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MESSA
DI NATALE 2005 (24 DICEMBRE 2005) |
Ascolta
l'omelia del Papa per la Santa messa di Natale
Radio Vaticana,
24 dicembre 2005
DOVE
C’E
LA DISCORDIA NASCA
LA PACE
, DOVE C’E L’ODIO EMERGA L’AMORE: COSI’ IL PAPA
NELLA MESSA DI NATALE, PRESIEDUTA A MEZZANOTTE NELLA
BASILICA VATICANA GREMITA DI FEDELI PER L’OCCASIONE
“Diventiamo
operatori di pace e contribuiamo così alla pace nel
mondo”: è il vibrante appello lanciato da papa
Benedetto XVI, presiedendo la scorsa notte
la Messa
solenne per il Natale del Signore. Un messaggio idealmente
diretto a tutti i popoli e pronunciato nella Basilica
Vaticana, gremita di fedeli, ecclesiastici, ambasciatori
presso
la Santa Sede
, personalità civili e religiose. Il rito, trasmesso in
mondo-visione, è stato allietato da canti e inni sacri
eseguiti dal coro della Cappella Sistina, diretto da mons.
Giuseppe Liberto. Il servizio di Roberta Moretti:
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Una
notte serena, nel cielo di Roma, per la prima Messa di
Natale celebrata da Papa Benedetto XVI. Raccoglimento e
commozione hanno accompagnato la solennità del rito,
allietato, come ogni anno, dall’omaggio floreale a Gesù
Bambino da parte di 12 piccoli provenienti da quattro
continenti. Tre, i momenti-chiave dell’omelia del Santo
Padre, che si è aperta con le parole del Salmo secondo:
“Il Signore mi ha detto: Tu sei mio figlio, io oggi ti
ho generato”. “Nella
notte di Betlemme – ha commentato il Pontefice –
queste parole”, che appartenevano al rituale
dell’incoronazione del re di Giuda “e che erano di
fatto più l’espressione di una speranza che una realtà
presente, hanno assunto un senso nuovo e inaspettato”:
“Il
Bimbo nel Presepe è davvero il Figlio di Dio. Dio non è
solitudine perenne, ma un circolo d’amore nel reciproco
darsi e ridonarsi, Egli è Padre, Figlio e Spirito
Santo”.
E
c’è di più: “In Gesù Cristo, il Figlio di Dio, Dio
stesso si è fatto uomo”, facendosi conoscere e
riconoscere “come Bimbo nel presepe”:
“Dio
è così grande che può farsi piccolo. Dio è così
potente che può farsi inerme e venirci incontro come
bimbo indifeso, affinché noi possiamo amarlo. Dio è così
buono da rinunciare al suo splendore divino e discendere
nella stalla, affinché noi possiamo trovarlo e perché
così la sua bontà tocchi anche noi, si comunichi a noi e
continui ad operare per nostro tramite. Questo è Natale:
‘Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato’. Dio è
diventato uno di noi, affinché noi potessimo essere con
Lui, diventare simili a Lui. Ha scelto come suo segno il
Bimbo nel Presepe: Egli è così. In questo modo impariamo
a conoscerlo. E su ogni bambino rifulge qualcosa del
raggio di quell'oggi, della vicinanza di Dio che dobbiamo
amare ed alla quale dobbiamo sottometterci – su ogni
bambino, anche su quello non ancora nato”.
Benedetto
XVI ha svelato allora la seconda parola-chiave che pervade
la liturgia della Notte Santa: la luce, segno di
“conoscenza” e “verità”, e dunque di “calore”
e “carità”. Una luce, quella di Betlemme, che “non
si è mai più spenta” e che nei secoli ha continuato ad
“avvolgere” nel suo splendore uomini e donne, da San
Paolo a Madre Teresa di Calcutta. Il Papa ha rivolto
allora una preghiera speciale perché “sgorghi la luce là
dove dominano le tenebre”, con un particolare
riferimento alla pace in Terra Santa, “quell’angolo di
terra dove è nato Gesù”. Ed è proprio la pace il
terzo concetto-guida del Natale. Una pace svelata e
annunciata per prima ai pastori, “anime semplici” e
“vigilanti”, perché “disponibili per
la Parola
di Dio”:
“È
questo che a Dio interessa. Dio ama tutti perché tutti
sono creature sue. Ma alcune persone hanno chiuso la loro
anima; il suo amore non trova presso di loro nessun
accesso. Essi credono di non aver bisogno di Dio; non lo
vogliono. Altri che forse moralmente sono ugualmente
miseri e peccatori, almeno soffrono di questo. Essi
attendono Dio. Sanno di aver bisogno della sua bontà,
anche se non ne hanno un’idea precisa. Nel loro animo
aperto all’attesa la luce di Dio può entrare, e con
essa la sua pace. Dio cerca persone che portino e
comunichino la sua pace. Chiediamogli di far sì che non
trovi chiuso il nostro cuore”.
“Diventiamo
operatori di pace e contribuiamo così alla pace nel
mondo”, ha aggiunto con forza il Papa, concludendo la
sua omelia con una vibrante invocazione: “Signore, compi
la tua promessa! Fa’ che là dove c'è discordia nasca
la pace! Fa’ che emerga l’amore là dove regna
l’odio! Fa’ che sorga la luce là dove dominano le
tenebre! Facci diventare portatori della tua pace!
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LE PAROLE DEL PAPA
- FONTE: VATICAN INFORMATION SERVICE -
“Il
Signore mi ha detto: «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho
generato»”. Con queste parole del Salmo secondo, la
Chiesa inizia la Santa Messa della veglia di Natale, nella
quale celebriamo la nascita del nostro Redentore Gesù
Cristo nella stalla di Betlemme. Un volta, questo Salmo
apparteneva al rituale dell'incoronazione dei re di Giuda.
Il popolo d'Israele, a causa della sua elezione, si
sentiva in modo particolare figlio di Dio, adottato da
Dio. Siccome il re era la personificazione di quel popolo,
la sua intronizzazione era vissuta come un atto solenne di
adozione da parte di Dio, nel quale il re veniva, in
qualche modo, coinvolto nel mistero stesso di Dio. Nella
notte di Betlemme queste parole, che erano di fatto più
l'espressione di una speranza che una realtà presente,
hanno assunto un senso nuovo ed inaspettato. Il Bimbo nel
presepe è davvero il Figlio di Dio. Dio non è solitudine
perenne, ma, un circolo d'amore nel reciproco darsi e
ridonarsi, Egli è Padre, Figlio e Spirito Santo.
Ancora di
più: in Gesù Cristo, il Figlio di Dio, Dio stesso si è
fatto uomo. A Lui il Padre dice: “Tu sei mio figlio”.
L'eterno oggi di Dio è disceso nell'oggi effimero del
mondo e trascina il nostro oggi passeggero nell'oggi
perenne di Dio. Dio è così grande che può farsi
piccolo. Dio è così potente che può farsi inerme e
venirci incontro come bimbo indifeso, affinché noi
possiamo amarlo. Dio è così buono da rinunciare al suo
splendore divino e discendere nella stalla, affinché noi
possiamo trovarlo e perché così la sua bontà tocchi
anche noi, si comunichi a noi e continui ad operare per
nostro tramite. Questo è Natale: “Tu sei mio figlio, io
oggi ti ho generato”. Dio è diventato uno di noi,
affinché noi potessimo essere con Lui, diventare simili a
Lui. Ha scelto come suo segno il Bimbo nel presepe: Egli
è così. In questo modo impariamo a conoscerlo. E su ogni
bambino rifulge qualcosa del raggio di quell'oggi, della
vicinanza di Dio che dobbiamo amare ed alla quale dobbiamo
sottometterci – su ogni bambino, anche su quello non
ancora nato.
Ascoltiamo
una seconda parola della liturgia di questa Notte santa,
questa volta presa dal Libro del profeta Isaia: “Su
coloro che abitavano in terra tenebrosa una luce
rifulse” (9,1). La parola “luce” pervade tutta la
liturgia di questa Santa Messa. È accennata nuovamente
nel brano tratto dalla lettera di san Paolo a Tito: “È
apparsa la grazia” (2,11). L'espressione “è
apparsa” appartiene al linguaggio greco e, in questo
contesto, dice la stessa cosa che l’ebraico esprime con
le parole “una luce rifulse”: l’“apparizione”
– l’“epifania” – è l'irruzione della luce
divina nel mondo pieno di buio e pieno di problemi
irrisolti. Infine, il Vangelo ci racconta che ai pastori
apparve la gloria di Dio e “li avvolse di luce” (Lc
2,9). Dove compare la gloria di Dio, là si diffonde nel
mondo la luce. “Dio è luce e in Lui non ci sono
tenebre”, ci dice san Giovanni (1 Gv 1,5). La
luce è fonte di vita.
Ma luce
significa soprattutto conoscenza, significa verità in
contrasto col buio della menzogna e dell'ignoranza. Così
la luce ci fa vivere, ci indica la strada. Ma poi, la
luce, in quanto dona calore, significa anche amore. Dove
c'è amore, emerge una luce nel mondo; dove c'è odio, il
mondo è nel buio. Sì, nella stalla di Betlemme è
apparsa la grande luce che il mondo attende. In quel
Bimbo giacente nella stalla, Dio mostra la sua gloria –
la gloria dell'amore, che dà in dono se stesso e che si
priva di ogni grandezza per condurci sulla via dell'amore.
La luce di Betlemme non si è mai più spenta. Lungo tutti
i secoli ha toccato uomini e donne, “li ha avvolti di
luce”. Dove è spuntata la fede in quel Bambino, lì è
sbocciata anche la carità – la bontà verso gli altri,
l’attenzione premurosa per i deboli ed i sofferenti, la
grazia del perdono. A partire da Betlemme una scia di
luce, di amore, di verità pervade i secoli. Se guardiamo
ai santi – da Paolo ed Agostino fino a san Francesco e
san Domenico, da Francesco Saverio e Teresa d'Avila a
Madre Teresa di Calcutta – vediamo questa corrente di
bontà, questa via di luce che, sempre di nuovo, si
infiamma al mistero di Betlemme, a quel Dio che si è
fatto Bambino. Contro la violenza di questo mondo Dio
oppone, in quel Bambino, la sua bontà e ci chiama a
seguire il Bambino.
Insieme
con l'albero di Natale, i nostri amici austriaci ci hanno
portato anche una piccola fiamma che avevano acceso a
Betlemme, per dirci: il vero mistero del Natale è lo
splendore interiore che viene da questo Bambino. Lasciamo
che tale splendore interiore si comunichi a noi, che
accenda nel nostro cuore la fiammella della bontà di Dio;
portiamo tutti, col nostro amore, la luce nel mondo! Non
permettiamo che questa fiamma luminosa si spenga per le
correnti fredde del nostro tempo! Custodiamola fedelmente
e facciamone dono agli altri! In questa notte, nella quale
guardiamo verso Betlemme, vogliamo anche pregare in modo
speciale per il luogo della nascita del nostro Redentore e
per gli uomini che là vivono e soffrono. Vogliamo pregare
per la pace in Terra Santa: Guarda, Signore, quest'angolo
della terra che, come tua patria, ti è tanto caro! Fa’
che lì rifulga la tua luce! Fa’ che lì arrivi la pace!
Con il
termine “pace” siamo giunti alla terza parola-guida
della liturgia di questa Notte santa. Il Bambino che Isaia
annuncia è da lui chiamato “Principe della pace”. Del
suo regno si dice: “La pace non avrà fine”. Ai
pastori si annuncia nel Vangelo la “gloria di Dio nel più
alto dei cieli” e la “pace in terra…”. Una volta
si leggeva: “… agli uomini di buona volontà”; nella
nuova traduzione si dice: “… agli uomini che egli
ama”. Che significa questo cambiamento? Non conta più
la buona volontà? Poniamo meglio la domanda: Quali sono
gli uomini che Dio ama, e perché li ama? Dio è forse
parziale? Ama forse soltanto alcuni e abbandona gli altri
a se stessi? Il Vangelo risponde a queste domande
mostrandoci alcune precise persone amate da Dio. Ci sono
persone singole – Maria, Giuseppe, Elisabetta, Zaccaria,
Simeone, Anna ecc. Ma ci sono anche due gruppi di persone:
i pastori e i sapienti dell'Oriente, i cosiddetti re magi.
Soffermiamoci in questa notte sui pastori. Che specie di
uomini sono? Nel loro ambiente i pastori erano
disprezzati; erano ritenuti poco affidabili e, in
tribunale, non venivano ammessi come testimoni. Ma chi
erano in realtà? Certamente non erano grandi santi, se
con questo termine si intendono persone di virtù eroiche.
Erano anime semplici. Il Vangelo mette in luce una
caratteristica che poi, nelle parole di Gesù, avrà un
ruolo importante: erano persone vigilanti. Questo vale
dapprima nel senso esteriore: di notte vegliavano vicino
alle loro pecore. Ma vale anche in un senso più profondo:
erano disponibili per la parola di Dio. La loro vita non
era chiusa in se stessa; il loro cuore era aperto. In
qualche modo, nel più profondo, erano in attesa di Lui.
La loro vigilanza era disponibilità – disponibilità ad
ascoltare, disponibilità ad incamminarsi; era attesa
della luce che indicasse loro la via. È questo che a Dio
interessa. Egli ama tutti perché tutti sono creature sue.
Ma alcune persone hanno chiuso la loro anima; il suo amore
non trova presso di loro nessun accesso. Essi credono di
non aver bisogno di Dio; non lo vogliono. Altri che forse
moralmente sono ugualmente miseri e peccatori, almeno
soffrono di questo. Essi attendono Dio. Sanno di aver
bisogno della sua bontà, anche se non ne hanno un’idea
precisa. Nel loro animo aperto all’attesa la luce di Dio
può entrare, e con essa la sua pace. Dio cerca persone
che portino e comunichino la sua pace. Chiediamogli di far
sì che non trovi chiuso il nostro cuore. Facciamo in modo
di essere in grado di diventare portatori attivi della sua
pace – proprio nel nostro tempo.
Tra i
cristiani la parola pace ha poi assunto un significato
tutto speciale: è diventata un nome per designare
l'Eucaristia. In essa è presente la pace di Cristo.
Attraverso tutti i luoghi dove si celebra l'Eucaristia una
rete di pace si espande sul mondo intero. Le comunità
raccolte intorno all’Eucaristia costituiscono un regno
della pace vasto come il mondo. Quando celebriamo
l'Eucaristia ci troviamo a Betlemme, nella “casa del
pane”. Cristo si dona a noi e ci dona con ciò la sua
pace. Ce la dona perché noi portiamo la luce della pace
nel nostro intimo e la comunichiamo agli altri; perché
diventiamo operatori di pace e contribuiamo così alla
pace nel mondo. Perciò preghiamo: Signore, compi la tua
promessa! Fa’ che là dove c'è discordia nasca la pace!
Fa’ che emerga l'amore là dove regna l'odio! Fa’ che
sorga la luce là dove dominano le tenebre! Facci
diventare portatori della tua pace! Amen.
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