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Radio Vaticana 17 aprile 2011
Il
Papa alla Messa nella Domenica delle Palme: non la
tecnica, ma l’amore di Dio ci rende veramente liberi.
All’Angelus, invita i giovani alla Gmg di Madrid
L’amore
di Dio ci eleva verso l’alto e ci rende veramente
liberi: è quanto sottolineato da Benedetto XVI nella
Messa per la Domenica delle Palme e della Passione del
Signore, celebrata stamani in Piazza San Pietro. Alla
celebrazione eucaristica, preceduta dalla processione
delle palme, hanno preso parte giovani di Roma e di altre
diocesi, in occasione della ricorrenza diocesana della
XXVI Giornata Mondiale della Gioventù. Benedetto XVI si
è rivolto ai ragazzi, all’Angelus, dando loro
appuntamento alla Gmg di Madrid del prossimo agosto. Dal
Pontefice, anche un appello per la pace in Colombia. Al
termine dell'Angelus, i fedeli che gremivano Piazza San
Pietro hanno intonato il "Tanti auguri" al Papa,
che ieri ha compiuto 84 anni. Il servizio di Alessandro
Gisotti:
Canti
L’azzurro del cielo terso, il bianco del colonnato
marmoreo di Bernini, il verde dei ramoscelli d’ulivo
hanno fatto da suggestiva cornice alla Messa celebrata dal
Papa in una Piazza San Pietro gremita da oltre 50 mila
fedeli. Benedetto XVI, che ha seguito in papamobile la
processione delle palme aperta dai cardinali, si è
soffermato nell’omelia proprio sul significato di questo
farsi pellegrini assieme con Gesù nel salire a
Gerusalemme:
“È in cammino verso la comune festa della Pasqua,
memoriale della liberazione dall’Egitto e segno della
speranza nella liberazione definitiva. Egli sa che Lo
aspetta una nuova Pasqua e che Egli stesso prenderà il
posto degli agnelli immolati, offrendo se stesso sulla
Croce”.
Ecco allora, ha soggiunto, che “il termine ultimo del
suo pellegrinaggio è l’altezza di Dio stesso alla quale
Egli vuole sollevare l’essere umano”:
“La nostra processione odierna vuole quindi essere
l’immagine di qualcosa di più profondo, immagine del
fatto che, insieme con Gesù, c’incamminiamo per il
pellegrinaggio: per la via alta verso il Dio vivente. È
di questa salita che si tratta. È il cammino a cui Gesù
ci invita”.
Un cammino, ha riconosciuto, che “è al di sopra
delle nostre possibilità”. Il Papa ha osservato che da
sempre gli uomini sono stati ricolmi, “e oggi lo sono
quanto mai”, del desiderio di “essere come Dio”. In
definitiva, ha constatato, in tutte le invenzioni l’uomo
cerca di elevarsi all’altezza di Dio, per diventare
“totalmente liberi” come Lui:
“E tuttavia, la forza di gravità che ci tira in
basso è potente. Insieme con le nostre capacità non è
cresciuto soltanto il bene. Anche le possibilità del male
sono aumentate e si pongono come tempeste minacciose sopra
la storia. Anche i nostri limiti sono rimasti: basti
pensare alle catastrofi che in questi mesi hanno afflitto
e continuano ad affliggere l’umanità”.
Il Papa ha ricordato come già i Padri della Chiesa
hanno affermato che l’uomo si trova nel punto di
intersezione tra due campi di gravitazione. Uno che lo
tira verso il basso, “verso l’egoismo, la menzogna e
verso il male”. Ad esso si contrappone la forza di
gravità dell’amore di Dio. “L’essere amati da Dio e
la risposta del nostro amore – ha detto – ci attira
verso l’alto”:
“L’uomo si trova in mezzo a questa duplice forza
di gravità, e tutto dipende dallo sfuggire al campo di
gravitazione del male e diventare liberi di lasciarsi
totalmente attirare dalla forza di gravità di Dio, che ci
rende veri, ci eleva, ci dona la vera libertà”.
Il cuore, ha soggiunto, è il centro dell’uomo.
Dunque, è il cuore che deve essere elevato. Ma, ha
avvertito, “noi da soli siamo troppo deboli per
sollevare il nostro cuore fino all’altezza di Dio”.
Anzi, “proprio la superbia di poterlo fare da soli ci
tira verso il basso e ci allontana da Dio”. Il Papa ha
così ribadito che “Dio stesso deve tirarci in alto, ed
è questo che Cristo ha iniziato sulla Croce”. Dunque,
l’umiltà di Dio supera la nostra superbia e “questo
amore umile attrae verso l’alto”:
“Le grandi conquiste della tecnica ci rendono
liberi e sono elementi del progresso dell’umanità
soltanto se sono unite a questi atteggiamenti – se le
nostre mani diventano innocenti e il nostro cuore puro, se
siamo in ricerca della verità, in ricerca di Dio stesso,
e ci lasciamo toccare ed interpellare dal suo amore”.
Tutti questi elementi dell’ascesa, ha rilevato,
“sono efficaci soltanto se in umiltà riconosciamo che
dobbiamo essere attirati verso l’alto; se abbandoniamo
la superbia di volere noi stessi farci Dio”. Abbiamo
bisogno di Lui, ha concluso il Papa, “Egli ci tira verso
l’alto”, “ci dà il giusto orientamento e la forza
interiore che ci solleva in alto. Abbiamo bisogno
dell’umiltà della fede che cerca il volto di Dio e si
affida alla verità del suo amore”.
Canti
All’Angelus, parlando in lingua spagnola, il Papa ha
rivolto un pressante appello per la pace e la
riconciliazione in Colombia, che il Venerdì Santo
celebrerà la Giornata di preghiera per le vittime della
violenza.
“No más violencia en Colombia, que reine en ella
paz!”
Quindi, in più lingue, ha salutato i giovani convenuti
per la Gmg a livello diocesano, che prelude al grande
raduno di Madrid del prossimo agosto. In francese, ha
chiesto ai ragazzi di essere “testimoni gioiosi e
instancabili dell’amore infinito di Dio”. In polacco,
ha invitato i giovani ad accogliere la Croce di Gesù,
“segno dell’amore di Dio, come fonte di vita nuova”.
Infine, il saluto ai giovani pellegrini italiani:
“Saluto infine con affetto i pellegrini di lingua
italiana, specialmente i giovani, ai quali do appuntamento
a Madrid, per la Giornata Mondiale della Gioventù, nel
prossimo mese di agosto”.
"Tanti auguri Benedetto. Tanti auguri a te!"
(Applausi)
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Cari
fratelli e sorelle,
cari
giovani!
Ci
commuove nuovamente ogni anno, nella Domenica delle Palme,
salire assieme a Gesù il monte verso il santuario,
accompagnarLo lungo la via verso l’alto. In questo
giorno, su tutta la faccia della terra e attraverso tutti
i secoli, giovani e gente di ogni età Lo acclamano
gridando: "Osanna al figlio di Davide! Benedetto
colui che viene nel nome del Signore!"
Ma che
cosa facciamo veramente quando ci inseriamo in tale
processione – nella schiera di coloro che insieme con
Gesù salivano a Gerusalemme e Lo acclamavano come re di
Israele? È qualcosa di più di una cerimonia, di una
bella usanza? Ha forse a che fare con la vera realtà
della nostra vita, del nostro mondo? Per trovare la
risposta, dobbiamo innanzitutto chiarire che cosa Gesù
stesso abbia in realtà voluto e fatto. Dopo la
professione di fede, che Pietro aveva fatto a Cesarea di
Filippo, nell’estremo nord della Terra Santa, Gesù si
era incamminato come pellegrino verso Gerusalemme per le
festività della Pasqua. È in cammino verso il tempio
nella Città Santa, verso quel luogo che per Israele
garantiva in modo particolare la vicinanza di Dio al suo
popolo. È in cammino verso la comune festa della Pasqua,
memoriale della liberazione dall’Egitto e segno della
speranza nella liberazione definitiva. Egli sa che Lo
aspetta una nuova Pasqua e che Egli stesso prenderà il
posto degli agnelli immolati, offrendo se stesso sulla
Croce. Sa che, nei doni misteriosi del pane e del vino, si
donerà per sempre ai suoi, aprirà loro la porta verso
una nuova via di liberazione, verso la comunione con il
Dio vivente. È in cammino verso l’altezza della Croce,
verso il momento dell’amore che si dona. Il termine
ultimo del suo pellegrinaggio è l’altezza di Dio
stesso, alla quale Egli vuole sollevare l’essere umano.
La nostra
processione odierna vuole quindi essere l’immagine di
qualcosa di più profondo, immagine del fatto che, insieme
con Gesù, c’incamminiamo per il pellegrinaggio: per la
via alta verso il Dio vivente. È di questa salita che si
tratta. È il cammino a cui Gesù ci invita. Ma come
possiamo noi tenere il passo in questa salita? Non
oltrepassa forse le nostre forze? Sì, è al di sopra
delle nostre proprie possibilità. Da sempre gli uomini
sono stati ricolmi – e oggi lo sono quanto mai – del
desiderio di "essere come Dio", di raggiungere
essi stessi l’altezza di Dio. In tutte le invenzioni
dello spirito umano si cerca, in ultima analisi, di
ottenere delle ali, per potersi elevare all’altezza
dell’Essere, per diventare indipendenti, totalmente
liberi, come lo è Dio. Tante cose l’umanità ha potuto
realizzare: siamo in grado di volare. Possiamo vederci,
ascoltarci e parlarci da un capo all’altro del mondo. E
tuttavia, la forza di gravità che ci tira in basso è
potente. Insieme con le nostre capacità non è cresciuto
soltanto il bene. Anche le possibilità del male sono
aumentate e si pongono come tempeste minacciose sopra la
storia. Anche i nostri limiti sono rimasti: basti pensare
alle catastrofi che in questi mesi hanno afflitto e
continuano ad affliggere l’umanità.
I Padri
hanno detto che l’uomo sta nel punto d’intersezione
tra due campi di gravitazione. C’è anzitutto la forza
di gravità che tira in basso – verso l’egoismo, verso
la menzogna e verso il male; la gravità che ci abbassa e
ci allontana dall’altezza di Dio. Dall’altro lato c’è
la forza di gravità dell’amore di Dio: l’essere amati
da Dio e la risposta del nostro amore ci attirano verso
l’alto. L’uomo si trova in mezzo a questa duplice
forza di gravità, e tutto dipende dallo sfuggire al campo
di gravitazione del male e diventare liberi di lasciarsi
totalmente attirare dalla forza di gravità di Dio, che ci
rende veri, ci eleva, ci dona la vera libertà.
Dopo la
liturgia della Parola, all’inizio della Preghiera
eucaristica durante la quale il Signore entra in mezzo a
noi, la Chiesa ci rivolge l’invito: "Sursum
corda – in alto i cuori!" Secondo la concezione
biblica e nella visione dei Padri, il cuore è quel centro
dell’uomo in cui si uniscono l’intelletto, la volontà
e il sentimento, il corpo e l’anima. Quel centro, in cui
lo spirito diventa corpo e il corpo diventa spirito; in
cui volontà, sentimento e intelletto si uniscono nella
conoscenza di Dio e nell’amore per Lui. Questo
"cuore" deve essere elevato. Ma ancora una
volta: noi da soli siamo troppo deboli per sollevare il
nostro cuore fino all’altezza di Dio. Non ne siamo in
grado. Proprio la superbia di poterlo fare da soli ci tira
verso il basso e ci allontana da Dio. Dio stesso deve
tirarci in alto, ed è questo che Cristo ha iniziato sulla
Croce. Egli è disceso fin nell’estrema bassezza
dell’esistenza umana, per tirarci in alto verso di sé,
verso il Dio vivente. Egli è diventato umile, dice oggi
la seconda lettura. Soltanto così la nostra superbia
poteva essere superata: l’umiltà di Dio è la forma
estrema del suo amore, e questo amore umile attrae verso
l’alto.
Il Salmo
processionale 24, che la Chiesa ci propone come
"canto di ascesa" per la liturgia di oggi,
indica alcuni elementi concreti, che appartengono alla
nostra ascesa e senza i quali non possiamo essere
sollevati in alto: le mani innocenti, il cuore puro, il
rifiuto della menzogna, la ricerca del volto di Dio. Le
grandi conquiste della tecnica ci rendono liberi e sono
elementi del progresso dell’umanità soltanto se sono
unite a questi atteggiamenti – se le nostre mani
diventano innocenti e il nostro cuore puro, se siamo in
ricerca della verità, in ricerca di Dio stesso, e ci
lasciamo toccare ed interpellare dal suo amore. Tutti
questi elementi dell’ascesa sono efficaci soltanto se in
umiltà riconosciamo che dobbiamo essere attirati verso
l’alto; se abbandoniamo la superbia di volere noi stessi
farci Dio. Abbiamo bisogno di Lui: Egli ci tira verso
l’alto, nell’essere sorretti dalle sue mani – cioè
nella fede – ci dà il giusto orientamento e la forza
interiore che ci solleva in alto. Abbiamo bisogno
dell’umiltà della fede che cerca il volto di Dio e si
affida alla verità del suo amore.
La
questione di come l’uomo possa arrivare in alto,
diventare totalmente se stesso e veramente simile a Dio,
ha da sempre impegnato l’umanità. È stata discussa
appassionatamente dai filosofi platonici del terzo e
quarto secolo. La loro domanda centrale era come trovare
mezzi di purificazione, mediante i quali l’uomo potesse
liberarsi dal grave peso che lo tira in basso ed ascendere
all’altezza del suo vero essere, all’altezza della
divinità. Sant’Agostino, nella sua ricerca della retta
via, per un certo periodo ha cercato sostegno in quelle
filosofie. Ma alla fine dovette riconoscere che la loro
risposta non era sufficiente, che con i loro metodi egli
non sarebbe giunto veramente a Dio. Disse ai loro
rappresentanti: Riconoscete dunque che la forza
dell’uomo e di tutte le sue purificazioni non basta per
portarlo veramente all’altezza del divino, all’altezza
a lui adeguata. E disse che avrebbe disperato di se stesso
e dell’esistenza umana, se non avesse trovato Colui che
fa ciò che noi stessi non possiamo fare; Colui che ci
solleva all’altezza di Dio, nonostante la nostra
miseria: Gesù Cristo che, da Dio, è disceso verso di noi
e, nel suo amore crocifisso, ci prende per mano e ci
conduce in alto.
Noi
andiamo in pellegrinaggio con il Signore verso l’alto.
Siamo in ricerca del cuore puro e delle mani innocenti,
siamo in ricerca della verità, cerchiamo il volto di Dio.
Manifestiamo al Signore il nostro desiderio di diventare
giusti e Lo preghiamo: Attiraci Tu verso l’alto! Rendici
puri! Fa’ che valga per noi la parola che cantiamo col
Salmo processionale; cioè che possiamo appartenere alla
generazione che cerca Dio, "che cerca il tuo volto,
Dio di Giacobbe" (Sal 24,6). Amen.
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