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MESSAGGIO PASQUALE (8 APRILE 2007)

Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana

Radio Vaticana, 8 aprile 2007

Cristo Risorto non è un’illusione. Nella Pasqua del Signore, Benedetto XVI incoraggia i fedeli: anche l’incredulità di Tommaso, provata da tanti cristiani di oggi, può aiutarci a scoprire il Volto di Gesù. Nel Messaggio pasquale la vibrante invocazione del Papa per la pace nel mondo  

L’incredulità di Tommaso ci aiuta a scoprire il vero volto di Cristo: nel messaggio pasquale, Benedetto XVI ha parole di incoraggiamento per quanti, pur tra dubbi e incertezze, ricercano con cuore puro l’incontro con Gesù, vero Dio e vero uomo. Il Papa rivolge poi il pensiero a tutti i popoli feriti dalla guerra e dal terrorismo ed esorta i cristiani ad essere apostoli di pace. 

Il messaggio pasquale e la Benedizione Urbi et Orbi, impartita dalla Loggia centrale della Basilica Vaticana, sono stati preceduti dalla grande Messa di Pasqua in Piazza San Pietro, concelebrata dal Pontefice assieme a numerosi cardinali. Gli eventi sono stati seguiti in mondovisione, mentre oltre cento mila fedeli hanno partecipato al rito sacro riempiendo Piazza San Pietro e parte di via della Conciliazione. Il servizio di Alessandro Gisotti: 

 

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Cristo Risorto è “la speranza di un futuro migliore”, uniti a Lui “diventiamo apostoli di pace e messaggeri di una gioia che non teme il dolore”. Sulle note del Surrexit Dominus, Benedetto XVI fa ingresso in una Piazza San Pietro gremita di fedeli, accorsi da tutto il mondo per la Messa di Pasqua. Sono le 10,30 di una soleggiata mattina primaverile. Ad accogliere il Papa, il calore dei pellegrini ed una festa di suoni e di colori: il sagrato della Basilica Vaticana, come ormai è tradizione da 22 anni, è addobbato con migliaia di fiori offerti dall’Olanda. Prevalgono il bianco e il giallo della bandiera vaticana assieme ad una presenza di rose arancione a dare una sottile nota olandese. Ad accrescere la gioia della Chiesa, la solennità della Pasqua viene quest’anno celebrata nella stessa data da tutti i cristiani.  

A sottolineare questo annunzio corale della Risurrezione del Signore che unisce le Chiese d’Oriente e d’Occidente, durante la Messa – seguita in mondovisione da 70 emittenti televisive di 40 Paesi – vengono intonati i canti pasquali degli Stichi e Stichirà della liturgia bizantina. Tra le preghiere dei fedeli, per la pace, la difesa della vita, la concordia tra i credenti delle diverse religioni, c’è anche un’invocazione affinché la Risurrezione di Cristo “ravvivi in tutti i cristiani il desiderio di impegnarsi generosamente per giungere alla pienezza” dell’unità fra tutti i battezzati.  

E’ da poco passato mezzogiorno quando, conclusa la celebrazione eucaristica, e dopo la preghiera mariana del Regina Caeli, il Papa si affaccia dalla Loggia Centrale della Basilica di San Pietro per il messaggio pasquale e la Benedizione Urbi et Orbi. Momento tanto atteso e seguito in tutto il mondo, attraverso 108 emittenti televisive di 67 Paesi. Benedetto XVI sceglie per il suo augurio pasquale le parole di San Tommaso, la sua professione di fede: “Mio Signore e mio Dio”. Ricorda come il Risorto viene incontro agli Apostoli, alla loro “incredula sete di certezze”. E’, afferma, un incontro che “non fu sogno, né illusione o immaginazione soggettiva”, “ma esperienza vera”. Anche oggi, constata, l’umanità “attende dai cristiani una rinnovata testimonianza della Risurrezione di Cristo, ha bisogno di incontrarlo”. E si sofferma sull’esperienza di Tommaso:

“Se in questo Apostolo possiamo riscontrare i dubbi e le incertezze di tanti cristiani di oggi, le paure e le delusioni di innumerevoli nostri contemporanei, con lui possiamo anche riscoprire con convinzione rinnovata la fede in Cristo morto e risorto per noi. Questa fede, tramandata nel corso dei secoli dai successori degli Apostoli, continua, perché il Signore risorto non muore più. Egli vive nella Chiesa e la guida saldamente verso il compimento del suo eterno disegno di salvezza”.

Ciascuno di noi, prosegue il Papa, “può essere tentato dall’incredulità di Tommaso”. Il male e le ingiustizie specie quando colpiscono gli innocenti ed in particolare i bambini, si chiede il Santo Padre, “non mettono forse a dura prova la nostra fede?”  

“Eppure paradossalmente, proprio in questi casi, l’incredulità di Tommaso ci è utile e preziosa, perché ci aiuta a purificare ogni falsa concezione di Dio e ci conduce a scoprirne il volto autentico: il volto di un Dio che, in Cristo, si è caricato delle piaghe dell’umanità ferita”.  

Tommaso, spiega, riceve dal Signore il dono di una fede provata dalla passione e morte di Gesù e questo dono lo trasmette a sua volta alla Chiesa. “La fede che era quasi morta – è la sua riflessione – è rinata grazie al contatto con le piaghe di Cristo”, ferite che non ha nascosto, “ma ha mostrato e continua a indicarci nelle pene e nelle sofferenze di ogni essere umano”. Proprio quelle piaghe, dapprima ostacolo alla fede per Tommaso diventano “prova di un amore vittorioso”. E sottolinea che “solo un Dio che ci ama fino a prendere su di Sé le nostre ferite e il nostro dolore, soprattutto quello innocente, è degno di fede”. E quante ferite, riconosce il Papa, quanto dolore nel mondo:  

“Penso al flagello della fame, alle malattie incurabili, al terrorismo e ai sequestri di persona, ai mille volti della violenza - talora giustificata in nome della religione - al disprezzo della vita e alla violazione dei diritti umani, allo sfruttamento della persona”.  

Il Papa ricorda le calamità naturali e tragedie umane che hanno colpito di recente il Madagascar, le isole Salomone e l’America Latina. E guarda con apprensione al Darfur e ai Paesi vicini dell’Africa dove “permane una catastrofica e purtroppo sottovalutata situazione umanitaria”. Preoccupazione viene espressa anche per la situazione nella Repubblica Democratica del Congo, dove i saccheggi delle ultime settimane fanno temere per il futuro del processo democratico. Il Papa si sofferma anche sulla situazione in Somalia dove la ripresa dei combattimenti allontana la prospettiva della pace e sulla crisi che attanaglia lo Zimbabwe. Invoca così la pace per Timor Est, alla vigilia di importanze scadenze elettorali. Di pace, sottolinea, ha bisogno anche lo Sri Lanka alla ricerca di “una soluzione negoziata” e l’Afghanistan “segnato da crescente inquietudine e instabilità”. Quindi, il pensiero va al Medio Oriente:

“In Medio Oriente, accanto a segni di speranza nel dialogo fra Israele e l’Autorità palestinese, nulla di positivo purtroppo viene dall’Iraq, insanguinato da continue stragi, mentre fuggono le popolazioni civili; in Libano lo stallo delle istituzioni politiche minaccia il ruolo che il Paese è chiamato a svolgere nell’area mediorientale e ne ipoteca gravemente il futuro”.  

Il Pontefice non dimentica poi le difficoltà che affrontano ogni giorno le comunità cristiane e “l’esodo dei cristiani dalla Terra benedetta che è la culla della nostra fede”. E conclude il messaggio con parole di incoraggiamento per tutta l’umanità:  

“Cari fratelli e sorelle, attraverso le piaghe di Cristo risorto possiamo vedere questi mali che affliggono l’umanità con occhi di speranza. Risorgendo, infatti, il Signore non ha tolto la sofferenza e il male dal mondo, ma li ha vinti alla radice con la sovrabbondanza della sua Grazia. Alla prepotenza del Male ha opposto l’onnipotenza del suo Amore. Ci ha lasciato come via alla pace e alla gioia l’Amore che non teme la morte”.

Il Papa, che nel pomeriggio si recherà nella sua residenza di Castel Gandolfo, rivolge poi gli auguri di Pasqua in 62 lingue dall’arabo al cinese, dal tedesco sua lingua madre al samoano e ancora in latino, aramaico ed esperanto. Il primo saluto, come da tradizione, è in lingua italiana:  

“Buona Pasqua a voi, uomini e donne di Roma e d’Italia! Il messaggio di speranza, di fraternità e di pace, che ogni anno in questo Giorno santo si rinnova con vigore, giunga agli abitanti dell’amata Nazione italiana, e rechi, soprattutto alle famiglie, la gioia e la serenità del Signore risorto”.

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE

Fratelli e sorelle del mondo intero,
uomini e donne di buona volontà!

Cristo è risorto! Pace a voi! Si celebra oggi il grande mistero, fondamento della fede e della speranza cristiana: Gesù di Nazaret, il Crocifisso, è risuscitato dai morti il terzo giorno, secondo le Scritture. L’annuncio dato dagli angeli, in quell’alba del primo giorno dopo il sabato, a Maria di Magdala e alle donne accorse al sepolcro, lo riascoltiamo oggi con rinnovata emozione: "Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato!" (Lc 24,5-6).

Non è difficile immaginare quali fossero, in quel momento, i sentimenti di queste donne: sentimenti di tristezza e sgomento per la morte del loro Signore, sentimenti di incredulità e stupore per un fatto troppo sorprendente per essere vero. La tomba però era aperta e vuota: il corpo non c’era più. Pietro e Giovanni, avvertiti dalle donne, corsero al sepolcro e verificarono che esse avevano ragione. La fede degli Apostoli in Gesù, l’atteso Messia, era stata messa a durissima prova dallo scandalo della croce. Durante il suo arresto, la sua condanna e la sua morte si erano dispersi, ed ora si ritrovavano insieme, perplessi e disorientati. Ma il Risorto stesso venne incontro alla loro incredula sete di certezze. Non fu sogno, né illusione o immaginazione soggettiva quell’incontro; fu un’esperienza vera, anche se inattesa e proprio per questo particolarmente toccante. "Venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!»" (Gv 20,19).

A quelle parole, la fede quasi spenta nei loro animi si riaccese. Gli Apostoli riferirono a Tommaso, assente in quel primo incontro straordinario: Sì, il Signore ha compiuto quanto aveva preannunciato; è veramente risorto e noi lo abbiamo visto e toccato! Tommaso però rimase dubbioso e perplesso. Quando Gesù venne una seconda volta, otto giorni dopo nel Cenacolo, gli disse: "Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!". La risposta dell’Apostolo è una commovente professione di fede: "Mio Signore e mio Dio!" (Gv 20,27-28).

"Mio Signore e mio Dio"! Rinnoviamo anche noi la professione di fede di Tommaso. Come augurio pasquale, quest’anno, ho voluto scegliere proprio le sue parole, perché l’odierna umanità attende dai cristiani una rinnovata testimonianza della risurrezione di Cristo; ha bisogno di incontrarlo e di poterlo conoscere come vero Dio e vero Uomo. Se in questo Apostolo possiamo riscontrare i dubbi e le incertezze di tanti cristiani di oggi, le paure e le delusioni di innumerevoli nostri contemporanei, con lui possiamo anche riscoprire con convinzione rinnovata la fede in Cristo morto e risorto per noi. Questa fede, tramandata nel corso dei secoli dai successori degli Apostoli, continua, perché il Signore risorto non muore più. Egli vive nella Chiesa e la guida saldamente verso il compimento del suo eterno disegno di salvezza.

Ciascuno di noi può essere tentato dall’incredulità di Tommaso. Il dolore, il male, le ingiustizie, la morte, specialmente quando colpiscono gli innocenti - ad esempio, i bambini vittime della guerra e del terrorismo, delle malattie e della fame - non mettono forse a dura prova la nostra fede? Eppure paradossalmente, proprio in questi casi, l’incredulità di Tommaso ci è utile e preziosa, perché ci aiuta a purificare ogni falsa concezione di Dio e ci conduce a scoprirne il volto autentico: il volto di un Dio che, in Cristo, si è caricato delle piaghe dell’umanità ferita. Tommaso ha ricevuto dal Signore e, a sua volta, ha trasmesso alla Chiesa il dono di una fede provata dalla passione e morte di Gesù e confermata dall’incontro con Lui risorto. Una fede che era quasi morta ed è rinata grazie al contatto con le piaghe di Cristo, con le ferite che il Risorto non ha nascosto, ma ha mostrato e continua a indicarci nelle pene e nelle sofferenze di ogni essere umano.

"Dalle sue piaghe siete stati guariti" (1 Pt 2,24), è questo l’annuncio che Pietro rivolgeva ai primi convertiti. Quelle piaghe, che per Tommaso erano dapprima un ostacolo alla fede, perché segni dell’apparente fallimento di Gesù; quelle stesse piaghe sono diventate, nell’incontro con il Risorto, prove di un amore vittorioso. Queste piaghe che Cristo ha contratto per amore nostro ci aiutano a capire chi è Dio e a ripetere anche noi: "Mio Signore e mio Dio". Solo un Dio che ci ama fino a prendere su di sé le nostre ferite e il nostro dolore, soprattutto quello innocente, è degno di fede.

Quante ferite, quanto dolore nel mondo! Non mancano calamità naturali e tragedie umane che provocano innumerevoli vittime e ingenti danni materiali. Penso a quanto è avvenuto di recente in Madagascar, nelle Isole Salomone, in America Latina e in altre Regioni del mondo. Penso al flagello della fame, alle malattie incurabili, al terrorismo e ai sequestri di persona, ai mille volti della violenza - talora giustificata in nome della religione - al disprezzo della vita e alla violazione dei diritti umani, allo sfruttamento della persona. Guardo con apprensione alla condizione in cui si trovano non poche regioni dell’Africa: nel Darfur e nei Paesi vicini permane una catastrofica e purtroppo sottovalutata situazione umanitaria; a Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, gli scontri e i saccheggi delle scorse settimane fanno temere per il futuro del processo democratico congolese e per la ricostruzione del Paese; in Somalia la ripresa dei combattimenti allontana la prospettiva della pace e appesantisce la crisi regionale, specialmente per quanto riguarda gli spostamenti della popolazione e il traffico di armi; una grave crisi attanaglia lo Zimbabwe, per la quale i Vescovi del Paese, in un loro recente documento, hanno indicato come unica via di superamento la preghiera e l’impegno condiviso per il bene comune.

Di riconciliazione e di pace ha bisogno la popolazione di Timor Est, che si appresta a vivere importanti scadenze elettorali. Di pace hanno bisogno anche lo Sri Lanka, dove solo una soluzione negoziata porrà fine al dramma del conflitto che lo insanguina, e l’Afghanistan, segnato da crescente inquietudine e instabilità. In Medio Oriente, accanto a segni di speranza nel dialogo fra Israele e l’Autorità palestinese, nulla di positivo purtroppo viene dall’Iraq, insanguinato da continue stragi, mentre fuggono le popolazioni civili; in Libano lo stallo delle istituzioni politiche minaccia il ruolo che il Paese è chiamato a svolgere nell’area mediorientale e ne ipoteca gravemente il futuro. Non posso infine dimenticare le difficoltà che le comunità cristiane affrontano quotidianamente e l’esodo dei cristiani dalla Terra benedetta che è la culla della nostra fede. A quelle popolazioni rinnovo con affetto l’espressione della mia vicinanza spirituale.

Cari fratelli e sorelle, attraverso le piaghe di Cristo risorto possiamo vedere questi mali che affliggono l’umanità con occhi di speranza. Risorgendo, infatti, il Signore non ha tolto la sofferenza e il male dal mondo, ma li ha vinti alla radice con la sovrabbondanza della sua Grazia. Alla prepotenza del Male ha opposto l’onnipotenza del suo Amore. Ci ha lasciato come via alla pace e alla gioia l’Amore che non teme la morte. "Come io vi ho amato - ha detto agli Apostoli prima di morire -, così amatevi anche voi gli uni gli altri" (Gv 13,34).

Fratelli e sorelle nella fede, che mi ascoltate da ogni parte della terra! Cristo risorto è vivo tra noi, è Lui la speranza di un futuro migliore. Mentre con Tommaso diciamo: "Mio Signore e mio Dio!", risuoni nel nostro cuore la parola dolce ma impegnativa del Signore: "Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà" (Gv 12,26). Ed anche noi, uniti a Lui, disposti a spendere la vita per i nostri fratelli (cfr 1 Gv 3,16), diventiamo apostoli di pace, messaggeri di una gioia che non teme il dolore, la gioia della Risurrezione. Ci ottenga questo dono pasquale Maria, Madre di Cristo risorto. Buona Pasqua a tutti!

 

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