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MESSAGGIO PER LA GIORNATA MONDIALE DEI MIGRANTI

Radio Vaticana, 15.10.2005

L’IMMIGRAZIONE E’ UN SEGNO DEI TEMPI NEL MONDO DI OGGI CHE SOLLECITA I CRISTIANI A UNA RISPOSTA DI GRANDE SOLIDARIETA’: IL MESSAGGIO DEL PAPA PER LA GIORNATA DEI MIGRANTI 2006 PRESENTATO NELLA SALA STAMPA VATICANA

 Un fenomeno divenuto ormai stabile e continuo, con il quale ogni società deve fare i conti: l’immigrazione. E poi le sue derive - il traffico di esseri umani, lo sfruttamento delle donne fino alla prostituzione - che richiedono specialmente ai cristiani un approccio fatto di solidarietà attenta e di accoglienza generosa, con la Chiesa in prima linea ad offrire tutto il sostegno pastorale necessario. E’ la “lettura” che Benedetto XVI dà dell’attuale scenario migratorio nel suo Messaggio per la 92.ma Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato che cadrà il 15 gennaio 2006. Il documento è stato presentato questa mattina nella Sala Stampa vaticana. Ce ne parla Alessandro De Carolis: 

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 La globalizzazione l’ha resa ormai “strutturale” nel mondo del Duemila e le ha cambiato volto. Nel secolo scorso, l’immigrazione era prevalentemente “maschile” e indotta soprattutto dal bisogno economico. Oggi, non solo la povertà ma anche i tanti conflitti che insanguinano il pianeta – così come l’esigenza di studio e di formazione culturale in luoghi che ne offrano di miglior livello – portano masse di uomini, donne, giovani a tentare la sorte lontano dal proprio Paese. E c’è un fatto nuovo: sono sempre di più le donne a tentarla da sole, divenendo in molti casi “la fonte principale di reddito” per la famiglia lasciata alle spalle. Anche se, specialmente nel loro caso, gli abusi sono all’ordine del giorno. 

 Nel suo messaggio, Benedetto XVI definisce le migrazioni uno di quei “segni dei tempi” che 40 anni fa il Vaticano II invitò la Chiesa a scrutare con grande attenzione e che, oltre al loro strascico di costi umani e sociali, presentano spesso aspetti positivi, che la Chiesa si sforza di cogliere valorizzare, come ha spiegato questa mattina in Sala Stampa vaticana il cardinale Fumio Hamao, presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale dei migranti e degli itineranti: 

“Il Messaggio ora di Benedetto XVI, in continuità conciliare, invita anzitutto, in chiave positiva, a leggere le migrazioni come un’opportunità, quasi una sfida. Esse, infatti 'favoriscono la conoscenza reciproca e sono occasione di dialogo e comunione, se non di integrazione a vari livelli' (…) Strumento nel passaggio da società monoculturali a società plurietniche e interculturali, le migrazioni possono inoltre essere considerate come 'segno della viva presenza di Dio nella storia e nella comunità degli uomini, poiché offrono un’opportunità provvidenziale per realizzare il piano di Dio di una comunione universale'”.

Il Pontefice si sofferma sul caleidoscopio del fenomeno migratorio nel 21.mo secolo. Esso, scrive, comprende “le migrazioni sia interne che internazionali, quelle forzate e quelle volontarie, quelle legali e quelle irregolari, soggette anche alla piaga del traffico di esseri umani”, oltre  alla categoria in crescita degli studenti esteri. Di questi aspetti, Benedetto XVI affronta per primo quello della “femminizzazione” dell’immigrazione, che vede oggi donne muoversi autonomamente per trovare un impiego, quasi sempre – nota il Papa – in “settori che offrono bassi salari”, come quello del lavoro domestico. E qui c’è un primo appello del Pontefice ai cristiani, chiamati – afferma – “a dar prova del loro impegno per il giusto trattamento della donna migrante, per il rispetto della sua femminilità, per il riconoscimento dei suoi uguali diritti”. 

Ma essere donna e migrante vuol dire spesso essere costretta a subire violazioni della propria dignità. Benedetto XVI denuncia a chiare lettere – all’interno della drammatica piaga del traffico di esseri umani – la condizione particolare di donne e ragazze destinate, una volta giunte nel Paese d’accoglienza, “ad essere poi sfruttate sul lavoro, quasi come schiave, e non di rado anche nell’industria del sesso”. Nel condannare, con le parole di Giovanni Paolo II, “la diffusa cultura edonistica e mercantile” che fa da sostrato a questa situazione, il Papa chiama di nuovo in causa i credenti: “Vi è qui – dichiara – tutto un programma di redenzione e di liberazione a cui i cristiani non possono sottrarsi”.  

Passando poi al capitolo dei rifugiati e dei richiedenti asilo, Benedetto XVI rileva la consuetudine che porta ad interrogarsi sempre sul problema costituito dall’ingresso dell’immigrato in un Paese e quasi mai sul perché sia fuggito dal proprio. Tuttavia la Chiesa, prosegue, ha la sensibilità per guardare “a questo mondo di sofferenza e di violenza con gli occhi di Gesù”. Sa commuoversi e lasciarsi guidare dalla “fantasia della carità”, con “speranza, coraggio, amore”. Ci sono migliaia di organizzazioni ecclesiali – ha commentato in proposito durante la conferenza stampa l’arcivescovo Agostino Marchetto, segretario del dicastero vaticano – che si adoperano per alleviare le sofferenze di molti sfollati, ad esempio nei campi profughi dell’Africa: 

“Ne cito soltanto una, fra le più consistenti, e cioè il programma alimentare nei campi dei rifugiati, che è da lungo tempo drammaticamente sottofinanziato. Ne sono conseguenze inevitabili gravi tagli alle razioni di cibo, bloccate anche per mesi al di sotto delle fatidiche 1500 calorie al giorno. Ne risulta il sottosviluppo dei ragazzi nell’età più delicata, il rischio di incentivare il deleterio commercio di sesso per cibo e, ancora, il ritorno forzato di rifugiati e sfollati in ambienti insicuri”. 

Non solo. Benedetto XVI sposta in avanti il confine della solidarietà: davanti al dramma dei rifugiati, “le loro Chiese d'origine – esorta - non mancheranno di mostrare la loro sollecitudine con l’invio di assistenti della stessa lingua e cultura, in dialogo di carità con le Chiese particolari d'accoglienza”.  Così come, aggiunge, la Chiesa deve farsi carico della cura pastorale dei sempre più numerosi giovani studenti che si recano all’estero per compiere o completare gli studi.

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MESSAGGIO DEL PAPA

- FONTE: VATICAN INFORMATION SERVICE -

Il primo Messaggio di Benedetto XVI in tema di migrazioni coincide con la 92ª Giornata del Migrante e del Rifugiato, che sarà celebrata mondialmente domenica 15 gennaio 2006. Esso porta il titolo "Migrazioni: segno dei tempi" ed è quindi significativo anzitutto notare che un fenomeno come le migrazioni, dai contorni tanto attuali e, per certi aspetti, anche drammatici, trovi riscontro nell’espressione "segno dei tempi", che ispira nella Chiesa un sapiente discernimento di impulsi, sul crinale della storia, verso questo o quell’atteggiamento, che porta poi a prendere una direzione pastorale piuttosto che un’altra. In questa prospettiva, il fenomeno migratorio è altresì elemento qualificante per presagire l’orientamento futuro dell’itinerario storico dell’intera umanità, dal momento che - come attesta il Messaggio - «ha assunto nel corso del secolo da poco concluso una configurazione, per così dire, strutturale», a dimensione planetaria. Le migrazioni, comunque, vanno interpretate alla luce della Rivelazione, con la guida del Magistero della Chiesa, incentrata nel segno-sacramento che è Gesù Cristo.

Più recentemente, se vogliamo andare alla storia, l’espressione "segno dei tempi" è stata usata nella bolla di indizione del Concilio Vaticano II, Humanae salutis, del 25 dicembre 1961, e proprio a quella grande Assise fa appello l’introduzione del Messaggio per il 2006 di Benedetto XVI, commemorandone il quarantesimo anniversario della chiusura. Così si esprimeva Papa Giovanni XXIII: "Facendo nostra la raccomandazione di Gesù di saper distinguere i segni dei tempi, ci sembra di scorgere in mezzo a tante tenebre, indizi non pochi che fanno ben sperare sulle sorti della Chiesa e dell’umanità". Il Concilio, poi, riprese il sintagma quattro volte nei suoi documenti finali (Gaudium et spes 4, Presbyterorum ordinis 9, Apostolicam actuositatem 14, Unitatis redintegratio 4). Giovanni XXIII ne fece altresì quasi parola di riferimento dell’enciclica "Pacem in terris".

Il Messaggio ora di Benedetto XVI, in continuità conciliare, invita anzitutto, in chiave positiva, a leggere le migrazioni come un’opportunità, quasi una sfida. Esse, infatti, "favoriscono la conoscenza reciproca e sono occasione di dialogo e comunione, se non di integrazione a vari livelli" (Istruzione Erga migrantes caritas Christi, "La carità di Cristo verso i migranti", 2). Così, "pongono ai cristiani nuovi impegni di evangelizzazione e di solidarietà, chiamandoli ad approfondire quei valori, pure condivisi da altri gruppi religiosi o laici, assolutamente indispensabili per assicurare una armonica convivenza" (Ib. 9). In questo modo, - come risulta dal Messaggio Pontificio - la «spinta poderosa esercitata dalla globalizzazione», pure in contesto migratorio, diventa occasione privilegiata soprattutto per rendere concreta la "globalizzazione della solidarietà", tanto auspicata dal Servo di Dio Giovanni Paolo II (Pastores Gregis nn. 63 e 69). Strumento nel passaggio da società monoculturali a società plurietniche e interculturali, le migrazioni possono inoltre essere considerate come "segno della viva presenza di Dio nella storia e nella comunità degli uomini, poiché offrono un’opportunità provvidenziale per realizzare il piano di Dio di una comunione universale" (Erga migrantes caritas Christi 9).

Si ricava dal Messaggio del Santo Padre, poi, la convinzione che donne e uomini in emigrazione rappresentino una preziosa risorsa per lo sviluppo dell’intera umanità, grazie alle potenzialità, umano-spirituali e culturali, di cui ciascuno è depositario, senza con questo misconoscere il costo umano dell’esperienza migratoria e le sue molteplici incidenze sociali, economiche e politiche.

E qui già ci rivolgiamo a considerare i risvolti negativi, del resto chiaramente enunciati nel Messaggio odierno, soprattutto quest’anno in riferimento alle avversità che incontrano le donne migranti - il Papa accenna alla "femminizzazione" del fenomeno migratorio -, così come le tragedie che coinvolgono i richiedenti asilo e i rifugiati e le ben note difficoltà degli studenti esteri, specialmente se provenienti dal Terzo Mondo. Queste situazioni di disagio e di conflitto "mostrano la lacerazione introdotta nella famiglia umana dal peccato, e risultano pertanto una dolorosa invocazione alla vera fraternità" (Ib. 12), anche se le sofferenze, che ne conseguono, possono essere considerate "espressione del travaglio del parto di una nuova umanità" (Ib. 12). Viste così, le migrazioni si situano tra gli autentici segni del tempo, accanto "a quegli eventi biblici che scandiscono le tappe del faticoso cammino dell’umanità verso la nascita di un popolo oltre le discriminazioni e le frontiere" (Ib. 13).

In effetti, nella lettura delle migrazioni come segno dei tempi, confluiscono diverse componenti. Vi sono comprese, infatti, «le migrazioni sia interne che internazionali, quelle forzate e quelle volontarie, quelle legali e quelle irregolari, soggette anche alla piaga del traffico di esseri umani» concludendo, il Santo Padre, con un rimando alla «categoria degli studenti esteri». Egli eleva peraltro il tutto verso un cogliere, nella sfida che pone a noi l’emigrazione, «la possibilità di rispondere in modo adeguato ai perenni interrogativi sul senso della vita presente e futura e sulla giusta impostazione dei rapporti sociali».

In questo contesto, non voglio dimenticare di menzionare i giovani migranti, sia intruppati magari fra i ragazzi di strada - a cui abbiamo dedicato un Congresso Internazionale (il primo) per la relativa specifica pastorale, poco più di un anno fa -, sia gli studenti esteri, richiamati pure con amore nel Messaggio Pontificio. Per essi stiamo organizzando il Secondo Congresso Internazionale di pastorale specifica, con base nell’Istruzione del Pontificio Consiglio dal titolo "La carità di Cristo verso i migranti", che si svolgerà a Roma dal 14 al 16 dicembre prossimo.

Dunque, a pari passo con l’impegno per una giustizia che si attui pure per i migranti, il Messaggio invita alla carità, che spinge a mantenere ed estendere una fitta rete di attività di autentica accoglienza e di genuina disponibilità operativa (cfr Ib. 42-43), per venire incontro, anche a titolo di supplenza, alle tante emergenze degli immigrati nell’impatto con la società di arrivo. Dovrebbero altresì moltiplicarsi gli itinerari che promuovono l’integrazione, lo scambio interculturale, lo sviluppo di una mentalità aperta all’universale, non meno che il dialogo interreligioso, il quale nell’ora presente segna con forza la missione della Chiesa. Così, anche nell’ambito delle migrazioni, l’ansia missionaria spinge, lungo le vie che la Provvidenza apre davanti a noi, a cogliere tutte le occasioni «per portare agli uomini di oggi il messaggio evangelico», secondo il monito e l’auspicio del Messaggio del Santo Padre.

 

 

 

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