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MESSAGGIO PER L'INCONTRO 'UOMINI E RELIGIONI' (4/09/2006)

Radio Vaticana, 4 settembre 2006

PER SOTTRARRE IL MONDO DAGLI SCENARI DI GUERRA E TERRORISMO E’ NECESSARIO COSTRUIRE LA PACE NEI CUORI, ATTRAVERSO IL CONTRIBUTO DI PREGHIERA E DIALOGO DI OGNI RELIGIONE: COSI’ IL PAPA IN UN MESSAGGIO PER L’INCONTRO “UOMINI E RELIGIONI”, IN CORSO AD ASSISI E PROMOSSO DALLA COMUNITA’ DI SANT’EGIDIO

- Intervista con Enzo Bianchi -  

Assisi, cuore pulsante della pace mondiale e fulcro d’incontro per le religioni, al di là di ogni interpretazione sincretistica: a vent’anni dal primo raduno interreligioso voluto da Giovanni Paolo II, la città francescana ospita, oggi e domani, l’annuale meeting “Uomini e religioni”, organizzato dalla Comunità di Sant’Egidio, che ha intrecciato negli anni un fruttuoso dialogo imperniato proprio sul cosiddetto “spirito di Assisi”. Molti gli interventi di questa mattina, tra i quali quello del cardinale Paul Poupard, presidente del Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, e del fondatore di Sant’Egidio, Andrea Riccardi. Ma uno spunto importante alla riflessione è arrivato da un messaggio inviato da Benedetto XVI al vescovo della diocesi assisiate, Domenico Sorrentino. La sintesi del messaggio nel servizio di uno dei nostri inviati ad Assisi, Francesca Sabatinelli.  

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“La religione non può che essere foriera di pace”, che in primo luogo “va costruita nei cuori”. Il forte messaggio che Benedetto XVI affida alla platea di Assisi, e dunque ad esponenti delle religioni mondiali, è chiaro: “A nessuno è lecito assumere il motivo della differenza religiosa come presupposto o pretesto di un atteggiamento bellicoso verso altri esseri umani”. L’iniziativa di venti anni fa, promossa ad Assisi da Giovanni Paolo II, si dimostra oggi profetica. Ma quell’incontro interreligioso di preghiera dal quale crebbe lo spirito di Assisi oggi come allora non si deve prestare “ad interpretazioni sincretistiche, fondate su una concezione relativistica”. “E’ doveroso” “evitare inopportune confusioni”, avverte il Papa, anche “quando ci si ritrova insieme a pregare per la pace occorre che la preghiera si svolga secondo quei cammini distinti che sono propri delle varie religioni”. “La convergenza dei diversi, spiega ancora, non deve dare l’impressione di un cedimento a quel relativismo che nega il senso stesso della verità e la possibilità di attingerla”.  

L’intuizione di GPII è stata dimostrata dalla storia, ci dice Benedetto XVI, dopo la fine della guerra fredda e dopo la mancata realizzazione di un sogno di pace, oggi terrorismo e violenza, diversità culturali e religiose, mettono a dura prova la pace. La religione deve unire non dividere, ricorda a tutti il Santo Padre, così come la preghiera, “elemento determinante per una efficace pedagogia della pace”, della quale oggi si ha più che mai bisogno anche di fronte al fenomeno di tanti giovani che educati a sentimenti di odio e di vendetta vengono preparati a future violenze. Occorre abbattere gli steccati e favorire l’incontro sulla scia del messaggio fondamentale di San Francesco, punto di riferimento per chi oggi coltiva l’ideale della pace, del dialogo tra le persone tra le religioni e le culture. Se non si vuole tradire il messaggio di Francesco, di cui quest’anno ricorre l’ottavo centenario della conversione, conclude il Papa, occorre sempre ricordare che fu la scelta radicale di Cristo a fornirgli la chiave di comprensione della fraternità a cui tutti gli uomini sono chiamati.

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Un raduno di preghiera, fondamento della pace, ma anche un incontro – quello di Assisi – che non desse adito ad alcuna confusione sulla distinta natura delle religioni partecipanti. Fu questo un punto messo bene in chiaro da Giovanni Paolo II nel 1986 e ribadito stamani da Benedetto XVI, che ha messo in nuovo risalto il valore della “scelta” di Papa Wojtyla. Lo conferma, al microfono di Francesca Sabatinelli, il priore della Comunità di Bose, Enzo Bianchi, presente ad Assisi:  

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R. – Benedetto XVI mi sembra che confermi quella “profezia”, in un certo senso la rilancia, la rende eloquente, l’approfondisce. Io credo non si dovesse dubitare di Benedetto XVI e di questa continuità, perché il dialogo tra le religioni in qualche misura è un impegno di tutta la Chiesa cattolica. Mi sembra però importante che Benedetto XVI abbia precisato che questo incontro è per la testimonianza, che la preghiera che in questi incontri è avvenuta e può avvenire è una preghiera simultanea, non una preghiera comune in cui si tenta, con un’opera sincretista, di rendere eloquente una vaga religiosità comune. No, ciascuno appartiene alla sua propria religione. Noi cristiani restiamo convinti che ogni salvezza passi attraverso Gesù Cristo. Lui è il principe della pace. Ma le testimonianze sulla pace dobbiamo darle insieme anche contemplando gli uni e gli altri, che pregano nelle vie in cui sono posti dalla provvidenza e dalla storia. Noi dobbiamo imparare che la verità certamente attende tutti gli uomini e che le differenze che ci sono oggi per le vie religiose e le vie culturali hanno tuttavia un destino, quello di una convergenza secondo i tempi in cui il Signore vorrà, in cui la verità renderà gli uomini tutti liberi.

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 Giornata densa di spunti di riflessione, dunque, quella che ha aperto oggi l’edizione 2006 di “Uomini e religioni”. La cronaca di uno dei nostri inviati, Fabio Colagrande.  

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Con l’inaugurazione dell’assemblea plenaria nel teatro Lyrick di Santa Maria degli Angeli, i partecipanti all’incontro hanno tracciato stamani le linee guida che ispireranno le 16 tavole rotonde in programma oggi e domani nella “città della pace”, come l’ha chiamata l’arcivescovo Sorrentino. Il cardinale Paul Poupard, che presiedeva la plenaria, si è detto “profondamente convinto che il dialogo tra religioni e culture è oggi di prima importanza e assoluta necessità, in un mondo segnato da terrorismo, violenza e strumentalizzazioni delle religioni”. Ma, come presidente del dicastero per il dialogo interreligioso, il porporato ha anche puntualizzato che, per la Chiesa, questo dialogo si fonda sulla “ferma ed inequivocabile adesione a Gesù Cristo”. Il fondatore di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, è tornato invece con la memoria all’incontro del 1986 che non fu – ha detto – occasione di negoziati o dibattiti teologici, ma soprattutto di amicizia e preghiera, “gli uni accanto agli altri, non più gli uni contro gli altri, com’era avvenuto”. Oggi, a venti anni di distanza e dopo i numerosi incontri nati sulla scia di Assisi per volontà di Sant’Egidio, continuare a dialogare tra religioni per la pace potrebbe sembrare a qualcuno inutile o superato. Niente di più sbagliato secondo Riccardi:  

“Non ci preoccupa la ripetizione dell’evento, di questo evento di Assisi, quando proprio le tradizioni religiose insegnano la via di ripetere e scavare per giungere al cuore. Siamo convinti che la sapienza dell’incontro sia ancora di più necessaria oggi, quando questo nostro mondo sembra cercare l’ordine nella cultura del conflitto e nelle scelte che ispira”.  

E il dialogo ecumenico e interreligioso, qui ad Assisi, è iniziato subito con gli interventi del Patriarca della Chiesa ortodossa d’Etiopia, del rettore dell’Università di Al-Ahzar al Cairo e del Rabbino capo d’Israele. Ancor prima, la presenza del presidente del Burkina Faso, Compaoré, è stata segno di quell’attenzione per l’Africa, la cui ‘marginalizzazione nella vita internazionale’, ha detto Riccardi,è segno di un mondo che non costruisce la pace’. Nel pomeriggio, qui ad Assisi, l’avvio delle tavole rotonde, che proseguiranno domattina, prima dei momenti di preghiera in luoghi separati, ognuno secondo il proprio rito, e della cerimonia finale, alla quale sarà presente il presidente Napolitano.  

Da Santa Maria degli Angeli, Fabio Colagrande, Radio Vaticana

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LETTERA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
A S.E. MONS. DOMENICO SORRENTINO
IN OCCASIONE DEL XX ANNIVERSARIO DELL'INCONTRO
INTERRELIGIOSO DI PREGHIERA PER LA PACE 

 

Al Venerato Fratello
Mons. Domenico Sorrentino
Vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino

Ricorre quest’anno il ventesimo anniversario dell'Incontro Interreligioso di Preghiera per la Pace voluto dal mio venerato predecessore Giovanni Paolo II, il 27 ottobre 1986, in codesta Città di Assisi. A tale incontro, com’è noto, egli invitò non solo i cristiani delle varie confessioni, ma anche esponenti delle diverse religioni. L’iniziativa  ebbe larga eco nell’opinione pubblica: costituì un messaggio vibrante a favore della pace e si rivelò un evento destinato a lasciare il segno nella storia del nostro tempo. Si comprende pertanto che il ricordo di quanto allora accadde continui a suscitare iniziative di riflessione e di impegno. Alcune sono state previste proprio ad Assisi, in occasione del ventesimo anniversario di quell'evento. Penso alla celebrazione organizzata, d’intesa con codesta Diocesi, dalla Comunità di S. Egidio, sulla scia di analoghi incontri da essa annualmente realizzati. Nei giorni stessi dell’anniversario si terrà poi un Convegno a cura dell’Istituto Teologico Assisano, e le Chiese particolari di codesta Regione si ritroveranno nell’Eucaristia concelebrata dai Vescovi dell’Umbria nella Basilica di San Francesco. Infine, il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso curerà costì un incontro di dialogo, di preghiera e di formazione alla pace per giovani cattolici e di altre provenienze religiose.

Queste iniziative, ciascuna col suo specifico taglio, pongono in evidenza il valore dell’intuizione avuta da Giovanni Paolo II e ne mostrano l’attualità alla luce degli stessi eventi occorsi in questo ventennio e della situazione in cui versa al presente l'umanità. La vicenda più significativa in questo arco di tempo è stata senza dubbio la caduta, nell'Est europeo, dei regimi di ispirazione comunista. Con essa è venuta meno la “guerra fredda”, che aveva generato una sorta di spartizione del mondo in sfere di influenza contrapposte, suscitando l'allestimento di terrificanti arsenali di armi e di eserciti pronti ad una guerra totale. Fu, quello, un momento di generale speranza di pace, che indusse molti a sognare un mondo diverso, in cui le relazioni tra i popoli si sarebbero sviluppate al riparo dall’incubo della guerra, e il processo di “globalizzazione” si sarebbe svolto all’insegna di un pacifico confronto tra popoli e culture nel quadro di un condiviso diritto internazionale, ispirato al rispetto delle esigenze della verità, della giustizia, della solidarietà. Purtroppo questo sogno di pace non si è avverato. Il terzo millennio si è anzi aperto con scenari di terrorismo e di violenza che non accennano a dissolversi. Il fatto poi che i confronti armati si svolgano oggi soprattutto sullo sfondo delle tensioni geo-politiche esistenti in molte regioni può favorire l’impressione che, non solo le diversità culturali, ma le stesse differenze religiose costituiscano motivi di instabilità o di minaccia per le prospettive di pace.

Proprio sotto questo profilo, l’iniziativa promossa vent’anni or sono da Giovanni Paolo II assume il carattere di una puntuale profezia. Il suo invito ai leaders delle religioni mondiali per una corale testimonianza di pace servì a chiarire senza possibilità di equivoco che la religione non può che essere foriera di pace. Come ha insegnato il Concilio Vaticano II nella Dichiarazione Nostra aetate sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, “non possiamo invocare Dio come Padre di tutti, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni uomini creati ad immagine di Dio” (n.5). Nonostante le differenze che caratterizzano i vari cammini religiosi, il riconoscimento dell'esistenza di Dio, a cui gli uomini possono pervenire anche solo partendo dall’esperienza del creato (cfr Rm 1,20), non può non disporre i credenti a considerare gli altri esseri umani come fratelli. A nessuno è dunque lecito assumere il motivo della differenza religiosa come presupposto o pretesto di un atteggiamento bellicoso verso altri esseri umani.

Si potrebbe obiettare che la storia conosce il triste fenomeno delle guerre di religione. Sappiamo però che simili manifestazioni di violenza non possono attribuirsi alla religione in quanto tale, ma ai limiti culturali con cui essa viene vissuta e si sviluppa nel tempo. Quando però il senso religioso raggiunge una sua maturità, genera nel credente la percezione che la fede in Dio, Creatore dell’universo e Padre di tutti, non può non promuovere tra gli uomini relazioni di universale fraternità. Di fatto, testimonianze dell'intimo legame esistente tra il rapporto con Dio e l’etica dell’amore si registrano in tutte le grandi tradizioni religiose. Noi cristiani ci sentiamo in questo confermati ed ulteriormente illuminati dalla Parola di Dio. Già l’Antico Testamento manifesta l’amore di Dio per tutti i popoli, che Egli, nell’alleanza stretta con Noè, riunisce in un unico grande abbraccio simboleggiato dall' “arco sulle nubi” (Gn 9,13.14.16) e che in definitiva, secondo le parole dei profeti, intentde raccogliere in un'unica universale famiglia (cfr Is 2,2ss; 42,6; 66,18-21; Ger 4,2; Sal 47). Nel Nuovo Testamento poi la rivelazione di questo universale disegno d'amore culmina nel mistero pasquale, in cui il Figlio di Dio incarnato, in uno sconvolgente atto di solidarietà salvifica, si offre in sacrificio sulla croce per l'intera umanità. Dio mostra così che la sua natura è l’Amore. È quanto ho inteso sottolineare nella mia prima Enciclica, che inizia appunto con le parole "Deus caritas est" (1 Gv 4,7). Questa affermazione della Scrittura non solo getta luce sul mistero di Dio, ma illumina anche i rapporti tra gli uomini, chiamati tutti a vivere secondo il comandamento dell’amore.

L’incontro promosso ad Assisi dal Servo di Dio Giovanni Paolo II pose opportunamente l’accento sul valore della preghiera nella costruzione della pace. Siamo infatti consapevoli di quanto il cammino verso questo fondamentale bene sia difficile e talvolta umanamente disperato. La pace è un valore in cui confluiscono tante componenti. Per costruirla, sono certo importanti le vie di ordine culturale, politico, economico. In primo luogo però la pace va costruita nei cuori.  Qui infatti si sviluppano sentimenti che possono alimentarla o, al contrario, minacciarla, indebolirla, soffocarla. Il cuore dell'uomo, peraltro, è il luogo degli interventi di Dio. Pertanto, accanto alla dimensione “orizzontale” dei rapporti con gli altri uomini, di fondamentale importanza si rivela, in questa materia, la dimensione “verticale” del rapporto di ciascuno con Dio, nel quale tutto ha il suo fondamento. È proprio questo che il Papa Giovanni Paolo II, con l'iniziativa del 1986, intese ricordare con forza al mondo. Egli chiese una preghiera autentica, che coinvolgesse l’intera esistenza. Volle per questo che fosse accompagnata dal digiuno ed espressa nel pellegrinaggio, simbolo del cammino verso l’incontro con Dio. E spiegò: “La preghiera comporta da parte nostra la conversione del cuore” (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, 1986, vol. II, p.1253). Tra gli aspetti qualificanti dell’Incontro del 1986, è da sottolineare che questo valore della preghiera nella costruzione della pace fu testimoniato da esponenti di diverse tradizioni religiose, e ciò avvenne non a distanza, ma nel contesto di un incontro. In questo modo gli oranti delle varie religioni poterono mostrare, con il linguaggio della testimonianza, come la preghiera non divida ma unisca, e costituisca un elemento determinante per un'efficace pedagogia della pace, imperniata sull’amicizia, sull’accoglienza reciproca, sul dialogo tra uomini di diverse culture e religioni. Di questa pedagogia abbiamo più che mai bisogno, specialmente guardando alle nuove generazioni. Tanti giovani, nelle zone del mondo segnate da conflitti, sono educati a sentimenti di odio e di vendetta, entro contesti ideologici in cui si coltivano i semi di antichi rancori e si preparano gli animi a future violenze. Occorre abbattere tali steccati e favorire l’incontro. Sono lieto pertanto che le iniziative programmate quest’anno in Assisi vadano in questa direzione e che, in particolare, il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso abbia pensato di farne una specifica applicazione per i giovani.

Per non equivocare sul senso di quanto, nel 1986, Giovanni Paolo II volle realizzare, e che, con una sua stessa espressione, si suole qualificare come “spirito di Assisi”, è importante non dimenticare l’attenzione che allora fu posta perché l’incontro interreligioso di preghiera non si prestasse ad interpretazioni sincretistiche, fondate su una concezione relativistica. Proprio per questo, fin dalle prime battute, Giovanni Paolo II dichiarò: “Il fatto che noi siamo venuti qui non implica alcuna intenzione di ricercare un consenso religioso tra noi o di negoziare le nostre convinzioni di fede. Né significa che le religioni possono riconciliarsi sul piano di un comune impegno in un progetto terreno che le sorpasserebbe tutte. E neppure è una concessione al relativismo nelle credenze religiose..." (Insegnamenti, cit., p.1252). Desidero ribadire questo principio, che costituisce il presupposto di quel dialogo tra le religioni che quarant’anni or sono il Concilio Vaticano II auspicò nella Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane (cfr Nostra aetate, 2). Colgo volentieri l'occasione per salutare gli esponenti delle altre religioni che prendono parte all’una o all’altra delle commemorazioni assisane. Come noi cristiani, anch'essi sanno che nella preghiera è possibile fare una speciale esperienza di Dio e trarne efficaci stimoli nella dedizione alla causa della pace. È doveroso tuttavia, anche in questo, evitare inopportune confusioni. Perciò, anche quando ci si ritrova insieme a pregare per la pace, occorre che la preghiera si svolga secondo quei cammini distinti che sono propri delle varie religioni. Fu questa la scelta del 1986, e tale scelta non può non restare valida anche oggi. La convergenza dei diversi non deve dare l'impressione di un cedimento a quel relativismo che nega il senso stesso della verità e la possibilità di attingerla.

Per la sua iniziativa audace e profetica, Giovanni Paolo II volle scegliere il suggestivo scenario di codesta Città di Assisi, universalmente nota per la figura di San Francesco. In effetti, il Poverello incarnò in modo esemplare la beatitudine proclamata da Gesù nel Vangelo: “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5, 9). La testimonianza che egli rese nel suo tempo ne fa un naturale punto di riferimento per quanti anche oggi coltivano l’ideale della pace, del rispetto della natura, del dialogo tra le persone, tra le religioni e le culture. È tuttavia importante ricordare, se non si vuole tradire il suo messaggio, che fu la scelta radicale di Cristo a fornirgli la chiave di comprensione della fraternità a cui tutti gli uomini sono chiamati, e a cui anche le creature inanimate - da "fratello sole" a "sorella luna" - in qualche modo partecipano. Mi piace pertanto ricordare che, in coincidenza con questo ventesimo anniversario dell’iniziativa di preghiera per la pace di Giovanni Paolo II, ricorre anche l'ottavo centenario della conversione di San Francesco. Le due commemorazioni si illuminano reciprocamente. Nelle parole a lui rivolte dal Crocifisso di San Damiano - “Va’, Francesco, ripara la mia casa…” -, nella sua scelta di radicale povertà, nel bacio al lebbroso in cui s'espresse la sua nuova capacità di vedere ed amare Cristo nei fratelli sofferenti, prendeva inizio quell’avventura umana e cristiana che continua ad affascinare tanti uomini del nostro tempo e rende codesta Città meta di innumerevoli pellegrini.

Affido a Lei, venerato Fratello, Pastore di codesta Chiesa di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino, il compito di portare queste mie riflessioni a conoscenza dei partecipanti alle varie celebrazioni previste per commemorare il ventesimo anniversario di quello storico evento che fu l’Incontro Interreligioso del 27 ottobre 1986. Voglia recare a tutti anche il mio saluto affettuoso, partecipando loro la mia Benedizione, che accompagno con l'augurio e la preghiera del Poverello di Assisi: “Il Signore vi dia pace!”.

Da Castel Gandolfo, 2 settembre 2006

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