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Radio
Vaticana 25 dicembre 2009
Il
Messaggio natalizio del Papa: la Chiesa non teme di
offrire, anche tra attacchi e persecuzioni, il Bambino Gesù,
mistero di amore e di luce
◊ La
Chiesa non ha paura, anche nelle situazioni più
difficili, nelle persecuzioni e negli attacchi, perché la
sua forza è il Bambino Gesù, mistero di amore e di luce
che vuole donare al mondo intero: è quanto ha detto oggi
il Papa, in una giornata nuvolosa, dalla Loggia centrale
della Basilica Vaticana nel suo tradizionale Messaggio
nella Solennità del Natale del Signore, trasmesso in
mondovisione. Migliaia i fedeli presenti in Piazza San
Pietro che hanno espresso con entusiasmo al Pontefice
tutto il loro affetto. Benedetto XVI ha quindi rivolto gli
auguri in 65 lingue e impartito la Benedizione “Urbi et
Orbi”. Il servizio di Sergio Centofanti.
“La luce che promana dalla grotta di Betlemme -
afferma il Papa - risplende su di noi”, ovvero “la
Chiesa, la grande famiglia universale dei credenti in
Cristo, che hanno atteso con speranza la nuova nascita del
Salvatore”. All’inizio, attorno alla mangiatoia di
Betlemme, quel ‘noi’ era quasi invisibile agli occhi
degli uomini: oltre a Maria e a Giuseppe c’erano solo
pochi umili pastori:
“La luce del primo Natale fu come un fuoco acceso
nella notte. Tutt’intorno era buio, mentre nella grotta
risplendeva la luce vera ‘che illumina ogni uomo’ (Gv
1,9). Eppure tutto avviene nella semplicità e nel
nascondimento, secondo lo stile con il quale Dio opera
nell’intera storia della salvezza. Dio ama accendere
luci circoscritte, per rischiarare poi a largo raggio”.
La Verità e l’Amore – ha proseguito – “si
accendono là dove la luce viene accolta, diffondendosi
poi a cerchi concentrici, quasi per contatto, nei cuori e
nelle menti di quanti, aprendosi liberamente al suo
splendore, diventano a loro volta sorgenti di luce. È la
storia della Chiesa che inizia il suo cammino nella povera
grotta di Betlemme” per portare quella luce all’intera
umanità, “anche nelle situazioni più difficili. La
Chiesa, come la Vergine Maria, offre al mondo Gesù, il
Figlio, che Lei stessa ha ricevuto in dono, e che è
venuto a liberare l’uomo dalla schiavitù del
peccato”:
“Come Maria, la Chiesa non ha paura, perché quel
Bambino è la sua forza. Ma lei non lo tiene per sé: lo
offre a quanti lo cercano con cuore sincero, agli umili
della terra e agli afflitti, alle vittime della violenza,
a quanti bramano il bene della pace. Anche oggi, per la
famiglia umana profondamente segnata da una grave crisi
economica, ma prima ancora morale, e dalle dolorose ferite
di guerre e conflitti, con lo stile della condivisione e
della fedeltà all’uomo, la Chiesa ripete con i pastori:
‘Andiamo fino a Betlemme’ (Lc 2,15), lì troveremo la
nostra speranza”.
Il Papa guarda alla Chiesa che vive nel mondo:
“Il ‘noi’ della Chiesa vive là dove Gesù è
nato, in Terra Santa, per invitare i suoi abitanti ad
abbandonare ogni logica di violenza e di vendetta e ad
impegnarsi con rinnovato vigore e generosità nel cammino
verso una convivenza pacifica”.
Il pensiero del Papa si volge poi “alla tribolata
situazione in Iraq” e al “piccolo gregge di
cristiani” che vive in questa regione:
“Esso talvolta soffre violenze e ingiustizie ma è
sempre proteso a dare il proprio contributo
all’edificazione della convivenza civile contraria alla
logica dello scontro e del rifiuto del vicino”.
Non manca un riferimento alla Chiesa che opera “in
Sri Lanka, nella Penisola coreana e nelle Filippine, come
pure in altre terre asiatiche, quale lievito di
riconciliazione e di pace”. Quindi guarda verso
l’Africa:
“Nel Continente africano non cessa di alzare la
voce verso Dio per implorare la fine di ogni sopruso nella
Repubblica Democratica del Congo; invita i cittadini della
Guinea e del Niger al rispetto dei diritti di ogni persona
ed al dialogo; a quelli del Madagascar chiede di superare
le divisioni interne e di accogliersi reciprocamente”.
Invita tutti “alla speranza, nonostante i drammi, le
prove e le difficoltà che continuano ad affliggerli”.
C’è poi la Chiesa in Occidente:
“In Europa e in America settentrionale, il
‘noi’ della Chiesa sprona a superare la mentalità
egoista e tecnicista, a promuovere il bene comune ed a
rispettare le persone più deboli, a cominciare da quelle
non ancora nate”.
Parlando dell’America Latina, ribadisce l’impegno
della Chiesa ad aiutare l’Honduras “a riprendere il
cammino istituzionale”:
“In
tutta l’America Latina il ‘noi’ della Chiesa è
fattore identitario, pienezza di verità e di carità che
nessuna ideologia può sostituire, appello al rispetto dei
diritti inalienabili di ogni persona ed al suo sviluppo
integrale, annuncio di giustizia e di fraternità, fonte
di unità”.
“Fedele
al mandato del suo Fondatore – ha aggiunto il Papa - la
Chiesa è solidale con coloro che sono colpiti dalle
calamità naturali e dalla povertà, anche nelle società
opulente”:
“Davanti all’esodo di quanti migrano dalla loro
terra e sono spinti lontano dalla fame,
dall’intolleranza o dal degrado ambientale, la Chiesa è
una presenza che chiama all’accoglienza. In una parola,
la Chiesa annuncia ovunque il Vangelo di Cristo nonostante
le persecuzioni, le discriminazioni, gli attacchi e
l’indifferenza, talvolta ostile, che – anzi – le
consentono di condividere la sorte del suo Maestro e
Signore”.
Infine il Papa, come da tradizione, ha pronunciato gli
auguri di Natale in varie lingue, quest’anno 65, una in
più dell’anno scorso, il kazako. All’Italia, ha
rivolto questo augurio:
“La nascita di Cristo rechi in ciascuno nuova
speranza e susciti generoso impegno per la concorde
costruzione di una società più giusta e solidale.
Contemplando la povera e umile grotta di Betlemme, le
famiglie e le comunità imparino uno stile di vita
semplice, trasparente e accogliente, ricco di gesti di
amore e di perdono”.
(applausi) |
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