Dopo
la Santa Messa, Benedetto XVI ha lanciato un appello
chiedendo di pregare per la Somalia, il Darfur e il
Burundi. Il servizio di Amedeo Lomonaco:
(canto)
Pochi secondi, "un tempo brevissimo, ma carico di
straordinaria densità spirituale", hanno
accompagnato il momento centrale del rito
dell’ordinazione sacerdotale: l’imposizione delle mani
da parte di Benedetto XVI sulla testa degli ordinandi, con
“l’invocazione a Dio perché effonda il suo Spirito su
di loro e li trasformi rendendoli partecipi del Sacerdozio
di Cristo”. E’ un gesto – afferma il Papa – che
“non ha nulla di magico” ma è un “segno
inseparabile della preghiera, della quale costituisce un
prolungamento silenzioso”:
“In quella preghiera silenziosa avviene
l’incontro tra due libertà: la libertà di Dio,
operante mediante lo Spirito Santo, e la libertà
dell’uomo”.
L’imposizione delle mani esprime “plasticamente la
specifica modalità” di questo incontro: “la Chiesa,
impersonata dal vescovo in piedi con le mani protese,
prega lo Spirito Santo di consacrare il candidato; il
diacono, in ginocchio, riceve l’imposizione delle mani e
si affida a tale mediazione”. Di questo insieme di gesti
– osserva il Papa – è infinitamente più importante
“il movimento spirituale” che conduce lo Spirito Santo
e il Figlio “a dimorare nei discepoli”. Benedetto XVI
esorta poi a tenere sempre vive le parole pronunciate da
Gesù durante l’Ultima Cena, “Se mi amate”, con cui
contestualmente istituiva l’Eucaristia e il Sacerdozio:
“Accoglietele con fede e con amore! Lasciate che
si imprimano nel vostro cuore, lasciate che vi
accompagnino lungo il cammino dell’intera vostra
esistenza. Non dimenticatele, non smarritele per la
strada! Rimarrete così fedeli all’amore di Cristo e vi
accorgerete con gioia sempre nuova di come questa sua
divina Parola ‘camminerà’ con voi e ‘crescerà in
voi”.
Per i diaconi che hanno ricevuto l’ordinazione
sacerdotale dopo essere stati chiamati dal Padre, attirati
dal Figlio e formati dallo Spirito, comincia oggi una
nuova missione. Il programma di questa missione – spiega
il Santo Padre riprendendo le parole dell’apostolo
Paolo, che chiama i ministri del Vangelo “servitori
della gioia” – è quello appunto di “annunciare e
testimoniare la gioia”:
“Che cosa ci può essere di più bello di questo?
Che cosa di più grande, di più entusiasmante, che
cooperare a diffondere nel mondo la Parola di vita, che
comunicare l’acqua viva dello Spirito Santo”?
I sacerdoti – aggiunge il Santo Padre – sono
chiamati a recare il Vangelo a tutti “perché tutti
sperimentino la gioia di Cristo e ci sia gioia in ogni
città”. Sono chiamati ad essere “messaggeri di questa
gioia”, a moltiplicarla e a trasmetterla, specialmente,
a quanti sono tristi e sfiduciati:
“Per essere collaboratori della gioia degli altri,
in un mondo spesso triste e negativo, bisogna che il fuoco
del Vangelo arda dentro di voi, che abiti in voi la gioia
del Signore”.
La vostra speranza – spiega il Papa – è Dio; la
speranza è in Gesù e nello Spirito:
“Speranza di vita e di perdono per le persone che
saranno affidate alle vostre cure pastorali; speranza di
santità e di fecondità apostolica per voi e per tutta la
Chiesa; speranza di apertura alla fede e all’incontro
con Dio per quanti vi accosteranno nella loro ricerca
della verità; speranza di pace e di conforto per i
sofferenti e i feriti dalla vita”.
L’esortazione del Papa è quella di adorare Cristo
coltivando una "relazione personale d’amore con
Lui". Un amore – sottolinea il Santo Padre - unico
e totalizzante, dentro il quale "vivere, purificare,
illuminare e santificare tutte le altre relazioni".
Della gioia e della speranza che sgorgano dal Vangelo,
Benedetto XVI ha parlato anche al Regina Caeli ricordando
il viaggio apostolico negli Stati Uniti, che aveva per
motto "Cristo nostra speranza". Il Papa ha poi
espresso la propria "vicinanza spirituale" alle
molte Chiese Orientali che oggi celebrano, secondo il
calendario giuliano, la solennità della Pasqua:
"Invito tutti ad unirvi a me nell'invocare la
Madre di Dio, affinchè la strada da tempo intrapresa del
dialogo e della collaborazione porti presto ad una più
completa comunione con tutti i discepoli di Cristo, perchè
siano un segno sempre più luminoso di speranza per tutta
l'umanità".
Al Regina Caeli il Papa ha anche lanciato un appello
per alcuni Paesi africani, chiedendo di non dimenticare
tragiche vicende che stanno sconvolgendo in particolare la
Somalia, la regione del Darfur e il Burundi. L'auspicio -
ha concluso il Santo Padre - è che "le autorità
politiche locali, i responsabili della comunità
internazionale e ogni persona di buona volontà non
tralasceranno sforzi per far cessare la violenza e onorare
gli impegni presi, in modo da porre solide fondamenta alla
pace e allo sviluppo".
OMELIA DEL
SANTO PADRE
Cari
fratelli e sorelle!
Si
realizza oggi per noi, in modo tutto particolare, la
parola che dice: "Hai moltiplicato la gioia, / hai
aumentato la letizia" (Is 9,2). Infatti, alla
gioia di celebrare l’Eucaristia nel giorno del Signore,
si sommano l’esultanza spirituale del tempo di Pasqua
giunto ormai alla sesta domenica, e soprattutto la festa
dell’Ordinazione di nuovi Sacerdoti. Insieme a voi
saluto con affetto i 29 Diaconi che tra poco saranno
ordinati presbiteri. Esprimo viva riconoscenza a quanti li
hanno guidati nel loro cammino di discernimento e di
preparazione, ed invito voi tutti a rendere grazie a Dio
per il dono alla Chiesa di questi nuovi sacerdoti.
Sosteniamoli con intensa preghiera durante la presente
celebrazione, in spirito di fervida lode al Padre che li
ha chiamati, al Figlio che li ha attirati a sé, allo
Spirito che li ha formati. Solitamente l’Ordinazione dei
nuovi sacerdoti avviene nella IV Domenica di Pasqua, detta
Domenica del Buon Pastore, che è anche la Giornata
Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, ma quest’anno
non è stato possibile, perché ero in partenza per la
visita pastorale negli Stati Uniti d’America. L’icona
del Buon Pastore sembra essere quella che più d’ogni
altra pone in luce il ruolo e il ministero del presbitero
nella comunità cristiana. Ma anche i passi biblici, che
l’odierna liturgia offre alla nostra meditazione,
illuminano, secondo un’angolatura diversa, la missione
del sacerdote.
La prima
Lettura, tratta dal capitolo VIII degli Atti degli
Apostoli, narra la missione del diacono Filippo in
Samaria. Vorrei attirare immediatamente l’attenzione
sulla frase che chiude la prima parte del testo: "E
vi fu grande gioia in quella città" (At 8,8).
Questa espressione non comunica un’idea, un concetto
teologico, ma riferisce un avvenimento circostanziato,
qualcosa che ha cambiato la vita delle persone: in una
determinata città della Samaria, nel periodo che seguì
la prima violenta persecuzione contro la Chiesa a
Gerusalemme (cfr At 8,1), venne ad accadere
qualcosa che causò "grande gioia". Che cosa era
dunque successo? Narra l’Autore sacro che, per sfuggire
alla persecuzione scoppiata a Gerusalemme contro coloro
che si erano convertiti al cristianesimo, tutti i
discepoli, tranne gli Apostoli, abbandonarono la Città
santa e si dispersero all’intorno. Da questo evento
doloroso scaturì, in maniera misteriosa e provvidenziale,
un rinnovato impulso alla diffusione del Vangelo. Fra
coloro che si erano dispersi c’era anche Filippo, uno
dei sette diaconi della Comunità, diacono come voi, cari
Ordinandi, anche se in modalità certamente diverse, poiché
nella stagione irripetibile della Chiesa nascente, gli
Apostoli e i diaconi erano dotati dallo Spirito Santo di
una potenza straordinaria sia nella predicazione che
nell’azione taumaturgica. Or avvenne che gli abitanti
della località samaritana, di cui si parla in questo
capitolo degli Atti degli Apostoli, accolsero unanimi
l’annuncio di Filippo e, grazie alla loro adesione al
Vangelo, egli poté guarire molti malati. In quella città
della Samaria, in mezzo a una popolazione tradizionalmente
disprezzata e quasi scomunicata dai Giudei, risuonò
l’annuncio di Cristo che aprì alla gioia il cuore di
quanti l’accolsero con fiducia. Ecco perché dunque -
sottolinea san Luca - in quella città "vi fu grande
gioia".
Cari
amici, questa è anche la vostra missione: recare il
Vangelo a tutti, perché tutti sperimentino la gioia di
Cristo e ci sia gioia in ogni città. Che cosa ci può
essere di più bello di questo? Che cosa di più grande,
di più entusiasmante, che cooperare a diffondere nel
mondo la Parola di vita, che comunicare l’acqua viva
dello Spirito Santo? Annunciare e testimoniare la gioia:
è questo il nucleo centrale della vostra missione, cari
diaconi che tra poco diventerete sacerdoti. L’apostolo
Paolo chiama i ministri del Vangelo "servitori della
gioia". Ai cristiani di Corinto, nella sua Seconda
Lettera, egli scrive: "Noi non intendiamo far da
padroni sulla vostra fede; siamo invece i collaboratori
della vostra gioia, perché nella fede voi siete già
saldi" (2 Cor 1,24). Sono parole
programmatiche per ogni sacerdote. Per essere
collaboratori della gioia degli altri, in un mondo spesso
triste e negativo, bisogna che il fuoco del Vangelo arda
dentro di voi, che abiti in voi la gioia del Signore.
Allora solo potrete essere messaggeri e moltiplicatori di
questa gioia recandola a tutti, specialmente a quanti sono
tristi e sfiduciati.
Torniamo
alla prima Lettura, che ci offre un altro elemento di
meditazione. Vi si parla di una riunione di preghiera, che
avviene proprio nella città samaritana evangelizzata dal
diacono Filippo. A presiederla sono gli apostoli Pietro e
Giovanni, due "colonne" della Chiesa, venuti da
Gerusalemme per far visita a questa nuova comunità e
confermarla nella fede. Grazie all’imposizione delle
loro mani, lo Spirito Santo scese su quanti erano stati
battezzati. Possiamo vedere in quest’episodio una prima
attestazione del rito della "Confermazione", il
secondo Sacramento dell’iniziazione cristiana. Anche per
noi, qui riuniti, il riferimento al gesto rituale
dell’imposizione delle mani è quanto mai significativo.
E’ infatti il gesto centrale anche del rito di
Ordinazione, mediante il quale tra poco io conferirò ai
candidati la dignità presbiterale. E’ un segno
inseparabile dalla preghiera, della quale costituisce un
prolungamento silenzioso. Senza dire parole, il Vescovo
consacrante e dopo di lui gli altri sacerdoti pongono le
mani sul capo degli ordinandi, esprimendo così
l’invocazione a Dio perché effonda il suo Spirito su di
loro e li trasformi rendendoli partecipi del Sacerdozio di
Cristo. Si tratta di pochi secondi, un tempo brevissimo,
ma carico di straordinaria densità spirituale.
Cari
Ordinandi, in futuro dovrete sempre ritornare a questo
momento, a questo gesto che non ha nulla di magico, eppure
è così ricco di mistero, perché qui è l’origine
della vostra nuova missione. In quella preghiera
silenziosa avviene l’incontro tra due libertà: la
libertà di Dio, operante mediante lo Spirito Santo, e la
libertà dell’uomo. L’imposizione delle mani esprime
plasticamente la specifica modalità di questo incontro:
la Chiesa, impersonata dal Vescovo in piedi con le mani
protese, prega lo Spirito Santo di consacrare il
candidato; il diacono, in ginocchio, riceve
l’imposizione della mani e si affida a tale mediazione.
L’insieme dei gesti è importante, ma infinitamente più
importante è il movimento spirituale, invisibile, che
esso esprime; movimento ben evocato dal sacro silenzio,
che tutto avvolge all’interno e all’esterno.
Ritroviamo
questo misterioso "movimento" trinitario, che
conduce lo Spirito Santo e il Figlio a dimorare nei
discepoli, anche nella pericope evangelica. Qui è Gesù
stesso a promettere che pregherà il Padre affinché mandi
ai suoi lo Spirito, definito "un altro Paraclito"
(Gv 14,16), termine greco che equivale al latino
"ad-vocatus", avvocato difensore. Il
primo Paraclito infatti è il Figlio incarnato, venuto per
difendere l’uomo dall’accusatore per antonomasia, che
è satana. Nel momento in cui Cristo, compiuta la sua
missione, ritorna al Padre, questi invia lo Spirito, come
Difensore e Consolatore, perché resti per sempre con i
credenti abitando dentro di loro. Così, tra Dio Padre e i
discepoli si instaura, grazie alla mediazione del Figlio e
dello Spirito Santo, una relazione intima di reciprocità:
"Io sono nel Padre e voi in me e io in voi",
dice Gesù (Gv 14,20). Tutto questo dipende però
da una condizione che Cristo pone chiaramente
all’inizio: "Se mi amate" (Gv 14,15), e
che ripete alla fine: "Chi mi ama sarà amato dal
Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a
lui" (Gv 14,21). Senza l’amore per Gesù,
che si attua nell’osservanza dei suoi comandamenti, la
persona si esclude dal movimento trinitario e inizia a
ripiegarsi su se stessa, perdendo la capacità di ricevere
e comunicare Dio.
"Se
mi amate". Cari amici, queste parole Gesù le ha
pronunciate durante l’Ultima Cena nel momento in cui
contestualmente istituiva l’Eucaristia e il Sacerdozio.
Pur rivolte agli Apostoli, esse, in un certo senso, sono
indirizzate a tutti i loro successori e ai sacerdoti, che
sono i più stretti collaboratori dei successori degli
Apostoli. Noi le riascoltiamo quest’oggi come un invito
a vivere sempre più coerentemente la nostra vocazione
nella Chiesa: voi, cari Ordinandi, le ascoltate con
particolare emozione, perché proprio oggi Cristo vi rende
partecipi del suo Sacerdozio. Accoglietele con fede e con
amore! Lasciate che si imprimano nel vostro cuore,
lasciate che vi accompagnino lungo il cammino
dell’intera vostra esistenza. Non dimenticatele, non
smarritele per la strada! Rileggetele, meditatele spesso e
soprattutto pregateci su. Rimarrete così fedeli
all’amore di Cristo e vi accorgerete con gioia sempre
nuova di come questa sua divina Parola "camminerà"
con voi e "crescerà" in voi.
Un’osservazione
ancora sulla seconda Lettura: è tratta dalla Prima
Lettera di Pietro, presso il cui sepolcro ci troviamo
e alla cui intercessione vorrei in modo speciale
affidarvi. Faccio mie e vi consegno con affetto le sue
parole: "Adorate il Signore, Cristo, nei vostri
cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi
ragione della speranza che è in voi" (1 Pt
3,15). Adorate Cristo Signore nei vostri cuori: coltivate
cioè una relazione personale d’amore con Lui, amore
primo e più grande, unico e totalizzante, dentro il quale
vivere, purificare, illuminare e santificare tutte le
altre relazioni. La "speranza che è in voi" è
legata a questa "adorazione", a questo amore di
Cristo, che per lo Spirito, come dicevamo, abita in noi.
La nostra speranza, la vostra speranza è Dio, in Gesù e
nello Spirito. Speranza che da oggi diventa in voi
"speranza sacerdotale", quella di Gesù Buon
Pastore, che abita in voi e dà forma ai vostri desideri
secondo il suo Cuore divino: speranza di vita e di perdono
per le persone che saranno affidate alle vostre cure
pastorali; speranza di santità e di fecondità apostolica
per voi e per tutta la Chiesa; speranza di apertura alla
fede e all’incontro con Dio per quanti vi accosteranno
nella loro ricerca della verità; speranza di pace e di
conforto per i sofferenti e i feriti dalla vita.
Carissimi,
ecco il mio augurio in questo giorno per voi tanto
significativo: che la speranza radicata nella fede possa
diventare sempre più vostra! E possiate voi esserne
sempre testimoni e dispensatori saggi e generosi, dolci e
forti, rispettosi e convinti. Vi accompagni in questa
missione e vi protegga sempre la Vergine Maria, che vi
esorto ad accogliere nuovamente, come fece l’apostolo
Giovanni sotto la Croce, quale Madre e Stella della vostra
vita e del vostro sacerdozio. Amen!
©
Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana