
richiamato nel Messaggio
per la Giornata Mondiale della Pace del 2009 [23],
risultano essere atteggiamenti essenziali per
orientare l’impegno di tutela del creato, attraverso un
sistema di gestione delle risorse della terra meglio
coordinato a livello internazionale, soprattutto nel
momento in cui va emergendo, in maniera sempre più
evidente, la forte interrelazione che esiste tra la lotta
al degrado ambientale e la promozione dello sviluppo umano
integrale. Si tratta di una dinamica imprescindibile, in
quanto «lo sviluppo integrale dell’uomo non può aver
luogo senza lo sviluppo solidale dell’umanità» [24].
Tante sono oggi le opportunità scientifiche e i
potenziali percorsi innovativi, grazie ai quali è
possibile fornire soluzioni soddisfacenti ed armoniose
alla relazione tra l’uomo e l’ambiente. Ad esempio,
occorre incoraggiare le ricerche volte ad individuare le
modalità più efficaci per sfruttare la grande
potenzialità dell’energia solare. Altrettanta
attenzione va poi rivolta alla questione ormai planetaria
dell’acqua ed al sistema idrogeologico globale, il cui
ciclo riveste una primaria importanza per la vita sulla
terra e la cui stabilità rischia di essere fortemente
minacciata dai cambiamenti climatici. Vanno altresì
esplorate appropriate strategie di sviluppo rurale
incentrate sui piccoli coltivatori e sulle loro famiglie,
come pure occorre approntare idonee politiche per la
gestione delle foreste, per lo smaltimento dei rifiuti,
per la valorizzazione delle sinergie esistenti tra il
contrasto ai cambiamenti climatici e la lotta alla povertà.
Occorrono politiche nazionali ambiziose, completate da un
necessario impegno internazionale che apporterà
importanti benefici soprattutto nel medio e lungo termine.
È necessario, insomma, uscire dalla logica del mero
consumo per promuovere forme di produzione agricola e
industriale rispettose dell’ordine della creazione e
soddisfacenti per i bisogni primari di tutti. La questione
ecologica non va affrontata solo per le agghiaccianti
prospettive che il degrado ambientale profila
all’orizzonte; a motivarla deve essere soprattutto la
ricerca di un’autentica solidarietà a dimensione
mondiale, ispirata dai valori della carità, della
giustizia e del bene comune. D’altronde, come ho già
avuto modo di ricordare, «la tecnica non è mai solo
tecnica. Essa manifesta l’uomo e le sue aspirazioni allo
sviluppo; esprime la tensione dell’animo umano al
graduale superamento di certi condizionamenti materiali. La
tecnica, pertanto, si inserisce nel
mandato di «coltivare e custodire la terra»
(cfr Gen
2,15), che Dio ha affidato all’uomo, e va
orientata a rafforzare quell’alleanza tra essere umano e
ambiente che deve essere specchio dell’amore creatore di
Dio» [25].
11.
Appare sempre più chiaramente che il tema del degrado
ambientale chiama in causa i comportamenti di ognuno di
noi, gli stili di vita e i modelli di consumo e di
produzione attualmente dominanti, spesso insostenibili dal
punto di vista sociale, ambientale e finanche economico.
Si rende ormai indispensabile un effettivo cambiamento di
mentalità che induca tutti ad adottare nuovi stili di
vita «nei quali la ricerca del vero, del bello e del
buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita
comune siano gli elementi che determinano le scelte dei
consumi, dei risparmi e degli investimenti» [26].
Sempre più si deve educare a costruire la pace a partire
dalle scelte di ampio raggio a livello personale,
familiare, comunitario e politico. Tutti siamo
responsabili della protezione e della cura del creato. Tale
responsabilità non conosce frontiere. Secondo il principio
di sussidiarietà, è importante che ciascuno
si impegni al livello che gli corrisponde, operando
affinché venga superata la prevalenza degli interessi
particolari. Un ruolo di sensibilizzazione e di formazione
spetta in particolare ai vari soggetti della società
civile e alle Organizzazioni non-governative, che si
prodigano con determinazione e generosità per la
diffusione di una responsabilità ecologica, che dovrebbe
essere sempre più ancorata al rispetto dell’ «ecologia
umana». Occorre, inoltre, richiamare la responsabilità
dei media in tale ambito, proponendo modelli
positivi a cui ispirarsi. Occuparsi dell’ambiente
richiede, cioè, una visione larga e globale del mondo;
uno sforzo comune e responsabile per passare da una logica
centrata sull’egoistico interesse nazionalistico ad una
visione che abbracci sempre le necessità di tutti i
popoli. Non si può rimanere indifferenti a ciò che
accade intorno a noi, perché il deterioramento di
qualsiasi parte del pianeta ricadrebbe su tutti. Le
relazioni tra persone, gruppi sociali e Stati, come quelle
tra uomo e ambiente, sono chiamate ad assumere lo stile
del rispetto e della «carità nella verità». In tale
ampio contesto, è quanto mai auspicabile che trovino
efficacia e corrispondenza gli sforzi della comunità
internazionale volti ad ottenere un progressivo disarmo ed
un mondo privo di armi nucleari, la cui sola presenza
minaccia la vita del pianeta e il processo di sviluppo
integrale dell’umanità presente e di quella futura.
12. La
Chiesa ha una responsabilità per il creato e sente di
doverla esercitare, anche in ambito pubblico, per
difendere la terra, l’acqua e l’aria, doni di Dio
Creatore per tutti, e, anzitutto, per proteggere l’uomo
contro il pericolo della distruzione di se stesso. Il
degrado della natura è, infatti, strettamente connesso
alla cultura che modella la convivenza umana, per cui «quando
l’«ecologia umana» è rispettata dentro la società,
anche l’ecologia ambientale ne trae beneficio» [27].
Non si può domandare ai giovani di rispettare
l’ambiente, se non vengono aiutati in famiglia e nella
società a rispettare se stessi: il libro della natura è
unico, sia sul versante dell’ambiente come su quello
dell’etica personale, familiare e sociale [28].
I doveri verso l’ambiente derivano da quelli verso la
persona considerata in se stessa e in relazione agli
altri. Volentieri, pertanto, incoraggio l’educazione ad
una responsabilità ecologica, che, come ho indicato
nell’Enciclica Caritas
in veritate, salvaguardi un’autentica «ecologia
umana» e, quindi, affermi con rinnovata convinzione
l’inviolabilità della vita umana in ogni sua fase e in
ogni sua condizione, la dignità della persona e
l’insostituibile missione della famiglia, nella quale si
educa all’amore per il prossimo e al rispetto della
natura [29].
Occorre salvaguardare il patrimonio umano della società.
Questo patrimonio di valori ha la sua origine ed è
iscritto nella legge morale naturale, che è fondamento
del rispetto della persona umana e del creato.
13. Non
va infine dimenticato il fatto, altamente indicativo, che
tanti trovano tranquillità e pace, si sentono rinnovati e
rinvigoriti quando sono a stretto contatto con la bellezza
e l’armonia della natura. Vi è pertanto una sorta di
reciprocità: nel prenderci cura del creato, noi
constatiamo che Dio, tramite il creato, si prende cura di
noi. D’altra parte, una corretta concezione del rapporto
dell’uomo con l’ambiente non porta ad assolutizzare la
natura né a ritenerla più importante della stessa
persona. Se il Magistero della Chiesa esprime perplessità
dinanzi ad una concezione dell’ambiente ispirata all’ecocentrismo
e al biocentrismo, lo fa perché tale concezione elimina
la differenza ontologica e assiologica tra la persona
umana e gli altri esseri viventi. In tal modo, si viene di
fatto ad eliminare l’identità e il ruolo superiore
dell’uomo, favorendo una visione egualitaristica della
«dignità» di tutti gli esseri viventi. Si dà adito,
così, ad un nuovo panteismo con accenti neopagani che
fanno derivare dalla sola natura, intesa in senso
puramente naturalistico, la salvezza per l’uomo. La
Chiesa invita, invece, ad impostare la questione in modo
equilibrato, nel rispetto della «grammatica» che il
Creatore ha inscritto nella sua opera, affidando
all’uomo il ruolo di custode e amministratore
responsabile del creato, ruolo di cui non deve certo
abusare, ma da cui non può nemmeno abdicare. Infatti,
anche la posizione contraria di assolutizzazione della
tecnica e del potere umano, finisce per essere un grave
attentato non solo alla natura, ma anche alla stessa
dignità umana [30].
14. Se
vuoi coltivare la pace, custodisci il creato. La
ricerca della pace da parte di tutti gli uomini di buona
volontà sarà senz’altro facilitata dal comune
riconoscimento del rapporto inscindibile che esiste tra
Dio, gli esseri umani e l’intero creato. Illuminati
dalla divina Rivelazione e seguendo la Tradizione della
Chiesa, i cristiani offrono il proprio apporto. Essi
considerano il cosmo e le sue meraviglie alla luce
dell’opera creatrice del Padre e redentrice di Cristo,
che, con la sua morte e risurrezione, ha riconciliato con
Dio «sia le cose che stanno sulla terra, sia quelle che
stanno nei cieli» (Col
1,20). Il Cristo, crocifisso e risorto, ha fatto
dono all’umanità del suo Spirito santificatore, che
guida il cammino della storia, in attesa del giorno in
cui, con il ritorno glorioso del Signore, verranno
inaugurati «nuovi cieli e una terra nuova» (2
Pt 3,13), in cui abiteranno per sempre la
giustizia e la pace. Proteggere l’ambiente naturale per
costruire un mondo di pace è, pertanto, dovere di ogni
persona. Ecco una sfida urgente da affrontare con
rinnovato e corale impegno; ecco una provvidenziale
opportunità per consegnare alle nuove generazioni la
prospettiva di un futuro migliore per tutti. Ne siano
consapevoli i responsabili delle nazioni e quanti, ad ogni
livello, hanno a cuore le sorti dell’umanità: la
salvaguardia del creato e la realizzazione della pace sono
realtà tra loro intimamente connesse! Per questo, invito
tutti i credenti ad elevare la loro fervida preghiera a
Dio, onnipotente Creatore e Padre misericordioso, affinché
nel cuore di ogni uomo e di ogni donna risuoni, sia
accolto e vissuto il pressante appello: Se vuoi
coltivare la pace, custodisci il creato.
Dal
Vaticano, 8 dicembre 2009 |
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