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VISITA
PASTORALE A NAPOLI (21 OTTOBRE 2007)
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VISITA
PASTORALE DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI A NAPOLI (III) ,
21.10.2007
Fonte,
Radio Vaticana, 20 ottobre 2007
Domani
la visita pastorale del Papa alla città di Napoli.
Interviste con il cardinale arcivescovo, Crescenzio Sepe,
e il sindaco, Rosa Russo Jervolino
Domani,
il Papa sarà a Napoli per una visita di poche ore ma dal
forte significato pastorale. Un incoraggiamento per una
città che vive momenti di estrema difficoltà sociale, e
che diventerà luogo simbolo di condanna di ogni violenza
anche per l’avvio, sempre domani, dell’annuale
incontro di preghiera per la pace, organizzato dalla
Comunità di Sant’Egidio. Saranno riuniti, in questa
occasione, i leader delle religioni mondiali che, nel
pomeriggio, incontreranno Benedetto XVI. Da Napoli, Francesca
Sabatinelli:
La sfida è importante: Napoli dovrà essere capace di
trarre dalla presenza del Papa e dalle sue parole quel
coraggio e quell’ottimismo che in molti qui dicono di
aver perso. Disoccupazione, degrado, criminalità
organizzata si accompagnano alla speranza e ad una
fortissima voglia di riscatto. Una contraddizione evidente
anche solo attraversando con lo sguardo questa città dai
mille volti: dallo splendido golfo si passa al centro
ripulito e addobbato per la visita del Santo Padre, ad
accoglierlo sul suo percorso, orchidee, cartelli di
benvenuto e in piazza del Plebiscito, dove sarà celebrata
la Messa domattina, da un presepe creato per
l’occasione, il più grande realizzato negli ultimi 60
anni: quasi 4 metri di altezza per dieci di lunghezza, in
stile settecentesco, allestito nella basilica di San
Francesco di Paola.
Poi, a pochi chilometri, la periferia più abbandonata,
dove si consumano le guerre di camorra, dove crescono le
baby-gang e dove, in soli 500 metri, si contano otto
piazze in cui si smercia droga: i quartieri dormitorio di
Scampia-Miano, periferia nord, snodo importante per il
traffico internazionale di stupefacenti. Su 100 reati 66
sono legati allo spaccio. Il supermercato della droga, così
qui sono chiamate queste zone, meta dei ragazzi di Napoli
e di tutta la regione. E dove la camorra, che ne infesta
ogni angolo, sembra godere di una immorale impunità. Qui
a lottare è la Chiesa. I parroci, isolato baluardo del
bene, salvano i ragazzini dalla strada, al sangue e alla
violenza oppongono il Vangelo, seguono le parole di
Giovanni Paolo II che nel '90, proprio alla popolazione di
Scampia, disse di non arrendersi mai al male, e oggi
aspettano Benedetto XVI perché il suo richiamo, risvegli
la coscienza di una città che può sembrare rassegnata.
Ma Napoli certo non mancherà di mostrare anche quel
romanticismo e quella passione che la rendono unica, la
sua capacità di sapersi donare. La croce in ferro di 60
cm. realizzata da un artista del quartiere Sanità, spesso
noto per fatti di cronaca nera, sarà il regalo per il
Papa da parte delle istituzioni. Una marcia di 28
chilometri da Caserta a Napoli per poter essere presenti
alla messa, il dono di tremila immigrati che chiedono
l’aiuto del Pontefice per vedere rispettati i loro
diritti. Una veglia di preghiera stasera quello di 12 mila
giovani, fino a piccoli gesti più folkloristici come
quello di San Gregorio Armeno, la famosa strada dei
presepi, dove accanto alla statuina del Papa compaiono
quella di un monaco buddista e un rabbino in compagnia di
due imam. Un omaggio alla Napoli che nei secoli è stato
un crocevia di popoli e culture e che vuole dimostrare che
può esserlo ancora, ospitando il meeting per la pace
Uomini e Religioni, organizzato da Sant’Egidio, a
partire proprio da domenica, e i cui capi delle
delegazioni partecipanti incontreranno il Santo Padre nel
seminario arcivescovile di Capodimonte. "Per un mondo
senza violenza", questo il titolo dell’incontro
mondiale interreligioso di preghiera che proseguirà i
suoi lavori fino a mercoledì 23. Motivo in più per
questa città di ritrovare la sua storia e di poter
sperare nel suo futuro. (Da Napoli, Francesca Sabatinelli,
Radio Vaticana)
L'arcivescovo di Napoli, cardinale Crescenzio Sepe, ha
ilustrato stamani, in conferenza stampa, il programma
della visita di Benedetto XVI. E' stato anche reso noto il
messaggio del porporato: "Napoli - si legge nel testo
- è pronta a ricevere il Papa"; "Napoli -
scrive il cardinale - è pronta finalmente a
risorgere". "Il Santo Padre - afferma poi
l'arcivescovo del capoluogo campano - viene nella nostra
terra per confortarci nella fede, per sostenerci
nell'esaltante e faticoso lavoro del Vangelo". Sulle
attese della Chiesa e della cittadinanza di Napoli per
questa visita del Pontefice, ascoltiamo il cardinale
Crescenzio Sepe, al microfono di Francesca
Sabatinelli:
R.
- Le attese sono grandi e a tutti i livelli. La Chiesa ha
fatto una preparazione meravigliosa, soprattutto con la
preghiera e con la riflessione sul nostro essere
cristiani, sul nostro essere inseriti nella Chiesa. Si
tratta di attese e di speranze che devono essere
rinsaldate con l’insegnamento che il Papa ci darà. Il
Santo Padre certamente ci spronerà, ci aiuterà a
trasformare anche le nostre speranze in energia e ci
aiuterà, soprattutto, a farci individuare un percorso
originale al quale affidare il futuro delle nostre città
e della nostra regione.
D. - Quali sono le iniziative che l’arcidiocesi ha
avviato in preparazione della giornata del 21 ottobre?
R. - Già da diversi mesi, abbiamo iniziato un
programma di preparazione nelle scuole: gli alunni si sono
preparati approfondendo il senso della fede, il senso
della Chiesa. Nelle parrocchie, poi, si tiene un’ora di
adorazione settimanale. Tutto questo ha creato un clima di
forte spiritualità.
D. - Eminenza, come verranno coinvolti i giovani, ai
quali lei spesso si è rivolto chiedendo di abbandonare la
violenza?
R. - I giovani rappresentano un po’ l’anima di
tutta questa preparazione. Alla vigilia dell’arrivo del
Santo Padre, circa 12 mila giovani si riuniranno in uno
dei quartieri più difficili di Napoli, quello di
Ponticelli, per una veglia di preghiera. Animeranno poi la
cerimonia del giorno dopo, accogliendo il Santo Padre,
lungo tutto il percorso. Potremmo dire che c’è una
Chiesa giovane che accoglie il Santo Padre giovane per
sentirsi spronata a realizzare i propri sogni e le proprie
speranze.
D. - La visita del Papa coincide con l’apertura del
Meeting interreligioso organizzato da Sant’Egidio che,
quest’anno, ha per tema “Per un mondo senza
violenza”. Come questo importante appuntamento può dar
fiato e speranza ad una Regione colpita dalla violenza,
dalle difficoltà sociali, dalla disoccupazione, più
volte da lei indicata come la “questione meridionale”?
R. - La questione meridionale rappresenta
un’emergenza che in realtà riguarda un’intera
nazione. Si tratta di ipotizzare una nuova cultura
politica, economica, sociale, che sappia però partire
dall’identità propria del meridione e di tutte le realtà
che costituiscono questo Meridione. E questo perché il
Sud è ricco di tanti elementi straordinari: l’etica del
lavoro, il valore della famiglia, dell’amicizia, della
lealtà, l’accoglienza della diversità. Rappresentano
tutte risorse umane che vanno coltivate per poter dare uno
sviluppo che sia autonomo, ma anche basato sulla crescita
morale e civile del nostro meridione. L’impegno che
abbiamo preso insieme tutti noi vescovi del Sud e
l’incoraggiamento che ci darà il Santo Padre
rappresenteranno un motivo di forza e di incoraggiamento
per andare avanti sulla strada che abbiamo intrapreso.
Ad accogliere Benedetto XVI domani sarà una Napoli vera e
una Napoli della pace, che cercherà di fare delle
giornate di dialogo interreligioso organizzate da Sant’Egidio,
un punto di ripartenza. Il sindaco del capoluogo
partenopeo, Rosa Russo Jervolino, ha presentato così
i due importanti avvenimenti che, dal 21 al 23 ottobre,
porranno Napoli al centro dell’attenzione
internazionale. Al Papa, ha spiegato il sindaco, verrà
presentata una città della verità, con tutti i problemi,
la speranza è che il Santo Padre dia a Napoli e ai suoi
cittadini coraggio e senso di fiducia. Ascoltiamo il
sindaco Jervolino al microfono di Francesca Sabatinelli:
R. - Noi abbiamo bisogno di avere coraggio nella fede,
perché viviamo momenti di rapidissimo cambiamento della
situazione culturale e sociale della città. Quindi, la
testimonianza del Vangelo - parlo ovviamente da cristiana
in questo momento e non da sindaco – deve trovare delle
strade nuove ed efficaci. Parlando invece da sindaco,
abbiamo bisogno di avere coraggio civile, perché abbiamo
una serie di problemi irrisolti, il più grave dei quali
è quello della disoccupazione. C’è a Napoli un po’
l’atteggiamento di elencare i problemi, ma non di
affrontarli e cercare di risolverli. Tutte quante le
istituzioni devono avere la collaborazione di tutti e cioè
il coraggio e l’azione coerente per fare in modo che la
speranza diventi realtà e che, quindi, i giovani studino,
che i lavoratori facciano nel modo migliore la loro
professione. Bisogna fare in modo che le persone sappiano
che Napoli è una città dove c’è un fenomeno
malavitoso grave, ma marginale. La maggioranza della gente
è gente per bene, che deve avere il coraggio di rimanere
tale.
D. - Quindi, signor sindaco, queste sono le ricchezze
che Napoli offrirà al Papa?
R. - Al Papa noi possiamo offrire molte cose e sul
piano della fede certamente una fede popolare e radicata,
di antica tradizione, che ha anche vissuto molto bene il
messaggio del Concilio Vaticano II. Una fede che ha quindi
saputo anche rinnovarsi. Possiamo poi offrire, credenti e
non credenti, una umanità ed una cordialità enorme. E so
di poter parlare a nome di tutti, perché questo senso di
accoglienza, questa umanità, questo calore è di tutti i
napoletani.
D. - Sindaco Jervolino, la visita del Papa
all’arcidiocesi di Napoli coincide e si inserisce anche
nell’appuntamento organizzato annualmente da Sant’Egidio,
l’incontro tra le religioni per promuovere la pace:
Napoli diventa, quindi, una città simbolo per questo?
R. - Napoli ha la situazione adatta per essere città-simbolo.
Napoli ha sofferto tantissimo per la guerra, ha sofferto
distruzione, miseria, bombardamenti a tappeto. E proprio
da questa esperienza forte di dolore è nato nei
napoletani un grande desiderio di pace. L’incontro di
preghiera di Sant’Egidio trova, quindi, una popolazione
che, avendo sofferto, aspira alla pace. Credo anche che, a
chi pregherà, si uniranno anche coloro che non hanno il
dono della fede e non pregano, ma che aspirano ugualmente
ad una convivenza tranquilla fra i popoli.
Il programma della visita pastorale di Benedetto XVI a
Napoli prevede domani, dopo la concelebrazione eucaristica
in piazza del Plebiscito, l’incontro con i capi delle
delegazioni che partecipano all’incontro internazionale
per la pace nel seminario arcivescovile a Capodimonte.
Ascoltiamo al microfono di Laure Stephan il rettore
del Seminario Maggiore di Napoli, padre Antonio
Serra:
R. - E’ un evento eccezionale, perché chiaramente
richiama quello del 27 ottobre dell’86: quando Giovanni
Paolo II ad Assisi volle incontrare gli altri esponenti
religiosi per pregare insieme per la pace. Questa è,
quindi, una sorta di ripresa, è un rivivere quell’evento.
Vissuto poi a Napoli è per noi una grande occasione sia
per riflettere sulla tolleranza del dialogo
interreligioso, sia per intensificare il cammino che va
verso la pace, da parte di tutti. Ognuno di noi dovrebbe,
infatti, adoperarsi per costruire una mentalità di pace.
Per Napoli poi, che è una terra così martoriata da tante
situazioni, anche tanto difficili da accettare, questo
diventa un messaggio forte ed un invito profondo a
cambiare mentalità o a cercare di non arrendersi ad una
mentalità - chiaramente - segnata dalla violenza.
D. - Abbiamo sentito tanti termini: invito al coraggio,
alla speranza, come ha detto il sindaco Jervolino;
il cardinale Sepe ha invece parlato di risurrezione…
R. - Io credo che la presenza del Santo Padre abbia,
effetti, diversi. Da un punto di vista spirituale,
rappresenta certamente un incoraggiamento forte per chi è
già in cammino nella fede e per chi vive e sente
l’appartenenza alla Chiesa cattolica. Quindi,
incontrando il Santo Padre ne è ulteriormente confermato.
Ma anche per coloro che abitualmente non vivono una
particolare vicinanza alla Chiesa cattolica, è anche una
sorta di incoraggiamento ad una vita migliore. Il Papa è
una presenza positiva, una presenza stimolante che fa
riflettere sul bene comune, sul bene possibile di
fronte anche a certe forme di pigrizia o di rassegnazione.
Molti, purtroppo, vivono anche sotto il peso di tante
contraddizioni sociali e culturali e questo ovviamente
impoverisce poi nella vita. La presenza del Santo Padre,
anche per chi è più lontano nella fede, può - a mio
avviso - incoraggiare ad un atteggiamento più positivo
rispetto alla vita: può far recuperare la speranza o la
forza che diventa, poi, coraggio per affrontare le
difficoltà laddove è possibile sciogliere le
contraddizioni.
Fonte,
Radio Vaticana, 21 ottobre 2007
Di
poche ore ma molto intensa la visita del Papa a Napoli:
scuola, aiuto ai giovani e lavoro al centro delle parole
di Benedetto XVI. E sempre a Napoli comincia nel
pomeriggio il Meeting interreligioso "Uomini e
religioni"
Scuola,
aiuto ai giovani e lavoro, ma soprattutto preghiera e
conversione, per combattere la violenza e ridare a Napoli
la forza di non scoraggiarsi di fronte alle tante
difficoltà. E’ stato questo il richiamo del Papa
durante la messa celebrata in piazza del Plebiscito, in
questa unica giornata di visita alla città. Ad
accoglierlo il cardinale arcivescovo di Napoli, Sepe, il
presidente del Consiglio Prodi, il ministro della
Giustizia Mastella, le principali autorità locali.
Benedetto XVI ripartirà nel pomeriggio, dopo una sosta
nel Duomo per un momento di raccoglimento davanti alle
reliquie di San Gennaro, patrono della città. Da Napoli,
il servizio di Francesca Sabatinelli: 
Napoli non è riuscita a garantire il suo famoso sole,
pioggia e freddo hanno accolto il Papa. A contrastare
l’azione del meteo il calore dei napoletani e il loro
abbraccio in quella stessa piazza del Plebiscito che nel
'90 raccolse l’appello di Giovanni Paolo II ai cittadini
a “Organizzare la speranza”, e oggi, durante la messa,
quello stesso richiamo è stato lanciato da Benedetto XVI:
Di fronte a realtà sociali difficili e complesse,
come sicuramente è anche la vostra, occorre rafforzare la
speranza, che si fonde sulla fede e si esprime in una
preghiera instancabile. E’ la preghiera a tenere accesa
la fiaccola della fede.
L’amore può sconfiggere la violenza, è stato
l’incitamento del Papa ai napoletani, non si deve mai
perdere quella fede che assicura che le preghiere vengano
ascoltate da Dio, che ci esaudisce al momento opportuno,
anche se l'esperienza quotidiana sembra smentire questa
certezza. Non ci si deve scoraggiare davanti alle
sopraffazioni, neanche di fronte alle difficoltà di
Napoli dove vivere per molti non è semplice, una realtà
fatta di tante energie sane, ma anche di povertà,
disoccupazione, e violenza:
Non si tratta solo del deprecabile numero dei
delitti della camorra, ma anche del fatto che la violenza
tende purtroppo a farsi mentalità diffusa, insinuandosi
nelle pieghe del vivere sociale, nei quartieri storici del
centro e nelle periferie nuove e anonime, col rischio di
attrarre specialmente la gioventù, che cresce in ambienti
nei quali prospera l’illegalità, il sommerso e la
cultura dell’arrangiarsi.
Benedetto XVI ha chiesto l’intervento di tutte le
componenti della società: occorre puntare sulla scuola,
sul lavoro e sull’aiuto ai giovani. La lotta alla
violenza deve partire dalla formazione delle coscienze,
dalla trasformazione delle mentalità e degli
atteggiamenti di tutti i giorni. Anche la Chiesa
napoletana è chiamata a restare salda, ad annunciare la
parola, in ogni occasione, opportuna e non, ad ammonire, a
rimproverare, ad esortare. Dio, ha sottolineato ancora il
Papa ai fedeli, non può cambiare le cose senza la nostra
vera conversione, che inizia con il grido dell’anima che
implora perdono e salvezza.
La preghiera cristiana non è pertanto espressione
di fatalismo e di inerzia, anzi è l’opposto
dell’evasione dalla realtà, dell’intimismo
consolatorio: è forza di speranza, massima espressione
della fede nella potenza di Dio che è Amore e non ci
abbandona. La preghiera che Gesù ci ha insegnato,
culminata nel Getsemani, ha il carattere
dell’“agonismo” cioè della lotta, perché si
schiera decisamente al fianco del Signore per combattere
l’ingiustizia e vincere il male con il bene; è l’arma
dei piccoli e dei poveri di spirito, che ripudiano ogni
tipo di violenza. Anzi rispondono ad essa con la non
violenza evangelica, testimoniando così che la verità
dell’Amore è più forte dell’odio e della morte.
Il seme della speranza a Napoli c’è, ha concluso
Benedetto XVI, e agisce malgrado i problemi e le difficoltà:
Napoli ha certo bisogno di adeguati interventi
politici, ma prima ancora di un profondo rinnovamento
spirituale; ha bisogno di credenti che ripongano piena
fiducia in Dio, e con il suo aiuto si impegnino per
diffondere nella società i valori del Vangelo.
Al termine della messa, prima dell’Angelus, in
occasione dell’odierna Giornata missionaria mondiale, il
Papa ha chiesto di pregare per i missionari, rivolgendo un
pensiero particolare a coloro che nel loro lavoro
incontrano grandi difficoltà e persecuzioni. E di nuovo
ha invitato ad affrontare i problemi e le sfide che si
presentano:
Si richiede un forte impegno di tutti, specialmente
dei fedeli laici operanti nel campo sociale e politico,
per assicurare ad ogni persona, e in particolare ai
giovani, le condizioni indispensabili per sviluppare i
propri talenti naturali e maturare generose scelte di vita
a servizio dei propri familiari e dell’intera comunità.
A raccogliere il messaggio del Papa, oltre ai fedeli,
40 leader ecumenici, sul palco, e decine di capi di altre
religioni nelle prime file, presenti a Napoli per
l’incontro di pace interreligioso organizzato da sant’Egidio
che si aprirà nel pomeriggio. Personalità che il Santo
Padre ha incontrato dopo la messa nel seminario
arcivescovile a Capodimonte. Parlando loro ha ripercorso
le giornate di Assisi del 1986 e del 2002 promosse da
Giovanni Paolo II per pregare per la pace assieme ai
rappresentanti di tutte le religioni. Benedetto XVI ha
ribadito la necessità di un lavoro comune per la pace e
di un impegno fattivo per promuovere la riconciliazione
tra i popoli. Mai le religioni possono diventare veicoli
di odio, ha detto, al contrario devono offrire le risorse
per costruire un'umanità pacifica. L’impegno della
Chiesa cattolica, ha concluso, è quello di percorrere la
strada del dialogo per favorire l’intesa fra le diverse
culture, tradizioni e sapienze religiose.
E proprio Napoli è stata scelta quest’anno per il
Meeting interreligioso “Uomini e religioni”, promosso
dalla Comunità di Sant’Egidio. Delle ragioni della
scelta e del come viene vissuta, Francesca Sabatinelli
ha parlato con il presidente della Comunità, Marco
Impagliazzo: 
R. – Siamo a Napoli e siamo molto contenti di
esserci. Noi all’unisono con la Chiesa locale vogliamo
lavorare e vivere queste giornate come grande segno di
speranza per la città e per il mondo. Napoli è anche
città del Mediterraneo e noi sappiamo che il Mediterraneo
è stato nella storia un luogo di grandi convivenze, anche
tra diverse religioni, tra islamismo, ebraismo e
cristianesimo, ma il Mediterraneo è ancora teatro
purtroppo di luoghi di violenza, di guerra, di
separazione. In particolare, il nostro sguardo sarà
puntato sul Medio Oriente e sulla questione
Israele-Palestina. Napoli, città del Mediterraneo, città
che ha saputo vivere nella sua storia secoli di
convivenza, può essere e diventare un messaggio di
dialogo e di pace per il mondo.
D. – Nell’edizione di quest’anno avete decentrato
alcuni degli appuntamenti per coinvolgere un po’ anche
le realtà periferiche. Perché questa scelta?
R. – Perché, in fondo, Napoli e la Campania sono un
tutt’uno, nel senso che la Campania è una grande
regione, molto popolosa, molto cattolica, molto religiosa.
Napoli e la regione Campania sono un’espressione di
quello che significa in Italia cattolicesimo di popolo.
Noi non potevamo tener fuori da questo incontro il grande
popolo, il numeroso popolo cristiano-campano, che ci
chiedeva di andare nelle sua città, nei suoi Paesi per
parlare di dialogo e per far incontrare mondi religiosi.
D. – Marco Impagliazzo, anche quest’anno saranno
tantissimi i leader religiosi e le personalità politiche
e culturali che si avvicenderanno nel corso delle tavole
rotonde, preparate dalla comunità di Sant’Egidio. Ed
emerge anche quest’anno la volontà di dare forte
impulso al dialogo ecumenico...
R. – Sì, forte impulso al dialogo ecumenico. Mai
come quest’anno noi siamo molto onorati di avere la
presenza di importantissime personalità del mondo
ortodosso, del mondo protestante e del mondo anglicano.
Faccio solo l’esempio del Patriarca di Istanbul,
Bartolomeo I, dell’arcivescovo di Canterbury Williams,
dell’arcivescovo di Cipro, primate di quella Chiesa.
Insomma, tante e tante presenze ecumeniche che stanno ad
evidenziare l’idea che molti vogliono lavorare per un
riavvicinamento vero tra le Chiese.
Delle problematiche e potenzialità della città di Napoli
e del contributo delle realtà parrocchiali, Francesca
Sabatinelli ha parlato con don Aniello Manganiello,
parroco di Scampia: 
R. – Sono le uniche realtà dove si fa cultura, dove
si fa volontariato, dove si educa alla legalità. Penso
che le parrocchie siano le principali agenzie educative
che rimangono in questo territorio.
D. – Ci sono altri sostegni?
R. – Le voglio dare dei numeri. Ultimamente
l’Istituto Suor Orsola Benincasa ha commissionato
un’indagine qui a Scampia e è stato intervistato un
certo numero di persone, per la maggior parte giovani,
alle quali è stata rivolta questa domanda: chi è che a
Scampia si impegna per dare lavoro, per dare sussistenza,
per dare aiuto? L’80 per cento ha risposto che questo
servizio di assistenza e di aiuto lo fa la camorra; il 9
per cento le parrocchie; e il restante 11 per cento è
diviso tra la scuola e le istituzioni.
D. – A questo punto è giusto allora parlare
dell’equazione degrado sociale e degrado ambientale
uguale criminalità organizzata?
R. – Sì, se c’è la camorra a Napoli, se c’è la
mafia in Sicilia, la ‘ndrangheta in Calabria o la Sacra
Corona Unita in Puglia è perché c’è un sottobosco di
illegalità, di piccole o grandi illegalità che genera
poi in attività malavitosa e criminale; perché c’è
una mentalità camorrista diffusa e capillare, le piccole
prepotenze, la mancanza di rispetto delle leggi più
elementari. Questo è l’humus ideale.
D. – Ma lei si definirebbe un prete anticamorra?
R. – Un prete, prima di tutto, è lì per annunciare
Gesù Cristo, per annunciare il Vangelo e per dire alla
gente che se si vuole dare un senso alla propria vita e se
si cerca la felicità, l’unico che può dare la felicità
vera e l’unico che non prende in giro, l’unico che dà
un senso alla vita è Cristo. Questo è il compito del
sacerdote, ma certamente lotta pure contro le ingiustizie.
Un prete, quindi, in questi contesti non può starsene
zitto e fare il topo di biblioteca: chi deve dare voce a
questa gente? In questo il sacerdote oltre ad annunciare
il Vangelo, lotta per i diritti dei più poveri e dei più
indifesi. Se dobbiamo negare il matrimonio ad un
camorrista, dobbiamo farlo; se dobbiamo rifiutare un
matrimonio ad uno spacciatore che spaccia la morte,
dobbiamo rifiutarlo e questo per coscientizzare, per dare
un pugno nello stomaco e svegliare questa gente,
mettendola di fronte alle proprie responsabilità e
facendo capire loro che Dio non può andare d’accordo
con la morte, con le ingiustizie, con le violenze e con i
loro spacci. Io farei un appello ai miei confratelli
parroci per unirci maggiormente in questo senso e dare così
una risposta veramente corale. Se noi lottiamo insieme,
tutti noi sacerdoti, la gente ci viene dietro.
D. – Sembra che coraggio e speranza siano quasi le
parole d’ordine di questa visita di Benedetto XVI. E’
così?
R. – Sì e specialmente perché Napoli sembra essere
ormai una città rassegnata, una città assopita,
scoraggiata e potremmo dire quasi fatalista: ci si ripete
spesso che non si può cambiare niente.
D. – Però pensate che vi sarà uno scossone?
R. – Io penso di sì e credo anche che il Papa –
anche se lo dirà da Piazza Plebiscito e non da Scampia
– ci dirà la sua parola per incoraggiarci, per
incoraggiare noi sacerdoti ed i laici affinché non
perdiamo la speranza e continuiamo a lottare,
convincendosi – e di questo ci dobbiamo convincere –
che anche i piccoli risultati devono dare una carica.
Conclusa
la visita del Papa a Napoli: scuola, aiuto ai giovani e
lavoro al centro delle sue parole. Nel pomeriggio, al via
il Meeting "Uomini e religioni" della comunità
di S. Egidio
Scuola,
aiuto ai giovani e lavoro, ma soprattutto preghiera e
conversione, per combattere la violenza e ridare a Napoli
la forza di non scoraggiarsi di fronte alle tante
difficoltà. E’ stato questo il richiamo del Papa
durante la messa celebrata in piazza del Plebiscito, in
questa unica giornata di visita alla città. Ad
accoglierlo il cardinale arcivescovo di Napoli, Sepe, il
presidente del Consiglio Prodi, il ministro della
Giustizia Mastella, le principali autorità locali. Nel
pomeriggio, intorno alle 18.30, il rientro in Vaticano,
mentre a Napoli si aprivano i lavori del meeting
interreligioso organizzato da Sant’Egidio. Da Napoli, il
servizio di Francesca Sabatinelli: 
Napoli non è riuscita a garantire il suo famoso
sole, pioggia e freddo hanno accolto il Papa. A
contrastare l’azione del meteo il calore dei napoletani
e il loro abbraccio in quella stessa piazza del Plebiscito
che nel '90 raccolse l’appello di Giovanni Paolo II ai
cittadini a “Organizzare la speranza”, e oggi, durante
la messa, quello stesso richiamo è stato lanciato da
Benedetto XVI:
Di fronte a realtà sociali difficili e complesse,
come sicuramente è anche la vostra, occorre rafforzare la
speranza, che si fonde sulla fede e si esprime in una
preghiera instancabile. E’ la preghiera a tenere accesa
la fiaccola della fede.
L’amore può sconfiggere la violenza, è stato
l’incitamento del Papa ai napoletani, non si deve mai
perdere quella fede che assicura che le preghiere vengano
ascoltate da Dio, che ci esaudisce al momento opportuno,
anche se l'esperienza quotidiana sembra smentire questa
certezza. Non ci si deve scoraggiare davanti alle
sopraffazioni, neanche di fronte alle difficoltà di
Napoli dove vivere per molti non è semplice, una realtà
fatta di tante energie sane, ma anche di povertà,
disoccupazione, e violenza:
Non si tratta solo del deprecabile numero dei
delitti della camorra, ma anche del fatto che la violenza
tende purtroppo a farsi mentalità diffusa, insinuandosi
nelle pieghe del vivere sociale, nei quartieri storici del
centro e nelle periferie nuove e anonime, col rischio di
attrarre specialmente la gioventù, che cresce in ambienti
nei quali prospera l’illegalità, il sommerso e la
cultura dell’arrangiarsi.
Benedetto XVI ha chiesto l’intervento di tutte le
componenti della società: occorre puntare sulla scuola,
sul lavoro e sull’aiuto ai giovani. La lotta alla
violenza deve partire dalla formazione delle coscienze,
dalla trasformazione delle mentalità e degli
atteggiamenti di tutti i giorni. Anche la Chiesa
napoletana è chiamata a restare salda, ad annunciare la
parola, in ogni occasione, opportuna e non, ad ammonire, a
rimproverare, ad esortare. Dio, ha sottolineato ancora il
Papa ai fedeli, non può cambiare le cose senza la nostra
vera conversione, che inizia con il grido dell’anima che
implora perdono e salvezza.
La preghiera cristiana non è pertanto
espressione di fatalismo e di inerzia, anzi è l’opposto
dell’evasione dalla realtà, dell’intimismo
consolatorio: è forza di speranza, massima espressione
della fede nella potenza di Dio che è Amore e non ci
abbandona. La preghiera che Gesù ci ha insegnato,
culminata nel Getsemani, ha il carattere
dell’“agonismo” cioè della lotta, perché si
schiera decisamente al fianco del Signore per combattere
l’ingiustizia e vincere il male con il bene; è l’arma
dei piccoli e dei poveri di spirito, che ripudiano ogni
tipo di violenza. Anzi rispondono ad essa con la non
violenza evangelica, testimoniando così che la verità
dell’Amore è più forte dell’odio e della morte.
Il seme della speranza a Napoli c’è, ha concluso
Benedetto XVI, e agisce malgrado i problemi e le difficoltà:
Napoli ha certo bisogno di adeguati interventi
politici, ma prima ancora di un profondo rinnovamento
spirituale; ha bisogno di credenti che ripongano piena
fiducia in Dio, e con il suo aiuto si impegnino per
diffondere nella società i valori del Vangelo.
Al termine della messa, prima dell’Angelus, in occasione
dell’odierna Giornata missionaria mondiale, il Papa ha
chiesto di pregare per i missionari, rivolgendo un
pensiero particolare a coloro che nel loro lavoro
incontrano grandi difficoltà e persecuzioni. E di nuovo
ha invitato ad affrontare i problemi e le sfide che si
presentano:
Si richiede un forte impegno di tutti,
specialmente dei fedeli laici operanti nel campo sociale e
politico, per assicurare ad ogni persona, e in particolare
ai giovani, le condizioni indispensabili per sviluppare i
propri talenti naturali e maturare generose scelte di vita
a servizio dei propri familiari e dell’intera comunità.
Il Santo Padre ha poi incontrato nel seminario
arcivescovile di Capodimonte i leader delle religioni
mondiali che partecipano all’incontro di pace promosso
dalla comunità di sant’Egidio. Ha ribadito loro la
necessità di un lavoro comune per la pace e la
riconciliazione tra i popoli. Mai le religioni possono
diventare veicoli di odio, l’impegno della chiesa
cattolica, ha concluso, è quello di percorrere la strada
del dialogo per favorire l’intesa fra le diverse
culture, tradizioni e sapienze religiose. Gli appelli al
dialogo sono riecheggiati anche al teatro san Carlo, in
apertura del Meeting uomini e religioni, oggi si vive il
tempo del pessimismo e della cultura del disprezzo per
l’altro, ha detto Andrea Riccardi, fondatore di Sant’Egidio,
ma oggi la realtà è anche quella di religioni che
credono nell’azione dello spirito, E che credono nella
cultura del dialogo come auspicato nei loro interventi dal
patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, che ha esortato
le religioni a non cadere in estremismi e violenze, e dal
rabbino capo di Israele Metzger che ha definito criminale
chiunque usi violenza per raggiungere i suoi scopi.
Toccante la testimonianza del monaco buddista birmano U
Uttara che, ricordando le recenti vittime della dittatura
militare, ha chiesto aiuto per mettere fine alla
repressione e per la riconquista dei diritti umani in
Birmania.
LE
PAROLE DEL PAPA
OMELIA
DURANTE LA MESSA A PIAZZA DEL PLEBISCITO
Venerati
Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio,
distinte Autorità,
cari fratelli e sorelle!
Con
grande gioia ho accolto l’invito a visitare la comunità
cristiana che vive in questa storica città di Napoli. Al
vostro Arcivescovo, il Cardinale Crescenzio Sepe, va
innanzitutto il mio abbraccio fraterno e un grazie
speciale per le parole che, anche a nome vostro, mi ha
rivolto all’inizio di questa solenne Celebrazione
eucaristica. L’ho inviato alla vostra Comunità
conoscendone lo zelo apostolico, e sono contento di
costatare che voi lo apprezzate per le sue doti di mente e
di cuore. Saluto con affetto i Vescovi Ausiliari e il
presbiterio diocesano, come pure i religiosi e le
religiose e le altre persone consacrate, i catechisti e i
laici, particolarmente i giovani attivamente impegnati
nelle varie iniziative pastorali, apostoliche e sociali.
Saluto le distinte Autorità civili e militari che ci
onorano della loro presenza, ad iniziare dal Presidente
del Consiglio dei Ministri, dal Sindaco di Napoli e dai
Presidenti della Provincia e della Regione. A tutti voi,
convenuti in questa Piazza davanti alla monumentale
Basilica dedicata a San Francesco di Paola della cui morte
ricorre quest’anno il quinto centenario, rivolgo il mio
cordiale pensiero, che estendo volentieri a quanti sono
collegati mediante la radio e la televisione, specialmente
alle comunità di clausura, alle persone anziane, a chi
sta negli ospedali, ai carcerati e a coloro che non potrò
incontrare in questo mio breve soggiorno napoletano. In
una parola, saluto l’intera famiglia dei credenti e
tutti i cittadini di Napoli: sono in mezzo a voi, cari
amici, per spezzare con voi la Parola ed il Pane della
Vita.
Meditando
sulle Letture bibliche di questa domenica e pensando alla
realtà di Napoli, sono rimasto colpito dal fatto che oggi
la Parola di Dio ha come tema principale la preghiera,
anzi, "la necessità di pregare sempre senza
stancarsi", come dice il Vangelo (cfr Lc
18,1). A prima vista, questo potrebbe sembrare un
messaggio non molto pertinente, poco incisivo rispetto ad
una realtà sociale con tanti problemi come la vostra. Ma,
riflettendoci, si comprende che questa Parola contiene un
messaggio certamente controcorrente, destinato tuttavia ad
illuminare in profondità la coscienza di questa vostra
Chiesa e di questa vostra Città. Lo riassumerei così: la
forza, che in silenzio e senza clamori cambia il mondo e
lo trasforma nel Regno di Dio, è la fede - ed espressione
della fede è la preghiera. Quando la fede si colma
d’amore per Dio, riconosciuto come Padre buono e giusto,
la preghiera si fa perseverante, insistente, diventa un
gemito dello spirito, un grido dell’anima che penetra il
cuore di Dio. In tal modo la preghiera diviene la più
grande forza di trasformazione del mondo. Di fronte a
realtà sociali difficili e complesse, come sicuramente è
anche la vostra, occorre rafforzare la speranza, che si
fonda sulla fede e si esprime in una preghiera
instancabile. E’ la preghiera a tenere accesa la
fiaccola della fede. Domanda Gesù: "Il Figlio
dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terrà?"
(Lc 18,8). Quale sarà la nostra risposta a questo
inquietante interrogativo? Quest’oggi, vogliamo insieme
ripetere con umile coraggio: Signore, la tua venuta tra
noi in questa celebrazione domenicale ci trova radunati
con la lampada della fede accesa. Noi crediamo e
confidiamo in te! Accresci la nostra fede!
Le
Letture bibliche che abbiamo ascoltato ci presentano
alcuni modelli a cui ispirarci in questa nostra
professione di fede. Sono le figure della vedova che
incontriamo nella parabola evangelica e quella di Mosè di
cui parla il libro dell’Esodo. La vedova del Vangelo (cfr
Lc 18,1-8) fa pensare ai "piccoli", agli
ultimi, ma anche a tante persone semplici e rette, che
soffrono per le sopraffazioni, si sentono impotenti di
fronte al perdurare del malessere sociale e sono tentate
di scoraggiarsi. A costoro Gesù ripete: osservate questa
povera vedova con quale tenacia insiste e alla fine
ottiene ascolto da un giudice disonesto! Come potreste
pensare che il vostro Padre celeste, buono e fedele, il
quale desidera solo il bene dei suoi figli, non vi faccia
a suo tempo giustizia? La fede ci assicura che Dio ascolta
la nostra preghiera e ci esaudisce al momento opportuno,
anche se l’esperienza quotidiana sembra smentire questa
certezza. In effetti, davanti a certi fatti di cronaca, o
a tanti quotidiani disagi della vita di cui i giornali non
parlano neppure, sale spontaneamente al cuore la supplica
dell’antico profeta: "Fino a quando, Signore,
implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido: «Violenza!»
e non soccorri?" (Ab 1,2). La risposta a
questa invocazione accorata è una sola: Dio non può
cambiare le cose senza la nostra conversione, e la nostra
vera conversione inizia con il "grido"
dell’anima, che implora perdono e salvezza. La preghiera
cristiana non è pertanto espressione di fatalismo e di
inerzia, anzi è l’opposto dell’evasione dalla realtà,
dell’intimismo consolatorio: è forza di speranza,
massima espressione della fede nella potenza di Dio che è
Amore e non ci abbandona. La preghiera che Gesù ci ha
insegnato, culminata nel Getsemani, ha il carattere
dell’"agonismo" cioè della lotta, perché si
schiera decisamente al fianco del Signore per combattere
l’ingiustizia e vincere il male con il bene; è l’arma
dei piccoli e dei poveri di spirito, che ripudiano ogni
tipo di violenza. Anzi rispondono ad essa con la non
violenza evangelica, testimoniando così che la verità
dell’Amore è più forte dell’odio e della morte.
Questo
emerge anche dalla prima Lettura, il celebre racconto
della battaglia tra gli Israeliti e gli Amaleciti (cfr Es
17,8-13a). A determinare le sorti di quel duro conflitto
fu proprio la preghiera rivolta con fede al vero Dio.
Mentre Giosuè e i suoi uomini affrontavano sul campo gli
avversari, Mosè stava sulla cima della collina con le
mani alzate, nella posizione della persona in preghiera.
Queste mani alzate del grande condottiero garantirono la
vittoria di Israele. Dio era con il suo popolo, ne voleva
la vittoria, ma condizionava questo suo intervento alle
mani alzate di Mosè. Sembra incredibile, ma è così: Dio
ha bisogno delle mani alzate del suo servo! Le braccia
levate di Mosè fanno pensare a quelle di Gesù sulla
croce: braccia spalancate ed inchiodate con cui il
Redentore ha vinto la battaglia decisiva contro il nemico
infernale. La sua lotta, le sue mani alzate verso il Padre
e spalancate sul mondo chiedono altre braccia, altri cuori
che continuino ad offrirsi con il suo stesso amore, fino
alla fine del mondo. Mi rivolgo particolarmente a voi,
cari Pastori della Chiesa che è in Napoli, facendo mie le
parole che san Paolo rivolge a Timoteo e che abbiamo
ascoltato nella seconda Lettura: rimanete saldi in ciò
che avete imparato e di cui siete convinti. Annunciate la
parola, insistete in ogni occasione, opportuna e non
opportuna, ammonite, rimproverate, esortate con ogni
magnanimità e dottrina (cfr 2 Tm 3,14.16; 4,2). E
come Mosè sulla montagna, perseverate nella preghiera per
e con i fedeli affidati alle vostre cure pastorali, perché
insieme possiate affrontare ogni giorno la buona battaglia
del Vangelo.
Ed ora,
interiormente illuminati dalla Parola di Dio, torniamo a
guardare alla realtà della vostra Città, dove non
mancano energie sane, gente buona, culturalmente preparata
e con un senso vivo della famiglia. Per molti però vivere
non è semplice: sono tante le situazioni di povertà, di
carenza di alloggio, di disoccupazione o sottoccupazione,
di mancanza di prospettive future. C’è poi il triste
fenomeno della violenza. Non si tratta solo del
deprecabile numero dei delitti della camorra, ma anche del
fatto che la violenza tende purtroppo a farsi mentalità
diffusa, insinuandosi nelle pieghe del vivere sociale, nei
quartieri storici del centro e nelle periferie nuove e
anonime, col rischio di attrarre specialmente la gioventù,
che cresce in ambienti nei quali prospera l’illegalità,
il sommerso e la cultura dell’arrangiarsi. Quanto è
importante allora intensificare gli sforzi per una seria
strategia di prevenzione, che punti sulla scuola, sul
lavoro e sull’aiutare i giovani a gestire il tempo
libero. E’ necessario un intervento che coinvolga tutti
nella lotta contro ogni forma di violenza, partendo dalla
formazione delle coscienze e trasformando le mentalità,
gli atteggiamenti, i comportamenti di tutti i giorni.
Formulo questo invito ad ogni uomo e donna di buona volontà,
mentre si tiene qui a Napoli l’Incontro tra i leader
religiosi per la pace, che ha come tema: "Per un
mondo senza violenza - Religioni e culture in dialogo".
Cari
fratelli e sorelle, l’amato Papa Giovanni Paolo II visitò
Napoli la prima volta nel 1979: era, come oggi, la
domenica 21 ottobre! La seconda volta venne nel novembre
del 1990: una visita che promosse la rinascita della
speranza. La missione della Chiesa è nutrire sempre la
fede e la speranza del popolo cristiano. Questo sta
facendo con zelo apostolico anche il vostro Arcivescovo,
che di recente ha scritto una Lettera pastorale dal titolo
significativo: "Il sangue e la speranza".
Sì, la vera speranza nasce solo dal sangue di Cristo e da
quello versato per Lui. C’è sangue che è segno di
morte; ma c’è sangue che esprime amore e vita: il
sangue di Gesù e dei Martiri, come quello del vostro
amato Patrono san Gennaro, è sorgente di vita nuova.
Vorrei concludere facendo mia un’espressione contenuta
nella Lettera pastorale del vostro Arcivescovo: "Il
seme della speranza è forse il più piccolo, ma può dar
vita ad un albero rigoglioso e portare molti frutti".
Questo seme a Napoli c’è e agisce, malgrado i problemi
e le difficoltà. Preghiamo il Signore perché faccia
crescere nella comunità cristiana una fede autentica e
una salda speranza, capace di contrastare efficacemente lo
scoraggiamento e la violenza. Napoli ha certo bisogno di
adeguati interventi politici, ma prima ancora di un
profondo rinnovamento spirituale; ha bisogno di credenti
che ripongano piena fiducia in Dio, e con il suo aiuto si
impegnino per diffondere nella società i valori del
Vangelo. Chiediamo per questo l’aiuto di Maria e dei
vostri santi Protettori, in particolare di san Gennaro.
Amen!
LE PAROLE DEL
PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS
Al
termine della Santa Messa celebrata in Piazza del
Plebiscito a Napoli, prima di recitare la preghiera
mariana dell’Angelus, il Santo Padre Benedetto XVI
rivolge ai fedeli presenti le seguenti parole:
PRIMA
DELL’ANGELUS
Al
termine di questa solenne Celebrazione, desidero rinnovare
a tutti voi, cari amici di Napoli, il mio saluto e il mio
ringraziamento per la cordiale accoglienza che mi avete
riservato. Un saluto particolare vorrei rivolgere alle
Delegazioni giunte da varie parti del mondo per
partecipare all’Incontro Internazionale per la Pace,
promosso dalla Comunità di Sant’Egidio, che ha come
tema: "Per un mondo senza violenza – Religioni e
culture in dialogo". Possa anche questa
importante iniziativa culturale e religiosa contribuire a
consolidare la pace nel mondo.
Preghiamo
per questo. Ma preghiamo quest’oggi anche, e in modo
speciale, per i missionari. Si celebra infatti la Giornata
Missionaria Mondiale, che ha un motto assai significativo:
"Tutte le Chiese per tutto il mondo".
Ogni Chiesa particolare è corresponsabile
dell’evangelizzazione dell’intera umanità e questa
cooperazione tra le Chiese fu incrementata dal Papa Pio
XII con l’Enciclica Fidei donum, 50 anni or sono.
Non facciamo mancare il nostro sostegno spirituale e
materiale a quanti operano sulle frontiere della missione:
sacerdoti, religiosi, religiose e laici, che non di rado
incontrano nel loro lavoro gravi difficoltà, e talora
persino persecuzioni.
Consegniamo
queste intenzioni di preghiera a Maria Santissima, che nel
mese di ottobre amiamo invocare col titolo con cui è
venerata nel vicino Santuario di Pompei: Regina del Santo
Rosario. A Lei affidiamo, in particolare, i molti migranti
qui convenuti in pellegrinaggio da Caserta. Protegga
altresì la Vergine Santa quanti, in modi diversi, si
impegnano per il bene comune e per un giusto ordine della
società, come è stato ben sottolineato durante la 45.ma
Settimana Sociale dei cattolici italiani, tenutasi proprio
in questi giorni a Pistoia e Pisa, a cent’anni dalla
prima Settimana, promossa soprattutto da Giuseppe Toniolo,
illustre figura di economista cristiano. Molti sono i
problemi e le sfide che stanno oggi davanti a noi. Si
richiede un forte impegno di tutti, specialmente dei
fedeli laici operanti nel campo sociale e politico, per
assicurare ad ogni persona, e in particolare ai giovani,
le condizioni indispensabili per sviluppare i propri
talenti naturali e maturare generose scelte di vita a
servizio dei propri familiari e dell’intera comunità.
Ed ora ci
rivolgiamo alla Madonna con la consueta preghiera dell’Angelus.
SALUTO
DEL SANTO PADRE
Santità,
Beatitudini,
Illustri Autorità,
Rappresentanti delle Chiese e Comunità ecclesiali,
Gentili esponenti delle grandi Religioni mondiali,
colgo
volentieri questa occasione per salutare le Personalità
convenute qui a Napoli per il XXI Meeting sul tema:
"Per un mondo senza violenza - Religioni e culture
in dialogo". Ciò che voi rappresentate esprime
in un certo senso i differenti mondi e patrimoni religiosi
dell'umanità, a cui la Chiesa cattolica guarda con
sincero rispetto e cordiale attenzione. Una parola di
apprezzamento va al Signor Cardinale Crescenzio Sepe e
all’Arcidiocesi di Napoli che ospita questo Meeting
e alla Comunità di Sant'Egidio che lavora con dedizione
per favorire il dialogo tra religioni e culture nello
"spirito di Assisi".
L’odierno
incontro ci riporta idealmente al 1986, quando il venerato
mio Predecessore Giovanni Paolo II invitò sul colle di
San Francesco alti Rappresentanti religiosi a pregare per
la pace, sottolineando in tale circostanza il legame
intrinseco che unisce un autentico atteggiamento religioso
con la viva sensibilità per questo fondamentale bene
dell’umanità. Nel 2002, dopo i drammatici eventi
dell’11 settembre dell’anno precedente, lo stesso
Giovanni Paolo II riconvocò ad Assisi i leader religiosi,
per chiedere a Dio di fermare le gravi minacce che
incombevano sull’umanità, specialmente a causa del
terrorismo.
Nel
rispetto delle differenze delle varie religioni, tutti
siamo chiamati a lavorare per la pace e ad un impegno
fattivo per promuovere la riconciliazione tra i popoli.
E’ questo l’autentico "spirito di Assisi",
che si oppone ad ogni forma di violenza e all'abuso della
religione quale pretesto per la violenza. Di fronte a un
mondo lacerato da conflitti, dove talora si giustifica la
violenza in nome di Dio, è importante ribadire che mai le
religioni possono diventare veicoli di odio; mai,
invocando il nome di Dio, si può arrivare a giustificare
il male e la violenza. Al contrario, le religioni possono
e devono offrire preziose risorse per costruire
un’umanità pacifica, perché parlano di pace al cuore
dell’uomo. La Chiesa cattolica intende continuare a
percorrere la strada del dialogo per favorire l’intesa
fra le diverse culture, tradizioni e sapienze religiose.
Auspico vivamente che questo spirito si diffonda sempre più
soprattutto là dove più forti sono le tensioni, là dove
la libertà e il rispetto per l'altro vengono negati e
uomini e donne soffrono per le conseguenze
dell’intolleranza e dell’incomprensione.
Cari
amici, questi giorni di lavoro e di ascolto orante siano
fruttuosi per tutti. Rivolgo per questo la mia preghiera
all'Eterno Dio, perché riversi su ciascuno dei
partecipanti al Meeting l’abbondanza delle sue
benedizioni, della sua sapienza e del suo amore. Egli
liberi il cuore degli uomini da ogni odio e da ogni radice
di violenza e ci renda tutti artefici della civiltà
dell’amore.
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