Il
messaggio pasquale e la Benedizione Urbi
et Orbi, impartita dalla
Loggia centrale della Basilica Vaticana, sono stati
preceduti dalla grande Messa di Pasqua in Piazza San
Pietro, concelebrata dal
Pontefice assieme a numerosi cardinali. Gli eventi sono
stati seguiti in mondovisione, mentre oltre cento mila
fedeli hanno partecipato al rito sacro riempiendo Piazza
San Pietro e parte di via della Conciliazione. Il servizio
di Alessandro Gisotti:
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Cristo
Risorto è “la speranza di un futuro migliore”, uniti
a Lui “diventiamo apostoli di pace e messaggeri di una
gioia che non teme il dolore”. Sulle note del Surrexit
Dominus, Benedetto XVI fa
ingresso in una Piazza San Pietro
gremita di fedeli, accorsi da tutto il mondo per la
Messa di Pasqua. Sono le 10,30 di una soleggiata mattina
primaverile. Ad accogliere il Papa, il calore dei
pellegrini ed una festa di suoni e di colori: il sagrato
della Basilica Vaticana, come ormai è tradizione da 22
anni, è addobbato con migliaia di fiori offerti
dall’Olanda. Prevalgono il bianco e il giallo della
bandiera vaticana assieme ad una presenza di rose
arancione a dare una sottile nota olandese. Ad accrescere
la gioia della Chiesa, la solennità della Pasqua viene quest’anno
celebrata nella stessa data da tutti i cristiani.
A
sottolineare questo annunzio corale della Risurrezione del
Signore che unisce le Chiese d’Oriente e d’Occidente,
durante la Messa – seguita in mondovisione da 70
emittenti televisive di 40 Paesi – vengono
intonati i canti pasquali degli Stichi
e Stichirà della liturgia
bizantina. Tra le preghiere dei fedeli, per la pace, la
difesa della vita, la concordia tra i credenti delle
diverse religioni, c’è anche un’invocazione affinché
la Risurrezione di Cristo “ravvivi in tutti i cristiani
il desiderio di impegnarsi generosamente per giungere alla
pienezza” dell’unità fra tutti i battezzati.
E’
da poco passato mezzogiorno quando, conclusa la
celebrazione eucaristica, e dopo la preghiera mariana del Regina
Caeli, il Papa si affaccia
dalla Loggia Centrale della Basilica di San Pietro per il
messaggio pasquale e la Benedizione Urbi
et Orbi. Momento tanto
atteso e seguito in tutto il mondo, attraverso 108
emittenti televisive di 67 Paesi. Benedetto XVI sceglie
per il suo augurio pasquale le parole di San Tommaso, la
sua professione di fede: “Mio Signore e mio Dio”.
Ricorda come il Risorto viene incontro agli Apostoli, alla
loro “incredula sete di certezze”. E’, afferma, un
incontro che “non fu sogno, né illusione o
immaginazione soggettiva”, “ma esperienza vera”.
Anche oggi, constata, l’umanità “attende dai
cristiani una rinnovata testimonianza della Risurrezione
di Cristo, ha bisogno di incontrarlo”. E si sofferma
sull’esperienza di Tommaso:
“Se
in questo Apostolo possiamo riscontrare i dubbi e le
incertezze di tanti cristiani di oggi, le paure e le
delusioni di innumerevoli nostri contemporanei, con lui
possiamo anche riscoprire con convinzione rinnovata la
fede in Cristo morto e risorto per noi. Questa fede,
tramandata nel corso dei secoli dai successori degli
Apostoli, continua, perché il Signore risorto non muore
più. Egli vive nella Chiesa e la guida saldamente verso
il compimento del suo eterno disegno di salvezza”.
Ciascuno di noi, prosegue il Papa, “può essere tentato
dall’incredulità di Tommaso”. Il male e le
ingiustizie specie quando colpiscono gli innocenti ed in
particolare i bambini, si chiede il Santo Padre, “non
mettono forse a dura prova la nostra fede?”
“Eppure
paradossalmente, proprio in questi casi, l’incredulità
di Tommaso ci è utile e preziosa, perché ci aiuta a
purificare ogni falsa concezione di Dio e ci conduce a
scoprirne il volto autentico: il volto di un Dio che, in
Cristo, si è caricato delle piaghe dell’umanità
ferita”.
Tommaso,
spiega, riceve dal Signore il dono di una fede provata
dalla passione e morte di Gesù e questo dono lo trasmette
a sua volta alla Chiesa. “La fede che era quasi morta
– è la sua riflessione – è rinata grazie al contatto
con le piaghe di Cristo”, ferite che non ha nascosto,
“ma ha mostrato e continua a indicarci nelle pene e
nelle sofferenze di ogni essere umano”. Proprio
quelle piaghe, dapprima ostacolo alla fede per
Tommaso diventano “prova di un amore vittorioso”. E
sottolinea che “solo un Dio che ci ama fino a prendere
su di Sé le nostre ferite e il nostro dolore, soprattutto
quello innocente, è degno di fede”. E quante ferite,
riconosce il Papa, quanto dolore nel mondo:
“Penso
al flagello della fame, alle malattie incurabili, al
terrorismo e ai sequestri di persona, ai mille volti della
violenza - talora giustificata in nome della religione -
al disprezzo della vita e alla violazione dei diritti
umani, allo sfruttamento della persona”.
Il
Papa ricorda le calamità naturali e tragedie umane che
hanno colpito di recente il Madagascar, le isole Salomone
e l’America Latina. E guarda con apprensione al Darfur
e ai Paesi vicini dell’Africa dove “permane una
catastrofica e purtroppo sottovalutata situazione
umanitaria”. Preoccupazione viene
espressa anche per la situazione nella Repubblica
Democratica del Congo, dove i saccheggi delle ultime
settimane fanno temere per il futuro del processo
democratico. Il Papa si sofferma anche sulla situazione in
Somalia dove la ripresa dei combattimenti allontana la
prospettiva della pace e sulla crisi che attanaglia lo Zimbabwe.
Invoca così la pace per Timor Est, alla vigilia di
importanze scadenze elettorali. Di pace, sottolinea, ha
bisogno anche lo Sri Lanka
alla ricerca di “una soluzione negoziata” e
l’Afghanistan “segnato da crescente inquietudine e
instabilità”. Quindi, il pensiero va al Medio Oriente:
“In Medio Oriente, accanto a segni di speranza nel
dialogo fra Israele e l’Autorità palestinese, nulla di
positivo purtroppo viene dall’Iraq, insanguinato da
continue stragi, mentre fuggono le popolazioni civili; in
Libano lo stallo delle istituzioni politiche minaccia il
ruolo che il Paese è chiamato a svolgere nell’area
mediorientale e ne ipoteca gravemente il futuro”.
Il
Pontefice non dimentica poi le difficoltà che affrontano
ogni giorno le comunità cristiane e “l’esodo dei
cristiani dalla Terra benedetta che è la culla della
nostra fede”. E conclude il messaggio con parole di
incoraggiamento per tutta l’umanità:
“Cari
fratelli e sorelle, attraverso le piaghe di Cristo risorto
possiamo vedere questi mali che affliggono l’umanità
con occhi di speranza. Risorgendo, infatti, il Signore non
ha tolto la sofferenza e il male dal mondo, ma li ha vinti
alla radice con la sovrabbondanza della sua Grazia. Alla
prepotenza del Male ha opposto l’onnipotenza del suo
Amore. Ci ha lasciato come via alla pace e alla gioia
l’Amore che non teme la morte”.
Il Papa, che nel pomeriggio si recherà nella sua
residenza di Castel Gandolfo,
rivolge poi gli auguri di Pasqua in 62 lingue dall’arabo
al cinese, dal tedesco sua lingua madre al samoano
e ancora in latino, aramaico
ed esperanto. Il primo saluto, come da tradizione, è in
lingua italiana:
“Buona
Pasqua a voi, uomini e donne di Roma e d’Italia! Il
messaggio di speranza, di fraternità e di pace, che ogni
anno in questo Giorno santo si rinnova con vigore, giunga
agli abitanti dell’amata Nazione italiana, e rechi,
soprattutto alle famiglie, la gioia e la serenità del
Signore risorto”.
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MESSAGGIO
DEL SANTO PADRE
Fratelli
e sorelle del mondo intero,
uomini e donne di buona volontà!
Cristo è
risorto! Pace a voi! Si celebra oggi il grande mistero,
fondamento della fede e della speranza cristiana: Gesù di
Nazaret, il Crocifisso, è risuscitato dai morti il terzo
giorno, secondo le Scritture. L’annuncio dato dagli
angeli, in quell’alba del primo giorno dopo il sabato, a
Maria di Magdala e alle donne accorse al sepolcro, lo
riascoltiamo oggi con rinnovata emozione: "Perché
cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è
risuscitato!" (Lc 24,5-6).
Non è
difficile immaginare quali fossero, in quel momento, i
sentimenti di queste donne: sentimenti di tristezza e
sgomento per la morte del loro Signore, sentimenti di
incredulità e stupore per un fatto troppo sorprendente
per essere vero. La tomba però era aperta e vuota: il
corpo non c’era più. Pietro e Giovanni, avvertiti dalle
donne, corsero al sepolcro e verificarono che esse avevano
ragione. La fede degli Apostoli in Gesù, l’atteso
Messia, era stata messa a durissima prova dallo scandalo
della croce. Durante il suo arresto, la sua condanna e la
sua morte si erano dispersi, ed ora si ritrovavano
insieme, perplessi e disorientati. Ma il Risorto stesso
venne incontro alla loro incredula sete di certezze. Non
fu sogno, né illusione o immaginazione soggettiva
quell’incontro; fu un’esperienza vera, anche se
inattesa e proprio per questo particolarmente toccante.
"Venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace
a voi!»" (Gv 20,19).
A quelle
parole, la fede quasi spenta nei loro animi si riaccese.
Gli Apostoli riferirono a Tommaso, assente in quel primo
incontro straordinario: Sì, il Signore ha compiuto quanto
aveva preannunciato; è veramente risorto e noi lo abbiamo
visto e toccato! Tommaso però rimase dubbioso e
perplesso. Quando Gesù venne una seconda volta, otto
giorni dopo nel Cenacolo, gli disse: "Metti qua il
tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e
mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma
credente!". La risposta dell’Apostolo è una
commovente professione di fede: "Mio Signore e mio
Dio!" (Gv 20,27-28).
"Mio
Signore e mio Dio"! Rinnoviamo anche noi la
professione di fede di Tommaso. Come augurio pasquale,
quest’anno, ho voluto scegliere proprio le sue parole,
perché l’odierna umanità attende dai cristiani una
rinnovata testimonianza della risurrezione di Cristo; ha
bisogno di incontrarlo e di poterlo conoscere come vero
Dio e vero Uomo. Se in questo Apostolo possiamo
riscontrare i dubbi e le incertezze di tanti cristiani di
oggi, le paure e le delusioni di innumerevoli nostri
contemporanei, con lui possiamo anche riscoprire con
convinzione rinnovata la fede in Cristo morto e risorto
per noi. Questa fede, tramandata nel corso dei secoli dai
successori degli Apostoli, continua, perché il Signore
risorto non muore più. Egli vive nella Chiesa e la guida
saldamente verso il compimento del suo eterno disegno di
salvezza.
Ciascuno
di noi può essere tentato dall’incredulità di Tommaso.
Il dolore, il male, le ingiustizie, la morte, specialmente
quando colpiscono gli innocenti - ad esempio, i bambini
vittime della guerra e del terrorismo, delle malattie e
della fame - non mettono forse a dura prova la nostra
fede? Eppure paradossalmente, proprio in questi casi,
l’incredulità di Tommaso ci è utile e preziosa, perché
ci aiuta a purificare ogni falsa concezione di Dio e ci
conduce a scoprirne il volto autentico: il volto di un Dio
che, in Cristo, si è caricato delle piaghe dell’umanità
ferita. Tommaso ha ricevuto dal Signore e, a sua volta, ha
trasmesso alla Chiesa il dono di una fede provata dalla
passione e morte di Gesù e confermata dall’incontro con
Lui risorto. Una fede che era quasi morta ed è rinata
grazie al contatto con le piaghe di Cristo, con le ferite
che il Risorto non ha nascosto, ma ha mostrato e continua
a indicarci nelle pene e nelle sofferenze di ogni essere
umano.
"Dalle
sue piaghe siete stati guariti" (1 Pt 2,24),
è questo l’annuncio che Pietro rivolgeva ai primi
convertiti. Quelle piaghe, che per Tommaso erano dapprima
un ostacolo alla fede, perché segni dell’apparente
fallimento di Gesù; quelle stesse piaghe sono diventate,
nell’incontro con il Risorto, prove di un amore
vittorioso. Queste piaghe che Cristo ha contratto per
amore nostro ci aiutano a capire chi è Dio e a ripetere
anche noi: "Mio Signore e mio Dio". Solo un Dio
che ci ama fino a prendere su di sé le nostre ferite e il
nostro dolore, soprattutto quello innocente, è degno di
fede.
Quante
ferite, quanto dolore nel mondo! Non mancano calamità
naturali e tragedie umane che provocano innumerevoli
vittime e ingenti danni materiali. Penso a quanto è
avvenuto di recente in Madagascar, nelle Isole Salomone,
in America Latina e in altre Regioni del mondo. Penso al
flagello della fame, alle malattie incurabili, al
terrorismo e ai sequestri di persona, ai mille volti della
violenza - talora giustificata in nome della religione -
al disprezzo della vita e alla violazione dei diritti
umani, allo sfruttamento della persona. Guardo con
apprensione alla condizione in cui si trovano non poche
regioni dell’Africa: nel Darfur e nei Paesi vicini
permane una catastrofica e purtroppo sottovalutata
situazione umanitaria; a Kinshasa, nella Repubblica
Democratica del Congo, gli scontri e i saccheggi delle
scorse settimane fanno temere per il futuro del processo
democratico congolese e per la ricostruzione del Paese; in
Somalia la ripresa dei combattimenti allontana la
prospettiva della pace e appesantisce la crisi regionale,
specialmente per quanto riguarda gli spostamenti della
popolazione e il traffico di armi; una grave crisi
attanaglia lo Zimbabwe, per la quale i Vescovi del Paese,
in un loro recente documento, hanno indicato come unica
via di superamento la preghiera e l’impegno condiviso
per il bene comune.
Di
riconciliazione e di pace ha bisogno la popolazione di
Timor Est, che si appresta a vivere importanti scadenze
elettorali. Di pace hanno bisogno anche lo Sri Lanka, dove
solo una soluzione negoziata porrà fine al dramma del
conflitto che lo insanguina, e l’Afghanistan, segnato da
crescente inquietudine e instabilità. In Medio Oriente,
accanto a segni di speranza nel dialogo fra Israele e
l’Autorità palestinese, nulla di positivo purtroppo
viene dall’Iraq, insanguinato da continue stragi, mentre
fuggono le popolazioni civili; in Libano lo stallo delle
istituzioni politiche minaccia il ruolo che il Paese è
chiamato a svolgere nell’area mediorientale e ne ipoteca
gravemente il futuro. Non posso infine dimenticare le
difficoltà che le comunità cristiane affrontano
quotidianamente e l’esodo dei cristiani dalla Terra
benedetta che è la culla della nostra fede. A quelle
popolazioni rinnovo con affetto l’espressione della mia
vicinanza spirituale.
Cari
fratelli e sorelle, attraverso le piaghe di Cristo risorto
possiamo vedere questi mali che affliggono l’umanità
con occhi di speranza. Risorgendo, infatti, il Signore non
ha tolto la sofferenza e il male dal mondo, ma li ha vinti
alla radice con la sovrabbondanza della sua Grazia. Alla
prepotenza del Male ha opposto l’onnipotenza del suo
Amore. Ci ha lasciato come via alla pace e alla gioia
l’Amore che non teme la morte. "Come io vi ho amato
- ha detto agli Apostoli prima di morire -, così amatevi
anche voi gli uni gli altri" (Gv 13,34).
Fratelli
e sorelle nella fede, che mi ascoltate da ogni parte della
terra! Cristo risorto è vivo tra noi, è Lui la speranza
di un futuro migliore. Mentre con Tommaso diciamo:
"Mio Signore e mio Dio!", risuoni nel nostro
cuore la parola dolce ma impegnativa del Signore: "Se
uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà
anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà"
(Gv 12,26). Ed anche noi, uniti a Lui, disposti a
spendere la vita per i nostri fratelli (cfr 1 Gv
3,16), diventiamo apostoli di pace, messaggeri di una
gioia che non teme il dolore, la gioia della Risurrezione.
Ci ottenga questo dono pasquale Maria, Madre di Cristo
risorto. Buona Pasqua a tutti!
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