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MESSA
DI NATALE DEL 24 DICEMBRE (24 DICEMBRE 2006) |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio Vaticana,
25 dicembre 2006
LA
SOLENNE MESSA DELLA NOTTE DI NATALE NELLA BASILICA DI SAN
PIETRO. BENEDETTO XVI: IL SEGNO DI DIO E’ UN BAMBINO, CHE
CI INVITA AD ESSERE SOLIDALI CON L’INFANZIA, SPECIE SE
SOFFERENTE
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“Dio
si è fatto piccolo affinché noi potessimo comprenderLo,
accoglierLo, amarLo”: è il cuore dell’omelia
pronunciata da Benedetto XVI nella Santa Messa della notte
di Natale nella Basilica Vaticana. “Il Bambino di
Betlemme – ha sottolineato, tra l’altro, il Papa –
dirige il nostro sguardo verso tutti i bambini sofferenti
ed abusati nel mondo, i nati come i non nati”. Il
servizio di Roberta Moretti:
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“Il
segno di Dio è la semplicità, il segno di Dio è il
bambino. Il segno di Dio è che Egli si fa piccolo per
noi”: l’omelia di Benedetto XVI ruota tutta attorno al
bambino che nasce. In Lui si realizza
la Parola
del profeta Isaia: “Dio ha reso breve
la Sua
Parola
, l’ha abbreviata”:
“Egli
non viene con potenza e grandiosità esterne. Egli viene
come bambino - inerme e bisognoso del nostro aiuto. Non
vuole sopraffarci con la forza. Ci toglie la paura della
sua grandezza. Egli chiede il nostro amore: perciò si fa
bambino. Nient'altro vuole da noi se non il nostro amore,
mediante il quale impariamo spontaneamente ad entrare nei
suoi sentimenti, nel suo pensiero e nella sua volontà –
impariamo a vivere con Lui e a praticare con Lui anche
l'umiltà della rinuncia che fa parte dell'essenza
dell'amore”.
La
Parola
eterna “si è fatta bambino affinché (…) diventi per
noi afferrabile”. “Dio si è fatto piccolo affinché
noi potessimo comprenderLo, accoglierLo, amarLo”:
“Così
Dio ci insegna ad amare i piccoli. Ci insegna così ad
amare i deboli. Ci insegna in questo modo il rispetto di
fronte ai bambini. Il bambino di Betlemme dirige il nostro
sguardo verso tutti i bambini sofferenti ed abusati nel
mondo, i nati come i non nati. Verso i bambini che, come
soldati, vengono introdotti in un mondo di violenza; verso
i bambini che devono mendicare; verso i bambini che
soffrono la miseria e la fame; verso i bambini che non
sperimentano nessun amore”.
“Chiediamo
a Dio - invita il Papa - di aiutarci a fare la nostra
parte perché sia rispettata la dignità dei bambini; che
per tutti sorga la luce dell’amore, di cui l’uomo ha
più bisogno che non delle cose materiali necessarie per
vivere”. E’ nel dono semplice dell’amore, infatti,
che si “risolve” l’intera fede e l’intera Parola.
“Natale - afferma Benedetto XVI - è diventato la festa
dei doni per imitare Dio che ha donato se stesso a noi”:
“Tra
i tanti doni che compriamo e riceviamo non dimentichiamo
il vero dono: di donarci a vicenda qualcosa di noi stessi!
Di donarci a vicenda il nostro tempo. Di aprire il nostro
tempo per Dio. Così si scioglie l'agitazione. Così nasce
la gioia, così si crea la festa”.
Quindi,
l’esortazione a vivere il Natale, seguendo
l’insegnamento del Signore:
“Quando
tu per Natale fai dei regali, non regalare qualcosa solo a
quelli che, a loro volta, ti fanno regali, ma dona a
coloro che non ricevono da nessuno e che non possono darti
niente in cambio. Così ha agito Dio stesso: Egli ci
invita al suo banchetto di nozze che non possiamo
ricambiare, che possiamo solo con gioia ricevere.
Imitiamolo! Amiamo Dio e, a partire da Lui, anche
l’uomo, per riscoprire poi, a partire dagli uomini, Dio
in modo nuovo!”
E’,
infine, nell’Eucaristia che
la Parola
di Dio si fa “breve” e “piccola”. “Così -
afferma Benedetto XVI - la mangiatoia degli animali è
diventata il simbolo dell’altare, sul quale giace il
Pane che è Cristo stesso: il vero cibo per i nostri
cuori. E vediamo ancora una volta, conclude, come Egli si
sia fatto piccolo: nell’umile apparenza dell’ostia, di
un pezzettino di pane, Egli ci dona se stesso”.
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OMELIA
NELLA SANTA MESSA DI NATALE
Ascolta
l'omelia del Papa
Cari
fratelli e sorelle!
Abbiamo
appena ascoltato nel Vangelo la parola che gli Angeli,
nella Notte santa, hanno detto ai pastori e che ora la
Chiesa grida a noi: "Oggi vi è nato nella città di
Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per
voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che
giace in una mangiatoia (Lc 2,11s). Niente di
meraviglioso, niente di straordinario, niente di magnifico
viene dato come segno ai pastori. Vedranno soltanto un
bambino avvolto in fasce che, come tutti i bambini, ha
bisogno delle cure materne; un bambino che è nato in una
stalla e perciò giace non in una culla, ma in una
mangiatoia. Il segno di Dio è il bambino nel suo bisogno
di aiuto e nella sua povertà. Soltanto col cuore i
pastori potranno vedere che in questo bambino è diventata
realtà la promessa del profeta Isaia, che abbiamo
ascoltato nella prima lettura: "Un bambino è nato
per noi, ci è stato dato un figlio. Sulle sue spalle è
il segno della sovranità" (Is 9,5). Anche a
noi non è stato dato un segno diverso. L'angelo di Dio,
mediante il messaggio del Vangelo, invita anche noi ad
incamminarci col cuore per vedere il bambino che giace
nella mangiatoia.
Il segno
di Dio è la semplicità. Il segno di Dio è il bambino.
Il segno di Dio è che Egli si fa piccolo per noi. È
questo il suo modo di regnare. Egli non viene con potenza
e grandiosità esterne. Egli viene come bambino – inerme
e bisognoso del nostro aiuto. Non vuole sopraffarci con la
forza. Ci toglie la paura della sua grandezza. Egli chiede
il nostro amore: perciò si fa bambino. Nient'altro vuole
da noi se non il nostro amore, mediante il quale impariamo
spontaneamente ad entrare nei suoi sentimenti, nel suo
pensiero e nella sua volontà – impariamo a vivere con
Lui e a praticare con Lui anche l'umiltà della rinuncia
che fa parte dell'essenza dell'amore. Dio si è fatto
piccolo affinché noi potessimo comprenderLo, accoglierLo,
amarLo. I Padri della Chiesa, nella loro traduzione greca
dell'Antico Testamento, trovavano una parola del profeta
Isaia che anche Paolo cita per mostrare come le vie nuove
di Dio fossero già preannunciate nell'Antico Testamento.
Lì si leggeva: "Dio ha reso breve la sua Parola,
l'ha abbreviata" (Is 10,23; Rom 9,28).
I Padri lo interpretavano in un duplice senso. Il Figlio
stesso è la Parola, il Logos; la Parola eterna si
è fatta piccola – così piccola da entrare in una
mangiatoia. Si è fatta bambino, affinché la Parola
diventi per noi afferrabile. Così Dio ci insegna ad amare
i piccoli. Ci insegna così ad amare i deboli. Ci insegna
in questo modo il rispetto di fronte ai bambini. Il
bambino di Betlemme dirige il nostro sguardo verso tutti i
bambini sofferenti ed abusati nel mondo, i nati come i non
nati. Verso i bambini che, come soldati, vengono
introdotti in un mondo di violenza; verso i bambini che
devono mendicare; verso i bambini che soffrono la miseria
e la fame; verso i bambini che non sperimentano nessun
amore. In tutti loro è il bambino di Betlemme che ci
chiama in causa; ci chiama in causa il Dio che si è fatto
piccolo. Preghiamo in questa notte, affinché il fulgore
dell’amore di Dio accarezzi tutti questi bambini, e
chiediamo a Dio di aiutarci a fare la nostra parte perché
sia rispettata la dignità dei bambini; che per tutti
sorga la luce dell’amore, di cui l’uomo ha più
bisogno che non delle cose materiali necessarie per
vivere.
Con ciò
siamo arrivati al secondo significato che i Padri hanno
trovato nella frase: "Dio ha abbreviato la sua
Parola". La Parola che Dio ci comunica nei libri
della Sacra Scrittura era, nel corso dei tempi, diventata
lunga. Lunga e complicata non solo per la gente semplice
ed analfabeta, ma addirittura ancora di più per i
conoscitori della Sacra Scrittura, per i dotti che,
chiaramente, s’impigliavano nei particolari e nei
rispettivi problemi, non riuscendo quasi più a trovare
una visione d'insieme. Gesù ha "reso breve" la
Parola – ci ha fatto rivedere la sua più profonda
semplicità e unità. Tutto ciò che ci insegnano la Legge
e i profeti è riassunto – dice – nella parola:
"Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con
tutta la tua anima e con tutta la tua mente… Amerai il
prossimo tuo come te stesso" (Mt 22,37-40).
Questo è tutto – l’intera fede si risolve in quest’unico
atto d’amore che abbraccia Dio e gli uomini. Ma subito
riemergono delle domande: Come possiamo amare Dio con
tutta la nostra mente, se stentiamo a trovarlo con la
nostra capacità mentale? Come amarLo con tutto il nostro
cuore e la nostra anima, se questo cuore arriva ad
intravederLo solo da lontano e percepisce tante cose
contraddittorie nel mondo che velano il suo volto davanti
a noi? A questo punto i due modi in cui Dio ha "fatto
breve" la sua Parola s’incontrano. Egli non è più
lontano. Non è più sconosciuto. Non è più
irraggiungibile per il nostro cuore. Si è fatto bambino
per noi e ha dileguato con ciò ogni ambiguità. Si è
fatto nostro prossimo, ristabilendo in tal modo anche
l’immagine dell’uomo che, spesso, ci appare così poco
amabile. Dio, per noi, si è fatto dono. Ha donato se
stesso. Si prende tempo per noi. Egli, l’Eterno che è
al di sopra del tempo, ha assunto il tempo, ha tratto in
alto il nostro tempo presso di sé. Natale è diventato la
festa dei doni per imitare Dio che ha donato se stesso a
noi. Lasciamo che il nostro cuore, la nostra anima e la
nostra mente siano toccati da questo fatto! Tra i tanti
doni che compriamo e riceviamo non dimentichiamo il vero
dono: di donarci a vicenda qualcosa di noi stessi! Di
donarci a vicenda il nostro tempo. Di aprire il nostro
tempo per Dio. Così si scioglie l'agitazione. Così nasce
la gioia, così si crea la festa. E ricordiamo nei
banchetti festivi di questi giorni la parola del Signore:
"Quando offri un banchetto, non invitare quanti ti
inviteranno a loro volta, ma invita quanti non sono
invitati da nessuno e non sono in grado di invitare
te" (cfr Lc 14,12-14). E questo significa,
appunto, anche: Quando tu per Natale fai dei regali, non
regalare qualcosa solo a quelli che, a loro volta, ti
fanno regali, ma dona a coloro che non ricevono da nessuno
e che non possono darti niente in cambio. Così ha agito
Dio stesso: Egli ci invita al suo banchetto di nozze che
non possiamo ricambiare, che possiamo solo con gioia
ricevere. Imitiamolo! Amiamo Dio e, a partire da Lui,
anche l’uomo, per riscoprire poi, a partire dagli
uomini, Dio in modo nuovo!
Così si
schiude infine ancora un terzo significato
dell'affermazione sulla Parola diventata "breve"
e "piccola". Ai pastori era stato detto che
avrebbero trovato il bambino in una mangiatoia per gli
animali, che erano i veri abitanti della stalla. Leggendo
Isaia (1,3), i Padri hanno dedotto che presso la
mangiatoia di Betlemme c’erano un bue e un asino. Al
contempo hanno interpretato il testo nel senso che in ciò
vi sarebbe un simbolo dei giudei e dei pagani – quindi
dell’umanità intera – i quali abbisognano, gli uni e
gli altri a modo loro, di un salvatore: di quel Dio che si
è fatto bambino. L’uomo, per vivere, ha bisogno del
pane, del frutto della terra e del suo lavoro. Ma non vive
di solo pane. Ha bisogno di nutrimento per la sua anima:
ha bisogno di un senso che riempia la sua vita. Così, per
i Padri, la mangiatoia degli animali è diventata il
simbolo dell’altare, sul quale giace il Pane che è
Cristo stesso: il vero cibo per i nostri cuori. E vediamo
ancora una volta, come Egli si sia fatto piccolo:
nell’umile apparenza dell’ostia, di un pezzettino di
pane, Egli ci dona se stesso.
Di tutto
ciò parla il segno che fu dato ai pastori e che vien dato
a noi: il bambino che ci è stato donato; il bambino in
cui Dio si è fatto piccolo per noi. Preghiamo il Signore
di donarci la grazia di guardare in questa notte il
presepe con la semplicità dei pastori per ricevere così
la gioia con la quale essi tornarono a casa (cfr Lc
2,20). Preghiamolo di darci l’umiltà e la fede con cui
san Giuseppe guardò il bambino che Maria aveva concepito
dallo Spirito Santo. Preghiamo che ci doni di guardarlo
con quell’amore, con cui Maria l’ha osservato. E
preghiamo che così la luce, che i pastori videro,
illumini anche noi e che si compia in tutto il mondo ciò
che gli angeli cantarono in quella notte: "Gloria a
Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini
che egli ama". Amen!
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