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Benedetto
XVI ha invitato a mettere Dio al centro della propria
vita: solo così la vita cambia davvero, perché l’amore
di Dio include l’amore per il prossimo. Allora “la
giustizia e l’amore” diventano “le forze decisive
nell’ordine del mondo”. Visibile l’entusiasmo del
Papa che, accolto dal cardinale di Monaco e Frisinga
Friedrich Wetter, ha salutato la folla nel tipico modo
bavarese “Gruss Gott”, “Dio ti saluta”. Sul palco
il più antico crocifisso del mondo, risalente al IX
secolo e ritrovato in
Baviera, a testimonianza delle radici cristiane
dell’Europa. Ieri, al suo arrivo, Benedetto XVI aveva
invitato i tedeschi a restare fedeli a Cristo. Da Monaco,
il servizio del nostro inviato Paolo Ondarza:
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“Il sociale e il Vangelo sono inscindibili tra
loro. Dove portiamo agli uomini soltanto conoscenze,
abilità, capacità tecniche e strumenti, là portiamo
troppo poco”. E’ uno dei passaggi dell’omelia di
Benedetto XVI, questa mattina sotto il cielo sereno di
Monaco, nel corso della celebrazione eucaristica sulla
spianata della Neue Messe. Il Papa ha salutato la
moltitudine di fedeli convenuti da più parti della
Baviera, della Germania, ma anche da Austria, Polonia,
Svizzera, Romania e Repubblica Ceca.
DIE
KATHOLISCHE KIRCHE IN DEUTSCHLAND IST GROBARTIN DURCH IHRE
…
“La
chiesa cattolica in Germania è grandiosa nelle attività
sociali”, – ha detto il Santo Padre – ma “esiste
in alcuni l’idea che i progetti sociali siano da
promuovere con la massima urgenza, mentre le cose che
riguardano Dio o addirittura la fede cattolica siano cose
di minore importanza”. Tuttavia è l’evangelizzazione
che “deve avere la precedenza” – ha proseguito
Benedetto XVI citando l’esperienza dei presuli africani
ricevuti recentemente in visita ad Limina in Vaticano.
“Ogni tanto – ha raccontato il Papa – qualche
vescovo africano dice: “Se presento in Germania progetti
sociali, trovo subito le porte aperte. Ma se vengo con un
progetto di evangelizzazione, incontro piuttosto
riserve”. Solo la conversione del cuore derivata
dall’amore e la conoscenza del Dio di Gesù Cristo porta
ad un vero progresso del sociale, ad una vera lotta, ad
esempio, all’Aids, combattuta “affrontando veramente
le sue cause profonde e curando i malati con la dovuta
attenzione e con amore”.
Laddove manca Cristo, “sopravvengono i meccanismi
della violenza, la
capacità di distruggere e di uccidere diventa la capacità
prevalente per raggiungere il potere e i criteri secondo i
quali la tecnica entra a servizio del diritto e
dell’amore si smarriscono”. “Le popolazioni
dell'Africa e dell'Asia – ha proseguito il Papa -
ammirano le nostre prestazioni tecniche e la nostra
scienza, ma al contempo si spaventano di fronte ad un tipo
di ragione che esclude totalmente Dio dalla visione
dell'uomo. La vera minaccia per la loro identità non la
vedono nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di
Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un
diritto della libertà ed eleva l'utilità a supremo
criterio morale per i futuri successi della ricerca”:
LIEBE
FREUNDE! DIESER
ZYNISMUS IST NICHT DIE ART VON TOLERANZ…
“Cari
amici, questo cinismo non è il tipo di tolleranza e di
apertura culturale che i popoli aspettano e che tutti noi
desideriamo! La tolleranza di cui abbiamo urgente bisogno
comprende il timor di Dio – il rispetto di ciò che per
altri è cosa sacra”.
“Questo
senso di rispetto – ha spiegato Benedetto XVI -
può essere rigenerato nel mondo occidentale
soltanto se cresce di nuovo la fede in Dio. Ma la fede non
è qualcosa che si può imporre. “Un simile genere di
proselitismo è contrario al cristianesimo” – ha
aggiunto – “La fede può svilupparsi solo nella libertà”.
Da qui un appello alla libertà degli uomini di
aprirsi a Dio, di cercarlo, riprestargli ascolto. Solo
nella libertà avviene la guarigione dalla “sordità nei
confronti di Dio di cui soffriamo specialmente in questo
nostro tempo”. “Non riusciamo più a sentirlo – ha
detto Benedetto XVI – sono troppe le frequenze diverse
che occupano le nostre orecchie”. “Quello che si dice
di Dio ci sembra pre-scientifico, non più adatto al
nostro tempo. Con la debolezza d’udito nei confronti di
Dio, l’orizzonte della nostra vita si riduce in modo
preoccupante”. Anche oggi –ha aggiunto il Papa - così
come nel brano evangelico del sordomuto guarito, Gesù
vuole curare la nostra sordità, toccandoci, dicendo
“Effatà, Apriti!”,
per renderci capaci di “sentire ancora Dio” e donarci
“uno sguardo “diverso sull’uomo e sulla
creazione”. Il profeta Isaia rivolto a un popolo
oppresso diceva “La vendetta di Dio verrà”. Ma cos’è
questa vendetta? “
La Croce
– ha spiegato Benedetto XVI – il “No” alla
violenza, l’amore fino alla fine”:
DIESEN
GOTT BRAUCHEN WIR. WIR VERLETZEN NICHT DEN RESPEKT VOR …
“E’
questo il Dio di cui abbiamo bisogno. Non veniamo meno al
rispetto di altre religioni e culture, al profondo
rispetto per la loro fede, se confessiamo ad alta voce e
senza mezzi termini quel Dio che alla violenza oppone la
sua sofferenza; che di fronte al male e al suo potere
innalza, come limite e superamento, la sua
misericordia”.
La
necessità, per la convivenza serena e pacifica tra gli
uomini, di porre Dio al centro della realtà e della vita
è stata ribadita dal Papa anche all’Angelus.
“L'esempio di un tale atteggiamento – ha detto -
è Maria, donna dell’ascolto, Vergine col cuore
aperto verso Dio e verso gli uomini”.
A lei – ha continuato Benedetto XVI – si sono
rivolti i fedeli di ogni tempo nella tribolazione
invocando il suo aiuto”. Ne sono testimonianza le
innumerevoli chiese e santuari nella Baviera. Il Pontefice
ha ricordato il santuario di Altötting, dove domani si
recherà in pellegrinaggio, e la Colonna di Maria, Mariensäule,
ai piedi della quale ieri ha vissuto momenti intensi di
“festa della fede”, salutato da 150 mila persone
accorse per le strade di Monaco.
APPLAUSI
E CORI: “Benedetto! Benedetto!”.
“Un
entusiasmo più grande e caloroso di quello napoletano”.
Così lo ha definito il Papa affidando alla protezione
della Vergine l’intera Baviera con una preghiera. Dalla
Marienplatz, piazza di Maria, raggiunta da
Benedetto XVI dopo la cerimonia di benvenuto
all’aeroporto Franz Joseph Strauss, il Santo Padre ha
espresso l’auspicio che “le nuove generazioni della
Baviera restino
fedeli al patrimonio spirituale” di questa terra. Poi il
saluto ai fratelli in Cristo in particolare luterani e
ortodossi, rappresentati dal vescovo protestante Friedrich
e dal metropolita
Agostinos e ai seguaci delle altre religioni.
Paragonando
la propria storia a quella dell’orso utilizzato da San
Corbiniano per trasportare un fardello fino a Roma,
Benedetto XVI ha detto “L'orso mi incoraggia sempre di
nuovo a compiere il mio servizio con gioia e fiducia”.
Con una battuta ha aggiunto sorridendo: 'L'orso a Roma fu
lasciato libero”. Nel mio caso
il Padrone ha deciso diversamente”. In serata gli
incontri privati e lo scambio di doni nella sala delle
porcellane della Residenza reale di Monaco con il
presidente federale Kohler, il cancelliere Merkel e il
ministro presidente della Baviera Stoiber.
Poi il trasferimento al Palazzo Arcivescovile di
Monaco per la cena in privato.
Da
Monaco di Baviera, Paolo Ondarza, Radio Vaticana.
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LE
PAROLE DEL PAPA
-
FONTE VATICAN INFORMATION SERVICE -
Cari
fratelli e sorelle!
Innanzitutto
vorrei salutarvi tutti con affetto: sono lieto di potermi
trovare di nuovo tra voi e celebrare insieme con voi
la Santa Messa.
Sono lieto di poter ancora una volta visitare i luoghi a
me familiari, che hanno avuto un influsso determinante
sulla mia vita, formando il mio pensiero e i miei
sentimenti: i luoghi nei quali ho imparato a credere ed a
vivere. È un'occasione per ringraziare tutti coloro –
viventi e morti – che mi hanno guidato ed accompagnato.
Ringrazio Dio per questa bella Patria e per le persone che
me l'hanno resa e me la rendono tuttora Patria.
Abbiamo
appena ascoltato le tre letture bibliche che la liturgia
della Chiesa ha scelto per questa domenica. Tutte e tre
sviluppano un duplice tema, che in fondo rimane un unico
tema, accentuandone – a seconda delle circostanze –
l'uno o l'altro aspetto. Tutte e tre le letture parlano di
Dio come centro della realtà e come centro della nostra
vita personale. "Ecco il vostro Dio!" grida il
profeta Isaia (35,4).
La Lettera
di Giacomo e il
brano evangelico dicono a loro modo la stessa cosa.
Vogliono guidarci verso Dio, portandoci così sulla retta
via. Con il tema "Dio", però, è connesso il
tema sociale: la nostra responsabilità reciproca, la
nostra responsabilità per la supremanzia della giustizia
e dell'amore nel mondo. Questo viene espresso in modo
drammatico nella seconda lettura, in cui Giacomo, un
parente stretto di Gesù, ci parla. Egli si rivolge ad una
comunità, nella quale si comincia ad essere superbi,
perché in essa si trovano anche persone benestanti e
distinte, mentre c'è il pericolo che la preoccupazione
per il diritto dei poveri venga meno. Giacomo, nelle sue
parole, lascia intuire l'immagine di Gesù, di quel Dio
che si fece uomo e, pur essendo di origine davidica, cioè
regale, diventò un uomo semplice tra uomini semplici, non
si sedette su un trono, ma alla fine morì nella povertà
estrema della Croce. L'amore del prossimo, che in primo
luogo è sollecitudine per la giustizia, è la pietra di
paragone per la fede e per l'amore di Dio. Giacomo lo
chiama "legge regale" (cfr 2,8) lasciando
intravedere la parola preferita di Gesù: la regalità di
Dio, il dominio di Dio. Questo non indica un regno
qualsiasi che arriverà una volta o l'altra, ma significa
che Dio deve diventare la forza determinante per la nostra
vita e il nostro agire. È questo che domandiamo, quando
preghiamo: "Venga il tuo Regno". Non chiediamo
una qualche cosa lontana, che noi stessi forse non
desideriamo neanche di sperimentare. Preghiamo invece
perché la volontà di Dio determini ora la nostra volontà
e così Dio regni nel mondo; preghiamo dunque perché la
giustizia e l'amore diventino forze decisive nell'ordine
del mondo. Una tale preghiera si rivolge certamente in
primo luogo a Dio, ma scuote anche il nostro stesso cuore.
In fondo, lo vogliamo davvero? Stiamo orientando la nostra
vita in quella direzione? Giacomo chiama la "legge
regale", la legge della regalità di Dio, anche
"legge della libertà": se tutti pensano e
vivono secondo Dio, allora diventiamo tutti uguali,
diventiamo liberi e così nasce la vera fraternità.
Isaia, nella prima lettura, parlando di Dio parla al tempo
stesso della salvezza per i sofferenti, e Giacomo,
parlando dell'ordine sociale come espressione
irrinunciabile della nostra fede, parla logicamente anche
di Dio, di cui siamo figli.
Ma
ora dobbiamo rivolgere la nostra attenzione al Vangelo che
racconta la guarigione di un sordo-muto da parte di Gesù.
Anche lì incontriamo di nuovo i due aspetti dell'unico
tema. Gesù si dedica ai sofferenti, a coloro che sono
spinti ai margini della società. Li guarisce e, aprendo
loro così la possibilità di vivere e di decidere
insieme, li introduce nell'uguaglianza e nella fraternità.
Questo riguarda ovviamente tutti noi: Gesù ci indica la
direzione del nostro agire. Tutta la vicenda presenta però
ancora una dimensione più profonda, che i Padri della
Chiesa hanno messo in luce con insistenza e che concerne
in modo speciale anche noi oggi. I Padri parlano degli
uomini e per gli uomini del loro tempo. Ma quello che
dicono riguarda in modo nuovo anche noi uomini moderni.
Non esiste soltanto la sordità fisica, che taglia l'uomo
in gran parte fuori della vita sociale. Esiste una
debolezza d'udito nei confronti di Dio di cui soffriamo
specialmente in questo nostro tempo. Noi, semplicemente,
non riusciamo più a sentirlo – sono troppe le frequenze
diverse che occupano i nostri orecchi. Quello che si dice
di Lui ci sembra pre-scientifico, non più adatto al
nostro tempo. Con la debolezza d'udito o addirittura la
sordità nei confronti di Dio si perde naturalmente anche
la nostra capacità di parlare con Lui o a Lui. Così, però,
viene a mancarci una percezione decisiva. I nostri sensi
interiori corrono il pericolo di spegnersi. Con il venir
meno di questa percezione viene però circoscritto poi in
modo drastico e pericoloso il raggio del nostro rapporto
con la realtà. L'orizzonte della nostra vita si riduce in
modo preoccupante.
Il
Vangelo ci racconta che Gesù pose le dita negli orecchi
del sordomuto, mise un po' della sua saliva sulla lingua
del malato e disse: "Effatà" – "Apriti!" L'evangelista ha conservato
per noi l'originale parola aramaica che Gesù allora
pronunciò, trasferendoci così direttamente in quel
momento. Quello che lì viene raccontato è una cosa
unica, e tuttavia non appartiene ad un passato lontano: la
stessa cosa Gesù la realizza in modo nuovo e
ripetutamente anche oggi. Nel Battesimo Egli ha compiuto
su di noi questo gesto del toccare e ci ha detto: "Effatà"
– Apriti!", per renderci capaci di sentire Dio e
per ridonarci così anche la possibilità di parlare con
Lui. Ma questo evento, il Sacramento del Battesimo, non
possiede niente di magico. Il Battesimo dischiude un
cammino. Ci introduce nella comunità di coloro che sono
capaci di ascoltare e di parlare; ci introduce nella
comunione con Gesù stesso che, unico, ha visto Dio e
quindi ha potuto parlare di Lui (cfr Gv
1,18): mediante la fede, Gesù vuole condividere con noi
il suo vedere Dio, il suo ascoltare il Padre e parlare con
Lui. Il cammino dell'essere battezzati deve diventare un
processo di sviluppo progressivo, nel quale noi cresciamo
nella vita di comunione con Dio, raggiungendo così anche
uno sguardo diverso sull'uomo e sulla creazione.
Il
Vangelo ci invita a renderci conto che in noi esiste un
deficit riguardo alla nostra capacità di percezione –
una carenza che inizialmente non avvertiamo come tale,
perché appunto tutto il resto si raccomanda per la sua
urgenza e ragionevolezza; perché apparentemente tutto
procede in modo normale, anche se non abbiamo più orecchi
ed occhi per Dio e viviamo senza di Lui. Ma è vero che
tutto procede semplicemente, quando Dio viene a mancare
nella nostra vita e nel nostro mondo? Prima di porre
ulteriori domande vorrei raccontare un po' delle mie
esperienze negli incontri con i Vescovi di tutto il mondo.
La Chiesa
cattolica in Germania è grandiosa nelle sue attività
sociali, nella sua disponibilità ad aiutare ovunque ciò
si riveli necessario. Sempre di nuovo, durante le loro
visite "ad limina", i Vescovi, ultimamente
quelli dell'Africa, mi raccontano con gratitudine della
generosità dei cattolici tedeschi e mi incaricano di
rendermi interprete di questa loro gratitudine. Anche i
Vescovi dei Paesi Baltici, venuti recentemente, mi hanno
parlato di come i cattolici tedeschi li hanno aiutati in
modo grandioso nella ricostruzione delle loro chiese
gravemente fatiscenti a causa dei decenni di dominio
comunista. Ogni tanto, però, qualche Vescovo africano
dice: "Se presento in Germania progetti sociali,
trovo subito le porte aperte. Ma se vengo con un progetto
di evangelizzazione, incontro piuttosto riserve“.
Ovviamente esiste in alcuni l'idea che i progetti sociali
siano da promuovere con massima urgenza, mentre le cose
che riguardano Dio o addirittura la fede cattolica siano
cose piuttosto particolari e di minor importanza. Tuttavia
l'esperienza di quei Vescovi è proprio che
l'evangelizzazione deve avere la precedenza, che il Dio di
Gesù Cristo deve essere conosciuto, creduto ed amato,
deve convertire i cuori, affinché anche le cose sociali
possano progredire, affinché s'avvii la riconciliazione,
affinché – per esempio – l'AIDS possa essere
combattuto affrontando veramente le sue cause profonde e
curando i malati con la dovuta attenzione e con amore. Il
fatto sociale e il Vangelo sono inscindibili tra loro.
Dove portiamo agli uomini soltanto conoscenze, abilità,
capacità tecniche e strumenti, là portiamo troppo poco.
Allora sopravvengono ben presto i meccanismi della
violenza, e la capacità di distruggere e di uccidere
diventa la capacità prevalente per raggiungere il potere
– un potere che una volta o l'altra dovrebbe portare il
diritto, ma che non ne sarà mai capace. In questo modo ci
si allontana sempre di più dalla riconciliazione,
dall'impegno comune per la giustizia e l'amore. I criteri,
secondo i quali la tecnica entra a servizio del diritto e
dell'amore, si smarriscono; ma è proprio da questi
criteri, che tutto dipende: criteri che non sono soltanto
teorie, ma che illuminano il cuore portando così la
ragione e l'agire sulla retta via.
Le
popolazioni dell'Africa e dell'Asia ammirano le nostre
prestazioni tecniche e la nostra scienza, ma al contempo
si spaventano di fronte ad un tipo di ragione che esclude
totalmente Dio dalla visione dell'uomo, ritenendo questa
la forma più sublime della ragione, da imporre anche alle
loro culture. La vera minaccia per la loro identità non
la vedono nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di
Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un
diritto della libertà ed eleva l'utilità a supremo
criterio morale per i futuri successi della ricerca. Cari
amici, questo cinismo non è il tipo di tolleranza e di
apertura culturale che i popoli aspettano e che tutti noi
desideriamo! La tolleranza di cui abbiamo urgente bisogno
comprende il timor di Dio – il rispetto di ciò che per
altri è cosa sacra. Questo rispetto per ciò che gli
altri ritengono sacro presuppone che noi stessi impariamo
nuovamente il timor di Dio. Questo senso di rispetto può
essere rigenerato nel mondo occidentale soltanto se cresce
di nuovo la fede in Dio, se Dio sarà di nuovo presente
per noi ed in noi.
Questa
fede non la imponiamo a nessuno. Un simile genere di
proselitismo è contrario al cristianesimo. La fede può
svilupparsi soltanto nella libertà. Facciamo però
appello alla libertà degli uomini di aprirsi a Dio, di
cercarlo, di prestargli ascolto. Noi qui riuniti chiediamo
al Signore con tutto il cuore di pronunciare nuovamente il
suo "Effatà!",
di guarire la nostra debolezza d'udito per Dio, per il suo
operare e per la sua parola, di renderci capaci di vedere
e di ascoltare. Gli chiediamo di aiutarci a ritrovare la
parola della preghiera, alla quale ci invita nella
liturgia e la cui formula essenziale ci ha donato nel
Padre nostro.
Il
mondo ha bisogno di Dio. Noi abbiamo bisogno di Dio. Di
quale Dio? Nella prima lettura, il profeta si rivolge a un
popolo oppresso dicendo: “La vendetta di Dio verrà” (vgl
35,4). Noi possiamo facilmente intuire come la gente si
immaginava tale vendetta. Ma il profeta stesso rivela poi
in che cosa essa consiste: nella bontà risanatrice di
Dio. La spiegazione definitiva della parola del profeta,
la troviamo in Colui che è morto sulla Croce: in Gesù,
il Figlio di Dio incarnato. La sua “vendetta” è
la Croce
: il “No” alla violenza, “l’amore fino alla
fine”. È questo il Dio di cui abbiamo bisogno. Non
veniamo meno al rispetto di altre religioni e culture, al
profondo rispetto per la loro fede, se confessiamo ad alta
voce e senza mezzi termini quel Dio che alla violenza
oppone la sua sofferenza; che di fronte al male e al suo
potere innalza, come limite e superamento, la sua
misericordia. A Lui rivolgiamo la nostra supplica, perché
Egli sia in mezzo a noi e ci aiuti ad essergli testimoni
credibili. Amen!