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Fonte:
Radio Vaticana, 30 gennaio 2006
PROMUOVERE
UNA GLOBALIZZAZIONE A SERVIZIO DEI POVERI E DELLA PACE:
NEL SUO PRIMO MESSAGGIO PER LA QUARESIMA, BENEDETTO XVI
ESORTA LA CHIESA E I GOVERNANTI DEL PIANETA AD UN MODELLO
DI SVILUPPO CHE RISPONDA ALLE URGENZE MATERIALI E
SPIRITUALI DELL’UMANITA’
Chi
governa e gestisce il potere economico promuova lo
sviluppo dei Paesi poveri e restituisca la fiducia alle
folle di disperati, come la Chiesa cerca di fare nel segno
della carità di Cristo. Il Messaggio di Benedetto XVI
sulla Quaresima, che inizierà il prossimo primo marzo, è
stato diffuso oggi dalla Sala Stampa vaticana. Sul
contenuto, il servizio di Alessandro De Carolis.
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Che
la globalizzazione abbia un’anima solidale verso i
desolati del mondo, coloro che ogni giorno fanno i conti
con miseria, solitudine, violenza e fame. Potrebbe
sintetizzarsi così l’appello rivolto da Benedetto XVI,
tanto ai credenti quanto ai governanti del pianeta, nel
suo primo Messaggio di Quaresima. Periodo liturgico per
antonomasia dedicato alla conversione del cuore, la
Quaresima aiuta a vedere con occhi diversi anche le
vicende umane. “Dinanzi alle terribili sfide della
povertà di tanta parte dell’umanità – scrive il Papa
- l’indifferenza e la chiusura nel proprio egoismo si
pongono in un contrasto intollerabile con lo sguardo di
Cristo”. Conformarsi “a quello ‘sguardo’” è il
primo passo per un fedele, invitato a riscoprire la
preghiera, ma anche il digiuno e l’elemosina. Ma il
Messaggio di Benedetto XVI è un chiaro invito
all’azione, e non solo per i credenti in senso stretto.
Il
Papa si sofferma a riflettere sin dalle prime righe sulla
“questione dello sviluppo”, all’interno della quale
– osserva – spicca “in maniera sempre più viva e
urgente la nostra responsabilità verso i poveri del
mondo”. E’ sulle “moltitudini affamate di gioia, di
pace e di amore” che lo “sguardo commosso” di Cristo
si posa in “ogni epoca”. E’ il loro grido ad essere
ascoltato giacché, aggiunge, “anche nella desolazione
della miseria, della solitudine, della violenza e della
fame, che colpiscono senza distinzione anziani, adulti e
bambini, Dio non permette che il buio dell’orrore
spadroneggi”. La Chiesa, riconosce Benedetto XVI, ha
sempre saputo che “per promuovere un vero sviluppo è
necessario che il nostro sguardo sull’uomo si misuri su
quello di Cristo”, in modo che il progresso non si
traduca in una risposta ai soli bisogni materiali, ma
tenga anche conto delle “profonde necessità” del
cuore umano. “Per questo – spiega il Papa - il primo
contributo che la Chiesa offre allo sviluppo dell’uomo e
dei popoli non si sostanzia in mezzi materiali o in
soluzioni tecniche, ma nell’annuncio della verità di
Cristo che educa le coscienze e insegna l’autentica
dignità della persona e del lavoro, promuovendo la
formazione di una cultura che risponda veramente a tutte
le domande dell’uomo”.
Su
queste basi, usare carità verso i poveri è più che un
gesto di filantropia, ma è un dono di misericordia che
Dio stesso fa al povero. Le opere di carità della Chiesa
– ospedali, università, scuole di formazione
professionale, microimprese – indicano, afferma
Benedetto XVI, “una strada per guidare ancora oggi il
mondo verso una globalizzazione che abbia al suo centro il
vero bene dell’uomo e così conduca alla pace
autentica”. E’ quell’“umanesimo plenario” di cui
parlava Paolo VI nella sua Enciclica Populorum
progressio, citata da Benedetto XVI nella sua non
tramontata attualità. “Con la stessa compassione di Gesù
per le folle – nota dunque il Pontefice - la Chiesa
sente anche oggi come proprio compito quello di chiedere a
chi ha responsabilità politiche ed ha tra le mani le leve
del potere economico e finanziario di promuovere uno
sviluppo basato sul rispetto della dignità di ogni
uomo”, compreso il rispetto della “libertà
religiosa” che vuol dire anche libertà di costruire
“un mondo animato dalla carità”.
Benedetto
XVI conclude il Messaggio riconoscendo quegli errori
“compiuti nel corso della storia da quelli che si
professavano discepoli di Gesù”. Errori che hanno
indotto alcuni – sotto la spinta di “urgenze
pressanti” - a snaturare il messaggio cristiano
trasformandolo in un “moralismo” del “fare”
piuttosto che del “credere”. Il Papa ha concluso
ribadendo che la vittoria sul male, sullo scetticismo, è
un dono di Dio. E’ da Lui, attraverso i sacramenti, che
l’uomo può sperimentare il perdono e l’amore, al
posto dell’odio e della sfiducia.
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LE PAROLE DEL PAPA
- FONTE VATICAN INFORMATION SERVICE -
Carissimi
fratelli e sorelle!
La
Quaresima è il tempo privilegiato del pellegrinaggio
interiore verso Colui che è la fonte della misericordia.
È un pellegrinaggio in cui Lui stesso ci accompagna
attraverso il deserto della nostra povertà, sostenendoci
nel cammino verso la gioia intensa della Pasqua. Anche
nella “valle oscura” di cui parla il Salmista (Sal
23,4), mentre il tentatore ci suggerisce di disperarci o
di riporre una speranza illusoria nell’opera delle
nostre mani, Dio ci custodisce e ci sostiene. Sì, anche
oggi il Signore ascolta il grido delle moltitudini
affamate di gioia, di pace, di amore. Come in ogni epoca,
esse si sentono abbandonate. Eppure, anche nella
desolazione della miseria, della solitudine, della
violenza e della fame, che colpiscono senza distinzione
anziani, adulti e bambini, Dio non permette che il buio
dell’orrore spadroneggi. Come infatti ha scritto il mio
amato Predecessore Giovanni Paolo II, c’è un “limite
divino imposto al male”, ed è la misericordia (Memoria
e identità, 29 ss). È in questa prospettiva che ho
voluto porre all’inizio di questo Messaggio
l’annotazione evangelica secondo cui “Gesù, vedendo
le folle, ne sentì compassione” (Mt 9,36). In
questa luce vorrei soffermarmi a riflettere su di una
questione molto dibattuta tra i nostri contemporanei: la
questione dello sviluppo. Anche oggi lo “sguardo”
commosso di Cristo non cessa di posarsi sugli uomini e sui
popoli. Egli li guarda sapendo che il “progetto”
divino ne prevede la chiamata alla salvezza. Gesù conosce
le insidie che si oppongono a tale progetto e si commuove
per le folle: decide di difenderle dai lupi anche a prezzo
della sua vita. Con quello sguardo Gesù abbraccia i
singoli e le moltitudini e tutti consegna al Padre,
offrendo se stesso in sacrificio di espiazione.
Illuminata
da questa verità pasquale, la Chiesa sa che, per
promuovere un pieno sviluppo, è necessario che il nostro
“sguardo” sull’uomo si misuri su quello di Cristo.
Infatti, in nessun modo è possibile separare la risposta
ai bisogni materiali e sociali degli uomini dal
soddisfacimento delle profonde necessità del loro cuore.
Questo si deve sottolineare tanto maggiormente in questa
nostra epoca di grandi trasformazioni, nella quale
percepiamo in maniera sempre più viva e urgente la nostra
responsabilità verso i poveri del mondo. Già il mio
venerato Predecessore, il Papa Paolo VI, identificava con
precisione i guasti del sottosviluppo come una sottrazione
di umanità. In questo senso nell’Enciclica Populorum
progressio egli denunciava “le carenze materiali di
coloro che sono privati del minimo vitale, e le carenze
morali di coloro che sono mutilati dall’egoismo… le
strutture oppressive, sia che provengano dagli abusi del
possesso che da quelli del potere, sia dallo sfruttamento
dei lavoratori che dall’ingiustizia delle transazioni”
(n. 21). Come antidoto a tali mali Paolo VI suggeriva non
soltanto “l’accresciuta considerazione della dignità
degli altri, l’orientarsi verso lo spirito di povertà,
la cooperazione al bene comune, la volontà di pace”, ma
anche “il riconoscimento da parte dell’uomo dei valori
supremi e di Dio, che ne è la sorgente e il termine” (ibid.).
In questa linea il Papa non esitava a proporre
“soprattutto la fede, dono di Dio accolto dalla buona
volontà dell’uomo, e l’unità nella carità di
Cristo” (ibid.). Dunque, lo “sguardo” di
Cristo sulla folla, ci impone di affermare i veri
contenuti di quell’«umanesimo plenario» che, ancora
secondo Paolo VI, consiste nello “sviluppo di tutto
l’uomo e di tutti gli uomini” (ibid., n. 42).
Per questo il primo contributo che la Chiesa offre allo
sviluppo dell’uomo e dei popoli non si sostanzia in
mezzi materiali o in soluzioni tecniche, ma
nell’annuncio della verità di Cristo che educa le
coscienze e insegna l’autentica dignità della persona e
del lavoro, promuovendo la formazione di una cultura che
risponda veramente a tutte le domande dell’uomo.
Dinanzi
alle terribili sfide della povertà di tanta parte
dell’umanità, l’indifferenza e la chiusura nel
proprio egoismo si pongono in un contrasto intollerabile
con lo “sguardo” di Cristo. Il digiuno e
l’elemosina, che, insieme con la preghiera, la Chiesa
propone in modo speciale nel periodo della Quaresima, sono
occasione propizia per conformarci a quello “sguardo”.
Gli esempi dei santi e le molte esperienze missionarie che
caratterizzano la storia della Chiesa costituiscono
indicazioni preziose sul modo migliore di sostenere lo
sviluppo. Anche oggi, nel tempo della interdipendenza
globale, si può constatare che nessun progetto economico,
sociale o politico sostituisce quel dono di sé
all’altro nel quale si esprime la carità. Chi opera
secondo questa logica evangelica vive la fede come
amicizia con il Dio incarnato e, come Lui, si fa carico
dei bisogni materiali e spirituali del prossimo. Lo guarda
come incommensurabile mistero, degno di infinita cura ed
attenzione. Sa che chi non dà Dio dà troppo poco, come
diceva la beata Teresa di Calcutta: “La prima povertà
dei popoli è di non conoscere Cristo”. Perciò occorre
far trovare Dio nel volto misericordioso di Cristo: senza
questa prospettiva, una civiltà non si costruisce su basi
solide.
Grazie a
uomini e donne obbedienti allo Spirito Santo, nella Chiesa
sono sorte molte opere di carità, volte a promuovere lo
sviluppo: ospedali, università, scuole di formazione
professionale, micro-imprese. Sono iniziative che, molto
prima di altre espressioni della società civile, hanno
dato prova della sincera preoccupazione per l’uomo da
parte di persone mosse dal messaggio evangelico. Queste
opere indicano una strada per guidare ancora oggi il mondo
verso una globalizzazione che abbia al suo centro il vero
bene dell’uomo e così conduca alla pace autentica. Con
la stessa compassione di Gesù per le folle, la Chiesa
sente anche oggi come proprio compito quello di chiedere a
chi ha responsabilità politiche ed ha tra le mani le leve
del potere economico e finanziario di promuovere uno
sviluppo basato sul rispetto della dignità di ogni uomo.
Un’importante verifica di questo sforzo sarà
l’effettiva libertà religiosa, non intesa semplicemente
come possibilità di annunciare e celebrare Cristo, ma
anche di contribuire alla edificazione di un mondo animato
dalla carità. In questo sforzo si iscrive pure
l’effettiva considerazione del ruolo centrale che gli
autentici valori religiosi svolgono nella vita
dell’uomo, quale risposta ai suoi più profondi
interrogativi e quale motivazione etica rispetto alle sue
responsabilità personali e sociali. Sono questi i criteri
in base ai quali i cristiani dovranno imparare anche a
valutare con sapienza i programmi di chi li governa.
Non
possiamo nasconderci che errori sono stati compiuti nel
corso della storia da molti che si professavano discepoli
di Gesù. Non di rado, di fronte all’incombenza di
problemi gravi, essi hanno pensato che si dovesse prima
migliorare la terra e poi pensare al cielo. La tentazione
è stata di ritenere che dinanzi ad urgenze pressanti si
dovesse in primo luogo provvedere a cambiare le strutture
esterne. Questo ebbe per alcuni come conseguenza la
trasformazione del cristianesimo in un moralismo, la
sostituzione del credere con il fare. A ragione, perciò,
il mio Predecessore di venerata memoria, Giovanni Paolo II,
osservava: “La tentazione oggi è di ridurre il
cristianesimo ad una sapienza meramente umana, quasi a una
scienza del buon vivere. In un mondo fortemente
secolarizzato è avvenuta una graduale secolarizzazione
della salvezza, per cui ci si batte sì per l’uomo, ma
per un uomo dimezzato. Noi invece sappiamo che Gesù è
venuto a portare la salvezza integrale” (Enc. Redemptoris
missio, 11).
È
proprio a questa salvezza integrale che la Quaresima ci
vuole condurre in vista della vittoria di Cristo su ogni
male che opprime l’uomo. Nel volgerci al divino Maestro,
nel convertirci a Lui, nello sperimentare la sua
misericordia grazie al sacramento della Riconciliazione,
scopriremo uno “sguardo” che ci scruta nel profondo e
può rianimare le folle e ciascuno di noi. Esso
restituisce la fiducia a quanti non si chiudono nello
scetticismo, aprendo di fronte a loro la prospettiva
dell’eternità beata. Già nella storia, dunque, il
Signore, anche quando l’odio sembra dominare, non fa mai
mancare la testimonianza luminosa del suo amore. A Maria,
“di speranza fontana vivace” (Dante Alighieri, Paradiso,
XXXIII, 12) affido il nostro cammino quaresimale, perché
ci conduca al suo Figlio. A Lei affido in particolare le
moltitudini che ancora oggi, provate dalla povertà,
invocano aiuto, sostegno, comprensione. Con questi
sentimenti a tutti imparto di cuore una speciale
Benedizione Apostolica.
Dal
Vaticano, 29 Settembre 2005
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