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Radio
Vaticana 25 dicembre 2010
Dio
ci ama perché possiamo anche noi amare: così, il Papa
nella Messa della Notte di Natale
◊
Dio si fa debole come un bambino per mostrare al mondo la
sua fortezza e discende nel mondo per erigere isole di
pace. Questo il pensiero forte espresso da Benedetto XVI,
ieri sera, nella Messa della Vigilia di Natale celebrata
in San Pietro. Al centro dell’omelia del Papa, anche il
richiamo alla vera fratellanza creata da Dio, che ci ama
perché possiamo anche noi amare. Nel corso della
celebrazione, si è pregato per il ministero petrino, per
il rispetto della dignità della persona dal concepimento
alla morte naturale e per una pacifica convivenza tra i
popoli. Il servizio di Isabella Piro:
(Nativitas Domini nostri Iesu Christi…)
Sono quasi le ore 22 quando nella Basilica Vaticana
risuona la "Kalenda", l’antichissimo inno che
annuncia al mondo la nascita di Gesù. E il vero Natale
comincia da qui, da quel Re bambino “nato dalla
decisione personale di Dio”, dice il Papa, e che quindi
“costituisce una speranza” perché “sulle sue spalle
poggia il futuro”, “la promessa di pace”:
“Questo re non ha bisogno di consiglieri
appartenenti ai sapienti del mondo. Egli porta in se
stesso la sapienza e il consiglio di Dio. Proprio nella
debolezza dell’essere bambino Egli è il Dio forte e ci
mostra così, di fronte ai poteri millantatori del mondo,
la fortezza propria di Dio”.
Umiltà sublime è quella di Dio che si china verso
l’uomo, continua Benedetto XVI, perché nella notte di
Betlemme si adempie la profezia in un modo immensamente più
grande di quanto gli uomini potessero intuire:
“L’infinita distanza tra Dio e l’uomo è
superata. Dio non si è soltanto chinato verso il basso;
(…) Egli è veramente 'disceso', entrato nel mondo,
diventato uno di noi per attrarci tutti a sé. Questo
bambino è veramente l’Emmanuele – il Dio-con-noi. Il
suo regno si estende veramente fino ai confini della
terra. (…) Egli ha veramente eretto isole di pace”.
In ogni generazione, afferma il Papa, Dio costruisce il
suo regno “a partire dal cuore” e accende negli uomini
“la luce della bontà”, donando loro “la forza di
resistere alla tirannia del potere”. Ma oggi gli
aguzzini persistono, sottolinea il Santo Padre, i passi
dei soldati risuonano e vediamo ancora vesti macchiate di
sangue. Ed è qui, allora, che l’omelia del Papa diventa
una preghiera:
“Signore, realizza totalmente la tua promessa.
Spezza i bastoni degli aguzzini. Brucia i calzari
rimbombanti. Fa che finisca il tempo dei mantelli intrisi
di sangue. Realizza la promessa: 'La pace non avrà fine'
(Is 9,6). Erigi nel mondo il dominio della tua verità,
del tuo amore – il 'regno della giustizia, dell’amore
e della pace'”.
Ricordando, poi, l’antico significato del termine
“primogenito”, ovvero quello di “colui che
appartiene a Dio in modo particolare ed è destinato al
sacrificio”, il Papa sottolinea come, sulla Croce, Gesù
abbia offerto l’umanità a Dio, così che “Dio sia
tutto in tutti”:
“Nella Risurrezione, Egli ha sfondato il muro
della morte per tutti noi. Ha aperto all’uomo la
dimensione della vita eterna nella comunione con Dio.
(…) Egli crea la vera fratellanza, (…) la fratellanza
nuova in cui siamo la famiglia stessa di Dio”.
Ed ancora una volta, il Papa innalza una preghiera:
“Signore Gesù, (…) donaci la vera fratellanza.
Aiutaci perché diventiamo simili a te. Aiutaci a
riconoscere nell’altro che ha bisogno di me, in coloro
che soffrono o che sono abbandonati, in tutti gli uomini,
il tuo volto, ed a vivere insieme con te come fratelli e
sorelle per diventare una famiglia, la tua famiglia”.
“Chi intravede Dio prova gioia”, continua il
Pontefice, perché Dio ci ama, ci attende e, nella nascita
del suo Figlio, addirittura ci prega:
“Dio ci ha prevenuto con il dono del suo Figlio.
Sempre di nuovo Dio ci previene in modo inatteso. Non
cessa di cercarci, di sollevarci ogniqualvolta ne abbiamo
bisogno. Non abbandona la pecora smarrita nel deserto in
cui si è persa. Dio non si lascia confondere dal nostro
peccato. Egli ricomincia sempre nuovamente con noi.
Tuttavia aspetta il nostro amare insieme con Lui. Egli ci
ama affinché noi possiamo diventare persone che amano
insieme con Lui e così possa esservi pace sulla terra”.
Al termine della celebrazione, alcuni piccoli fedeli
hanno portato l’immagine di Gesù Bambino al Presepe
allestito all’interno della Basilica Vaticana. E davanti
ad esso, il Papa si è raccolto in silenziosa preghiera.
(canto: Tu scendi dalle stelle)
SOLENNITÀ DEL
NATALE DEL SIGNORE
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Basilica
Vaticana
Venerdì, 24 dicembre 2010
Cari
fratelli e sorelle!
„Tu sei
mio figlio, io oggi ti ho generato“ – con questa
parola del Salmo secondo, la Chiesa inizia la
liturgia della Notte Santa. Essa sa che questa parola
originariamente apparteneva al rituale
dell’incoronazione dei re d’Israele. Il re, che di per
sé è un essere umano come gli altri uomini, diventa
“figlio di Dio” mediante la chiamata e
l’insediamento nel suo ufficio: è una specie di
adozione da parte di Dio, un atto di decisione, mediante
il quale Egli dona a quell’uomo una nuova esistenza, lo
attrae nel suo proprio essere. In modo ancora più chiaro
la lettura tratta dal profeta Isaia, che abbiamo appena
ascoltato, presenta lo stesso processo in una situazione
di travaglio e di minaccia per Israele: “Un bambino è
nato per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle
è il potere” (9,5). L’insediamento nell’ufficio del
re è come una nuova nascita. Proprio come nuovo nato
dalla decisione personale di Dio, come bambino proveniente
da Dio, il re costituisce una speranza. Sulle sue spalle
poggia il futuro. Egli è il detentore della promessa di
pace. Nella notte di Betlemme, questa parola profetica è
diventata realtà in un modo che al tempo di Isaia sarebbe
stato ancora inimmaginabile. Sì, ora è veramente un
bambino Colui sulle cui spalle è il potere. In Lui appare
la nuova regalità che Dio istituisce nel mondo. Questo
bambino è veramente nato da Dio. È la Parola eterna di
Dio, che unisce l’una all’altra umanità e divinità.
Per questo bambino valgono i titoli di dignità che il
cantico d’incoronazione di Isaia gli attribuisce:
Consigliere mirabile – Dio potente – Padre per sempre
– Principe della pace (9,5). Sì, questo re non ha
bisogno di consiglieri appartenenti ai sapienti del mondo.
Egli porta in se stesso la sapienza e il consiglio di Dio.
Proprio nella debolezza dell’essere bambino Egli è il
Dio forte e ci mostra così, di fronte ai poteri
millantatori del mondo, la fortezza propria di Dio.
Le parole
del rituale dell’incoronazione in Israele, in verità,
erano sempre soltanto rituali di speranza, che prevedevano
da lontano un futuro che sarebbe stato donato da Dio.
Nessuno dei re salutati in questo modo corrispondeva alla
sublimità di tali parole. In loro, tutte le parole sulla
figliolanza di Dio, sull’insediamento nell’eredità
delle genti, sul dominio delle terre lontane (Sal
2,8) restavano solo rimando a un avvenire – quasi
cartelli segnaletici della speranza, indicazioni che
conducevano verso un futuro che in quel momento era ancora
inconcepibile. Così l’adempimento della parola che
inizia nella notte di Betlemme è al contempo immensamente
più grande e – dal punto di vista del mondo – più
umile di ciò che la parola profetica lasciava intuire. È
più grande, perché questo bambino è veramente Figlio di
Dio, veramente “Dio da Dio, Luce da Luce, generato, non
creato, della stessa sostanza del Padre”. L’infinita
distanza tra Dio e l’uomo è superata. Dio non si è
soltanto chinato verso il basso, come dicono i Salmi; Egli
è veramente “disceso”, entrato nel mondo, diventato
uno di noi per attrarci tutti a sé. Questo bambino è
veramente l’Emmanuele – il Dio-con-noi. Il suo regno
si estende veramente fino ai confini della terra. Nella
vastità universale della santa Eucaristia, Egli ha
veramente eretto isole di pace. Ovunque essa viene
celebrata si ha un’isola di pace, di quella pace che è
propria di Dio. Questo bambino ha acceso negli uomini la
luce della bontà e ha dato loro la forza di resistere
alla tirannia del potere. In ogni generazione Egli
costruisce il suo regno dal di dentro, a partire dal
cuore. Ma è anche vero che “il bastone
dell’aguzzino” non è stato spezzato. Anche oggi
marciano rimbombanti i calzari dei soldati e sempre ancora
e sempre di nuovo c’è il “mantello intriso di
sangue” (Is 9,3s). Così fa parte di questa notte
la gioia per la vicinanza di Dio. Ringraziamo perché Dio,
come bambino, si dà nelle nostre mani, mendica, per così
dire, il nostro amore, infonde la sua pace nel nostro
cuore. Questa gioia, tuttavia, è anche una preghiera:
Signore, realizza totalmente la tua promessa. Spezza i
bastoni degli aguzzini. Brucia i calzari rimbombanti. Fa
che finisca il tempo dei mantelli intrisi di sangue.
Realizza la promessa: “La pace non avrà fine” (Is
9,6). Ti ringraziamo per la tua bontà, ma ti preghiamo
anche: mostra la tua potenza. Erigi nel mondo il dominio
della tua verità, del tuo amore – il “regno della
giustizia, dell’amore e della pace”.
“Maria
diede alla luce il suo figlio primogenito” (Lc
2,7). Con questa frase, san Luca racconta, in modo
assolutamente privo di pathos, il grande evento che
le parole profetiche nella storia di Israele avevano
intravisto in anticipo. Luca qualifica il bambino come
“primogenito”. Nel linguaggio formatosi nella Sacra
Scrittura dell’Antica Alleanza, “primogenito” non
significa il primo di una serie di altri figli. La parola
“primogenito” è un titolo d’onore,
indipendentemente dalla questione se poi seguono altri
fratelli e sorelle o no. Così, nel Libro dell’Esodo (Es
4,22), Israele viene chiamato da Dio “il mio figlio
primogenito”, e con ciò si esprime la sua elezione, la
sua dignità unica, l’amore particolare di Dio Padre. La
Chiesa nascente sapeva che in Gesù questa parola aveva
ricevuto una nuova profondità; che in Lui sono riassunte
le promesse fatte ad Israele. Così la Lettera agli
Ebrei chiama Gesù “il primogenito” semplicemente
per qualificarLo, dopo le preparazioni nell’Antico
Testamento, come il Figlio che Dio manda nel mondo (cfr Eb
1,5-7). Il primogenito appartiene in modo particolare a
Dio, e per questo egli – come in molte religioni –
doveva essere in modo particolare consegnato a Dio ed
essere riscattato mediante un sacrificio sostitutivo, come
san Luca racconta nell’episodio della presentazione di
Gesù al tempio. Il primogenito appartiene a Dio in
modo particolare, è, per così dire, destinato al
sacrificio. Nel sacrificio di Gesù sulla croce, la
destinazione del primogenito si compie in modo unico. In
se stesso, Egli offre l’umanità a Dio e unisce uomo e
Dio in modo tale che Dio sia tutto in tutti. San Paolo,
nelle Lettere ai Colossesi e agli Efesini,
ha ampliato ed approfondito l’idea di Gesù come
primogenito: Gesù, ci dicono tali Lettere, è il
Primogenito della creazione – il vero archetipo
dell’uomo secondo cui Dio ha formato la creatura uomo.
L’uomo può essere immagine di Dio, perché Gesù è Dio
e Uomo, la vera immagine di Dio e dell’uomo. Egli è il
primogenito dei morti, ci dicono inoltre queste Lettere.
Nella Risurrezione, Egli ha sfondato il muro della morte
per tutti noi. Ha aperto all’uomo la dimensione della
vita eterna nella comunione con Dio. Infine, ci viene
detto: Egli è il primogenito di molti fratelli. Sì, ora
Egli è tuttavia il primo di una serie di fratelli, il
primo, cioè, che inaugura per noi l’essere in comunione
con Dio. Egli crea la vera fratellanza – non la
fratellanza, deturpata dal peccato, di Caino ed Abele, di
Romolo e Remo, ma la fratellanza nuova in cui siamo la
famiglia stessa di Dio. Questa nuova famiglia di Dio
inizia nel momento in cui Maria avvolge il
“primogenito” in fasce e lo pone nella mangiatoia.
Preghiamolo: Signore Gesù, tu che hai voluto nascere come
primo di molti fratelli, donaci la vera fratellanza.
Aiutaci perché diventiamo simili a te. Aiutaci a
riconoscere nell’altro che ha bisogno di me, in coloro
che soffrono o che sono abbandonati, in tutti gli uomini,
il tuo volto, ed a vivere insieme con te come fratelli e
sorelle per diventare una famiglia, la tua famiglia.
Il
Vangelo di Natale ci racconta, alla fine, che una
moltitudine di angeli dell’esercito celeste lodava Dio e
diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla
terra pace agli uomini, che egli ama.” (Lc 2,14).
La Chiesa ha amplificato, nel Gloria, questa lode,
che gli angeli hanno intonato di fronte all’evento della
Notte Santa, facendone un inno di gioia sulla gloria di
Dio. “Ti rendiamo grazie per la tua gloria immensa”.
Ti rendiamo grazie per la bellezza, per la grandezza, per
la tua bontà, che in questa notte diventano visibili a
noi. L’apparire della bellezza, del bello, ci rende
lieti senza che dobbiamo interrogarci sulla sua utilità.
La gloria di Dio, dalla quale proviene ogni bellezza, fa
esplodere in noi lo stupore e la gioia. Chi intravede Dio
prova gioia, e in questa notte vediamo qualcosa della sua
luce. Ma anche degli uomini parla il messaggio degli
angeli nella Notte Santa: “Pace agli uomini che egli
ama”. La traduzione latina di tale parola, che usiamo
nella liturgia e che risale a Girolamo, suona
diversamente: “Pace agli uomini di buona volontà”.
L’espressione “gli uomini di buona volontà” proprio
negli ultimi decenni è entrata in modo particolare nel
vocabolario della Chiesa. Ma quale traduzione è giusta?
Dobbiamo leggere ambedue i testi insieme; solo così
comprendiamo la parola degli angeli in modo giusto.
Sarebbe sbagliata un’interpretazione che riconoscesse
soltanto l’operare esclusivo di Dio, come se Egli non
avesse chiamato l’uomo ad una risposta libera di amore.
Sarebbe sbagliata, però, anche un’interpretazione
moralizzante, secondo cui l’uomo con la sua buona
volontà potrebbe, per così dire, redimere se stesso.
Ambedue le cose vanno insieme: grazia e libertà;
l’amore di Dio, che ci previene e senza il quale non
potremmo amarLo, e la nostra risposta, che Egli attende e
per la quale, nella nascita del suo Figlio, addirittura ci
prega. L’intreccio di grazia e libertà, l’intreccio
di chiamata e risposta non lo possiamo scindere in parti
separate l’una dall’altra. Ambedue sono
inscindibilmente intessute tra loro. Così questa parola
è insieme promessa e chiamata. Dio ci ha prevenuto con il
dono del suo Figlio. Sempre di nuovo Dio ci previene in
modo inatteso. Non cessa di cercarci, di sollevarci
ogniqualvolta ne abbiamo bisogno. Non abbandona la pecora
smarrita nel deserto in cui si è persa. Dio non si lascia
confondere dal nostro peccato. Egli ricomincia sempre
nuovamente con noi. Tuttavia aspetta il nostro amare
insieme con Lui. Egli ci ama affinché noi possiamo
diventare persone che amano insieme con Lui e così possa
esservi pace sulla terra.
Luca non
ha detto che gli angeli hanno cantato. Egli scrive molto
sobriamente: l’esercito celeste lodava Dio e diceva:
“Gloria a Dio nel più alto dei cieli…” (Lc
2,13s). Ma da sempre gli uomini sapevano che il parlare
degli angeli è diverso da quello degli uomini; che
proprio in questa notte del lieto messaggio esso è stato
un canto in cui la gloria sublime di Dio ha brillato.
Così questo canto degli angeli è stato percepito fin
dall’inizio come musica proveniente da Dio, anzi, come
invito ad unirsi nel canto, nella gioia del cuore per
l’essere amati da Dio. Cantare amantis est, dice
sant'Agostino: cantare è cosa di chi ama. Così, lungo i
secoli, il canto degli angeli è diventato sempre
nuovamente un canto di amore e di gioia, un canto di
coloro che amano. In quest’ora noi ci associamo pieni di
gratitudine a questo cantare di tutti i secoli, che unisce
cielo e terra, angeli e uomini. Sì, ti rendiamo grazie
per la tua gloria immensa. Ti ringraziamo per il tuo
amore. Fa che diventiamo sempre di più persone che amano
insieme con te e quindi persone di pace. Amen.
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