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MOTU
PROPRIO SULL’USO DELLA LITURGIA ROMANA |
Fonte: Radio Vaticana,
7 luglio 2007
Nel
segno della riconciliazione, pubblicato il Motu proprio di
Benedetto XVI "Summorum Pontificum" sull'uso del
Messale Romano del 1962
“Riconciliazione”:
è questa la parola chiave, “la ragione positiva” del
Motu proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI
sull’uso del Messale Romano del 1962, pubblicato oggi. A
sottolinearlo è il Papa stesso nella Lettera indirizzata
ai presuli di tutto il mondo, che accompagna il documento.
Lo sguardo al passato, “alle divisioni” che “hanno
lacerato il Corpo di Cristo”, scrive il Pontefice, mi
hanno spinto a “fare tutti gli sforzi, affinché a tutti
quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia
reso possibile di restare in quest’unità o di
ritrovarla nuovamente”. Sui punti salienti del Motu
proprio, che entrerà in vigore il 14 settembre di
quest’anno, festa dell’Esaltazione della Santa Croce,
il servizio di Alessandro Gisotti:
Sin dall’art. 1, il Motu proprio stabilisce che il
Messale Romano, promulgato da Paolo VI nel 1970 è
l’espressione ordinaria della lex orandi della
Chiesa cattolica di rito latino. Il Messale promulgato da
San Pio V e nuovamente edito dal Beato Giovanni XXIII deve
essere, perciò, considerato come forma straordinaria. Non
si crea, dunque, in alcun modo una divisione nella
“legge della fede”, giacché si tratta di “due usi
dell’unico rito romano”. E’ lecito, quindi,
celebrare la Messa secondo l’edizione tipica del Messale
Romano del 1962. A tal fine, il Motu proprio di Benedetto
XVI indica nuove regole, che sostituiscono quelle
stabilite dai documenti anteriori “Quattuor abhinc annos”
ed “Ecclesia Dei”. Viene stabilito che nelle Messe
celebrate, senza popolo, ogni sacerdote cattolico di rito
latino, possa, senza bisogno di alcun permesso, usare il
Messale del 1962 o quello promulgato da Paolo VI. E ciò
in qualsiasi giorno, “eccettuato il Triduo Sacro”.
Ancora, si dispone che le comunità degli Istituti di Vita
Consacrata e delle Società di Vita Apostolica possano
celebrare la Santa Messa, nei propri oratori, secondo
l’edizione del Messale del 1962. A tali celebrazioni
sono ammessi anche i fedeli che lo desiderino.
L’art. 5 si sofferma sulla realtà delle parrocchie,
disponendo che laddove esista “stabilmente un gruppo di
fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica, il
parroco accolga volentieri le loro richieste per la
celebrazione della Santa Messa”, secondo il rito del
Messale del 1962. Il parroco dovrà provvedere, affinché
“il bene di questi fedeli si armonizzi con la cura
pastorale ordinaria della parrocchia, sotto la guida del
vescovo”, “evitando la discordia e favorendo l’unità
di tutta la Chiesa”. Tale celebrazione “può aver
luogo nei giorni feriali, nelle domeniche e nelle festività”.
Può essere permessa inoltre, in circostanze particolari,
come matrimoni, esequie e pellegrinaggi. I sacerdoti che
usano il Messale di Giovanni XXIII “devono essere idonei
e non giuridicamente impediti”. Nelle Messe celebrate
con il popolo, secondo il Messale del 1962, le letture
potranno essere proclamate anche nella lingua vernacola.
Se un gruppo di fedeli laici “non abbia ottenuto
soddisfazione alle sue richieste da parte del parroco”,
l’art. 7 stabilisce che di ciò venga informato il
vescovo diocesano, che “è vivamente pregato di esaudire
il loro desiderio”. Qualora non potesse, la questione va
riferita alla Commissione Pontificia Ecclesia Dei
eretta da Giovanni Paolo II nel 1988. Lo stesso il vescovo
dovrà fare laddove fosse ostacolato nel rispondere alle
richieste dei fedeli laici. All’art. 9, si dispone che
il parroco possa concedere la licenza di usare il rituale
più antico nell’amministrazione dei Sacramenti del
Battesimo, Matrimonio, Penitenza e Unzione degli Infermi.
Agli Ordinari viene anche concessa la facoltà di
celebrare il Sacramento della Confermazione e, qualora sia
ritenuto opportuno, di erigere una parrocchia personale o
nominare un cappellano, per le celebrazioni secondo la
forma più antica del rito romano. Negli ultimi articoli
del documento, si conferma che la Pontificia Commissione Ecclesia
Dei continua ad esercitare il suo compito. Oltre alle
facoltà di cui già gode, tale Commissione eserciterà
l’autorità della Santa Sede, vigilando
sull’osservanza e applicazione delle disposizioni del
Motu proprio.
Come sottolineato, il documento è accompagnato da una
Lettera, indirizzata ai vescovi di tutto il mondo. Il Papa
spiega le motivazioni di questo Motu proprio, che risponde
a “insistenti preghiere” di non pochi fedeli, a lungo
soppesate già da Giovanni Paolo II e oggetto di
approfondimento nel Concistoro, tenutosi il 22 marzo 2006.
Il Pontefice non manca di costatare che “notizie e
giudizi fatti senza sufficiente informazione hanno creato
non poca confusione”, suscitando “reazioni molto
divergenti” per “un progetto il cui contenuto in realtà
non era conosciuto”. Quindi, affronta quei timori che si
opponevano più direttamente a questo documento, come ci
riferisce, ancora, Alessandro Gisotti:
Benedetto XVI si sofferma sul timore che venga
“intaccata l’Autorità del Concilio Vaticano II”,
mettendo in dubbio “una delle sue decisioni
essenziali”, la riforma liturgica. “Tale timore -
avverte - è infondato”. Il Pontefice ribadisce che il
Messale pubblicato da Paolo VI “è e rimane la Forma
normale, Forma ordinaria, della Liturgia Eucaristica”.
L’ultima stesura del Missale Romanum, anteriore
al Concilio, e pubblicata da Giovanni XXIII nel 1962,
“potrà invece essere usata come Forma extraordinaria
della Celebrazione liturgica”. Per questo, è il
richiamo del Papa, “non è appropriato parlare di queste
due stesure del Messale Romano come se fossero "due
Riti”, ma piuttosto di un duplice uso “dell’unico e
medesimo Rito”. D’altro canto, Benedetto XVI attira
l’attenzione “sul fatto che questo Messale non è
stato mai giuridicamente abrogato e, di conseguenza, in
principio, restò sempre permesso”. Introdotto il nuovo
Messale, ha ricordato, non furono emanate norme per
“l’uso possibile” del Messale anteriore, supponendo
che si sarebbe trattato di pochi casi facilmente
risolvibili. In realtà, però, si legge nella Lettera,
“non pochi rimanevano fortemente legati a questo uso del
Rito romano”.
Il Papa si sofferma così sul movimento guidato
dall’arcivescovo Lefebvre, la cui “fedeltà al Messale
antico divenne un contrassegno esterno”. Le ragioni di
questa spaccatura, spiega il Papa, si trovavano “più in
profondità”, giacché molte persone che accettavano il
Concilio Vaticano II ed erano fedeli al Papa e ai vescovi,
“desideravano tuttavia anche ritrovare la forma, a loro
cara, della sacra Liturgia”. E ciò anche perché “in
molti luoghi non si celebrava in modo fedele alle
prescrizioni del nuovo Messale”. Anzi, sottolinea il
Pontefice, il nuovo Messale veniva perfino “inteso come
un’autorizzazione o perfino come un obbligo alla
creatività, la quale ha portato spesso a deformazioni
della Liturgia, al limite del sopportabile”. Papa
Benedetto confida ai confratelli nell’episcopato la sua
esperienza personale. “Ho visto - scrive - quanto siano
state ferite, dalle deformazioni arbitrarie della
Liturgia, persone che erano totalmente radicate nella fede
della Chiesa”. Ed è per questo, rammenta, che Giovanni
Paolo II fu obbligato a dare con il Motu proprio Ecclesia
Dei del 1988, un quadro normativo per l’uso del
Messale del 1962. Tale documento, però “non contiene
prescrizioni dettagliate”, ma si appellava alla
generosità dei presuli verso “le giuste aspirazioni”
di quei fedeli che richiedevano l’uso del Rito romano.
Era quel documento teso anche ad aiutare la Fraternità
San Pio X “a ritrovare la piena unità con il Successore
di Pietro, cercando di guarire una ferita sentita sempre
più dolorosamente”. Riconciliazione “finora non
riuscita”, è il rammarico di Benedetto XVI. D’altra
parte, l’uso del Messale del 1962 è rimasto difficile,
anzitutto perché i vescovi, in mancanza di precise norme
giuridiche, “temevano che l’autorità del Concilio
fosse messa in dubbio”. Tuttavia, anche per il crescente
numero di giovani attirati da questa forma liturgica, “è
sorto il bisogno di un regolamento giuridico più
chiaro” non prevedibile vent’anni fa. Evidenzia,
inoltre, che queste norme “tendono anche a liberare i
vescovi dal dover sempre di nuovo valutare come rispondere
alle diverse situazioni”.
Il Papa rivolge poi il pensiero alla seconda
preoccupazione emersa nelle discussioni sul Motu proprio,
ovvero che una più ampia possibilità dell’uso del
Messale del 1962 potrebbe portare a “disordini o
addirittura a spaccature nelle comunità parrocchiali”.
“Anche questo timore - afferma il Papa - non mi sembra
realmente fondato”, soprattutto perché l’uso del
Messale antico “presuppone una certa misura di
formazione liturgica e un accesso alla lingua latina”.
Condizioni, che “non si trovano tanto di frequente”.
Per questo, si ribadisce nel documento, il nuovo Messale
“rimarrà, certamente, la Forma ordinaria del Rito
romano”. Certo, viene riconosciuto che “non mancano
esagerazioni” di fedeli “legati all’antica
tradizione liturgica latina”. Del resto, è l’invito
del Papa, le due Forme dell’uso del Rito Romano
“possono arricchirsi a vicenda” inserendo “nuovi
santi e alcuni dei nuovi prefazi” nel Messale antico.
Allo stesso modo, nel Messale di Paolo VI, si potrà
manifestare ancor più quella “sacralità che attrae
molti all’antico uso”. Ed esorta a rendere “visibile
la ricchezza spirituale e la profondità teologica di
questo Messale”.
Benedetto XVI ribadisce dunque che “non c’è
nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione
del Missale Romanum”. E rammenta che nella
“storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma
nessuna rottura”, sottolineando che ciò che per le
generazioni anteriori era sacro “non può
improvvisamente essere del tutto proibito o addirittura
dannoso”. A loro volta, anche i sacerdoti delle comunità
aderenti all’uso antico non possono, “in linea di
principio, escludere la celebrazione secondo i libri
nuovi”. Nell’ultima parte della Lettera, il Papa
rassicura i vescovi. “Queste nuove norme - scrive - non
diminuiscono in nessun modo la vostra autorità e
responsabilità”, essendo il vescovo “moderatore della
liturgia nella propria diocesi”. Il Papa invita,
inoltre, i vescovi a scrivere un resoconto sulle loro
esperienze, tre anni dopo l’entrata in vigore del Motu
proprio. E ciò in modo che, qualora fossero venute alla
luce delle serie difficoltà, “potranno essere cercate
vie per trovare rimedio”.
Il
commento di padre Federico Lombardi al Motu proprio di
Benedetto XVI SULL'USO DELLA LITURGIA ROMANA
◊
Per un commento al Motu proprio Summorum Pontificum di
Benedetto XVI, ecco una nota del direttore della Sala
stampa, e nostro direttore generale, padre Federico
Lombardi: 
Il modo migliore per capire bene il significato del
nuovo documento è naturalmente leggere con attenzione la
lettera del Papa che lo accompagna. Benedetto XVI non
intende compiere alcuna rivoluzione rispetto all’odierno
uso liturgico rinnovato dal Concilio, che continuerà ad
essere seguito dalla stragrande maggioranza dei fedeli;
non impone alcun ritorno indietro; non vuole nessun
indebolimento dell’autorità del Concilio né
dell’autorità e della responsabilità dei Vescovi.
Il Papa intende semplicemente offrire a chi ne sente un
motivato e profondo desiderio, una più facile possibilità
di celebrare la liturgia secondo la forma del rito romano
precedentemente in uso, di farlo serenamente, sentendosi
benevolmente accolto e inserito nella grande comunità
cattolica. Se nonostante le obiezioni il Papa ha preso
questa decisione - dopo lunga riflessione, consultazione e
preghiera, come dice egli stesso - in favore di un numero
relativamente piccolo di persone, ha certamente dei motivi
degni di essere ben compresi. Benedetto XVI ha una visione
teologica e spirituale molto profonda della liturgia, e
quindi un senso di grandissimo rispetto per quanto viene
celebrato: la morte e la risurrezione di Gesù. La
liturgia è qualcosa che ci viene donato, non è un nostro
prodotto, è la sorgente della nostra vita. L’Eucaristia
è il luogo più alto dell’incontro fra Dio e l’uomo.
Il Papa ritiene quindi suo compito e dovere aiutare
tutti i fedeli a vivere questo incontro nel modo più
degno e consapevole, sia che ciò avvenga con la forma del
rito romano rinnovato, sia che - per motivi di formazione,
cultura o esperienza personale - per alcuni ciò avvenga
più facilmente con la forma più antica del rito. In ogni
caso, il Papa si augura che la coesistenza delle due forme
del rito porti ambedue non a contrapporsi ed escludersi,
ma ad arricchirsi a vicenda, da una parte con un maggior
spessore della sacralità della celebrazione, dall’altra
con una più ampia varietà ed espressività di elementi.
Anche per chi non prevede in alcun modo di cambiare il
proprio uso liturgico rispetto all’attuale c’è dunque
un importante messaggio: la liturgia va celebrata con cura
e rispetto proprio perché attraverso di essa si comunica
con il mistero di Dio. Se manca questo rispetto, non è
solo il singolo ma la Chiesa intera a soffrirne, perché
gli abusi sono sempre seme di divisione.
C’è chi teme che la coesistenza delle due forme del
rito possa essere causa di divisione. Il Papa - con
ammirevole prudenza, ma con grande fiducia - dice di
ritenere che questo timore non sia realmente fondato.
Anzi, fa chiaramente capire che la sua intenzione è
esattamente l’opposta, cioè “fare tutti gli sforzi,
affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio
dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità
o di ritrovarla pienamente”. Benedetto XVI si sente
profondamente responsabile dell’unità, e pensa
naturalmente a chi si trova oggi ancora in rottura con la
comunione ecclesiale, ma pensa anche a chi si trova in
tensione all’interno di essa, e invita tutti
all’apertura reciproca nell’unità della stessa fede.
Ricorda che, come non si possono considerare proibiti o
dannosi i libri liturgici più antichi, così nessuno ha
il diritto di considerare negativamente quelli rinnovati.
Chiunque si volesse quindi appellare al Motu proprio per
accendere tensioni invece che per alimentare lo spirito di
riconciliazione ne tradirebbe radicalmente lo spirito.
Benedetto XVI ci ha spiegato che la corretta lettura del
Concilio Vaticano II deve insistere sulla “continuità”
piuttosto che sulla “rottura”. Anche la coesistenza
delle due forme di un unico rito liturgico si deve
interpretare in questa linea. Il nuovo si inserisce
vitalmente sul precedente senza rifiutarlo.
Il Papa afferma in modo reciso che il timore che il
documento intacchi l’autorità del Concilio è un timore
infondato. Anche nella recente esortazione postsinodale Sacramentum
caritatis ha ricordato “il benefico influsso che la
riforma liturgica attuata a partire dal Concilio ha avuto
per la vita della Chiesa”. Del resto, lo vediamo
celebrare continuamente solennemente secondo il rito
rinnovato. Lo abbiamo visto accogliere e lo abbiamo
sentito spiegare egli stesso - possiamo ben dire
affascinati - le sagge ed espressive innovazioni dei
grandi riti dell’inaugurazione del suo Pontificato. Non
abbiamo dunque alcun motivo di temere. Benedetto XVI non
ci farà tornare indietro, ma ci conduce in avanti,
tenendoci ben inseriti nella continuità del cammino
storico della Chiesa. Un andare in avanti che mira
anzitutto a progredire - come persone e come comunità -
nella profondità dell’incontro con Dio.
IL TESTO DEL MOTU PROPRIO
LITTERAE
APOSTOLICAE
MOTU PROPRIO
DATAE
BENEDICTUS XVI
Summorum
Pontificum cura ad hoc tempus usque semper fuit, ut
Christi Ecclesia Divinae Maiestati cultum dignum offerret,
«ad laudem et gloriam nominis Sui» et «ad utilitatem
totius Ecclesiae Suae sanctae».
Ab
immemorabili tempore sicut etiam in futurum, principium
servandum est «iuxta quod unaquaeque Ecclesia
particularis concordare debet cum universali Ecclesia non
solum quoad fidei doctrinam et signa sacramentalia, sed
etiam quoad usus universaliter acceptos ab apostolica et
continua traditione, qui servandi sunt non solum ut
errores vitentur, verum etiam ad fidei integritatem
tradendam, quia Ecclesiae lex orandi eius legi credendi
respondet»1.
Inter
Pontífices qui talem debitam curam adhibuerunt, nomen
excellit sancti Gregorii Magni, qui tam fidem catholicam
quam thesauros cultus ac culturae a Romanis in saeculis
praecedentibus cumulatos novis Europae populis
transmittendos curavit. Sacrae Liturgiae tam Missae
Sacrificii quam Officii Divini formam, uti in Urbe
celebrabatur, definiri conservarique iussit. Monachos
quoque et moniales maxime fovit, qui sub Regula sancti
Benedicti militantes, ubique simul cum Evangelii
annuntiatione illam quoque saluberrimam Regulae sententiam
vita sua illustrarunt, «ut operi Dei nihil praeponatur»
(cap. 43). Tali modo sacra liturgia secundum morem Romanum
non solum fidem et pietatem sed et culturam multarum
gentium fecundavit. Constat utique liturgiam latinam
variis suis formis Ecclesiae in omnibus aetatis
christianae saeculis permultos Sanctos in vita spirituali
stimulasse atque tot populos in religionis virtute
roborasse ac eorundem pietatem fecundasse.
Ut autem
Sacra Liturgia hoc munus efficacius expleret, plures alii
Romani Pontifices decursu saeculorum peculiarem
sollicitudinem impenderunt, inter quos eminet Sanctus Pius
V, qui magno cum studio pastorali, Concilio Tridentino
exhortante, totum Ecclesiae cultum innovavit, librorum
liturgicorum emendatorum et «ad normam Patrum
instauratorum» editionem curavit eosque Ecclesiae latinae
usui dedit.
Inter
Ritus romani libros liturgicos patet eminere Missale
Romanum, quod in romana urbe succrevit, atque
succedentibus saeculis gradatim formas assumpsit, quae cum
illa in generationibus recentioribus vigente magnam habent
similitudinem.
«Quod
idem omnino propositum tempore progrediente Pontifices
Romani sunt persecuti, cum novas ad aetates
accommodaverunt aut ritus librosque liturgicos
determinaverunt, ac deinde cum ineunte hoc nostro saeculo
ampliorem iam complexi sunt redintegrationem»2.
Sic vero egerunt Decessores nostri Clemens VIII, Urbanus
VIII, sanctus Pius X3,
Benedictus XV, Pius XII et beatus Ioannes XXIII.
Recentioribus
autem temporibus, Concilium Vaticanum II desiderium
expressit, ut debita observantia et reverentia erga cultum
divinum denuo instauraretur ac necessitatibus nostrae
aetatis aptaretur. Quo desiderio motus, Decessor noster
Summus Pontifex Paulus VI libros liturgicos instauratos et
partim innovatos anno 1970 Ecclesiae latinae approbavit;
qui ubique terrarum permultas in linguas vulgares
conversi, ab Episcopis atque a sacerdotibus et fidelibus
libenter recepti sunt. Ioannes Paulus II, tertiam
editionem typicam Missalis Romani recognovit. Sic Romani
Pontifices operati sunt ut «hoc quasi aedificium
liturgicum [...] rursus, dignitate splendidum et
concinnitate» appareret4.
Aliquibus
autem in regionibus haud pauci fideles antecedentibus
formis liturgicis, quae eorum culturam et spiritum tam
profunde imbuerant, tanto amore et affectu adhaeserunt et
adhaerere pergunt, ut Summus Pontifex Ioannes Paulus II,
horum fidelium pastorali cura motus, anno 1984 speciali
Indulto "Quattuor abhinc annos", a Congregatione
pro Cultu Divino exarato, facultatem concessit utendi
Missali Romano a Ioanne XXIII anno 1962 edito; anno autem
1988 Ioannes Paulus II iterum, litteris Apostolicis "Ecclesia
Dei" Motu proprio datis, Episcopos exhortatus est ut
talem facultatem late et generose in favorem omnium
fidelium id petentium adhiberent.
Instantibus
precibus horum fidelium iam a Praedecessore Nostro Ioanne
Paulo II diu perpensis, auditis etiam a Nobis Patribus
Cardinalibus in Concistorio die XXIII mensis martii anni
2006 habito, omnibus mature perpensis, invocato Spiritu
Sancto et Dei freti auxilio, praesentibus Litteris
Apostolicis DECERNIMUS quae sequuntur:
Art. 1.
Missale Romanum a Paulo VI promulgatum ordinaria expressio
"Legis orandi" Ecclesiae catholicae ritus latini
est. Missale autem Romanum a S. Pio V promulgatum et a B.
Ioanne XXIII denuo editum habeatur uti extraordinaria
expressio eiusdem "Legis orandi" Ecclesiae et ob
venerabilem et antiquum eius usum debito gaudeat honore.
Hae duae expressiones "legis orandi" Ecclesiae,
minime vero inducent in divisionem "legis credendi"
Ecclesiae; sunt enim duo usus unici ritus romani.
Proinde
Missae Sacrificium, iuxta editionem typicam Missalis
Romani a B. Ioanne XXIII anno 1962 promulgatam et numquam
abrogatam, uti formam extraordinariam Liturgiae Ecclesiae,
celebrare licet. Conditiones vero a documentis
antecedentibus "Quattuor abhinc annos" et "Ecclesia
Dei" pro usu huius Missalis statutae, substituuntur
ut sequitur:
Art. 2.
In Missis sine populo celebratis, quilibet sacerdos
catholicus ritus latini, sive saecularis sive religiosus,
uti potest aut Missali Romano a beato Papa Ioanne XXIII
anno 1962 edito, aut Missali Romano a Summo Pontifice
Paulo VI anno 1970 promulgato, et quidem qualibet die,
excepto Triduo Sacro. Ad talem celebrationem secundum unum
alterumve Missale, sacerdos nulla eget licentia, nec Sedis
Apostolicae nec Ordinarii sui.
Art. 3.
Si communitates Institutorum vitae consecratae atque
Societatum vitae apostolicae iuris sive pontificii sive
dioecesani quae in celebratione conventuali seu "communitatis"
in oratoriis propriis celebrationem sanctae Missae iuxta
editionem Missalis Romani anno 1962 promulgatam habere
cupiunt, id eis licet. Si singula communitas aut totum
Institutum vel Societas tales celebrationes saepe vel
plerumque vel permanenter perficere vult, res a
Superioribus maioribus ad normam iuris et secundum leges
et statuta particularia decernatur.
Art. 4.
Ad celebrationes sanctae Missae de quibus supra in art. 2
admitti possunt, servatis de iure servandis, etiam
christifideles qui sua sponte id petunt.
Art. 5,
§ 1. In paroeciis, ubi coetus fidelium traditioni
liturgicae antecedenti adhaerentium continenter exsistit,
parochus eorum petitiones ad celebrandam sanctam Missam
iuxta ritum Missalis Romani anno 1962 editi, libenter
suscipiat. Ipse videat ut harmonice concordetur bonum
horum fidelium cum ordinaria paroeciae pastorali cura, sub
Episcopi regimine ad normam canonis 392, discordiam
vitando et totius Ecclesiae unitatem fovendo.
§ 2.
Celebratio secundum Missale B. Ioannis XXIII locum habere
potest diebus ferialibus; dominicis autem et festis una
etiam celebratio huiusmodi fieri potest.
§ 3.
Fidelibus seu sacerdotibus id petentibus, parochus
celebrationes, hac in forma extraordinaria, permittat
etiam in adiunctis peculiaribus, uti sunt matrimonia,
exsequiae aut celebrationes occasionales, verbi gratia
peregrinationes.
§ 4.
Sacerdotes Missali B. Ioannis XXIII utentes, idonei esse
debent ac iure non impediti.
§ 5. In
ecclesiis, quae non sunt nec paroeciales nec conventuales,
Rectoris ecclesiae est concedere licentiam de qua supra.
Art. 6.
In Missis iuxta Missale B. Ioannis XXIII celebratis cum
populo, Lectiones proclamari possunt etiam lingua
vernacula, utendo editionibus ab Apostolica Sede
recognitis.
Art. 7.
Ubi aliquis coetus fidelium laicorum, de quo in art. 5 §
1 petita a parocho non obtinuerit, de re certiorem
faciat Episcopum dioecesanum. Episcopus enixe rogatur ut
eorum optatum exaudiat. Si ille ad huiusmodi celebrationem
providere non potest res ad Pontificiam Commissionem
"Ecclesia Dei" referatur.
Art. 8.
Episcopus, qui vult providere huiusmodi petitionibus
christifidelium laicorum, sed ob varias causas impeditur,
rem Pontificiae Commissioni "Ecclesia Dei"
committere potest, quae ei consilium et auxilium dabit.
Art. 9,
§ 1. Parochus item, omnibus bene perpensis, licentiam
concedere potest utendi rituali antiquiore in
administrandis sacramentis Baptismatis, Matrimonii,
Poenitentiae et Unctionis Infirmorum, bono animarum id
suadente.
§ 2.
Ordinariis autem facultas conceditur celebrandi
Confirmationis sacramentum utendo Pontificali Romano
antiquo, bono animarum id suadente.
§ 3. Fas
est clericis in sacris constitutis uti etiam Breviario
Romano a B. Ioanne XXIII anno 1962 promulgato.
Art 10.
Fas est Ordinario loci, si opportunum iudicaverit,
paroeciam personalem ad normam canonis 518 pro
celebrationibus iuxta formam antiquiorem ritus romani
erigere aut rectorem vel cappellanum nominare, servatis de
iure servandis.
Art. 11.
Pontificia Commissio "Ecclesia Dei" a Ioanne
Paulo II anno 1988 erecta5,
munus suum adimplere pergit.
Quae
Commissio formam, officia et normas agendi habeat, quae
Romanus Pontifex ipsi attribuere voluerit.
Art. 12.
Eadem Commissio, ultra facultates quibus iam gaudet,
auctoritatem Sanctae Sedis exercebit, vigilando de
observantia et applicatione harum dispositionum.
Quaecumque
vero a Nobis hisce Litteris Apostolicis Motu proprio datis
decreta sunt, ea omnia firma ac rata esse et a die decima
quarta Septembris huius anni, in festo Exaltationis
Sanctae Crucis, servari iubemus, contrariis quibuslibet
rebus non obstantibus.
Datum
Romae, apud Sanctum Petrum, die septima mensis Iulii, anno
Domini MMVII, Pontificatus Nostri tertio.
BENEDICTUS
PP. XVI
LETTERA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI AI VESCOVI DI TUTTO IL MONDO
PER PRESENTARE IL "MOTU PROPRIO" SULL’USO
DELLA LITURGIA ROMANA ANTERIORE ALLA RIFORMA DEL 1970
Cari
Fratelli nell’Episcopato,
con
grande fiducia e speranza metto nelle vostre mani di
Pastori il testo di una nuova Lettera Apostolica "Motu
Proprio data" sull’uso della liturgia romana
anteriore alla riforma effettuata nel 1970. Il documento
è frutto di lunghe riflessioni, di molteplici
consultazioni e di preghiera.
Notizie e
giudizi fatti senza sufficiente informazione hanno creato
non poca confusione. Ci sono reazioni molto divergenti tra
loro che vanno da un’accettazione gioiosa ad
un’opposizione dura, per un progetto il cui contenuto in
realtà non era conosciuto.
A questo
documento si opponevano più direttamente due timori, che
vorrei affrontare un po’ più da vicino in questa
lettera.
In primo
luogo, c’è il timore che qui venga intaccata
l’Autorità del Concilio Vaticano II e che una delle sue
decisioni essenziali – la riforma liturgica – venga
messa in dubbio. Tale timore è infondato. Al riguardo
bisogna innanzitutto dire che il Messale, pubblicato da
Paolo VI e poi riedito in due ulteriori edizioni da
Giovanni Paolo II, ovviamente è e rimane la forma normale
– la forma ordinaria – della Liturgia
Eucaristica. L’ultima stesura del Missale Romanum,
anteriore al Concilio, che è stata pubblicata con
l’autorità di Papa Giovanni XXIII nel 1962 e utilizzata
durante il Concilio, potrà, invece, essere usata come forma
extraordinaria della Celebrazione liturgica. Non è
appropriato parlare di queste due stesure del Messale
Romano come se fossero "due Riti". Si tratta,
piuttosto, di un uso duplice dell’unico e medesimo Rito.
Quanto
all’uso del Messale del 1962, come forma
extraordinaria della Liturgia della Messa, vorrei
attirare l’attenzione sul fatto che questo Messale non
fu mai giuridicamente abrogato e, di conseguenza, in linea
di principio, restò sempre permesso. Al momento
dell’introduzione del nuovo Messale, non è sembrato
necessario di emanare norme proprie per l’uso possibile
del Messale anteriore. Probabilmente si è supposto che si
sarebbe trattato di pochi casi singoli che si sarebbero
risolti, caso per caso, sul posto. Dopo, però, si è
presto dimostrato che non pochi rimanevano fortemente
legati a questo uso del Rito romano che, fin
dall’infanzia, era per loro diventato familiare. Ciò
avvenne, innanzitutto, nei Paesi in cui il movimento
liturgico aveva donato a molte persone una cospicua
formazione liturgica e una profonda, intima familiarità
con la forma anteriore della Celebrazione liturgica. Tutti
sappiamo che, nel movimento guidato dall’Arcivescovo
Lefebvre, la fedeltà al Messale antico divenne un
contrassegno esterno; le ragioni di questa spaccatura, che
qui nasceva, si trovavano però più in profondità. Molte
persone, che accettavano chiaramente il carattere
vincolante del Concilio Vaticano II e che erano fedeli al
Papa e ai Vescovi, desideravano tuttavia anche ritrovare
la forma, a loro cara, della sacra Liturgia; questo
avvenne anzitutto perché in molti luoghi non si celebrava
in modo fedele alle prescrizioni del nuovo Messale, ma
esso addirittura veniva inteso come un’autorizzazione o
perfino come un obbligo alla creatività, la quale portò
spesso a deformazioni della Liturgia al limite del
sopportabile. Parlo per esperienza, perché ho vissuto
anch’io quel periodo con tutte le sue attese e
confusioni. E ho visto quanto profondamente siano state
ferite, dalle deformazioni arbitrarie della Liturgia,
persone che erano totalmente radicate nella fede della
Chiesa.
Papa
Giovanni Paolo II si vide, perciò, obbligato a dare, con
il Motu Proprio "Ecclesia Dei" del 2
luglio 1988, un quadro normativo per l’uso del Messale
del 1962, che però non conteneva prescrizioni
dettagliate, ma faceva appello, in modo più generale,
alla generosità dei Vescovi verso le "giuste
aspirazioni" di quei fedeli che richiedevano quest’uso
del Rito romano. In quel momento il Papa voleva, così,
aiutare soprattutto la Fraternità San Pio X a ritrovare
la piena unità con il Successore di Pietro, cercando di
guarire una ferita sentita sempre più dolorosamente.
Purtroppo questa riconciliazione finora non è riuscita;
tuttavia una serie di comunità hanno utilizzato con
gratitudine le possibilità di questo Motu Proprio.
Difficile è rimasta, invece, la questione dell’uso del
Messale del 1962 al di fuori di questi gruppi, per i quali
mancavano precise norme giuridiche, anzitutto perché
spesso i Vescovi, in questi casi, temevano che
l’autorità del Concilio fosse messa in dubbio. Subito
dopo il Concilio Vaticano II si poteva supporre che la
richiesta dell’uso del Messale del 1962 si limitasse
alla generazione più anziana che era cresciuta con esso,
ma nel frattempo è emerso chiaramente che anche giovani
persone scoprono questa forma liturgica, si sentono
attirate da essa e vi trovano una forma, particolarmente
appropriata per loro, di incontro con il Mistero della
Santissima Eucaristia. Così è sorto un bisogno di un
regolamento giuridico più chiaro che, al tempo del Motu
Proprio del 1988, non era prevedibile; queste Norme
intendono anche liberare i Vescovi dal dover sempre di
nuovo valutare come sia da rispondere alle diverse
situazioni.
In
secondo luogo, nelle discussioni sull’atteso Motu
Proprio, venne espresso il timore che una più ampia
possibilità dell’uso del Messale del 1962 avrebbe
portato a disordini o addirittura a spaccature nelle
comunità parrocchiali. Anche questo timore non mi sembra
realmente fondato. L’uso del Messale antico presuppone
una certa misura di formazione liturgica e un accesso alla
lingua latina; sia l’una che l’altra non si trovano
tanto di frequente. Già da questi presupposti concreti si
vede chiaramente che il nuovo Messale rimarrà,
certamente, la forma ordinaria del Rito Romano, non
soltanto a causa della normativa giuridica, ma anche della
reale situazione in cui si trovano le comunità di fedeli.
È vero
che non mancano esagerazioni e qualche volta aspetti
sociali indebitamente vincolati all’attitudine di fedeli
legati all’antica tradizione liturgica latina. La vostra
carità e prudenza pastorale sarà stimolo e guida per un
perfezionamento. Del resto le due forme dell’uso del
Rito Romano possono arricchirsi a vicenda: nel Messale
antico potranno e dovranno essere inseriti nuovi santi e
alcuni dei nuovi prefazi. La Commissione "Ecclesia
Dei" in contatto con i diversi enti dedicati all’
"usus antiquior" studierà le possibilità
pratiche. Nella celebrazione della Messa secondo il
Messale di Paolo VI potrà manifestarsi, in maniera più
forte di quanto non lo è spesso finora, quella sacralità
che attrae molti all’antico uso. La garanzia più sicura
che il Messale di Paolo VI possa unire le comunità
parrocchiali e venga da loro amato consiste nel celebrare
con grande riverenza in conformità alle prescrizioni;
ciò rende visibile la ricchezza spirituale e la
profondità teologica di questo Messale.
Sono
giunto, così, a quella ragione positiva che mi ha
motivato ad aggiornare mediante questo Motu Proprio quello
del 1988. Si tratta di giungere ad una riconciliazione
interna nel seno della Chiesa. Guardando al passato, alle
divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato il Corpo
di Cristo, si ha continuamente l’impressione che, in
momenti critici in cui la divisione stava nascendo, non è
stato fatto il sufficiente da parte dei responsabili della
Chiesa per conservare o conquistare la riconciliazione e
l’unità; si ha l’impressione che le omissioni nella
Chiesa abbiano avuto una loro parte di colpa nel fatto che
queste divisioni si siano potute consolidare. Questo
sguardo al passato oggi ci impone un obbligo: fare tutti
gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente
il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare
in quest’unità o di ritrovarla nuovamente. Mi viene in
mente una frase della Seconda Lettera ai Corinzi, dove
Paolo scrive: "La nostra bocca vi ha parlato
francamente, Corinzi, e il nostro cuore si è tutto aperto
per voi. Non siete davvero allo stretto in noi; è nei
vostri cuori invece che siete allo stretto… Rendeteci il
contraccambio, aprite anche voi il vostro cuore!" (2
Cor 6,11–13). Paolo lo dice certo in un altro
contesto, ma il suo invito può e deve toccare anche noi,
proprio in questo tema. Apriamo generosamente il nostro
cuore e lasciamo entrare tutto ciò a cui la fede stessa
offre spazio.
Non
c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra
edizione del Missale Romanum. Nella storia della
Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura.
Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per
noi resta sacro e grande, e non può essere
improvvisamente del tutto proibito o, addirittura,
giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le
ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera
della Chiesa, e di dar loro il giusto posto. Ovviamente
per vivere la piena comunione anche i sacerdoti delle
Comunità aderenti all’uso antico non possono, in linea
di principio, escludere la celebrazione secondo i libri
nuovi. Non sarebbe infatti coerente con il riconoscimento
del valore e della santità del nuovo rito l’esclusione
totale dello stesso.
In
conclusione, cari Confratelli, mi sta a cuore sottolineare
che queste nuove norme non diminuiscono in nessun modo la
vostra autorità e responsabilità, né sulla liturgia né
sulla pastorale dei vostri fedeli. Ogni Vescovo, infatti,
è il moderatore della liturgia nella propria diocesi (cfr.
Sacrosanctum Concilium, n. 22: "Sacrae
Liturgiae moderatio ab Ecclesiae auctoritate unice pendet
quae quidem est apud Apostolicam Sedem et, ad normam iuris,
apud Episcopum").
Nulla si
toglie quindi all’autorità del Vescovo il cui ruolo,
comunque, rimarrà quello di vigilare affinché tutto si
svolga in pace e serenità. Se dovesse nascere qualche
problema che il parroco non possa risolvere, l’Ordinario
locale potrà sempre intervenire, in piena armonia, però,
con quanto stabilito dalle nuove norme del Motu Proprio.
Inoltre,
vi invito, cari Confratelli, a scrivere alla Santa Sede un
resoconto sulle vostre esperienze, tre anni dopo
l’entrata in vigore di questo Motu Proprio. Se veramente
fossero venute alla luce serie difficoltà, potranno
essere cercate vie per trovare rimedio.
Cari
Fratelli, con animo grato e fiducioso, affido al vostro
cuore di Pastori queste pagine e le norme del Motu
Proprio. Siamo sempre memori delle parole dell’Apostolo
Paolo dirette ai presbiteri di Efeso: "Vegliate su
voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo
Spirito Santo vi ha posti come Vescovi a pascere la Chiesa
di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue"
(Atti 20,28).
Affido
alla potente intercessione di Maria, Madre della Chiesa,
queste nuove norme e di cuore imparto la mia Benedizione
Apostolica a Voi, cari Confratelli, ai parroci delle
vostre diocesi, e a tutti i sacerdoti, vostri
collaboratori, come anche a tutti i vostri fedeli.
Dato
presso San Pietro, il 7 luglio 2007
BENEDICTUS PP. XVI
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