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Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte,
Radio Vaticana, 25 dicembre 2007
Il Santo Padre
ha acceso ieri il lume della Pace all'inaugurazione del
presepe in Piazza San Pietro
L’umanità
attende Dio, la sua vicinanza. Ma quando arriva il
momento, non ha posto per lui”: così il Papa, durante
l’omelia pronunciata nella Santa Messa della notte di
Natale nella Basilica Vaticana. Nelle sue parole, centrale
anche l’attenzione alla “terra maltrattata” e
all’abuso delle energie, in un “mondo inquinato e
minacciato per il suo futuro”. Il servizio di Isabella
Piro.
Il bianco dei paramenti del Papa e dei concelebranti,
dei marmi della Basilica di San Pietro, delle candele
sull’altare maggiore. E poi il rosso delle porpore
cardinalizie, delle stelle di Natale a circondare le
colonne secolari, dei ciclamini portati da quattro bambini
ai piedi del piccolo Gesù, nato per salvare il mondo. Su
questo sfondo bicolore, simmetricamente disposto attorno
ai tantissimi fedeli presenti, Benedetto XVI ha presieduto
ieri la Santa Messa della notte di Natale. Al centro della
sua omelia, il richiamo ad un mondo che cerca il Signore,
ma non lo accoglie:
"In qualche modo l’umanità attende Dio, la
sua vicinanza. Ma quando arriva il momento, non ha posto
per Lui. È tanto occupata con se stessa, ha bisogno di
tutto lo spazio e di tutto il tempo in modo così esigente
per le proprie cose, che non rimane nulla per l’altro
– per il prossimo, per il povero, per Dio. E quanto più
gli uomini diventano ricchi, tanto più riempiono tutto
con se stessi. Tanto meno può entrare l’altro."
La società nel suo insieme, ha aggiunto il Papa, non
ha tempo per il sofferente che ha bisogno di aiuto, per il
profugo o il rifugiato che cerca asilo. Non ha tempo e
spazio per Dio, perché il nostro pensiero, il nostro
agire è tutto occupato per noi stessi. Ma grazie a Dio,
ha ricordato il Santo Padre, nel Vangelo non troviamo solo
notizie negative:
"Il messaggio di Natale ci fa riconoscere il
buio di un mondo chiuso, e con ciò illustra senz’altro
una realtà che vediamo quotidianamente. Ma esso ci dice
anche, che Dio non si lascia chiudere fuori. Egli trova
uno spazio, entrando magari per la stalla; esistono degli
uomini che vedono la sua luce e la trasmettono."
Semplici pastori o sapienti, ha continuato Benedetto
XVI, la luce del Natale ci chiama “ad uscire dalla
chiusura dei nostri desideri ed interessi per andare
incontro al Signore e ad adorarlo”, aprendo il mondo
“alla verità, al bene, a Cristo, al servizio agli
emarginati”. Forte poi il richiamo del Papa alle
condizioni in cui si trova oggi la terra “a causa - ha
detto - dell’abuso delle energie e del loro egoistico
sfruttamento senza alcun riguardo”, in un “mondo
inquinato e minacciato per il suo futuro”. Proprio
questo, Cristo è venuto in mezzo a noi:
"La stalla nel messaggio di Natale rappresenta
la terra maltrattata. Cristo non ricostruisce un qualsiasi
palazzo. Egli è venuto per ridare alla creazione, al
cosmo la sua bellezza e la sua dignità: è questo che a
Natale prende il suo inizio e fa giubilare gli Angeli. La
terra viene rimessa in sesto proprio per il fatto che
viene aperta a Dio."
Natale diventa così “una festa della creazione
ricostruita”, ha detto ancora Benedetto XVI, in cui c’è
“sintonia tra volere umano e volere divino”:
"Nella stalla di Betlemme cielo e terra si
toccano. Il cielo è venuto sulla terra. Per questo, da lì
emana una luce per tutti i tempi; per questo lì
s’accende la gioia; per questo lì nasce il canto."
Citando, infine, la preghiera del Padre Nostro, il Papa
si è soffermato sul significato della parola ‘cielo’:
"Il cielo non appartiene alla geografia dello
spazio, ma alla geografia del cuore. E il cuore di Dio,
nella Notte santa, si è chinato giù fin nella stalla:
l’umiltà di Dio è il cielo. E se andiamo incontro a
questa umiltà, allora tocchiamo il cielo. Allora diventa
nuova anche la terra."
Nella notte di Natale, l’invito di Benedetto XVI è
stato quindi quello di toccare l’umiltà di Dio, il suo
cuore, per rendere più luminosi noi stessi e il mondo.
(canto: Tu scendi dalle stelle)
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Se
oggi “il messaggio salvifico di Cristo viene
contrastato”, “i cristiani, non meno di ieri,
sono chiamati a rendere ragione della loro
speranza, a offrire al mondo la testimonianza
della Verità dell’Unico che salva e redime”:
è quanto ha sottolineato questa mattina Benedetto
XVI che ha presieduto la celebrazione eucaristica
di dedicazione della parrocchia romana Santa Maria
del Rosario ai Martiri Portuensi, alla Magliana.
Ricordando che la terza domenica di Avvento invita
a gioire per la venuta di Cristo, il Papa ha poi
invitato i fedeli a destarsi dal sonno
dell’abitudine e ad abbandonare la tristezza. Il
servizio di Tiziana Campisi:
“Un
invito a gioire perché ‘il Signore viene’…
a salvarci”: questo è il tempo di Avvento, ha
detto Benedetto XVI, per tale motivo la sua
liturgia esorta a rallegrarsi:
“La liturgia dell'Avvento ci ripete
costantemente che dobbiamo destarci dal sonno
dell’abitudine e della mediocrità, dobbiamo
abbandonare la tristezza e lo scoraggiamento;
occorre che rinfranchiamo i nostri cuori perché
‘il Signore è vicino’".
“Per avere forza dal Signore - ha aggiunto
poi il Papa - bisogna gioire, esprimendo
riconoscenza per i doni di Dio”. E ricordando
che la parrocchia di Santa Maria del Rosario è
stata costruita nei pressi delle catacombe di
Generosa, “dove la tradizione vuole siano stati
sepolti” i “fratelli Simplicio, Faustino e
Viatrice, vittime della persecuzione” del 303,
Benedetto XVI ha esortato i fedeli a guardare
all’esempio dei giovani martiri - “che
morirono per rendere testimonianza a Cristo” -
per perseverare nella fedele sequela di Gesù:
"E la protezione della Vergine del
santo Rosario non vi chiede di essere uomini e
donne di fede profonda e di preghiera come lo fu
Lei? Anche oggi, pur in forme diverse, il
messaggio salvifico di Cristo viene contrastato e
i cristiani, in altri modi ma non meno di ieri,
sono chiamati a rendere ragione della loro
speranza, a offrire al mondo la testimonianza
della Verità dell’Unico che salva e redime”.
Benedetto XVI ha anche incoraggiato “quanti
con la Caritas parrocchiale cercano di andare
incontro alle tante esigenze del quartiere -
specialmente rispondendo alle attese dei più
poveri e bisognosi” - ed ha affermato, inoltre,
che “una chiesa (…) vuole essere costante
richiamo ad una fede salda e all’impegno di
crescere come comunità unita”, ma che è la
comunità vivente ad essere più sacra del tempio
materiale:
“Per costruire questo tempio vivente,
questa nuova città di Dio nelle nostre città,
per costruire questo tempio che siete voi, occorre
tanta preghiera, occorre valorizzare ogni
opportunità che offrono la liturgia, la
catechesi, e le molteplici attività pastorali,
caritative, missionarie, e culturali che
conservano “giovane” la vostra promettente
parrocchia".
Infine, il Papa, citando il Vangelo del giorno,
ha sottolineato che Gesù è la “roccia su cui
poggia la nostra fede”, fede per la quale Pietro
è divenuto la pietra sulla quale Cristo ha
fondato la Chiesa. E proprio “nella grande
comunità della Chiesa (…) unita nella comunione
con il Successore di Pietro, come roccia
dell’unità”, ha concluso Benedetto XVI, Dio
ci raccoglie. Al termine della celebrazione, il
Santo Padre ha incontrato, nel salone parrocchiale
a lui dedicato, i bambini che riceveranno la Prima
Comunione e i ragazzi della Cresima. A loro ha
spiegato che seguendo i tanti esempi dei Santi
c’è la sicurezza di essere nella strada giusta.
SANTA
MESSA DI MEZZANOTTE
SOLENNITÀ
DEL NATALE DEL SIGNORE
OMELIA
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
Basilica
Vaticana
Martedì, 25 dicembre 2007
Cari
fratelli e sorelle!
„Per
Maria si compirono i giorni del parto. Diede alla
luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in
fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non
c’era posto per loro nell’albergo” (cfr Lc
2,6s). Queste frasi, sempre di nuovo ci toccano il
cuore. È arrivato il momento che l’Angelo aveva
preannunziato a Nazaret: “Darai alla luce un
figlio e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e
chiamato Figlio dell’Altissimo” (cfr Lc 1,31).
È arrivato il momento che Israele aveva atteso da
tanti secoli, durante tante ore buie – il
momento in qualche modo atteso da tutta l’umanità
in figure ancora confuse: che Dio si prendesse
cura di noi, che uscisse dal suo nascondimento,
che il mondo diventasse sano e che Egli rinnovasse
tutto. Possiamo immaginare con quanta preparazione
interiore, con quanto amore Maria sia andata
incontro a quell’ora. Il breve accenno: “Lo
avvolse in fasce” ci lascia intravedere qualcosa
della santa gioia e dello zelo silenzioso di
quella preparazione. Erano pronte le fasce,
affinché il bimbo potesse essere accolto bene. Ma
nell’albergo non c’è posto. In qualche modo
l’umanità attende Dio, la sua vicinanza. Ma
quando arriva il momento, non ha posto per Lui. È
tanto occupata con se stessa, ha bisogno di tutto
lo spazio e di tutto il tempo in modo così
esigente per le proprie cose, che non rimane nulla
per l’altro – per il prossimo, per il povero,
per Dio. E quanto più gli uomini diventano
ricchi, tanto più riempiono tutto con se stessi.
Tanto meno può entrare l’altro.
Giovanni,
nel suo Vangelo, puntando all’essenziale ha
approfondito la breve notizia di san Luca sulla
situazione in Betlemme: “Venne fra la sua gente,
ma i suoi non l’hanno accolto” (1,11). Ciò
riguarda innanzitutto Betlemme: il Figlio di
Davide viene nella sua città, ma deve nascere in
una stalla, perché nell’albergo non c’è
posto per Lui. Riguarda poi Israele: l’inviato
viene dai suoi, ma non lo si vuole. Riguarda in
realtà l’intera umanità: Colui per il quale è
stato fatto il mondo, il primordiale Verbo
creatore entra nel mondo, ma non viene ascoltato,
non viene accolto.
Queste
parole riguardano in definitiva noi, ogni singolo
e la società nel suo insieme. Abbiamo tempo per
il prossimo che ha bisogno della nostra, della mia
parola, del mio affetto? Per il sofferente che ha
bisogno di aiuto? Per il profugo o il rifugiato
che cerca asilo? Abbiamo tempo e spazio per Dio?
Può Egli entrare nella nostra vita? Trova uno
spazio in noi, o abbiamo occupato tutti gli spazi
del nostro pensiero, del nostro agire, della
nostra vita per noi stessi?
Grazie
a Dio, la notizia negativa non è l’unica, né
l’ultima che troviamo nel Vangelo. Come in Luca
incontriamo l’amore della madre Maria e la
fedeltà di san Giuseppe, la vigilanza dei pastori
e la loro grande gioia, come in Matteo
incontriamo la visita dei sapienti Magi, venuti da
lontano, così anche Giovanni ci dice: “A
quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di
diventare figli di Dio” (Gv 1,12).
Esistono quelli che lo accolgono e così, a
cominciare dalla stalla, dall’esterno, cresce
silenziosamente la nuova casa, la nuova città, il
nuovo mondo. Il messaggio di Natale ci fa
riconoscere il buio di un mondo chiuso, e con ciò
illustra senz’altro una realtà che vediamo
quotidianamente. Ma esso ci dice anche, che Dio
non si lascia chiudere fuori. Egli trova uno
spazio, entrando magari per la stalla; esistono
degli uomini che vedono la sua luce e la
trasmettono. Mediante la parola del Vangelo,
l’Angelo parla anche a noi, e nella sacra
liturgia la luce del Redentore entra nella nostra
vita. Se siamo pastori o sapienti – la luce e il
suo messaggio ci chiamano a metterci in cammino,
ad uscire dalla chiusura dei nostri desideri ed
interessi per andare incontro al Signore ed
adorarlo. Lo adoriamo aprendo il mondo alla verità,
al bene, a Cristo, al servizio di quanti sono
emarginati e nei quali Egli ci attende.
In
alcune rappresentazioni natalizie del tardo
Medioevo e dell’inizio del tempo moderno la
stalla appare come un palazzo un po’ fatiscente.
Se ne può ancora riconoscere la grandezza di una
volta, ma ora è andato in rovina, le mura sono
diroccate – è diventato, appunto, una stalla.
Pur non avendo nessuna base storica, questa
interpretazione, nel suo modo metaforico, esprime
tuttavia qualcosa della verità che si nasconde
nel mistero del Natale. Il trono di Davide, al
quale era promessa una durata eterna, è vuoto.
Altri dominano sulla Terra santa. Giuseppe, il
discendente di Davide, è un semplice artigiano;
il palazzo, di fatto, è diventato una capanna.
Davide stesso aveva cominciato da pastore. Quando
Samuele lo cercò per l’unzione, sembrava
impossibile e contraddittorio che un simile
pastore-ragazzino potesse diventare il portatore
della promessa di Israele. Nella stalla di
Betlemme, proprio lì dove era stato il punto di
partenza, ricomincia la regalità davidica in modo
nuovo – in quel bimbo avvolto in fasce e deposto
in una mangiatoia. Il nuovo trono dal quale questo
Davide attirerà il mondo a sé è la Croce. Il
nuovo trono – la Croce – corrisponde al nuovo
inizio nella stalla. Ma proprio così viene
costruito il vero palazzo davidico, la vera
regalità. Questo nuovo palazzo è così diverso
da come gli uomini immaginano un palazzo e il
potere regale. Esso è la comunità di quanti si
lasciano attrarre dall’amore di Cristo e con Lui
diventano un corpo solo, un’umanità nuova. Il
potere che proviene dalla Croce, il potere della
bontà che si dona – è questa la vera regalità.
La stalla diviene palazzo – proprio a partire da
questo inizio, Gesù edifica la grande nuova
comunità, la cui parola-chiave cantano gli Angeli
nell’ora della sua nascita: “Gloria a Dio nel
più alto dei cieli e pace in terra agli uomini
che egli ama” – uomini che depongono la loro
volontà nella sua, diventando così uomini di
Dio, uomini nuovi, mondo nuovo.
Gregorio
di Nissa, nelle sue omelie natalizie ha sviluppato
la stessa visione partendo dal messaggio di Natale
nel Vangelo di Giovanni: “Ha posto la sua
tenda in mezzo a noi” (Gv 1,14). Gregorio
applica questa parola della tenda alla tenda del
nostro corpo, diventato logoro e debole; esposto
dappertutto al dolore ed alla sofferenza. E la
applica all’intero cosmo, lacerato e sfigurato
dal peccato. Che cosa avrebbe detto, se avesse
visto le condizioni, in cui si trova oggi la terra
a causa dell’abuso delle energie e del loro
egoistico sfruttamento senza alcun riguardo?
Anselmo di Canterbury, in una maniera quasi
profetica, ha una volta descritto in anticipo ciò
che noi oggi vediamo in un mondo inquinato e
minacciato per il suo futuro: “Tutto era come
morto, aveva perso la sua dignità, essendo stato
fatto per servire a coloro che lodano Dio. Gli
elementi del mondo erano oppressi, avevano perso
il loro splendore a causa dell’abuso di quanti
li rendevano servi dei loro idoli, per i quali non
erano stati creati” (PL 158, 955s). Così,
secondo la visione di Gregorio, la stalla nel
messaggio di Natale rappresenta la terra
maltrattata. Cristo non ricostruisce un qualsiasi
palazzo. Egli è venuto per ridare alla creazione,
al cosmo la sua bellezza e la sua dignità: è
questo che a Natale prende il suo inizio e fa
giubilare gli Angeli. La terra viene rimessa in
sesto proprio per il fatto che viene aperta a Dio,
che ottiene nuovamente la sua vera luce e, nella
sintonia tra volere umano e volere divino,
nell’unificazione dell’alto col basso,
recupera la sua bellezza, la sua dignità. Così
Natale è una festa della creazione ricostituita.
A partire da questo contesto i Padri interpretano
il canto degli Angeli nella Notte santa: esso è
l’espressione della gioia per il fatto che
l’alto e il basso, cielo e terra si trovano
nuovamente uniti; che l’uomo è di nuovo unito a
Dio. Secondo i Padri fa parte del canto natalizio
degli Angeli che ora Angeli e uomini possano
cantare insieme e in questo modo la bellezza del
cosmo si esprima nella bellezza del canto di lode.
Il canto liturgico – sempre secondo i Padri –
possiede una sua dignità particolare per il fatto
che è un cantare insieme ai cori celesti. È
l’incontro con Gesù Cristo che ci rende capaci
di sentire il canto degli Angeli, creando così la
vera musica che decade quando perdiamo questo
con-cantare e con-sentire.
Nella
stalla di Betlemme cielo e terra si toccano. Il
cielo è venuto sulla terra. Per questo, da lì
emana una luce per tutti i tempi; per questo lì
s’accende la gioia; per questo lì nasce il
canto. Alla fine della nostra meditazione
natalizia vorrei citare una parola straordinaria
di sant’Agostino. Interpretando l’invocazione
della Preghiera del Signore: “Padre nostro che
sei nei cieli”, egli domanda: che cosa è questo
– il cielo? E dove è il cielo? Segue una
risposta sorprendente: “…che sei nei cieli –
ciò significa: nei santi e nei giusti. I cieli
sono, sì, i corpi più alti dell’universo, ma
tuttavia corpi, che non possono essere se non in
un luogo. Se, però, si crede che il luogo di Dio
sia nei cieli come nelle parti più alte del
mondo, allora gli uccelli sarebbero più fortunati
di noi, perché vivrebbero più vicini a Dio. Ma
non è scritto: ‘Il Signore è vicino a quanti
abitano sulle alture o sulle montagne’, ma
invece: ‘Il Signore è vicino ai contriti di
cuore’ (Sal 34[33],19), espressione che
si riferisce all’umiltà. Come il peccatore
viene chiamato ‘terra’, così al contrario il
giusto può essere chiamato ‘cielo’” (Serm.
in monte II 5, 17). Il cielo non appartiene
alla geografia dello spazio, ma alla geografia del
cuore. E il cuore di Dio, nella Notte santa, si è
chinato giù fin nella stalla: l’umiltà di Dio
è il cielo. E se andiamo incontro a questa umiltà,
allora tocchiamo il cielo. Allora diventa nuova
anche la terra. Con l’umiltà dei pastori
mettiamoci in cammino, in questa Notte santa,
verso il Bimbo nella stalla! Tocchiamo l’umiltà
di Dio, il cuore di Dio! Allora la sua gioia
toccherà noi e renderà più luminoso il mondo.
Amen.
©
Copyright 2007 - Libreria Editrice Vaticana
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Webmaster:
Amedeo Lomonaco Sottofondo:
Tu scendi dalle Stelle |
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