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MESSA
DI APERTURA DEL SINODO (10 OTTOBRE 2010) |
Pace
e giustizia indispensabili per il Medio Oriente: così, il
Papa nella Messa di apertura del Sinodo per la regione
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“Vivere dignitosamente nella propria patria è un
diritto umano fondamentale” e “occorre favorire
condizioni di pace e di giustizia” nella regione
mediorientale: è l’appello lanciato da Benedetto XVI,
durante la Messa di apertura del Sinodo per il Medio
Oriente, celebrata stamani nella Basilica Vaticana. Al
centro dell’omelia del Papa, anche il richiamo a
proseguire un dialogo costruttivo con ebrei e musulmani ed
a vivere in comunione. Il Vangelo è stato letto in latino
ed in greco, mentre nelle intenzioni di preghiera si è
auspicato “lo sviluppo della laicità positiva dello
Stato e la promozione dei diritti umani”. L’Assemblea
sinodale per il Medio Oriente proseguirà in Vaticano fino
al 24 ottobre e rifletterà sul tema della “comunione e
testimonianza”. Il servizio di Isabella Piro:
(canto)
Una “porzione del Popolo di Dio preziosa ed amata”:
così, il Papa definisce il Medio Oriente. Una terra che
ha vissuto “vicende spesso difficili e tormentate”,
sulla quale il Sinodo dei vescovi è chiamato a riflettere
per comprendere “il presente ed il futuro dei fedeli e
delle popolazioni” locali. Centrale, ribadisce Benedetto
XVI, il ringraziamento al “Signore della storia” che
ha permesso che il Medio Oriente vedesse sempre “la
continuità della presenza dei cristiani”:
“Questa regione del mondo, Dio la vede da una
prospettiva diversa, si direbbe ‘dall’alto’: è la
terra di Abramo, di Isacco e di Giacobbe; la terra
dell’esodo e del ritorno dall’esilio; la terra del
tempio e dei profeti; la terra in cui il Figlio Unigenito
è nato da Maria, dove ha vissuto, è morto ed è risorto;
la culla della Chiesa, costituita per portare il Vangelo
di Cristo sino ai confini del mondo. E noi pure, come
credenti, guardiamo al Medio Oriente con questo sguardo,
nella prospettiva della storia della salvezza”.
La Chiesa, continua il Papa, “è costituita per
essere, in mezzo agli uomini, segno e strumento
dell’unico e universale progetto salvifico di Dio” ed
è questa la prospettiva con la quale occorre guardare al
Medio Oriente:
“Guardare quella parte del mondo nella prospettiva
di Dio significa riconoscere in essa la ‘culla’ di un
disegno universale di salvezza nell’amore, un mistero di
comunione che si attua nella libertà e perciò chiede
agli uomini una risposta”.
Il Santo Padre, poi, ricorda il tema del Sinodo dei
vescovi, dedicato alla comunione e alla testimonianza:
“Senza comunione non può esserci testimonianza:
la grande testimonianza è proprio la vita di comunione.
(…) Questa comunione è la vita stessa di Dio che si
comunica nello Spirito Santo, mediante Gesù Cristo. È
dunque un dono, non qualcosa che dobbiamo anzitutto
costruire noi con le nostre forze. Ed è proprio per
questo che interpella la nostra libertà e attende la
nostra risposta: la comunione ci chiede sempre
conversione, come dono che va sempre meglio accolto e
realizzato”.
“Il Sinodo dei vescovi è un momento privilegiato”,
continua Benedetto XVI, in cui rinnovare “la grazia
della Pentecoste” affinché “la Buona Novella sia
annunciata con franchezza e possa essere accolta da
tutti”. Essenziale, allora, comprendere lo scopo
dell’Assise sinodale:
“Lo scopo di questa Assise sinodale è
prevalentemente pastorale. Pur non potendo ignorare la
delicata e a volte drammatica situazione sociale e
politica di alcuni Paesi, i Pastori delle Chiese in Medio
Oriente desiderano concentrarsi sugli aspetti propri della
loro missione. (…) Questa occasione è poi propizia per
proseguire costruttivamente il dialogo con gli ebrei, ai
quali ci lega in modo indissolubile la lunga storia
dell’Alleanza, come pure con i musulmani”.
Auspicando che, “a livello personale, familiare e
sociale”, “i fedeli sentano la gioia di vivere in
Terra Santa”, ravvivando “la coscienza di essere
pietre vive della Chiesa in Medio Oriente”, nonostante
le difficoltà, il Papa lancia un forte appello:
“Quello di vivere dignitosamente nella propria
patria è anzitutto un diritto umano fondamentale: perciò
occorre favorire condizioni di pace e di giustizia,
indispensabili per uno sviluppo armonioso di tutti gli
abitanti della regione. Tutti dunque sono chiamati a dare
il proprio contributo: la comunità internazionale,
sostenendo un cammino affidabile, leale e costruttivo
verso la pace; le religioni maggiormente presenti nella
regione, nel promuovere i valori spirituali e culturali
che uniscono gli uomini ed escludono ogni espressione di
violenza. I cristiani continueranno a dare il loro
contributo non soltanto con le opere di promozione
sociale, quali gli istituti di educazione e di sanità, ma
soprattutto con lo spirito delle Beatitudini evangeliche,
che anima la pratica del perdono e della
riconciliazione”.
Infine, Benedetto XVI affida i lavori sinodali ai Santi
della “terra benedetta” del Medio Oriente e alla
protezione di Maria, invocando, ancora una volta, la pace.
(canto)
SANTA MESSA
CAPPELLA PAPALE PER L’APERTURA
DELL’ASSEMBLEA SPECIALE PER IL MEDIO ORIENTE DEL SINODO
DEI VESCOVI
OMELIA DEL SANTO
PADRE
Venerati
Fratelli,
illustri
Signori e Signore,
cari
fratelli e sorelle!
La
Celebrazione eucaristica, rendimento di grazie a Dio per
eccellenza, è segnata oggi per noi, radunati presso il
Sepolcro di San Pietro, da un motivo straordinario: la
grazia di vedere riuniti per la prima volta in
un’Assemblea Sinodale, intorno al Vescovo di Roma e
Pastore Universale, i Vescovi della regione mediorientale.
Tale singolare evento dimostra l’interesse dell’intera
Chiesa per la preziosa e amata porzione del Popolo di Dio
che vive in Terra Santa e in tutto il Medio Oriente.
Anzitutto
eleviamo il nostro ringraziamento al Signore della storia,
perché ha permesso che, nonostante vicende spesso
difficili e tormentate, il Medio Oriente vedesse sempre,
dai tempi di Gesù fino ad oggi, la continuità della
presenza dei cristiani. In quelle terre l’unica Chiesa
di Cristo si esprime nella varietà di Tradizioni
liturgiche, spirituali, culturali e disciplinari delle sei
venerande Chiese Orientali Cattoliche sui iuris,
come pure nella Tradizione latina. Il fraterno saluto, che
rivolgo con grande affetto ai Patriarchi di ognuna di
esse, vuole estendersi in questo momento a tutti i fedeli
affidati alle loro cure pastorali nei rispettivi Paesi e
anche nella diaspora.
In questa
Domenica 28.ma del Tempo per annum, la Parola di
Dio offre un tema di meditazione che si accosta in modo
significativo all’evento sinodale che oggi inauguriamo.
La lettura continua del Vangelo di Luca ci conduce
all’episodio della guarigione dei dieci lebbrosi, dei
quali uno solo, un samaritano, torna indietro a
ringraziare Gesù. In connessione con questo testo, la
prima lettura, tratta dal Secondo Libro dei Re,
racconta la guarigione di Naaman, capo dell’esercito
arameo, anch’egli lebbroso, che viene guarito
immergendosi sette volte nelle acque del fiume Giordano,
secondo l’ordine del profeta Eliseo. Anche Naaman
ritorna dal profeta e, riconoscendo in lui il mediatore di
Dio, professa la fede nell’unico Signore. Dunque, due
malati di lebbra, due non ebrei, che guariscono perché
credono alla parola dell’inviato di Dio. Guariscono nel
corpo, ma si aprono alla fede, e questa li guarisce
nell’anima, cioè li salva.
Il Salmo
responsoriale canta questa realtà: "Il Signore ha
fatto conoscere la sua salvezza, / agli occhi delle genti
ha rivelato la sua giustizia. / Egli si è ricordato del
suo amore, / della sua fedeltà alla casa
d’Israele" (Sal 98,2-3). Ecco allora il
tema: la salvezza è universale, ma passa attraverso una
mediazione determinata, storica: la mediazione del popolo
di Israele, che diventa poi quella di Gesù Cristo e della
Chiesa. La porta della vita è aperta per tutti, ma,
appunto, è una "porta", cioè un passaggio
definito e necessario. Lo afferma sinteticamente la
formula paolina che abbiamo ascoltato nella Seconda
Lettera a Timoteo: "la salvezza che è in Cristo
Gesù" (2 Tm 2,10). E’ il mistero
dell’universalità della salvezza e al tempo stesso del
suo necessario legame con la mediazione storica di Gesù
Cristo, preceduta da quella del popolo di Israele e
prolungata da quella della Chiesa. Dio è amore e vuole
che tutti gli uomini abbiano parte alla sua vita; per
realizzare questo disegno Egli, che è Uno e Trino, crea
nel mondo un mistero di comunione umano e divino, storico
e trascendente: lo crea con il "metodo" – per
così dire – dell’alleanza, legandosi con amore fedele
e inesauribile agli uomini, formandosi un popolo santo,
che diventi una benedizione per tutte le famiglie della
terra (cfr Gen 12,3). Si rivela così come il Dio
di Abramo, di Isacco e di Giacobbe (cfr Es 3,6),
che vuole condurre il suo popolo alla "terra"
della libertà e della pace. Questa "terra" non
è di questo mondo; tutto il disegno divino eccede la
storia, ma il Signore lo vuole costruire con gli uomini,
per gli uomini e negli uomini, a partire dalle coordinate
di spazio e di tempo in cui essi vivono e che Lui stesso
ha dato.
Di tali
coordinate fa parte, con una sua specificità, quello che
noi chiamiamo il "Medio Oriente". Anche questa
regione del mondo Dio la vede da una prospettiva diversa,
si direbbe "dall’alto": è la terra di Abramo,
di Isacco e di Giacobbe; la terra dell’esodo e del
ritorno dall’esilio; la terra del tempio e dei profeti;
la terra in cui il Figlio Unigenito è nato da Maria, dove
ha vissuto, è morto ed è risorto; la culla della Chiesa,
costituita per portare il Vangelo di Cristo sino ai
confini del mondo. E noi pure, come credenti, guardiamo al
Medio Oriente con questo sguardo, nella prospettiva della
storia della salvezza. E’ l’ottica interiore che mi ha
guidato nei viaggi apostolici in Turchia, nella Terra
Santa - Giordania, Israele, Palestina - e a Cipro, dove ho
potuto conoscere da vicino le gioie e le preoccupazioni
delle comunità cristiane. Anche per questo ho accolto
volentieri la proposta di Patriarchi e Vescovi di
convocare un’Assemblea sinodale per riflettere insieme,
alla luce della Sacra Scrittura e della Tradizione della
Chiesa, sul presente e sul futuro dei fedeli e delle
popolazioni del Medio Oriente.
Guardare
quella parte del mondo nella prospettiva di Dio significa
riconoscere in essa la "culla" di un disegno
universale di salvezza nell’amore, un mistero di
comunione che si attua nella libertà e perciò chiede
agli uomini una risposta. Abramo, i profeti, la Vergine
Maria sono i protagonisti di questa risposta, che però ha
il suo compimento in Gesù Cristo, figlio di quella stessa
terra, ma disceso dal Cielo. Da Lui, dal suo Cuore e dal
suo Spirito, è nata la Chiesa, che è pellegrina in
questo mondo, ma gli appartiene. La Chiesa è costituita
per essere, in mezzo agli uomini, segno e strumento
dell’unico e universale progetto salvifico di Dio; essa
adempie questa missione semplicemente essendo se stessa,
cioè "comunione e testimonianza", come recita
il tema dell’Assemblea sinodale che oggi si apre, e che
fa riferimento alla celebre definizione lucana della prima
comunità cristiana: "La moltitudine di coloro che
erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima
sola" (At 4,32). Senza comunione non può
esserci testimonianza: la grande testimonianza è proprio
la vita di comunione. Lo disse chiaramente Gesù: "Da
questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete
amore gli uni per gli altri" (Gv 13,35).
Questa comunione è la vita stessa di Dio che si comunica
nello Spirito Santo, mediante Gesù Cristo. E’ dunque un
dono, non qualcosa che dobbiamo anzitutto costruire noi
con le nostre forze. Ed è proprio per questo che
interpella la nostra libertà e attende la nostra
risposta: la comunione ci chiede sempre conversione, come
dono che va sempre meglio accolto e realizzato. I primi
cristiani, a Gerusalemme, erano pochi. Nessuno avrebbe
potuto immaginare ciò che poi è accaduto. E la Chiesa
vive sempre di quella medesima forza che l’ha fatta
partire e crescere. La Pentecoste è l’evento originario
ma è anche un dinamismo permanente, e il Sinodo dei
Vescovi è un momento privilegiato in cui si può
rinnovare nel cammino della Chiesa la grazia della
Pentecoste, affinché la Buona Novella sia annunciata con
franchezza e possa essere accolta da tutte le genti.
Pertanto,
lo scopo di questa Assise sinodale è prevalentemente pastorale.
Pur non potendo ignorare la delicata e a volte drammatica
situazione sociale e politica di alcuni Paesi, i Pastori
delle Chiese in Medio Oriente desiderano concentrarsi
sugli aspetti propri della loro missione. Al riguardo,
l’Instrumentum laboris, elaborato da un Consiglio
Presinodale i cui Membri ringrazio vivamente per il lavoro
svolto, ha sottolineato questa finalità ecclesiale
dell’Assemblea, rilevando che essa intende, sotto la
guida dello Spirito Santo, ravvivare la comunione della
Chiesa Cattolica in Medio Oriente. Anzitutto all’interno
di ciascuna Chiesa, tra tutti i suoi membri: Patriarca,
Vescovi, sacerdoti, religiosi, persone di vita consacrata
e laici. E, quindi, nei rapporti con le altre Chiese. La
vita ecclesiale, così corroborata, vedrà svilupparsi
frutti assai positivi nel cammino ecumenico con le altre
Chiese e Comunità ecclesiali presenti in Medio Oriente.
Questa occasione è poi propizia per proseguire
costruttivamente il dialogo con gli ebrei, ai quali ci
lega in modo indissolubile la lunga storia
dell’Alleanza, come pure con i musulmani.
I lavori
dell’Assise sinodale sono, inoltre, orientati alla
testimonianza dei cristiani a livello personale, familiare
e sociale. Questo richiede di rafforzare la loro identità
cristiana mediante la Parola di Dio e i Sacramenti. Tutti
auspichiamo che i fedeli sentano la gioia di vivere in
Terra Santa, terra benedetta dalla presenza e dal glorioso
mistero pasquale del Signore Gesù Cristo. Lungo i secoli
quei Luoghi hanno attirato moltitudini di pellegrini ed
anche comunità religiose maschili e femminili, che hanno
considerato un grande privilegio il poter vivere e rendere
testimonianza nella Terra di Gesù. Nonostante le
difficoltà, i cristiani di Terra Santa sono chiamati a
ravvivare la coscienza di essere pietre vive della Chiesa
in Medio Oriente, presso i Luoghi santi della nostra
salvezza. Ma quello di vivere dignitosamente nella propria
patria è anzitutto un diritto umano fondamentale: perciò
occorre favorire condizioni di pace e di giustizia,
indispensabili per uno sviluppo armonioso di tutti gli
abitanti della regione. Tutti dunque sono chiamati a dare
il proprio contributo: la comunità internazionale,
sostenendo un cammino affidabile, leale e costruttivo
verso la pace; le religioni maggiormente presenti nella
regione, nel promuovere i valori spirituali e culturali
che uniscono gli uomini ed escludono ogni espressione di
violenza. I cristiani continueranno a dare il loro
contributo non soltanto con le opere di promozione
sociale, quali gli istituti di educazione e di sanità, ma
soprattutto con lo spirito delle Beatitudini evangeliche,
che anima la pratica del perdono e della riconciliazione.
In tale impegno essi avranno sempre l’appoggio di tutta
la Chiesa, come attesta solennemente la presenza qui dei
Delegati degli Episcopati di altri continenti.
Cari
amici, affidiamo i lavori dell’Assemblea sinodale per il
Medio Oriente ai numerosi Santi e Sante di quella terra
benedetta; invochiamo su di essa la costante protezione
della Beata Vergine Maria, affinché le prossime giornate
di preghiera, di riflessione e di comunione fraterna siano
portatrici di buoni frutti per il presente e il futuro
delle care popolazioni mediorientali. Ad esse rivolgiamo
con tutto il cuore il saluto augurale: "Pace a te e
pace alla tua casa e pace a quanto ti appartiene!" (1Sam
25,6).
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